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Per trattare col Pd, Angelino prepara un bavaglio per la legge-bavaglio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 marzo 2011)

L’annuncio del primo atto della trattativa con l’opposizione, l’eliminazione della «norma transitoria sul processo breve», l’ha affidato domenica ai microfoni di Lucia Annunziata. Il secondo atto, invece, Angelino Alfano l’ha riservato a pochissimi interlocutori. Perché riguarda la «legge bavaglio».

Sulla mission impossible di mandare avanti l’«epocale» (il copyright è di Silvio Berlusconi) riforma della giustizia, Angelino Alfano sa di giocarsi il tutto per tutto. E sa, perché lui stesso l’ha confidato anche ad alcuni interlocutori dell’opposizione, di avere «moltissimi nemici invisibili» anche all’interno del blocco Pdl-Lega.

Per avere la prova dell’ostracismo sotterraneo che il ministro della Giustizia ha cominciato a subire all’interno del suo stesso schieramento basta guardare a quello che è successo (o meglio che non è successo) ieri pomeriggio a Montecitorio. Quando, alla scadenza della presentazione per gli emendamenti sul processo breve, nessun pidiellino della commissione Giustizia s’è preso la briga di dar seguito alla promessa fatta da Alfano di fronte alle telecamere di In mezz’ora presentando un emendamento soppressivo della norma transitoria sull’ammazza-processi. Niente di niente. Sicuramente si tratta di una bolla di sapone, visto che il relatore del provvedimento Maurizio Paniz s’è preso la briga di dire alle agenzie di stampa che «presenterò io domani (oggi, ndr) la norma soppressiva». Ma tanto è bastato perché, dalle opposizioni, partisse la corsa ai sospetti. «Indipendentemente da quello che farà il relatore», ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Giustizia Donatella Ferrante, «emerge il dato politico che il gruppo del Pdl non segue il ministro Alfano». «Questo ritardo denuncia o grande confusione o ancora tattica», ha messo a verbale il braccio destro di Casini Roberto Rao mentre il dipietrista Federico Palomba ha archiviato il tutto alla voce «ennesima buffonata del Pdl».

Vista l’aria che tira è comprensibile che Alfano tenga per sé (e per pochissimi eletti) le prossime carte che giocherà sul tavolo della trattativa con l’opposizione. Tra queste ce n’è una che gli sta molto a cuore, non foss’altro perché l’ha già anticipata al capo dello Stato: la cancellazione dai radar del Parlamento del testo sulle intercettazioni uscito dal Senato. Proprio così, della «legge bavaglio» che di recente Berlusconi ha promesso di voler riportare a galla.

La mossa è azzardata, ovviamente. Ma il guardasigilli sa che, se non gioca qualche jolly a inizio partita, il cammino della riforma si farà sempre più in salita. Al quartier generale nazionale del Pd hanno capito la sua strategia. E dopo che Pier Luigi Bersani ha chiuso il varco di fronte a tutte le tentazioni «di Aventino» che pure ci sono tra i suoi, il principale partito dell’opposizione ha deciso di «vedere il punto».

Non è un caso se ieri mattina s’è materializzata una proposta di riforma della giustizia firmata dal Pd. Sotto una headline con i richiami alla Carta del ’48 («Il programma fondamentale del Partito democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana»), il partito di Bersani ha confezionato una proposta articolata in tre capitoli. Il primo sulle emergenze (la giustizia civile, l’organizzazione e le carceri), il secondo sui tempi del processo penale e sulle «garanzie» per l’imputato, il terzo sull’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario «con particolare riferimento a Csm e sezione disciplinare». Una novità? Tutt’altro, visto che si trattava del «pacchetto giustizia» del Pd elaborato a maggio dell’anno scorso, che un’idea di Bersani e del responsabile Giustizia Andrea Orlando ha trasformato in un giochino. «E infatti nessuno s’è accorto che si trattava di proposte che abbiamo presentato già nel 2010», sghignazzava il segretario ieri sera.

Ma tutto questo è il segno che qualcosa si sta muovendo. A prescindere dai tiri di fioretto tra Alfano e l’opposizione. L’ultima sfida è andata in scena ieri, in un convegno sull’Antimafia convocato in una delle sedi della Camera dei deputati. «Se il governo dice che quella della giustizia è una riforma epocale, per coerenza dovrebbe togliere tutte le leggi che non si possono proprio definire epocali», ha detto dal palco Andrea Orlando. E ancora, sempre diretto al guardasigilli (che era in sala), sempre dalla viva voce del responsabile Giustizia del Pd: «Serve una riforma della giustizia e non della magistratura. E attraverso una legislazione ordinaria non costituzionale». «Al Pd dico: occhio che il “benaltrismo” non diventi la fase terminale di un grande ammalato che è il riformismo. Perché col “benaltrismo” muore il riformismo», ha replicato a stretto giro il ministro della Giustizia. Uno che, oltre all’eliminazione dell’ammazza-processi, ha già in mente “ben altro”. A cominciare dall’accantonamento della legge bavaglio, appunto. Che presto potrebbe diventare definitivo.

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Written by tommasolabate

15 marzo 2011 a 14:10

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