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Dal no di Monti al rischio Tar. Alemanno pensa ancora alle dimissioni?

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 febbraio 2012)

Quando si presenta davanti a Mario Monti per ascoltare il «no» del Professore alle Olimpiadi di Roma 2020, Gianni Alemanno è di fatto un sindaco dimissionario. Per sua stessa ammissione.

Gianni Alemanno

Perché lo ripete per tutta la mattinata, Alemanno, ai suoi. «Se Monti nega la garanzia alle Olimpiadi mi dimetto per protesta». E visto che l’orientamento dei Professori all’ora di pranzo è già definito, ecco che il sindaco convoca una conferenza stampa ad hoc per il grande annuncio. L’appuntamento è alle 17.30, in Campidoglio.

Poi, però, nella war room alemanniana prende corpo l’idea della frenata. Infatti il sindaco, quando abbandona Palazzo Chigi dopo il faccia a faccia col presidente del Consiglio, mette a verbale che no, niente dimissioni. «Assolutamente no». E, come a voler rimarcare il concetto, aggiunge: «Mi spiace deludere i miei oppositori».

Sembra il viatico verso un esito scontato. Roma perde le Olimpiadi ma Alemanno rimane al suo posto. Eppure alle 8 di sera, nel momento in cui il Riformista va in stampa, il tormentone è tutt’altro che archiviato. E infatti quella parola, «dimissioni», continua incessantemente a comparire su ogni singolo messaggio che viaggia dalla stanza del sindaco al Campidoglio alla Camera dei deputati. Non a caso Pier Ferdinando Casini, che evidentemente è a conoscenza dei tormenti di «Gianni», dice ai cronisti che «non chiederemo le sue dimissioni». E non è tutto. C’è anche la conferenza stampa delle 17.30, che si era trasformata un giallo degno della miglior Agatha Christie. Prima viene confermata, poi rinviata di mezz’ora e infine misteriosamente annullata. Per lasciar spazio a una nota in cui Alemanno si limita al compitino. Prendere atto «della decisione del governo», ringraziare «la città e il Coni» e, soprattutto, spiegare che «rispetto le queste considerazioni (dell’esecutivo, ndr) ma non le condivido».

Mario Monti

Dopo il tramonto, però, succede qualcos altro. Silvio Berlusconi fa sapere che, se fosse stato premier, avrebbe dato il via libera all’operazione a cinque cerchi. E il Pdl, seguendo un canovaccio concertato con il sindaco di Roma, inizia ad attaccare Monti con toni a dir poco sorprendenti. Fabrizio Cicchitto chiede al premier di riferire in Aula alla Camera «le ragioni di questa scelta, in modo che possiamo aprire un dibattito in merito». E pure Angelino Alfano protesta: «Il no alle Olimpiadi è un’occasione sprecata. Perché non può passare l’idea che l’Italia sia un paese senza fiducia e senza speranza nel futuro». È un fuoco di fila con un unico obiettivo: il governo dei Professori. «La decisione di rinunciare a sostenere la città di Roma per Olimpiadi del 2020 ha il gusto amaro tipico delle grandi occasioni perdute», dice Beatrice Lorenzin. «La scelta del presidente Monti è estremamente amara non solo per i giovani atleti del nostro Paese, ma soprattutto per tutti i giovani italiani che, nonostante il periodo di crisi, tentano in tutti i modi di declinare la vita in positivo», aggiunge la leader dei giovani pidiellini Annagrazia Calabria. Il tutto mentre Alemanno si presenta di fronte ai microfoni del Tg5 per rettificare parzialmente il comunicato di metà pomeriggio. E tornare all’attacco: «In questo modo non si scommette sul futuro non solo di Roma ma di tutta l’Italia». E ancora: «Ci domandiamo adesso quale sia il progetto di sviluppo di questo governo».

Rosella Sensi

Ricapitolando, il Pdl prende di mira Monti, che paradossalmente viene difeso dai leghisti («In questo momento di crisi la candidatura di Roma alle Olimpiadi sarebbe stata come l’overdose per un tossicodipendente»). E Alemanno non abbandona l’idea del «colpo a effetto». Quale? Annunciare presto (o solo minacciare) le dimissioni da sindaco, scaricando sul governo il tramonto di un sogno olimpico che comunque si sarebbe infranto nel settembre del 2013. E puntare a guadagnare tempo. Perché, come il sindaco sa benissimo, tra pochi giorni il Tar potrebbe nuovamente cancellare con un tratto di penna la sua giunta, di nuovo per il mancato rispetto delle quote rosa. Tra l’altro una delle due donne della sua squadra, Rosella Sensi, ha di fatto perso il suo dossier di competenza (le Olimpiadi, appunto). Con il passo indietro, insomma, «Gianni» bloccherebbe sul nascere l’ennesima sconfessione (come farebbe il Tar ad annullare la giunta di un sindaco dimissionario?), uscirebbe dall’angolo in cui è confinato da sondaggi choc (tutte le rilevazioni lo danno sicuro perdente alla prossime comunali) e prenderebbe fiato. Magari facendosele politicamente respingere dal Pdl, le dimissioni.

Dietro il Malinconico addio c’è una guerra di due giorni. Il sottosegretario prova a resistere ma Monti (sostenuto da Catricalà&Passera) lo costringe alla dimissioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 gennaio 2012)

Quando a mezzogiorno entra nella stanza di Mario Monti, da cui uscirà dimissionario, Carlo Malinconico sa già che la sua esperienza al governo è finita. E lo sa da lunedì.

Carlo Malinconico

«Sono vittima di un attacco mediatico», spiega il sottosegretario al presidente del Consiglio, anticipando l’adagio che fornirà in serata ai cronisti. Niente da fare. L’ora e mezza di colloquio servono a Malinconico solo a sentire il ritornello che Monti gli aveva anticipato già da lunedì: «Questo governo sta per mettere mano a provvedimenti, su liberalizzazioni e concorrenza, che ci creeranno non pochi nemici. Non possiamo permetterci uno scandalo in casa. Di conseguenza…».

Mario Monti

Dietro i puntini di sospensione del premier c’è un braccio di ferro che va avanti da domenica. Da quando, cioè, sia Il Fatto quotidiano che Il Giornale tolgono dalla naftalina la storia del soggiorno di Malinconico a spese dell’imprenditore Piscicelli. Proprio lui, l’uomo legato ad Angelo Balducci, esponente di spicco della cricca che faceva affari all’ombra della P3. Il sottosegretario nega di conoscere chi si nascondesse dietro i pagamenti delle sue vacanze all’Argentario. L’imprenditore, al contrario, conferma. E il titolare del “Pellicano” di Porto Santo Stefano, interpellato all’Ansa, racconta: «Piscitelli mi chiedeva attenzioni particolari (nei confronti di Malinconico, ndr). Ricordo che mi inviò un fax con indicati i giorni del soggiorno perché voleva per lui proprio il meglio. Intuii», aggiunge l’albergatore Roberto Sciò, «che quello era un regalo speciale».

Corrado Passera

Ma nella partita a scacchi che si svolge dietro le quinte, la stessa che segnerà la sorte del sottosegretario, non c’entrano né ragioni né torti. O, quantomeno, c’entrano solo in parte. Anche perché Malinconico, che sbandiera la sua «buona fede», si batte per rimanere all’interno dell’esecutivo. Proprio mentre una parte del governo – a cominciare dal sottosegretario Antonio Catricalà e dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera – pensa che «lo scandalo» sia tale da costringerlo al passo indietro. È il primo round della sfida. Siamo a domenica sera.

La settimana inizia con Monti che prende tempo. È irritato, il presidente del Consiglio. Soprattutto per «la leggerezza» con cui Malinconico ha affrontato il dossier. Chi preme per il passo indietro del sottosegretario, al contrario, insiste perché si percorra la via più breve. Quella delle dimissioni. Lunedì il suo collega Antonio Catricalà, poco prima di annunciare urbi et orbi il decreto sulle liberalizzazioni, affida a pochi intimi una sensazione che si rivelerà esatta: «Secondo me Malinconico si dimette». E aggiunge: «Si deve dimettere». Dello stesso avviso è Passera.

Antonio Catricalà

Basta questo per considerare il «caso Malinconico» il frutto dello scontro tra l’ala del governo più vicina al centrodestra e un (ormai ex) sottosegretario da sempre considerato vicino al centrosinistra prodiano? Forse sì, forse no. Sta di fatto che, nel momento in cui tutti i politici riservano a Malinconico l’onore delle armi (persino Antonio Di Pietro, che ne apprezza «il gesto nel rispetto delle istituzioni»), dal governo interviene solo Pietro Gnudi. Il ministro per gli Affari regionali scrive un comunicato in cui mette a verbale: «Sono molto dispiaciuto per la vicenda del sottosegretario Malinconico, di cui ho avuto modo di apprezzare, in questo breve periodo, l’intelligenza e la leale collaborazione». Dagli altri membri dell’esecutivo, però, silenzio. Soltanto silenzio.

Nella nota diffusa da Palazzo Chigi dopo le dimissioni si legge che Monti ha espresso «apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato (da Malinconico, ndr) nell’anteporre l’interesse pubblico ad ogni altra considerazione». Malinconico, però, era di un altro avviso. E voleva rimanere. «È stata una decisione sofferta ma convinta, che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede», dice in serata evocando il «crescente attacco mediatico». Un addio carico di rabbia che segna la carriera di un giurista che tre anni fa, pur essendo estraneo al mondo dell’editoria, aveva assunto la presidenza della Fieg dopo essere stato segretario generale di Palazzo Chigi con Romano Prodi.

La delega all’editoria lasciata libera da Malinconico potrebbe finire, dopo un breve interim del presidente del Consiglio, nelle mani di Paolo Peluffo, il sottosegretario che già ha in capo i dossier Informazione e Comunicazione di Palazzo Chigi. A Palazzo Chigi, a sera, non c’è spazio per i sospiri di sollievo. «I provvedimenti sulle liberalizzazioni ci creeranno non pochi nemici», ripete Monti. Provando a scongiurare lo spettro che un altro caso – la casa Inps legittimamente ottenuta dal ministro Patroni Griffi nel 2001 con uno sconto del 30% – non si trasformi in patata bollente.

Written by tommasolabate

11 gennaio 2012 at 10:55

Milanese adesso parla in codice. E Giulio finisce sotto tiro.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 settembre 2011)

Ma come? La salvezza di Milanese non doveva coincidere con quella di Tremonti? Al contrario, nel giorno in cui il suo ex braccio destro viene salvato dal carcere, i berluscones avviano l’attacco finale contro «Giulietto». Pubblicamente. Con dichiarazioni a tappeto.

Non è vero che i conti non tornano. «È vero», come spiega uno smaliziato berlusconiano della prima cerchia del Cavaliere, «il contrario. I conti tornano perfettamente». Marco Milanese, da ex braccio destro di Tremonti, rischia di diventare il suo più grande accusatore. Nel partito del premier si sprecano le richieste di ridurre il potere del titolare dell’Economia «spacchettando il dicastero di via XX settembre». Come suggerisce – da ieri – anche Daniela Santanché. E il premier, a sentire i suoi confidenti delle ultime ore, è pronto a qualsiasi passo pur di provocare le dimissioni del suo ministro più odiato. Qualsiasi passo. Persino, come gli è balenato in testa negli ultimi giorni, «quello di tenere Giulio al Bilancio», promuovendo il collega che Tremonti odia di più – Renato Brunetta – «al Tesoro». Una suggestione, nulla di più. Destinata a rimanere tale soltanto perché, come più d’uno ha fatto notare al Cavaliere, «Bossi, che detesta Brunetta, si rivolterebbe come una furia».

Fin qui il gioco politico. La guerra tra chi sta con Berlusconi e chi con Tremonti. Che, parlando con un amico poche ore dopo il voto su Milanese, ha messo le mani avanti col fare di chi ha capito benissimo quello che si muove attorno a lui: «Tanto non mi dimetto. Non mi muovo da dove sto». È una guerra che, come in un classico caso di eterogenesi dei fini, sta portando tutta l’ala critica nei confronti del premier a schierarsi dalla parte di «Giulietto». Gianni Alemanno, che su Repubblica di ieri ha escluso una ricandidatura di «Silvio» nel 2013, lo dice chiaramente: «Tremonti ha sbagliato a disertare il voto su Milanese? Secondo me, no». Come lo dice Alessandra Mussolini, da tempo lontana dal berlusconismo ortodosso di Daniela Santanché e compagnia: «Con la sua assenza, Tremonti ha marcato una distanza, sapendo che le opposizioni volevano farci cadere e che c’era molta tensione sul voto. Dobbiamo accendere un cero a Sant’Antonio».

Ma fuori dal gioco politico, c’è una partita a scacchi dall’esito imprevedibile. Che collega i Palazzi della politica alle stanze delle procure. Il primo tassello di un puzzle scombinato è proprio Marco Milanese. Un uomo che, dopo essere stato salvato dall’Aula di Montecitorio, ha cambiato la propria posizione sulla scacchiera. Sembra parlare solo per messaggi in codice, ormai, l’ex braccio destro di Tremonti. Ieri, durante un’intervista a Klauscondicio, ha evocato «il tema» a cui probabilmente il superministro si riferiva quando, mesi fa, accusò Berlusconi di volerlo stritolare con la macchina del fango. Dice Milanese: «Certe dicerie sul rapporto tra me e Tremonti non mi hanno ferito assolutamente. Anche perché non ci sarebbe nulla di male, se non fossero inventate di sana pianta». Fin qui tutto, o quasi, nella norma. Ma il passaggio chiave dell’intervista a Klaus Davi è un altro: «Se fosse vero», dice sempre riferendosi alle dicerie di cui sopra, «non avrei timore a dirlo». E ancora, quasi a chiarire il concetto: «Ribadisco, anche fosse vero, non avrei timore a dirlo».

Passa qualche ora e Milanese si sottopone alle domande di Giuseppe Cruciani alla Zanzara, su Radio 24: «Penso ogni giorno a Papa (il deputato del Pdl arrestato a luglio, ndr) e vorrei andarlo a trovare ma non bisogna dimenticare che io sono un teste nel suo procedimento sulla P4». E le cordate nella Guardia di Finanza, che sono al centro di quell’inchiesta? «Sono solo ambizioni e legittime aspirazioni. Cordata è un termine sbagliato», dice adesso.

Tra i berlusconiani ortodossi c’è persino chi si sorprende dello stupore altrui. Chi si domanda retoricamente: «Ma pensate davvero che Milanese, dopo essere stato salvato dalla Camera, sia lo stesso uomo di prima?». E se non è lo stesso Milanese di prima, quale sarà la sua nuova parte in commedia? Il finiano Benedetto Della Vedova, riferendosi alle polemiche di giovedì sull’assenza di Tremonti da Montecitorio, dice: «Su di lui stanno usando un linguaggio da cosca». E Angiola Tremonti, intervistata a Un giorno da pecora su Radio Due, manda un consiglio al fratello: «Mandi tutti al diavolo. Che ci azzecca con questa gente?». Ma lui niente. Da dov’è, per adesso, non di muove. A Washington, dov’è in corso il vertice del Fondo monetario, parla di crisi («L’epicentro è in Europa, la situazione stavolta è complicata») e dice che «tocca alla Germania trovare una soluzione». Il ritorno in Italia, per lui, non sarà dei più semplici.

Written by tommasolabate

24 settembre 2011 at 10:06

L’ultimo tramonto del tremontismo? Giulio e l’atmosfera da 2004.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 agosto 2011)

Caldo faceva nel luglio 2004, caldo fa nell’agosto 2011. Che si dimetta come allora o provi a resistere, paradossalmente, è quasi irrilevante. La storia si capisce dai dettagli. E nemmeno Giulio Tremonti sfugge a questa regola.

In fondo si tratta di un piccolo dettaglio. Di una frase a mezza bocca che il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, senza nessuna intenzione di maramaldeggiare sul “suo” superiore diretto, affida ieri ad alcuni colleghi del Pdl. «Siete curiosi di sapere quello che il presidente dirà domani (oggi, ndr) alla Camera? Posso dirvi che ci stiamo lavorando un po’ tutti. Io, Alfano… Soltanto Tremonti è all’oscuro».
Di più Casero non dice. Se non le cose che più o meno sanno già tutti. E cioè che il Cavaliere potrebbe anticipare a settembre quell’ondata di lacrime e di sangue che la manovra aveva fissato per il biennio 2013-2014. E che «Angelino ha chiesto a Berlusconi di sbloccare con la delibera Cipe 7.5 miliardi di fondi Fas per il Sud». Gli stessi che Tremonti, nonostante il tentativo di «Giulietto» di entrare nella partita incontrando Raffaele Fitto a via XX settembre, aveva preteso che stessero congelati.
Dettagli, piccole confidenze. Che nascondono, però, una grande verità. Nel momento in cui il Paese avverte il rischio di essere trascinato in un tracollo finanziario, il ministro dell’Economia è più fuori che dentro la partita. «Lasciamolo tranquillo. Temo che abbia ben altro a cui pensare», s’è lasciato scappare privatamente Berlusconi nell’ultimo fine settimana, non senza una punta di perfidia. Lo stessa con cui, nonostante l’opposizione tremontiana, ha maturato la decisione di presentarsi in Parlamento e «metterci la faccia». Senza l’antica paura, aveva spiegato il Cavaliere ad alcuni interlocutori, «dei soliti aut aut di Tremonti. Perché di minacce di dimissioni, stavolta, non mi pare aria».
Siamo al quarto tramonto del quarto giro di tremontismo (ministro delle Finanze nel 1994 e dell’Economia dal 2001 al 2004, dal 2005 al 2006 e dal 2008 a oggi)? Quello che gli ha recapitato il blocco Pdl-Lega ieri, nell’Aula di Montecitorio, è qualcosa di più di un “pizzino”. La Camera, che ha respinto la richiesta dei giudici che indagano sul G8 di utilizzare le intercettazioni di Denis Verdini, ha invece autorizzato sia l’apertura delle cassette di sicurezza che l’uso dei tabulati telefonici dell’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese. Il tutto mentre il direttore Dipartimento informazioni e sicurezza Gianni De Gennaro, rispetto alla sensazione si «sentirsi spiato» dalla Gdf che il superministro aveva affidato a un colloquio con Repubblica, rispondeva lapidario: «I servizi segreti non hanno informazioni e non ne sanno nulla».
La scelta della maggioranza di scaricare Milanese, per giunta nello stesso giorno in cui si salva Verdini, è l’ennesimo siluro nei confronti di Tremonti. Quelli che hanno accesso alle confidenze berlusconiane, i pochi insomma che sono in grado di delineare la strategia mediatica (e diabolica) che ha in mente il Cavaliere, la mettono giù così. Senza troppi giri di parole: «Che il ministro dell’Economia rimanga o se ne vada, per noi non è più un problema. Con Papa ormai in galera e Milanese sotto accusa, noi agiremo senza remore: siamo pronti a una campagna mediatica contro l’opposizione e contro tutti». Che avrà per obiettivo il tentativo di dimostrare che, come ha spiegato Alfano nel giorno della sua nomina a segretario, «alla fine siamo noi il partito degli onesti». Tutti allertati: dalla stampa amica alle televisioni, pubbliche e private, su cui si estende il dominio del Cavaliere.
Tremonti rischia di finire in mezzo a tutto questo. Negli ultimi due anni, aveva tessuto una tela tutta sua: da pezzi di Confindustria a big di Oltretevere, passando – soprattutto – dal gotha del mondo bancario. Aveva un canale privilegiato, tanto per fare qualche nome, con il presidente delle fondazioni di origine bancaria Giuseppe Guzzetti e con un big della finanza rossa del calibro di Giuseppe Mussari. L’appello con cui le parti sociali hanno chiesto «discontinuità» all’esecutivo (firmato, in qualità di presidente dell’Abi, anche dallo stesso Mussari) è la spia che quel dialogo privilegiato s’è interrotto. Come dimostrano sia l’editoriale del Corriere della sera di ieri (firmato da Francesco Giavazzi) che quello del Sole 24 ore di sabato (firmato dal direttore Roberto Napoletano): entrambi, alle orecchie di «Giulietto», sono suonati come il de profundis. Al pari del gioco messo in piedi dai leghisti, presso cui Tremonti era tornato a chiedere garanzie. Niente da fare. La frase con cui Bobo Maroni annuncia che «domani (oggi, ndr) sarò seduto accando al premier» è più che un avviso di sfratto.
Non è dato sapere quanto l’ultimo successore di Quintino Sella proverà a resistere. Ieri ha riunito il comitato di stabilità, oggi volerà in Lussemburgo per incontrare Jean Claude Juncker. Che siano le sue ultime mosse da ministro è tutto da dimostrare. Di certo c’è che oggi, agosto 2011, fa caldo. Come faceva caldo nel luglio del 2004. Quando Tremonti, accusato da Fini di truccare i conti, prima rifiutò di cambiare ministero e spostarsi agli Esteri. Poi sbattè la porta. Dicendo all’allora nemico Gianfranco: «Io volevo cambiare la storia, tagliando le tasse. Voi siete rimasti quello che eravate, dei fascisti. Io da domani me ne torno a Milano, a lavorare». Poi sarebbe ritornato. Un anno dopo. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Written by tommasolabate

3 agosto 2011 at 09:19

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Il “Papa” sconfessato.

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Alfonso Papa

In una bella intervista rilasciata a Fabrizio Roncone del Corriere della sera, il deputato del Pdl Alfonso Papa, per cui i magistrati che indagano sulla P4 hanno chiesto l’arresto, rompe il silenzio per dire che non si dimetterà.

Io continuo a credere che l’epilogo della storia sia già stato scritto.

Written by tommasolabate

4 luglio 2011 at 20:33

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