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Totoministri / 2 (Terzo milanista di fila a Palazzo Chigi).

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Le quotazioni del borsino mattutino lasciano intendere che, dopo Berlusconi e Monti, Palazzo Chigi potrebbe di nuovo toccare a un milanista. 

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Written by tommasolabate

24 aprile 2013 at 08:36

Quella partita a scacchi tra Bersani e Monti. «No a Letta. Amato? Non lo indica certo il Pd»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 novembre 2011)

«Professore, il Pd sosterrà il suo governo ma non indica alcun ministro. Se vuole mettere dentro Amato bene, ma non lo indichiamo noi. Quando a Letta…». Il rebus del governo è tutto nelle parole che Bersani dice a Monti.

Gianni Letta sì, Gianni Letta no. Giuliano Amato dentro, Giuliano Amato fuori. Governo tecnico, semi-tecnico o con qualche innesto politico di peso. Il gigantesco rebus che ha portato Mario Monti a rinviare a stamattina il taglio del nastro dell’esecutivo è tutto nella consultazione del presidente del Consiglio incaricato col Partito democratico.

Va avanti da giorni, il gioco di rimbalzi tra il quartier generale del Pd al Nazareno e il Professore. Da quando quest’ultimo, prima delle dimissioni di Berlusconi, aveva lasciato intendere la sua volontà di avere «qualche politico nella squadra». Uno per polo. Uno del Pdl, che viene immediatamente individuato in Gianni Letta. Uno del Pd, che sembra essere – stando alle preferenze dell’ex commissario europeo – Enrico Letta. E uno del Terzo Polo, da individuare in una personalità di altissimo profilo. Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini, insomma.

È Bersani a frenare. Già da sabato scorso. Il segretario, che riesce a portare sulla sua linea il gotha del Pd, chiude alla possibilità di indicare un democratico doc per il governo. E soprattutto prova a sbarrare la strada a Gianni Letta. Sia chiaro, l’argomentazione bersaniana non è campata in aria. «Presidente», dice a Monti prima che la Camera licenzi la legge di stabilità, «saremo i primi sostenitori di questo governo. Ma per noi è difficile dare il via libera al dottor Letta, che rappresenta uno dei personaggi chiave di quel Pdl che abbiamo combattuto e continueremo a combattere».

La partita, come dimostrano i totoministri che straripano di tecnici, sembra chiusa. Invece le voci sono solo specchietti per le allodole. Perché il problema che emerge nelle triangolazioni incrociate Palazzo Giustiani-Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo è molto semplice: «In ministeri come gli Interni e gli Esteri non ci possono andare uomini con un pedigree esclusivamente accademico. E questo vale anche per chi, a Palazzo Chigi, prenderà la delega sui servizi segreti».

E si arriva a ieri. All’incontro tra Mario Monti e la delegazione del Pd. Quella in cui Bersani ribadisce al premier incaricato la sua difficoltà a dare il via libera a Gianni Letta. La stessa in cui il leader dei Democratici torna ad affrontare la questione Amato. «Se per lei va bene, per noi Amato va benissimo. L’unica cosa è che non lo indichiamo noi», è il senso del ragionamento bersaniano. Lo stesso con cui «Pier Luigi» ribadisce che il governo deve aver un profilo «puramente tecnico».

Nelle ore successive, come in una partita di calcio che s’infiamma nel finale dopo esser apparentemente filata via liscia verso un pareggio, saltano gli schemi. Bersani sale al Quirinale. E i dipietristi, gli stessi che sono stati convinti proprio dal segretario del Pd a sostenere il governo Monti, lo affiancano nella sua battaglia. Basta citare per tutti Leoluca Orlando: «Se nel governo tecnico ci fosse un Letta, sia che si chiami Gianni oppure che si chiami Enrico, noi diremmo no». La musica è diversa nel Terzo Polo. Sia Casini che Fini danno il via libera all’ingresso nel governo di Letta e Amato. Di più, “Pier” e “Gianfranco” iniziano a riflettere sul nome del terzopolista di peso da far inserire nella lista del Monti I. «È uno di loro due», spiega un autorevole esponente dell’Udc. «Uno tra Casini e Fini».

Morale della favola? Alle 19, i nomi di Letta, Amato e del Mister X terzopolista (favorito Casini) sono in campo. Alle 20 scompaiono dalla lista. Per poi ricomparire alle 21 e riscomparire alle 21.30, quando il Riformista va in stampa. L’ex presidente del Senato Franco Marini, che di nascite di governi ne ha viste un bel po’, azzarda: «Qualche politico di peso ci vuole. Secondo me, questo governo nascerà nella notte».

Mario Monti, intanto, s’era già presentato alla conferenza stampa fissata a Palazzo Giustiani. «Le parti sociali hanno dato la propria disponibilità a contributi concreti che possano causare sacrifici parziali per il bene comune», è stata la sintesi degli incontri con le parti sociali. E poi, rivolto ai cronisti: «Grazie per l’attenzione e la pazienza con cui avete seguito questa gestazione». Nulla di più. S’è voltato e s’è incamminato verso la notte decisiva. Quella in cui l’ultimo rebus sull’esecutivo sarà risolto. Quello in cui gli interrogativi su Letta, Amato, Casini e la natura tecnica o semi-tecnica del Monti I troveranno risposta certa.

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16 novembre 2011 at 10:28

«Pochi mesi» o «fino al 2013»? Nel Pd c’è tensione sulla durata del governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 novembre 2011)

Gli ultimi ad arrendersi sono stati Veltroni e Letta, i più convinti sostenitori della teoria secondo cui «i politici sarebbero dovuti entrare nel governo d’emergenza». Nel braccio di ferro sotterraneo andato in scena dentro il Pd, per ora passa la linea di Bersani: «I ministri saranno solo tecnici». Ma c’è tensione sul voto anticipato.

E dire che il tira e molla all’interno dei Democratici va avanti da venerdì scorso. Da prima, cioè, che anche Mario Monti manifestasse la sua preferenza ad avere nella squadra qualche politico di peso. «Walter» ed «Enrico», che negli ultimi giorni sembrano gli esponenti del Pd meglio sintonizzati con le antenne del Colle e con quelle del premier incaricato, l’avevano spiegato al segretario: «Pier Luigi, guarda che Monti preferisce averli, i ministri politici».

Bersani ha ascoltato le ragioni dell’ex leader e quelle del suo vice. Poi, citando i veti che arrivavano da Berlusconi, ha impresso lo stop: «Non possiamo mica muoverci da soli». Una spiegazione che, nel pomeriggio di sabato, «Pier Luigi» aveva opposto anche al premier in pectore: «Noi ci sentiamo garantiti da lei, presidente. Non abbiamo bisogno di altro».

Per il Pd, insomma, la partita dei ministri politici si può considerare chiusa. Lo dice Massimo D’Alema, rispondendo alle domande di Lucia Annunziata a In mezz’ora: «Per noi deve essere un governo tecnico, senza uomini dei partiti. Ma questo non è un disimpegno. Daremo il sostegno a Monti con tutte le nostre energie». Lo conferma anche uno dei principali esponenti della minoranza interna, Beppe Fioroni: «Al 99,9 per cento siamo tutti d’accordo sul governo esclusivamente tecnico. E questo, secondo me, può anche essere un segnale di forza. Il dibattito sui ministri politici rischiava solo di incasinarci la vita». Come ha capito perfettamente anche Mario Monti. Che in serata, al termine del primo giro di consultazioni, ha ribadito la volontà di avere dei politici in squadra precisando però che «capirei i loro no».

Eppure, nonostante il tormentone sulla natura del governo sia destinato a eclissarsi, dentro il Pd la tensione rimane alta. Colpa dei sospetti incrociati che circolano tra i Democratici sulle reali intenzioni di sostenere il governo fino alla fine della legislatura. Sul punto Monti ha rotto tutti gli indugi e tolto ogni residuo di ambiguità: «L’orizzonte temporale in cui il futuro governo si colloca è da oggi alla fine della legislatura». Certo, ha precisato, «è ovvio che il Parlamento può decidere in qualunque momento che l’esecutivo non è più degno della sua fiducia». Ma attenzione. «Se però venisse prefissata una data al di qua del 2013», ha scandito l’ex commissario europeo, «questo toglierebbe credibilità all’orizzonte del governo. E non lo accetterei».

Basta confrontare le parole del prossimo presidente del Consiglio con quelle messe a verbale dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina per intercettare la buriana che tornerà a soffiare al Nazareno. Ventiquattr’ore prima della conferenza stampa di Monti, Fassina ha rilasciato un’intervista uscita ieri sul Quotidiano nazionale. Per dire, senza troppi giri di parole, che «questo governo dovrà risolvere le emergenze, calmare le pressioni internazionali e poi portare il Paese al voto». La tempistica? «Qualche mese dovrebbe essere sufficiente».

La posizione di Fassina, ovviamente, non piace né a Veltroni né a Letta, né a Franceschini e nemmeno alla Bindi, tutti ormai sintonizzati sul voto nel 2013. «Dobbiamo smetterla con il gioco dei veti incrociati», spiega il veltroniano Giorgio Tonini. «E soprattutto, visto che in ballo ci sono le sorti del Paese, dobbiamo affidarci a quello che vogliono Monti e il presidente della Repubblica Napolitano. Siamo nelle loro mani». Nessuno, e men che meno Tonini, si spinge fino a una chiamata in correità di Bersani, di cui Fassina è uno dei fedelissimi. D’altronde, dentro il partito, in tanti hanno riconosciuto la «generosità» dimostrata dal segretario nel favorire l’esecutivo Monti scartando il ricorso alle urne. Però i punti interrogativi rimangono. Al pari dei sospetti su chi, puntando sui sondaggi che danno il Pd a un passo dal 30 per cento (come quello di Termometro politico, pubblicato ieri dalla Stampa), potrebbe spingere per chiudere la legislatura nel giro di pochi mesi.

E il totoministri? In attesa dell’incontro tra Monti e la delegazione del Pd, le voci sui “papabili” si sono arrestate. Non quelle su Giuliano Amato, che pare sempre più in pole position per un posto nella squadra.

Written by tommasolabate

15 novembre 2011 at 12:30

«Pure Gianni Letta ci sta». La tela Pd-Casini sul governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 novembre 2011)

Alle 21 di sera, quando ciascuno dei leader dell’opposizione ha finito di parlare con Gianni Letta, nel mazzo restano tre carte. E altrettanti possibili premier: Mario Monti, Giuliano Amato e Pier Ferdinando Casini.

Perché quel governissimo che sembrava aver lasciato tutto il terreno all’opzione «elezioni anticipate» – come spiegano ai propri uomini Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, Romano Prodi e Gianfranco Fini – adesso torna in auge. Ed è visibile su quasi tutti i radar da sabato pomeriggio. Da quando, stando a quel che risulta sull’asse Pd-Udc, si materializza un colpo di scena. E cioè che «anche Alfano e Gianni Letta», come riassume Casini nei colloqui riservati, «cominciano a lanciare segnali per la “defenestrazione” del Cavaliere e la sua sostituzione con un esecutivo d’emergenza». Ovviamente, a cominciare da Pier Luigi Bersani, sono in tanti a pensare a un bluff. In tanti a chiedersi come sia possibile che persino all’interno della prima cerchia di berluscones ci siano così tanti pezzi da novanta pronti a fare il «grande passo».

In pochi hanno voglia di fare un salto nel buio. Antonio Di Pietro lo dice chiaro e tondo a Dario Franceschini, quando il capogruppo del Pd gli si presenta davanti col foglietto per la raccolta delle firme in calce alla mozione di sfiducia. «Per adesso noi aspettiamo. Voglio vederci chiaro, Dario. E soprattutto teniamo gli occhi aperti. Non è il caso, dopo il 14 dicembre 2010 e il 14 ottobre 2011, di rischiare un flop che manderebbe tutto a monte». Per testare il grado di credibilità dei pidiellini serve una prova. E la prova, o almeno qualcosa di molto simile, arriva all’ora di cena di domenica. Quando le agenzie iniziano a battere la notizia della defezione di Gabriella Carlucci, che lascia il Pdl per passare all’Udc. In molti pensano che si tratti dell’ennesima operazione di Paolo Cirino Pomicino, che delle sorelle Carlucci è amico da una vita. E invece no. La lettura che viene offerta dai alcuni centristi agli scettici del Pd è un’altra: «Allora non avete capito nulla? La Carlucci risponde a Raffaele Fitto e basta…».

A quel punto, e siamo a ieri mattina, la macchina del governissimo è di nuovo in moto. Dal punto di vista del Pd, a cominciare da quello del segretario, manca solo un tassello. Casini deve escludere la possibilità di entrare da solo in un centrodestra allargato e compatto dietro la bandiera di Gianni Letta. Il leader dell’Udc aspetta l’ora di pranzo e poi dichiara: «L’Udc e il Terzo Polo hanno espresso la convinzione che è necessario uno sforzo straordinario delle forze politiche di maggioranza e di opposizione per salvare l’Italia». Maggioranza e opposizione, dunque anche il Pd. E visto che il Pd, come spiega il lettiano (nel senso di Enrico) Francesco Boccia, «non potrebbe mai dire sostenere un governo Gianni Letta», ecco che lo spettro del “doppio gioco” del leader centrista scompare dietro l’orizzonte. Lasciando in piedi le altre tre ipotesi: Monti, Amato e, da ultimo Casini stesso. Sulla carta tutti e tre – è la risultante dei tanti vertici che hanno scandito il tempo della giornata di ieri – hanno il potenziale sostegno di Pd, Terzo Polo e Pdl de-berlusconizzato (con le incognite di Idv e Lega tutte da verificare). In realtà, però, solo la prima – e cioè Monti – ha reali possibilità di decolare a stretto giro.

Rimangono due incognite. E non sono di poco conto. La prima riguarda la giornata di oggi, in cui il blocco dell’opposizione ha intenzione di sferrare l’attacco finale al premier. Il no (tattico) sul rendiconto rimane un’opzione. Da tirare fuori nel caso in cui il pallottoliere degli anti-Silvio (il rischio sorpasso di gioca su tre deputati: Milo, Buonfiglio e Pittelli) abbia bisogno di una «spintarella» per mandare in minoranza il Cavaliere.

Il seconda incognita è il Pd. La stragrande maggioranza dei giovani della segreteria Bersani, che temono un’operazione che guardi a Mario Monti come candidato premier del futuro centrosinistra allargato all’Udc, propende per il voto anticipato. Al punto che numerosi fan del governissimo, come Letta e i lettiani, hanno avvertito il segretario. Della serie, «se il Pdl sostiene un esecutivo Monti, non possiamo essere noi a tirarci indietro». Perché a quel punto, «il partito si spaccherebbe in due». E la coalizione pure.

E non è tutto. Che cosa succederebbe se Di Pietro e Vendola cominciassero ad attaccare il governo d’emergenza e rifiutassero di far parte (per Sel il problema sarebbe diverso, visto che non sta in Parlamento) di una maggioranza insieme a pezzi del Pdl? Succederebbe quello che un autorevole esponente del Pd spiega a microfoni spenti in tarda serata: «Se Berlusconi dicesse sì al governo d’emergenza, i primi a dividerci saremmo noi. Mica il Pdl…».

Written by tommasolabate

8 novembre 2011 at 12:45

Il tradimento degli ex forzisti e l’allarme sul rendiconto. La partita a Shangai che porta alla caduta di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 novembre 2011)

«Ci stanno portando via una decina di deputati». Quando evoca la «congiura», nel bel mezzo dell’ufficio di presidenza del Pdl, Angelino Alfano pensa all’Incidente. Teme che il governo cada di nuovo sul rendiconto. E, stavolta, «per sempre».

L’ufficio di presidenza del Pdl termina pochi minuti dopo l’inizio del consiglio dei ministri. Quando comincia la riunione di governo a Palazzo Chigi, insomma, a via dell’Umiltà hanno appena finito di fare i conti col risiko che potrebbe aprirsi subito dopo la riunione di governo. È una rilfessione amara, quella che Alfano è costretto a svolgere nella giornata più dura da quando è segretario del partito. «C’è una congiura contro di noi. E dobbiamo resistere almeno fino a Natale, scongiurando qualsiasi altro governo. Per poi correre a elezioni anticipate». A quelle elezioni anticipate, anche se non lo dice esplicitamente, «Angelino» sa che toccherebbe a lui correre per la premiership. Il lavorìo avviato sul fronte Ppe, quei contatti che l’hanno portato a ottenere un posto d’onore al congresso dei Popolari europei in programma a Marsiglia a inizio dicembre, è la spia che il «via libera» di Berlusconi è già arrivato da qualche settimana. Come dimostra anche l’accelerazione forsennata che l’ex guardasigilli ha impresso al tesseramento nel partito, «anche per tentare di arginare – come dicono i suoi – lo strapotere degli ex An».

Ma tutto rischia di andare a monte. A causa della «congiura». «Non ci stanno tradendo i leghisti o certi personaggi borderline che stanno in Parlamento con noi. Stiamo perdendo i “nostri” amici», è l’amara riflessione che il segretario sta facendo da qualche giorno. I nomi dei frondisti, che rimbalzano nel Transatlantico semideserto di Montecitorio, sono quelli di coloro che si sono appena alzati da una riunione carbonara nel centro della Capitale. Roberto Antonione, che ieri l’altro ha formalizzato l’addio alla maggioranza; Giustina Destro, avamposto montezemoliano a Palazzo, che se n’è uscita prima dell’ultimo voto di fiducia; più Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio, Guglielmo Picchi, Giancarlo Pittelli, Fabio Gava. Alcuni di loro stavano in Forza Italia dai tempi della discesa in campo. E le voci di chi sostiene che saranno una decina di «Bruto» a dare la pugnalata finale a «Silvio-Cesare», sembrano quasi voler confermare l’allarme che la deputata Nunzia De Girolamo aveva lanciato a Denis Verdini. «Denis, guarda che a furia di rincorrere i Responsabili, finirà che a voltare le spalle al Presidente saranno proprio i nostri. Quelli che stanno da una vita con lui».

Il percorso verso la caduta sembra più intricato di una partita a Shangai. I leader dell’opposizione che tengono i contatti con la fronda, a cominciare da Pier Ferdinando Casini, devono prendere ogni singola bacchetta evitando di toccare le altre. Roberto Rao, che del leader centrista è braccio destro e spin doctor, prova a smorzare l’atmosfera con una battuta che evoca le recenti “vittorie” del premier in Parlamento: «Abbiamo avuto il 14 dicembre e il 14 ottobre. Evitiamo di aggiungere il 14 novembre…». Già. Ma come gestire l’operazione che dovrebbe portare alla caduta del governo Berlusconi? Come muovere sulla scacchiera quei parlamentari che, come dice Casini, «stanno pensando di uscire dalla maggioranza»?.

Se Berlusconi non cede prima lo scettro «a Gianni Letta», uno scenario che il sito Nordest.eu attribuisce nientemeno che a Maurizio Paniz (che poi parzialmente rettifica), diventa centrale il ritorno alla Camera del rendiconto già bocciato da Montecitorio. Le opposizioni hanno concesso al blocco Pdl-Lega di aggirare la norma che impediva la riproposizione entro due mesi di un provvedimento già bocciato. «Ma questo», come hanno convenuto i capigruppo di Pd-Idv-Terzo Polo, «non significa che voteremo a favore».

L’obiettivo, come spiegano fonti centriste, è proprio quello. Far emergere la fronda (magari con una raccolta di firme contro Berlusconi) minacciando un secondo no al rendiconto, che bloccherebbe a seguire anche le misure anti-crisi. «A quel punto o il Cavaliere s’arrende oppure va sotto». L’Incidente, insomma. Ma questo è soltanto il primo passo. Il secondo sarebbe provocare una slavina all’interno del Pdl. Convincendo una fetta di deputati berlusconiani a rischio rielezione a tuffarsi nella prospettiva del governissimo sotto l’ombrello del Colle, evitando quindi le forche caudine del voto anticipato. Lì, e torniamo ai timori a cui ha dato voce Berlusconi, «sarebbe l’ora di gente come Mario Monti o Giuliano Amato».

Stavolta, con lo spread alle stelle e il G20 alle porte, è quasi scontato sostenere che la «congiura» andrà in porto. Gli uomini-macchina del Cavaliere, paradossalmente, erano riusciti a intercettare il piano. «La lettera della settimana scorsa doveva rimanere segreta», dice uno dei berlusconiani. «Poi, qualcuno che ha preferito non firmarla, ci ha fatto un favore, consegnandola all’Ansa». Una vittoria di Pirro. Una delle ultime, forse, dell’organizzazione del premier. Che s’infila nella notta buia di Palazzo Chigi accompagnato dal titolo dell’editoriale della sera che Giuliano Ferrara sforna sul sito del Foglio: «Fucilate il soldato Cav.».

Written by tommasolabate

3 novembre 2011 at 12:03

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