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Il tradimento degli ex forzisti e l’allarme sul rendiconto. La partita a Shangai che porta alla caduta di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 novembre 2011)

«Ci stanno portando via una decina di deputati». Quando evoca la «congiura», nel bel mezzo dell’ufficio di presidenza del Pdl, Angelino Alfano pensa all’Incidente. Teme che il governo cada di nuovo sul rendiconto. E, stavolta, «per sempre».

L’ufficio di presidenza del Pdl termina pochi minuti dopo l’inizio del consiglio dei ministri. Quando comincia la riunione di governo a Palazzo Chigi, insomma, a via dell’Umiltà hanno appena finito di fare i conti col risiko che potrebbe aprirsi subito dopo la riunione di governo. È una rilfessione amara, quella che Alfano è costretto a svolgere nella giornata più dura da quando è segretario del partito. «C’è una congiura contro di noi. E dobbiamo resistere almeno fino a Natale, scongiurando qualsiasi altro governo. Per poi correre a elezioni anticipate». A quelle elezioni anticipate, anche se non lo dice esplicitamente, «Angelino» sa che toccherebbe a lui correre per la premiership. Il lavorìo avviato sul fronte Ppe, quei contatti che l’hanno portato a ottenere un posto d’onore al congresso dei Popolari europei in programma a Marsiglia a inizio dicembre, è la spia che il «via libera» di Berlusconi è già arrivato da qualche settimana. Come dimostra anche l’accelerazione forsennata che l’ex guardasigilli ha impresso al tesseramento nel partito, «anche per tentare di arginare – come dicono i suoi – lo strapotere degli ex An».

Ma tutto rischia di andare a monte. A causa della «congiura». «Non ci stanno tradendo i leghisti o certi personaggi borderline che stanno in Parlamento con noi. Stiamo perdendo i “nostri” amici», è l’amara riflessione che il segretario sta facendo da qualche giorno. I nomi dei frondisti, che rimbalzano nel Transatlantico semideserto di Montecitorio, sono quelli di coloro che si sono appena alzati da una riunione carbonara nel centro della Capitale. Roberto Antonione, che ieri l’altro ha formalizzato l’addio alla maggioranza; Giustina Destro, avamposto montezemoliano a Palazzo, che se n’è uscita prima dell’ultimo voto di fiducia; più Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio, Guglielmo Picchi, Giancarlo Pittelli, Fabio Gava. Alcuni di loro stavano in Forza Italia dai tempi della discesa in campo. E le voci di chi sostiene che saranno una decina di «Bruto» a dare la pugnalata finale a «Silvio-Cesare», sembrano quasi voler confermare l’allarme che la deputata Nunzia De Girolamo aveva lanciato a Denis Verdini. «Denis, guarda che a furia di rincorrere i Responsabili, finirà che a voltare le spalle al Presidente saranno proprio i nostri. Quelli che stanno da una vita con lui».

Il percorso verso la caduta sembra più intricato di una partita a Shangai. I leader dell’opposizione che tengono i contatti con la fronda, a cominciare da Pier Ferdinando Casini, devono prendere ogni singola bacchetta evitando di toccare le altre. Roberto Rao, che del leader centrista è braccio destro e spin doctor, prova a smorzare l’atmosfera con una battuta che evoca le recenti “vittorie” del premier in Parlamento: «Abbiamo avuto il 14 dicembre e il 14 ottobre. Evitiamo di aggiungere il 14 novembre…». Già. Ma come gestire l’operazione che dovrebbe portare alla caduta del governo Berlusconi? Come muovere sulla scacchiera quei parlamentari che, come dice Casini, «stanno pensando di uscire dalla maggioranza»?.

Se Berlusconi non cede prima lo scettro «a Gianni Letta», uno scenario che il sito Nordest.eu attribuisce nientemeno che a Maurizio Paniz (che poi parzialmente rettifica), diventa centrale il ritorno alla Camera del rendiconto già bocciato da Montecitorio. Le opposizioni hanno concesso al blocco Pdl-Lega di aggirare la norma che impediva la riproposizione entro due mesi di un provvedimento già bocciato. «Ma questo», come hanno convenuto i capigruppo di Pd-Idv-Terzo Polo, «non significa che voteremo a favore».

L’obiettivo, come spiegano fonti centriste, è proprio quello. Far emergere la fronda (magari con una raccolta di firme contro Berlusconi) minacciando un secondo no al rendiconto, che bloccherebbe a seguire anche le misure anti-crisi. «A quel punto o il Cavaliere s’arrende oppure va sotto». L’Incidente, insomma. Ma questo è soltanto il primo passo. Il secondo sarebbe provocare una slavina all’interno del Pdl. Convincendo una fetta di deputati berlusconiani a rischio rielezione a tuffarsi nella prospettiva del governissimo sotto l’ombrello del Colle, evitando quindi le forche caudine del voto anticipato. Lì, e torniamo ai timori a cui ha dato voce Berlusconi, «sarebbe l’ora di gente come Mario Monti o Giuliano Amato».

Stavolta, con lo spread alle stelle e il G20 alle porte, è quasi scontato sostenere che la «congiura» andrà in porto. Gli uomini-macchina del Cavaliere, paradossalmente, erano riusciti a intercettare il piano. «La lettera della settimana scorsa doveva rimanere segreta», dice uno dei berlusconiani. «Poi, qualcuno che ha preferito non firmarla, ci ha fatto un favore, consegnandola all’Ansa». Una vittoria di Pirro. Una delle ultime, forse, dell’organizzazione del premier. Che s’infila nella notta buia di Palazzo Chigi accompagnato dal titolo dell’editoriale della sera che Giuliano Ferrara sforna sul sito del Foglio: «Fucilate il soldato Cav.».

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3 novembre 2011 at 12:03

«Si vota nel 2012». Renzi scende in campo e prepara il «grande annuncio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 ottobre 2011)

Lo spazio per la diplomazia s’è esaurito. La settimana prossima Matteo Renzi farà il primo passo verso le primarie per la premiership.

A meno di colpi di scena dell’ultim’ora, alla kermesse dei post-Rottamatori convocata alla Stazione Leopolda tra otto giorni, il sindaco di Firenze mostrerà la proprie carte. Chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio che, in caso di elezioni anticipate, lui stesso parteciperà alla primarie per la leadership del centrosinistra.

Stavolta non si tratta semplicemente di dar seguito alla generica promessa, ribadita ieri mattina su Rai Tre davanti alle telecamere di Agorà, secondo cui «uno di noi (sottinteso: della sua generazione, ndr) si candiderà». No. Perché il dossier «primarie 2012» istruito da Renzi sarebbe già arrivato a uno dei capitoli più delicati: quello della raccolta dei finanziamenti.

Chi lo conosce bene giura che «Matteo» ha già incontrato alcuni imprenditori in vista della delicatissima partita delle primarie, in cui si troverà a sfidare quantomeno l’unico iscritto “certo” alla competizione, e cioè Pier Luigi Bersani. I nomi, ovviamente, sono coperti dal più stretto riserbo. Il direttore dell’orchestra del fund raising quello no, è facilmente intuibile. Si tratta del presidente dell’Aeroporto di Firenze Vincenzo Manes, che è anche il numero uno di Intek spa, una società di partecipazioni industriali, finanziarie e di servizi con ottomila dipendenti tra Europa e Asia.

L’accelerazione di Renzi verso la candidatura a premier, in fondo, è l’elemento che ha catalizzato verso l’appuntamento della Stazione Leopolda una serie di «pezzi da novanta» che spaziano tra l’accademia e la finanza, i giornali e le banche. Come Pietro Ichino e Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e persino Corrado Passera, messi in fila l’altro giorno da un informato articolo apparso sul sito L’Inkiesta. O come Chicco Testa, managing director di Rothschild, già parlamentare, presidente dell’Enel e – più recentemente – del Forum nucleare italiano.

Domanda: perché Renzi, come in fondo tutto lo stato maggiore del Partito democratico, è sicuro che le elezioni politiche si terranno nella prossima primavera? Semplice. Perché tutti, come dimostra il moltiplicarsi delle fibrillazioni interne ai Democratici, scommettono che a gennaio Silvio Berlusconi staccherà la spina al suo stesso governo. Anche Walter Veltroni ed Enrico Letta, che pure ufficialmente continuano a spingere per la prospettiva dell’esecutivo istituzionale, sono convinti che gli spazi di manovra per i fan del governissimo si siano esauriti. Il proscioglimento del premier nel processo Mediatrade, che i legali del Cavaliere considerano come l’anticamera dell’assoluzione su Mills, ha fatto il resto. «A gennaio», riflette a voce alta un altissimo dirigente del Pd, «quando avrà scongiurato definitivamente il governo istituzionale e si sarà lasciato alle spalle parte delle rogne giudiziarie, Berlusconi provocherà lo showdown. Noi andremo alle primarie mentre lui lascerà che sia Alfano a giocarsi la partita…». Con quel porcellum che, ovviamente, consentirebbe al centrodestra di evitare l’ecatombe (con un’altra legge elettorale) del 2013.

Anche Bersani sa che la strada verso il combinato disposto “primarie-voto anticipato” è irrimediabilmente già tracciata. Il segretario del Pd, che ieri l’altro è volato a Madrid per il Global Progress, risponde stizzito a chi insinua che il suo temporeggiare sulle primarie sia dettato dalla paura di perdere. «Bersani – dice di se stesso, parlando in terza persona – è una persona seria che non ha paura di nessuno». Ma prima, aggiunge, «serve lo spartito». Poi sarà la volta «dei suonatori». Prima il programma, poi il leader.

Ma il big bang che Renzi ha programmato per la manifestazione della Leopolda è destinato a scombinare i piani di tutti. Oltre che a ridisegnare le geometrie interne del Pd, sia nella maggioranza che nella minoranza. Dentro il partito c’è chi giura che le ultime discussioni sulla linea politica – ad esempio sull’intervento della Bce, che ha visto i lettiani scontrarsi col responsabile economico Stefano Fassina – siano destinate ad avere un seguito. Letta, ad esempio, ha intensificato i suoi colloqui con Renzi. Al pari di Fioroni e Veltroni. Quest’ultimo, almeno a sentire i suoi, non avrebbe del tutto accantonato l’idea di «scendere in campo in prima persona». Certo, per una scommessa del genere, «Walter» avrebbe bisogno di almeno un anno in più di tempo. Ma l’orizzonte del voto nel 2013 sembra ormai uscito da tutti i radar. A cominciare da quello di «Matteo».

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20 ottobre 2011 at 10:59

Stravolgimento o slittamento: il «bavaglio» sta per uscire di scena.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’11 ottobre 2011)

Nella stanza dei bottoni del Pdl stanno pensando all’ennesimo dietrofront sulle intercettazioni. Visto che quando il Riformista va in stampa l’incontro tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano è ancora in corso, è impossibile stabilire se i boatos che arrivano da Montecitorio troveranno conferma. Di certo c’è che da ieri pomeriggio, nelle stanze del gruppo del Pdl, la «legge bavaglio» non è più considerata «irrinunciabile». Che cosa potrebbe succedere domattina, quando nel calendario dell’Aula della Camera è prevista l’approvazione della norma sulle intercettazioni? Un berlusconiano della prima cerchia, al riparo da microfoni e sguardi discreti, ammette che «forse non ci sono le condizioni per andare avanti». Di conseguenza la soluzione, magari benedetta dal Cavaliere, «potrebbe essere quella di “ammorbidire” il provvedimento, provando in extremis ad andare nella direzione del Terzo Polo». Oppure, «di congelarlo, rinviandolo per l’ennesima volta a tempi migliori».

I movimenti di Claudio Scajola, le tensioni all’interno di una maggioranza in cui scricchiola anche la “gamba” dei Responsabili, le perplessità sul provvedimento di pezzi significativi del mondo berlusconiano: nelle ultime quarantott’ore il Cavaliere ha capito che il gioco non vale la candela. Anche perché i pericoli che s’annidano dietro il voto di domani sono troppo alti. E rischiano di travolgere l’intero esecutivo. Lo spin doctor dell’Udc Roberto Rao, che ha seguito da vicino l’iter della “legge bavaglio”, mette in fila tutti i tasselli del puzzle: «Al punto in cui sono arrivati, non hanno tante strade da percorrere. Hanno ancora il tempo per fermare il provvedimento. Oppure possono ingranare la retromarcia per ritornare al testo Bongiorno», che ovviamente non prevedeva il carcere per i giornalisti. E se invece la maggioranza decidesse di andare avanti nella versione «bavaglio» della legge, magari mettendo la fiducia? Il braccio destro di Pier Ferdinando Casini non nasconde un sorrisetto velenoso: «Ovviamente il governo otterrebbe la fiducia. Ma che cosa succederebbe se, nel voto segreto sul provvedimento, la maggioranza andasse sotto? Non credo che in quel caso, un minuto dopo, potrebbero fare finta di niente…».

Non è tutto. La retromarcia sulle intercettazioni potrebbe servire anche a ricucire lo strappo con la truppa di Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che nelle prossime ore incontrerà Angelino Alfano, l’aveva confidato già sabato: «Una legge sulle intercettazioni serve. Ma sono sicuro che il testo di cui stanno parlando i giornali non sarà quello definitivo». In questo caso, il ritorno a una versione soft del provvedimento potrebbe servire agli scajoliani come «scusa» per rientrare – seppur momentaneamente – nei ranghi. A prendere per buona la lettura del ministro Gianfranco Rotondi, che sabato sera in un ristorante di Saint-Vincent commentava con amici e colleghi la partecipazione dell’«amico Claudio» al suo convegno, «la vicenda di Scajola potrebbe anche risolversi facilmente. Basta garantirgli la rielezione dei suoi e farlo tornare ai vertici del partito, magari con la carica di vicesegretario». Se il pronostico del democristiano Rotondi fosse azzeccato, allora la rinuncia al «bavaglio» avrebbe anche un altro significato. Quello, ragiona un berlusconiano che forse pecca di eccessivo ottimismo, di «dare al buon Claudio la chance per motivare il ritorno sui suoi passi».

A prescindere da Scajola, che ha congelato l’offensiva del frondisti (l’ex ministro ha scritto una lettera al premier per spiegare le ragioni dei malpancisti), senza un «cambio di passo» prima di domani il Vietnam parlamentare è assicurato. «Il voto finale sul provvedimento non è scontato», spiega il deputato dei Responsabili Domenico Grassano. «Anche perché nell’accordo con Berlusconi non c’era il ddl intercettazioni e soprattutto non c’erano alcune proposte insensate come l’arresto per i giornalisti». Identico il canovaccio recitato da Luciano Sardelli: «Va trovato un punto di mediazione e di sintesi che allarghi e riarticoli il centrodestra. Il carcere ai giornalisti? Ma non esiste…».

Il countdown è partito. L’Aula di Montecitorio potrebbe trasformarsi per l’ennesima volta in un bunker con ostacoli disseminati per ogni dove. E la voce che arriva dal gruppo del Pdl, la stessa che evoca il colpo di scena prima del voto, tocca sempre la stessa corda: «Forse non ci sono le condizioni per andare avanti. Neanche stavolta…». Il Cavaliere continua a resistere. Anche se il ministro Rotondi, nel fine settimana, ha lanciato la sua amara profezia: «Quando sarà l’ora, di noi non si salverà più nessuno. Cadremo tutti appresso a Berlusconi. Per chi ha fatto il ministro in questo governo, non ci saranno altre possibilità. Nemmeno per Tremonti».

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11 ottobre 2011 at 11:32

Alfano vola a Bruxelles col suo piano segreto: «In primavera la costituente del Ppe italiano»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 settembre 2011)

«Ora Angelino sa che non c’è neanche un minuto da perdere», dice chi gli sta vicino. In segreto il neo segretario del Pdl ha pianificato un viaggio a Bruxelles per incontrare il gotha del Ppe. Martedì prossimo.

Forse, come Alfano ha detto nelle ultime settimane a più d’un amico, «qualcuno mi prese poco sul serio, a luglio». Tre mesi fa, nel suo primo discorso pronunciato di fronte alla platea che applaudiva la sua nomina a segretario, l’aveva detto senza giri di parole: «Dobbiamo fare un partito serio», «rivolgerci al popolo dei moderati italiani che non se n’è andato a sinistra», «ragionare nella prospettiva del Ppe».

Tutto questo succedeva meno di novanta giorni fa. Eppure, da allora, sembra passata un’eternità. La crisi economico-finanziaria che ha colpito (anche) l’Italia, le pressioni di Bruxelles e della Bce su Silvio Berlusconi, le manovre economiche fatte e disfatte, un governo perennemente sotto scacco, una maggioranza sistematicamente in crisi d’identità e quella «creatura» nata su un predellino – il Pdl – ormai trasformata in un coacervo di correnti e correntine l’una contro l’altra armate.

Negli ultimi mesi, «Angelino» ha lavorato nell’ombra. Di fronte al pressing arrivato da più parti, soprattutto da quella degli ex di An, s’è limitato a ribadire che «il candidato del 2013 sarà ancora Berlusconi». Tattica, soltanto tattica. Perché nel frattempo, come spiegano a via dell’Umiltà, il segretario ha tessuto una tela che potrebbe portarlo «entro la primavera prossima» ad archiviare la stagione del Pdl e a battezzare quel Partito popolare ispirato al Ppe.

Il primo frutto di questo lavoro, Alfano lo raccoglierà martedì prossimo. Quando lascerà Roma per raggiungere Bruxelles e incontrare il gotha dei Popolari europei. «Negli ultimi tempi, è venuto parecchie volte. Ma questa sarà la prima da quando non è più ministro della Giustizia», spiega l’europarlamentare pidiellino Mario Mauro, uno dei suoi ambasciatori all’estero che ha lavorato di più all’agenda di martedì. In agenda l’ex guardasigilli ha senz’altro un colloquio con Wilfried Martens, l’ex premier belga che da oltre vent’anni ricopre la carica di presidente del Ppe. E poi un incontro col capogruppo all’Europarlamento Joseph Daul e anche una chiacchierata con lo spagnolo Antonio Lopez, segretario generale del partito. Fin qui gli incontri segretamente già fissati all’interno di un calendario che potrebbe prevedere anche qualche sorpresa dell’ultim’ora. Tipo un faccia a faccia informale col presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Non è tutto: all’interno della europattuglia dei pidiellini, qualcuno aveva provato a incastrare nell’agenda di «Angelino» anche un incontro con Martin Schulz (l’uomo del berlusconiano «kapò», tanto per capirci), che sarà il prossimo presidente del Parlamento. Ma, a meno di colpi di scena, per questa volta non sarà possibile (il capogruppo socialista, a inizio settimana, sarà prima a Berlino e poi a Vienna).

Martedì andrà a mani vuote, Alfano, all’incontro con i pezzi da novanta del Ppe? Tutt’altro. Per capire quale sarà il contenuto del bagaglio a mano del segretario del Pdl è necessario spostare l’attenzione su una riunione pressoché carbonara che s’è tenuta ieri a Roma. Mentre l’attenzione di tutti era concentrata sulla sfida Berlusconi-Tremonti su Bankitalia e sui risultati della mozione di sfiducia contro Saverio Romano, alcuni big del berlusconismo si sono ritrovati attorno a un tavolo insieme ai responsabili delle fondazioni che gravitano attorno ai partiti (italiani) che stanno nel Ppe. Al summit erano presenti, tra gli altri, il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’ex titolare del dicastero dei Beni culturali Sandro Bondi, il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Non solo: c’era anche la fondazione Liberal, che fa riferimento all’Udc di Casini. Il risultato? «Un piano d’azione in due punti che Alfano porterà qui a Bruxelles e sottoporrà al Ppe», spiega l’europarlamentare Mario Mauro. «Una road map», aggiunge sorridendo, «che ci terrà impegnati almeno da qui alla primavera dell’anno prossimo».

Il punto numero uno sottoscritto dalle fondazioni riguarda l’elaborazione di «un documento programmatico» che sarà presentato al prossimo congresso del Ppe, in programma a Marsiglia il 7 e l’8 dicembre prossimi. Al testo, di cui Alfano parlerà con Martens e compagnia martedì, lavoreranno quattro gruppi di lavoro che si dedicheranno ad altrettanti dossier: economia, società, cultura e politica estera.

Ma è il secondo punto della road map quello che sta più a cuore ad «Angelino». Anche perché riguarda il battesimo della «costituente del Ppe italiano», che Alfano ha fissato «entro la primavera del 2012». Ancora pochi mesi, insomma, e il Pdl – se il piano di Angelino va a buon fine – potrebbe finire nella naftalina. «L’obiettivo, ovviamente, è agganciare l’Udc di Casini», spiega l’eurodeputato Mauro. Il monito di Bagnasco alla politica, la riunione delle associazioni cattoliche in programma a Todi, una legislatura che rischia lo scioglimento anticipato a causa del referendum. «No», ripetono nella cerchia ristretta del segretario, «non c’è più neanche un minuto da perdere».

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30 settembre 2011 at 08:40

«Allarme Moody’s». Paura nel governo. Pronto il pressing per il «passo indietro» del Cav.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 settembre 2011)

Neanche il tempo di tirare le somme al termine dell’ennesima giornata devastante. In serata, nello stato maggiore del Cavaliere arriva la paura di un imminente declassamento da parte di Moody’s del rating italiano.
È da un paio di giorni che l’allarme sta togliendo il sonno agli sherpa della maggioranza che monitorano i rischi del post-manovra. Qualcuno ha anche provato a sottoporre il tema all’attenzione del presidente del Consiglio. Ma senza successo. Da ieri pomeriggio, però, l’incubo sembra aver superato la soglia di rischio. Un berlusconiano vicino alla prima cerchia di potere lo dice con nettezza. «Se nel fine settimana Moody’s declassa il debito italiano, per il governo potrebbe essere davvero l’inizio della fine».
L’inizio di una fine molto rapida. Tanto rapida da poter aprire il dibattito su quel «passo indietro» che il Cavaliere – nonostante la moral suasion di alcuni degli amici si sempre (Fedele Confalonieri e Gianni Letta) – ha sempre rifiutato di prendere in considerazione. Se l’allarme sul declassamento di Moody’s si rivelasse fondato, se davvero l’agenzia statunitense declassasse il debito italiano, allora le aste dei titoli di stato in programma nelle prossime settimane continueranno a essere disertate dagli investitori stranieri. In fondo, è lo stesso scenario che soltanto il deputato-economista del Pd Francesco Boccia ha avuto il coraggio di mettere a verbale: «Un downgrade del debito italiano, subito dopo l’approvazione definitiva della manovra, non sarebbe solo un segnale economico. Ma un segnale politico di sfratto all’esecutivo Berlusconi».
Dentro il blocco Pdl-Lega stanno facendo i conti con la realtà. «Non possiamo morire appresso al berlusconismo», continua a ripetere Roberto Maroni ai suoi uomini. E questi ultimi, al contrario della prudenza delle ultime settimane, stanno per alzare il livello dello scontro. L’europarlamentare Matteo Salvini, ieri sera, l’ha addirittura messo a verbale durante una trasmissione di Radio Lombardia: «Berlusconi ha esaurito il suo mandato, ha esaurito la voglia, la possibilità e la forza». Un avviso di sfratto in piena regola, insomma. Che fa pendant con la voglia dei leghisti vicini al titolare del Viminale di sfruttare il voto segreto (lo chiederanno Italia dei valori e i finiani di Fli) sull’arresto di Marco Milanese per creare «l’incidente».
Probabilmente i maroniani saranno i primi a uscire dai blocchi. Ma il loro non è l’unico gruppo della maggioranza che sta riflettendo su una rapida uscita di scena del Cavaliere. Dentro i confini del Pdl, l’appello di Beppe Pisanu sta raccogliendo sponsorizzazioni inaspettate. Alcune addirittura sorprendenti. Come quella dello storico avvocato del premier Gaetano Pecorella. Che ieri sera, rispondendo alle domande di Giuseppe Cruciani durante la Zanzara su Radio24, ha detto testualmente: «Ci vuole un nuovo governo di larghe intese, anche senza Berlusconi, con un presidente del Consiglio che sia un politico». Perché, ha aggiunto, «in una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza».
Pecorella fa un passo in più. Spiega che, secondo lui, Berlusconi dovrebbe presentarsi di fronte ai magistrati di Napoli perché «un testimone è un testimone» e «il Codice non prevede eccezioni». Ma la novità della sua uscita riguarda l’esecutivo di responsabilità nazionale, guidato da un politico e non da un tecnico. Il nome che ha in mente? Semplice. È quello di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl continua pubblicamente a insistere per la permanenza in sella di Berlusconi. In privato, però, l’ex guardasigilli è sempre più assediato da chi gli suggerisce di fare «un passo in avanti». La fila è lunga: dal ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto al vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, passando per il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. «Tutta gente», malignano ai piani del gruppo pidiellino della Camera, «che nel segreto dell’urna voterebbe senza problemi a favore dell’arresto di Milanese».
E si ritorna all’«incidente» parlamentare, alla prima data utile – giovedì prossimo, a Mezzogiorno – per far saltare il banco. Prima di questa data, però, di “sessioni di lavoro” per l’eventuale ascesa di «Angelino» a Palazzo Chigi ce ne saranno almeno un paio. Oggi, a Polignano a Mare, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, Pier Ferdinando Casini, Beppe Fioroni e Raffaele Fitto si riuniranno attorno al tavolo di un convegno dal titolo Quale Italia vogliamo?. Sono tutti possibili sponsor di Angelino. Compreso il pd Fioroni, pronto a smarcarsi dal suo stesso partito (che in blocco preme per un governo Monti). Al punto che domenica, insieme ad «Angelino» in persona, l’ex ministro del governo Prodi sbarcherà a Verona per ascoltare l’intervendo del cardinal Bertone al primo Festival della dottrina sociale.

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16 settembre 2011 at 14:13

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«Spacchettare Tremonti». In Aula il battesimo del tandem Maroni-Alfano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 agosto 2011)

Il rebus Tremonti, adesso, ha una soluzione. Spacchettare il suo ministero, lasciandogli solo il Bilancio.

Alle 14 di ieri, quando il Palazzo che attende «l’informativa» di Silvio Berlusconi è ancora deserto, il contenuto del foglietto su cui stanno lavorando nelle stanze del governo rimbalza fino al Transatlantico di Montecitorio. Tremonti lascia l’esecutivo? Oppure il Cavaliere scarica Tremonti? C’è una terza via, anche se assomiglia a una strettoia. «Spacchettare» il superdicastero dell’Economia lasciando che l’attuale inquilino si occupi soltanto di tenere i conti a posto e il pallottoliere in ordine.
Il copyright della trovata, stando a un informato retroscena del Corriere della Sera di quasi due settimane fa (firmato da Francesco Verderami), apparteneva a Bobo Maroni. E la novità che ha permesso l’accelerazione in questa direzione – oltre all’indebolimento di Tremonti per l’inchiesta su Marco Milanese – è dovuta all’intervento di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl, che qualche ora più tardi si sarebbe sottoposto col discorso in Aula al battesimo del fuoco da leader di partito, da una parte. Il ministro dell’Interno, che l’avrebbe applaudito a scena aperta e gli avrebbe financo spedito un bigliettino di complimenti, dall’altro. «Angelino» e «Bobo» compongono il tandem che, a sentire i berlusconiani della vecchia guardia, in autunno potrebbe decidere di rivoltare il centrodestra come un calzino. I successori di Berlusconi e Bossi, insomma. Quelli che spingono il premier (contro il parere del Senatur, di Letta e di Tremonti) a presentarsi in Parlamento per «mettere la faccia» sull’emergenza. Gli stessi che, nel giro di pochi giorni, potrebbero costringere «Giulietto» ad accomodarsi nel cantuccio del Bilancio, lasciando ad altri i dossier di Finanze e Tesoro.
Ad altri chi? Sprofondato su un divanetto di Montecitorio, sorridente come una Pasqua per lo sblocco dei Fondi Fas per il Mezzogiorno («E guardate che interventi per la Calabria», ripete a voce alta mostrando un elenco di piccole e grandi opere), il sottosegretario alle Infrastrutture Aurelio Misiti confida: «Ormai la strada mi pare tracciata. Tremonti si occuperà dei conti mentre il resto potrebbe finire momentaneamente sotto l’interim del presidente del Consiglio». Messo così il lodo Alfano-Maroni, che nulla ha a che vedere con la giustizia, risolverebbe il tema della collocazione di «Giuletto» e quello del suo depotenziamento. «E vedrete che Tremonti ci starà», conclude il sottosegretario.
Qualche ora dopo, sono le 17.30, l’Aula di Montecitorio inizia a trattenere il fiato. La fila nobile dei banchi del governo è praticamente al gran completo. La neofita Bernini, poi Carfagna, quindi Prestigiacomo e Romani. E ancora, sempre da sinistra a destra, Giulio Tremonti, che arriva in tempo utile per prendere posto a fianco della seggiola che attende il Cavaliere. Bobo Maroni, invece, è in leggero ritardo. Lo stesso che gli costerà uno sforzo da vecchio spot dell’Olio Cuore: prendere a due mani la sedia che un commesso si preoccupa di passargli, posizionarla a pochi metri dal premier e sedercisi sopra. «Silvio», nel frattempo, è entrato sulla scena. Sono le 17,33. «Sono qui per fare il punto…», esordisce Berlusconi. Tremonti ha le mani giunte. Tolta la sua voce, l’emiciclo pare il set di un film muto. Nei banchi del governo, gli smartphone in azione sono soltanto due: quello in dotazione a Raffaele Fitto e quello del sottosegretario Luca Bellotti, che smanettano per un po’ e poi li mettono da parte.
Man mano che la ricetta di un dottore che non azzecca garbugli si sgonfia del tutto – e succede quando Berlusconi passa dal «paese è solido» al «non sto qui a negare la crisi» – l’Aula si arroventa. Quando il premier chiude, Maroni si sbraccia per toccargli la spalla (facendo anche le funzioni di Bossi, che non c’è). Tremonti applaude. La Russa applaude. Tutta la maggioranza applaude. A conti fatti, l’applausomentro segnerà valori alti, ma non come quelli registrati quando Angelino Alfano entra a piedi uniti nel “racconto” del centrodestra che verrà. «Da quando sono i mercati a stabilire che i governi vadano a casa?». E ancora, sempre dalla viva voce del neo-segretario pidiellino: «E il popolo? E i cittadini? Noi siamo contrari a fantomatici governi tecnici».
La maggioranza inizia un incessante battimani a incoronazione di «Angelino». L’unico che s’astiene è il premier. Maroni è quello che si dimena di più.
Poi tocca a Bersani. Il segretario del Pd, rivolto al premier, scandisce: «O lei ha sbagliato discorso oppure ha sbagliato Parlamento». E ancora, stavolta in direzione dell’ex guardasigilli: «Il discorso di Alfano mi ha impaurito». Quindi il terzo messaggio in bottiglia, destinatario Tremonti, preso pari pari dal 5 maggio di Manzoni: «Vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio…». È un modo per dire al titolare dell’Economia che la stessa stampa che l’aveva incoronato, adesso, lo scarica. Berlusconi non capisce: «Ma che ha detto?». La Russa delucida. Tremonti, però, non ride. Non c’è niente da ridere. Pier Ferdinando Casini evoca una commissione bipartisan «che elabori proposte per la crescita in 60 giorni». Di Pietro, che chiama il premier «Silvio», gli dice che «dobbiamo disfarci politicamente di lei». La Camera si svuota al tramonto. Si aspetta l’apertura delle Borse. Delle decine e decine di trolley ammucchiati di fronte al guardaroba, alle 20, non rimane manco l’ombra.

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4 agosto 2011 at 10:39

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

Written by tommasolabate

22 luglio 2011 at 12:36

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