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Silvio Grillo e Beppe Berlusconi. L’antipolitica di lotta è già stata al governo. Per dieci anni.

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 28 aprile 2012)

L’esercizio, in fondo, è fin troppo semplice. Basta mettere l’uno accanto agli altri per scoprire come l’uno, Beppe Grillo, e gli altri, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, assomigliano tanto alle classiche due facce di una stessa medaglia. Perché se c’è un punto in comune tra l’antipolitica e i partiti, quello è che la prima – al pari dei secondi – ha due facce. Una <di lotta>. E l’altra <di governo>. Perché è vero che esiste l’antipolitica di lotta, che ha la cadenza genovese di Grillo. Ma è altrettanto vero che l’Italia della Seconda Repubblica ha sperimentato almeno un decennio di antipolitica di governo. Quella segnata dal tandem Berlusconi-Bossi.

Tra il sostenere che <dobbiamo uscire dall’euro perché non possiamo più permettercelo>, come fa Grillo in questi giorni, e il mettere a verbale che <l’euro non ha convinto nessuno>, come ha scandito Silvio Berlusconi il 28 ottobre scorso, c’è una sola differenza. Il primo usa i toni ultimativi di chi sta fuori dal ring. Il secondo fa sfoggio della “moderazione” (sic!) di chi comunque si trovava a presiedere il governo di uno dei principali paesi dell’Eurozona.

Che sia di lotta o di governo, l’antipolitica si nutre di bersagli comuni. In questo caso, l’euro. Pazienza se la moneta unica è l’ultimo baluardo prima del baratro. C’è un popolo asserragliato dietro l’equazione “prima un panino costava mille lire, ora costa un euro”? Fine della storia, abbasso l’euro.

E così, <si può rimanere tranquillamente nell’Unione europea senza rinunciare alla propria moneta> come ha fatto la Gran Bretagna, sentenzia Grillo sul suo blog. Oppure, <l’euro è una moneta strana che non ha convinto nessuno, che è di per sé molto attaccabile, non è di
un solo paese ma di tanti paesi che non hanno un governo unitario> et voilà, signore e signori, <ecco perché c’è un attacco della speculazione>, come diceva Silvio Berlusconi al crepuscolo della sua permanenza a Palazzo Chigi. Antipolitica di lotta. Antipolitica di governo. Due facce che trovano un diabolico punto in comune quando nel teorema viene inserita la variabile Lega Nord, che è riuscita nel corso degli anni a fornire una formidabile sintesi di come si possa essere – contemporaneamente –  politica e antipolitica, di lotta e di
governo. Basta poco, no? Nell’ordine, è sufficiente promettere meno stato e meno tasse, come faceva il Bossi prima maniera. E se poi ti trovi per dieci anni a sostenere un governo che finisce per seguire la strada uguale e contraria – più tasse e più Stato – ci si può sempre purificare con l’acqua che sgorga dalle sorgenti del Po, da somministrare rigorosamente con un’ampolla di vetro. Oppure celebrare qualche Woodstock padana sul prato verde di Pontida. E, tanto per tornare all’esempio di prima, attaccare l’euro. <Unione europea? L’euro e i massoni ci hanno rovinato>, diceva il Senatur, socio di lusso della maggioranza del governo Berlusconi, nel 2005. Per non parlare di Maroni, e lui addirittura era il ministro del Welfare, che nello stesso anno si spingeva fino a proporre <un referendum per tornare alla lira>. Una consultazione che, evidentemente, piacerebbe tanto anche al Grillo del 2012.

Ma se c’è un terreno in cui l’antipolitica di lotta e di governo dà il meglio di sé, quello si materializza quando il bersaglio diventano i partiti. Non sarebbe il caso <di fare una norimberghina>, si chiede Grillo mentre cerca di istruire il processone a Monti (<Rigor Montis>), la nuova maggioranza (<Diarrea politica>), il tridente Alfano-Bersani-Casini (<Abc del nulla>) e persino contro Nichi Vendola (<L’ho aiutato e mi sparerei nei coglioni>)? E siamo proprio sicuri che, al di là dei nomi degli imputati, Berlusconi non sottoscriverebbe la <norimberghina> proposta da Grillo? D’altronde già alla fine degli anni Settanta il Cavaliere usava nei confronti di <certi politici> gli stessi argomenti che il comico genovese avrebbe imparato a maneggiare solo una decina di anni più tardi. La prova? Basta rileggere un’intervista che Berlusconi rilasciò a Repubblica nel 1977, un documento purtroppo finito nel dimenticatoio, che il giornalista Marco Damilano ha tolto dalla naftalina citandolo nel suo ultimo libro, Eutanasia di un potere (Editori Laterza, 2012).

In quell’intervista, che il quotidiano allora diretto da Eugenio Scalfari mandò in pagina sotto il titolo <Quel Berlusconi l’è minga un pirla>, il Cavaliere sosteneva senza troppi giri di parole: <Io sono un pratico ma anche un sognatore: spero che venga fuori una nuova classe politica senza cadaveri nell’armadio, le mani pulite, poche idee ma chiare, capacità di farsi capire in modo comprensibile…>. Sembra quasi lo spot del partito on-line di Grillo, girato con trent’anni e passa d’anticipo. Come prova un altro passaggio di quella conversazione tra Berlusconi e Repubblica. <Sono pochi i politici che si sano presentare in modo chiaro e immediato, facendosi capire dalla gente. Non come Moro, che ogni volta che apre bocca ci vuole un esercito di esegeti per interpretarlo>. Perché, sempre dalla viva voce del Cavaliere, <questi capi storici hanno il culo per terra ma ingombrano la porta>. Un bestiario che, negli anni a venire, sarebbe tornato utilissimo tutte le volte che, sentendosi scricchiolare, “Silvio” avrebbe addossato la colpa ora <ai comunisti> dell’opposizione, ora <ai democristiani> della sua stessa maggioranza.

Cambiando l’ordine dei bersagli, il prodotto non cambia. L’antipolitica può essere di lotta. E può essere di governo. Anche sulle tasse. <Gli attentati a Equitalia? Bisogna capirne le ragioni>, ha spiegato Grillo. Mentre Berlusconi s’era limitato (sic!) a misure più prudenti, tipo minacciare – come fece una volta da Lucca – quello stesso <sciopero fiscale> molto caro, in realtà, anche ai suoi alleati della Lega, che qualche volta l’avevano professato anche dai banchi del governo.

Sarà che forse la plastica del partito berlusconiano del ’94 e il web delle cinque stelle grilline degli anni Duemila producono progetti politici estemporanei. Eternamente estemporanei. Sia se rimangono di lotta, sia se arrivano al governo. O, forse, molto dipende dalla presenza scenica di chi nasce e cresce abusando di un naturale propensione a saper allietare il pubblico, pagante o votante.

D’altronde, questa è una traccia comune del percorso di Berlusconi e di Grillo. Il primo ha alimentato la leggenda che lo voleva ammaliatore di turisti da crociera, accompagnato al pianoforte da Fedele Confalorieri, e che aveva in Que reste-t-il de nos amours il suo cavallo di battaglia. Il secondo, disse una volta il fratello Andrea, eseguiva numeri comici e musicali per la famiglia, <cantava e suonava la chitarra lanciando urli alla James Brown>. Il secondo ha esordito al cinema in un film chiamato Cercasi Gesù. Il primo s’è mosso come se quella ricerca si fosse esaurita in se stesso, <l’unto del Signore>. Entrambi, poi, non hanno molta dimestichezza con l’eufemismo. Il primo archivia alla voce <coglioni> gli elettori che non lo votano. Il secondo organizza il Vaffanculo day. Lasciando per un attimo le vesti del “moderato” a Umberto Bossi. E al suo dito medio. Che è stato di lotta, certo. Ma anche, e tanto, di governo.

«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

Monti propone la rivoluzione Rai al «vertice della lasagna». Ma la vera sfida è contro Passera.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 marzo 2012)

«Sia chiaro che sulla Rai io devo intervenire». Palazzo Chigi. Interno notte. Sono le 23 di giovedì quando Monti, di fronte al tridente AlfanoBersaniCasini, arriva al più delicato dei dossier del vertice. E tocca il tasto del «commissariamento».

Il presidente del Consiglio l’aveva messo in conto. L’aveva previsto, insomma, che quando il cavallo di viale Mazzini sarebbe diventato il convitato di pietra del vertice, in quello stesso istante la situazione avrebbe rischiato di precipitare. E non tanto, o non solo, per la grande guerra in corso tra un Pdl che vorrebbe il rinnovo dei vertici Rai con la legge Gasparri e un Pd che preme per il cambio delle regole. Quanto perché, come spiega uno dei tre leader in cambio della garanzia dell’anonimato, «Monti sa che lo scontro ormai s’è trasferito nelle stanze del governo». Dov’è in corso una sfida all’Ok Corral tra Super Mario, che sogna il commissariamento dell’azienda, e Corrado Passera, che invece spinge per il mantenimento dello status quo.

Davanti ad Alfano, Bersani e Casini, Monti – com’è ovvio – evita accuratamente di evocare il derby interno all’esecutivo. Ma si spinge fino a mostrare l’asso che tiene nella manica, sfruttando un assist involontario di Pier Luigi Bersani.

È il leader del Pd a dire, a un certo punto della riunione, che «noi non mettiamo veti». Semplicemente, aggiunge Bersani, «non parteciperemo alla spartizione dei posti nel consiglio d’amministrazione». E poi, sempre dalla voce del segretario dei Democratici, «parliamoci chiaro. Possiamo arrivare a fare tutte le nomine di alto profilo che volete. Ma quante ce ne sono state, di nomine di alto profilo, nella Rai degli ultimi anni? Tante, tantissime. Eppure la situazione è andata sempre peggiorando».

Monti coglie la palla al balzo. Prima rivelando – senza scendere nei dettagli – che «anche io, in passato, sono stato chiamato a scegliere se fare il presidente della Rai. Lo sapevate che anche al sottoscritto era stato proposto?». Poi aggiungendo quella che, secondo lui, rimane la strada maestra: un decreto legge che cambi le regole della governance conferendo più poteri al direttore generale. E trasformandolo, dice, «in un commissario che possa salvare l’azienda».

Di fronte al «commissariamento», che aveva già trovato la ferma opposizione di Passera, Bersani incassa un assist inaspettato e Casini prova a mediare. Ma è Alfano quello che reagisce male. «Presidente, il Pdl non accetterà mai questa ipotesi». La riunione arriva a un punto morto. A un triplice fischio che porterà la partita ai tempi supplementari. È sempre Monti a indicare la via: «Sappiate che, in ogni caso, sulla Rai io voglio intervenire. E che per me tutte le ipotesi sono in campo», è il senso del ragionamento del premier. Che invita i tre leader ad «abbandondare il mantra “legge Gasparri sì – legge Gasparri no”». E a concedersi «un po’ di tempo» per trovare il modo di «scendere dalle barricate».

Il totonomine è già partito. Piero Angela ammette ai microfoni della Zanzara di Giuseppe Cruciani (su Radio 24) di essere stato contattato. «Tutti mi stanno chiedendo se voglio fare il presidente della Rai», dice il “papà” di Quark. Risposta? «No, grazie. Penso che posso servire meglio la Rai continuando a fare il lavoro che faccio». In corsa c’è anche l’ex direttore della Stampa Giulio Anselmi. Ma è quella del dg, soprattutto se i poteri finiranno davvero per essere «pieni», la partita più importante. Il presidente del Consiglio punta a una personalità che abbia l’identikit di Enrico Bondi. E – all’interno di un risiko in cui spuntano qua e là i nomi di Francesco Caio, Mario Resca e Rocco Sabelli – anche Passera ha schierato la “sua” candidatura: quella di Claudio Cappon, ex direttore generale all’epoca dell’ultimo governo Prodi.

«Mi raccomando la solita riservatezza, eh?», si premura di dire Monti ai tre leader chiudendo i lavori del supervertice. È notte fonda. Poche ore dopo, tra le prime file del centrodestra, circolava già anche la pietanza servita a Palazzo Chigi. «Alfano dice che hanno mangiato lasagne. Si vede che il presidente del Consiglio ha voluto omaggiare Bersani e Casini, entrambi emiliani», dice un ex ministro del governo Berlusconi. Una battuta per ridere ovviamente. Al contrario del fuoco di fila che il Pdl ha aperto contro il premier sull’ipotesi di un cambio delle regole sulla Rai. Per tutti il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Non accetteremo il commissariamento dell’azienda. Nessuno pensi che facciamo finta».

Dalla lenzuolata alla coperta di Linus. Il promessificio delle liberalizzazioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

«Liberalizzazioni? Piegheremo le lobby», annuncia il 16 dicembre scorso Antonio Catricalà a Repubblica. «Su taxi e farmacie il governo non si ferma», giura tre giorni dopo il suo collega Fabrizio Barca alla Stampa.

E visto che evidentemente le lobby non avevano metabolizzato il concetto, e i “farmatassisti” nemmeno, ecco che l’esecutivo torna a farsi sentire dopo Natale, quando il “Cresci Italia” ha già visto la luce. «La nostra proposta è questa. E non può essere annacquata», mette nero su bianco Corrado Passera in un’intervista a Repubblica, la stessa in cui ricorda a baracca e burattini che l’Italia «resta in zona mortale» e, sottotesto, il governo non può permettersi traccheggiamenti. È il 22 gennaio scorso.

Lo stesso giorno, oltre al ministro dello Sviluppo economico, torna a prendere la parola anche Catricalà. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un colloquio con il Messaggero, spiega che l’operazione equità procede. Anzi, di più, l’obiettivo è praticamente raggiunto. «Stiamo eliminando i privilegi», giura. «Sui taxi nessun cedimento», afferma. «Abbiamo agito senza ideologie», aggiunge. «In modo pragmatico», insomma. A cominciare dai tassisti. Sulle licenze, dice, «decide l’Autorità dei trasporti come previsto nel testo entrato in Consiglio dei ministri». Tutto chiaro, no?

Sembrano i dialoghi di un film intitolato L’hobby di sconfiggere le lobby. Una grande storia in cui ciascuno si immagina, a mo’ di gran finale, il cittadino italiano che esce di casa, trova un taxi dopo cinque secondi e una farmacia dopo dieci, quest’ultima anche nella versione para, magari di quelle che può venderti anche i farmaci di «fascia C». Tutto molto bello.

Corrado Passera

E invece no. Perché l’annuncio del governo sull’Authority che avrebbe deciso – «sentiti i sindaci» – il numero delle licenze dei tassisti, viene rivoltato come un calzino. Adesso sono i sindaci che, «sentita l’Authority», prendono la decisione. Considerato che il primo cittadino di una città è la personalità più semplice da mettere sotto schiaffo con un blocco del traffico (della serie “Tu aumenti le licenze, io ti paralizzo le strade”), qualcuno è disposto ancora a scommettere sulla portata epocale della lenzuolata sui taxi? Certo, c’è sempre la possibilità che i sindaci sentano l’Authority dei Trasporti, perché quest’ultima può sempre ricorrere al Tar. Ma basterà? E non va meglio sul fronte farmacie. Il governo prevedeva che ne se aprissero altre cinquemila. Invece, se non interverranno nuove sorprese, ce ne saranno al massimo 3800. Da una nuova ogni tremila abitanti a una ogni 3800.

Non resistono solo i “farmatassisti”. Anche i manager pubblici sembrano sul punto di riuscire a conservare i loro stipendi. Con tanti saluti alle minacce di Maurizio Gasparri («Gli stipendi dei burocrati vanno tagliati e lo faremo», da Libero del 18 febbraio) e alla promessa fatta dal ministro Filippo Patroni Griffi al Corriere della Sera di quattro giorni fa. «Sui maxi stipendi nessuna deroga. Subito i tagli». Proprio nessuna nessuna? No, attenzione, «le deroghe saranno limitatissime», spiegano all’unisono Pdl e Pd con Renato Brunetta e Gianclaudio Bressa. Il tutto, però, incide nello stesso perimetro di incertezza ben delineato ieri sul Corriere da Sergio Rizzo in un articolo dal titolo: «Maxi stipendi, così può saltare il tetto massimo».

Antonio Catricalà

Com’è «saltato» l’obbligo dei professionisti di stilare un preventivo scritto qualora il cliente l’avesse richiesto. Non era una norma rivoluzionaria. Eppure anche quella è andata a farsi benedire in una delle tante stazioni di un calvario parlamentare che comincia il 22 gennaio. «Una piccola svolta chiamata preventivo scritto» (titolo del Corriere della Sera, 22 gennaio). «Preventivo scritto su richiesta» (Il Sole 24 ore, 25 gennaio). Dalla richiesta si passa all’obbligo. «Professionisti obbligati al preventivo scritto» (Il Sole 24 ore, 23 febbraio). Fino al triste annuncio. «Professioni, scompare l’obbligo del preventivo» (Il Sole 24 ore, 26 febbraio). Niente fiori. Niente opere di bene.

Certo, è difficile per qualsiasi governo districarsi tra lobbisti che affollano i corridoi del Parlamento e parlamentari che affollano i corridoi delle lobby. Ma anche al riparo da professionisti agguerriti e oligopolisti incalliti, dentro l’esecutivo la tendenza all’effetto annuncio rimane. Sul «tesoretto», croce (tanta) e delizia (poca, pochissima) di gente come Vincenzo Visco e Giulio Tremonti, i Professori non sembrano andare d’accordo. «Meglio evitarlo», mette a verbale Mario Monti cancellando il fondo per la riduzione delle tasse. Anzi no, «dobbiamo creare un tesoretto per favorire la crescita», replica Corrado Passera. Per non parlare dell’indecisione – ma è solo un eufemismo – che finora ha accompagnato lorministri nel delicato dossier sulla riforma del welfare. L’articolo 18? «Non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte», dice Elsa Fornero al Corriere della Sera il 18 dicembre scorso. Anzi no, «sono caduta in una trappola», spiega durante Porta a porta tre giorni dopo. «Fornero è caduta nella trappola di se stessa», osserva Ferruccio de Bortoli su Twitter commentando la retromarcia del ministro. Lo stesso ministro che, poco dopo, inverte nuovamente la rotta portando il direttore del Corriere della Sera a correggere il tiro: «Fornero ha chiarito che non vi è stata alcuna trappola del Corriere. Ringrazio il ministro per la sua onestà intellettuale». Tutto questo succedeva due mesi fa. Proprio mentre i Professori cominciavano a dilettarsi nell’hobby di dare la caccia alla lobby. All’alba di un processo che ha trasformato la lenzuolata in una coperta. Di Linus.

L’ultima disperata carta di Berlusconi. Il Colle in cambio del via libera alla Grande Coalizione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 febbraio 2012)

Mentre lui, sul Corriere del Ticino, prova a superare ogni record di filomontismo ribadendo che non si candiderà mai più per Palazzo Chigi, il Giornale di famiglia – con un lungo articolo di Paolo Guzzanti – torna a darlo in corsa per il Quirinale. Che cosa ha davvero in mente Silvio Berlusconi?

Lo scenario che disegnano nella sua cerchia ristretta sembra una storia a metà tra il grottesco e la fantascienza. E parte da un’analisi sulla primavera del 2013 che alcuni berlusconiani hanno svolto alla presenza del Cavaliere qualche settimana dopo Natale. Della serie, «non dimentichiamoci che l’anno prossimo il primo atto della legislatura, dopo le elezioni dei presidenti di Camera e Senato, sarà la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Sarà quest’ultimo a nominare il prossimo presidente del Consiglio…». Com’è successo nel 1992, quando fu Oscar Luigi Scalfaro, appena insediatosi al Colle, a conferire l’incarico a Giuliano Amato. E, ricordava l’altro giorno a Montecitorio il deputato del Pdl Peppino Calderisi, «com’è capitato anche nel 2006, quando prima si elesse Giorgio Napolitano, poi quest’ultimo nominò Romano Prodi presidente del Consiglio». Di conseguenza, prosegue il ragionamento che alcuni berluscones hanno condiviso col Capo, «in linea di principio potremmo ragionare sul Quirinale soltanto se avremo i numeri per minacciare la Grande coalizione a cui pensano Casini e una parte del Pd..».

Certo, a oggi è impossibile immaginare anche solo lontanamente Casini che dà il via libera per la corsa di Berlusconi verso il Colle in cambio del sostegno alla Grande coalizione. Sta di fatto che, da quando ha cominciato a sintonizzare le sue antenne sul 2013, il Cavaliere ha mutato la sua strategia, rivoluzionando persino l’approccio dei falchi del Pdl nei confronti di Monti.

Fino alla fine del 2011 Berlusconi è rimasto in silenzio. Adesso, come ha fatto anche ieri nell’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, incensa il governo dei Professori e il suo comandante in capo in maniera fin troppo sospetta. «Oggi lui (Monti, ndr) si trova nella condizione di realizzare quelle riforme che il mio esecutivo aveva avviato (…). Per questo gli daremo il sostegno necessario». E ancora: «Conosco bene la serietà e la competenza di Monti, che io stesso nel 1995 sostenni per l’incarico di commissario europeo al Mercato interno». Per non parlare di tutti i falchi – politici e intellettuali – che incidono nello stesso perimetro del Cavaliere. Il Giornale, che insieme a Libero e il Foglio minacciava il «ricorso alla piazza» per fermare la tecnocrazia, adesso ha cambiato registro. Al punto che il suo direttore Alessandro Sallusti, ospite di Andrea Vianello durante la trasmissione di RaiTre Agorà, la settimana scorsa s’è spinto fino al punto di dire che voterebbe per Monti se quest’ultimo si candidasse alla guida di uno schieramento di centrodestra. Stesso discorso, tanto per fare un altro esempio, vale per Daniela Santanché: “prima della cura” le dichiarazioni di guerra contro i Professori, “dopo la cura” la conversione al montismo ortodosso condito dall’auspicio – affidato un paio di settimane fa al Foglio – di diventare «la sorella di Elsa Fornero».

Bastano le voci sulla speranza di tutelare Mediaset (anche nell’asta per le frequenze tv) per spiegare la scelta berlusconiana di giocare tutte le fiches sulla Grande Coalizione anche dopo il 2013? Bastano i veleni di Bossi sulla sentenza Mills («Pensavo che Berlusconi fosse condannato, invece i suoi voti sono determinanti per il governo Monti») per motivare la presenza del Cavaliere tra gli ultras dei Professori? Oppure c’è dell’altro? E qui si ritorna alla casella di partenza. A quell’ormai disperata rincorsa dell’ex presidente del Consiglio verso il Colle. Una rincorsa che, a prender per buona l’analisi di Paolo Guzzanti sul Giornale di ieri, potrebbe presto ricominciare. Titolo: «Adesso il Cavaliere è più forte: può puntare pure al Quirinale». Catenaccio: «La sentenza Mills rimette in pista Berlusconi».

Tutto, però, dipenderà dalle elezioni dell’anno prossimo. E dall’eventualità che Berlusconi, dopo la tornata elettorale del 2013, abbia ancora la forza di far dipendere da lui la nascita di una Grande Coalizione, magari con Mario Monti o Corrado Passera a Palazzo Chigi. Fino ad allora, però, rimarrà dietro le quinte. Uscendo allo scoperto solo per garantire il suo sostegno ai Professori. E continuando, in privato, a inventare barzellette. Come quella con cui ha allietato di recente alcuni amici, che ha per protagonista Bossi junior. «Il Trota va dall’Umberto per parlargli della stagione dei congressi della Lega. “Papà, papà, tra pochi giorni c’è il congresso a Bergamo. Che cosa dobbiamo fare?”. E Bossi, di rimando: “Andremo a parlare coi bergamaschi”. E il giovane Renzo, insospettito: “E con le bergafemmine no?”».

Passera vuole l’accordone, la Confindustria pure. Sul welfare Bersani ora spera nell’happy end.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di del 24 febbraio 2012)

Quando Pier Luigi Bersani varca il portone di Palazzo Chigi per il faccia a faccia con Mario Monti (terminato poco prima della chiusura del Riformista), sul dossier «lavoro» tra i suoi fedelissimi trapela un ottimismo forse imprudente ma tutt’altro che cauto. È come se, all’improvviso, il leader Pd si sia convinto che il presidente del Consiglio non arriverà alla rottura.

Nel braccio di ferro con l’esecutivo, il segretario del Pd non molla di un millimetro. Certo, Bersani si muove con la consapevolezza di chi non può permettersi di aprire la crisi con Monti. Ma il messaggio che invia al premier di buon mattino, rivolto anche al fronte grancoalizionista del Pd (da Walter Veltroni a Enrico Letta, passando per la new entry Dario Franceschini), è chiaro. «Trovo del tutto assurdo, immotivato e infondato il tema Monti sì-Monti no», scandisce il leader dei Democratici. «Monti sì. L’abbiamo detto e voluto», aggiunge. Ma, conclude, sul «patto di lealtà» che lega il Pd a Super Mario, almeno dal punto di vista di Bersani, c’è anche la data di scadenza: 2013. «Abbiamo intenzione di aiutare questo governo, rispetto al quale c’è un patto di lealtà che non verrà meno» e «che deve durare fino alla fine della legislatura». Sottotesto, “non un minuto di più”.

Il segretario del Pd nega le divisioni interne. «Non ci sono spaccature nel Pd». E lo stesso fa Rosy Bindi, altra nemica della Grande Coalizione, che camminando nel Transatlantico di Montecitorio scandisce: «Noi non ci di-vi-de-re-mo». Entrambi, però, sanno che il grande elemento di divisione riguarda il 2013. Ma tutti e due sono, nelle ultime ore, molto più tranquilli sul grande fronte che riguarda la riforma del Welfare e soprattutto l’articolo 18. Domanda: perché sperare in una riforma sottoscritta da tutti i sindacati (Cgil compresa) quando le premesse – soprattutto dopo gli ultimi interventi di Monti e della Fornero – vanno nella direzione opposta?

Tra i fedelissimi del segretario circola voce di uno o più contatti telefonici in cui il presidente del Consiglio, nel preparare il faccia a faccia di ieri sera, avrebbe rassicurato Bersani sull’happy end di tutta la trattativa. In fondo, si tratta della stessa tesi del pidiellino Guido Crosetto, convinto che «alla fine si tratterà di una riforma light, in cui magari si deciderà che il numero minimo di dipendenti delle aziende per cui verrà applicato l’articolo 18 passa da 15 a 18, al massimo 20».

Ma c’è dell’altro. A quartier generale del Pd hanno fiutato che, proprio sulla riforma del lavoro, c’è una spaccatura dentro l’esecutivo. Una spaccatura tra chi, come Elsa Fornero, è disposta ad andare avanti anche senza il consenso di tutte le parti. E chi, come Corrado Passera, insiste sull’importanza di trovare – come ha detto il titolare dello Sviluppo economico in una riunione – «l’accordo con tutti i sindacati, a cominciare dalla Cgil».

Strana la partita di Passera. È considerato il più vicino al centrodestra di tutti i ministri; eppure, come ha confidato a qualche amico il leader della Cgil Susanna Camusso, «è l’unico membro del governo con cui si può parlare serenamente». E non è tutto. A molti è sfuggito che, alla fine della delicata vertenza della Fincantieri di Genova, risolta grazie all’utilizzo degli ammortizzatori sociali, l’ex capo operativo di Intesa-Sanpaolo ha incassato (insieme a Giorgio Napolitano, naturalmente) nientemeno che l’applauso della Fiom.

Non c’è soltanto Passera a tranquillizzare i sonni del Pd su welfare e articolo 18. Anche Giorgio Squinzi, il favorito nella corsa (l’altro competitor è Alberto Bombassei) alla presidenza della Confindustria, è molto cauto sul dossier. Al punto che ieri ha messo a verbale che sì, «l’articolo 18 è un’anomalia tutta italiana». Ma, ha concluso, «non è l’unico problema né quello più importante».

Basteranno i dubbi di Passera e la posizione di Squinzi a blindare una riforma che non provochi una frattura tra governo e parti sociali? Chissà. Di certo c’è che Monti metterà mano all’articolo 18 perché, come ha spiegato agli altri ministri, «ce lo chiede l’Europa». In fondo, per il momento, anche Bersani si fida: «Il presidente del Consiglio ha davvero l’intenzione di trovare una soluzione condivisa da tutti».

La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

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