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«Si vota nel 2012». Renzi scende in campo e prepara il «grande annuncio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 ottobre 2011)

Lo spazio per la diplomazia s’è esaurito. La settimana prossima Matteo Renzi farà il primo passo verso le primarie per la premiership.

A meno di colpi di scena dell’ultim’ora, alla kermesse dei post-Rottamatori convocata alla Stazione Leopolda tra otto giorni, il sindaco di Firenze mostrerà la proprie carte. Chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio che, in caso di elezioni anticipate, lui stesso parteciperà alla primarie per la leadership del centrosinistra.

Stavolta non si tratta semplicemente di dar seguito alla generica promessa, ribadita ieri mattina su Rai Tre davanti alle telecamere di Agorà, secondo cui «uno di noi (sottinteso: della sua generazione, ndr) si candiderà». No. Perché il dossier «primarie 2012» istruito da Renzi sarebbe già arrivato a uno dei capitoli più delicati: quello della raccolta dei finanziamenti.

Chi lo conosce bene giura che «Matteo» ha già incontrato alcuni imprenditori in vista della delicatissima partita delle primarie, in cui si troverà a sfidare quantomeno l’unico iscritto “certo” alla competizione, e cioè Pier Luigi Bersani. I nomi, ovviamente, sono coperti dal più stretto riserbo. Il direttore dell’orchestra del fund raising quello no, è facilmente intuibile. Si tratta del presidente dell’Aeroporto di Firenze Vincenzo Manes, che è anche il numero uno di Intek spa, una società di partecipazioni industriali, finanziarie e di servizi con ottomila dipendenti tra Europa e Asia.

L’accelerazione di Renzi verso la candidatura a premier, in fondo, è l’elemento che ha catalizzato verso l’appuntamento della Stazione Leopolda una serie di «pezzi da novanta» che spaziano tra l’accademia e la finanza, i giornali e le banche. Come Pietro Ichino e Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e persino Corrado Passera, messi in fila l’altro giorno da un informato articolo apparso sul sito L’Inkiesta. O come Chicco Testa, managing director di Rothschild, già parlamentare, presidente dell’Enel e – più recentemente – del Forum nucleare italiano.

Domanda: perché Renzi, come in fondo tutto lo stato maggiore del Partito democratico, è sicuro che le elezioni politiche si terranno nella prossima primavera? Semplice. Perché tutti, come dimostra il moltiplicarsi delle fibrillazioni interne ai Democratici, scommettono che a gennaio Silvio Berlusconi staccherà la spina al suo stesso governo. Anche Walter Veltroni ed Enrico Letta, che pure ufficialmente continuano a spingere per la prospettiva dell’esecutivo istituzionale, sono convinti che gli spazi di manovra per i fan del governissimo si siano esauriti. Il proscioglimento del premier nel processo Mediatrade, che i legali del Cavaliere considerano come l’anticamera dell’assoluzione su Mills, ha fatto il resto. «A gennaio», riflette a voce alta un altissimo dirigente del Pd, «quando avrà scongiurato definitivamente il governo istituzionale e si sarà lasciato alle spalle parte delle rogne giudiziarie, Berlusconi provocherà lo showdown. Noi andremo alle primarie mentre lui lascerà che sia Alfano a giocarsi la partita…». Con quel porcellum che, ovviamente, consentirebbe al centrodestra di evitare l’ecatombe (con un’altra legge elettorale) del 2013.

Anche Bersani sa che la strada verso il combinato disposto “primarie-voto anticipato” è irrimediabilmente già tracciata. Il segretario del Pd, che ieri l’altro è volato a Madrid per il Global Progress, risponde stizzito a chi insinua che il suo temporeggiare sulle primarie sia dettato dalla paura di perdere. «Bersani – dice di se stesso, parlando in terza persona – è una persona seria che non ha paura di nessuno». Ma prima, aggiunge, «serve lo spartito». Poi sarà la volta «dei suonatori». Prima il programma, poi il leader.

Ma il big bang che Renzi ha programmato per la manifestazione della Leopolda è destinato a scombinare i piani di tutti. Oltre che a ridisegnare le geometrie interne del Pd, sia nella maggioranza che nella minoranza. Dentro il partito c’è chi giura che le ultime discussioni sulla linea politica – ad esempio sull’intervento della Bce, che ha visto i lettiani scontrarsi col responsabile economico Stefano Fassina – siano destinate ad avere un seguito. Letta, ad esempio, ha intensificato i suoi colloqui con Renzi. Al pari di Fioroni e Veltroni. Quest’ultimo, almeno a sentire i suoi, non avrebbe del tutto accantonato l’idea di «scendere in campo in prima persona». Certo, per una scommessa del genere, «Walter» avrebbe bisogno di almeno un anno in più di tempo. Ma l’orizzonte del voto nel 2013 sembra ormai uscito da tutti i radar. A cominciare da quello di «Matteo».

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Written by tommasolabate

20 ottobre 2011 at 10:59

Bersani va al corteo. Ma c’è tensione dentro il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 settembre 2011)

Alle 16 di ieri, quando Pier Luigi Bersani annuncia la sua partecipazione allo sciopero generale della Cgil, un pezzo del partito scende sul piede di guerra. Da Veltroni a Letta, da Fioroni a Renzi: tutti contro la decisione del segretario di schierare i Democratici con la Camusso.

Massimo D’Alema sceglierà la piazza di Genova, approfittando della concomitanza con un dibattito nel capoluogo ligure che aveva in agenda da due mesi. E in piazza ci sarà anche Rosy Bindi, per protestare contro l’articolo 8 della manovra e soprattutto perché – dice – «è un dovere esserci» e dire «al governo che così non va». Non solo: manifesteranno dietro le bandiere della Cgil anche Stefano Fassina e Sergio Cofferati, l’ex ministro Cesare Damiano e Paolo Nerozzi. E altri ancora.
Ma, stavolta, la frattura interna al Pd sulla scelta di partecipare allo sciopero della Cgil va ben oltre il solito giochino del «chi va / chi non va» alle manifestazioni del sindacato di corso d’Italia. Soprattutto perché, stavolta, a finire sott’accusa sono, nell’ordine: la decisione di Bersani di prendere parte alla manifestazione di Roma; e il comunicato con cui il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, ufficializza la «presenza» del Pd ai cortei.
Il segretario, che sin da subito aveva guardato con attenzione allo sciopero indetto dal sindacato della Camusso («Dobbiamo essere ovunque si protesti contro questa manovra», aveva scandito giovedì nella sua relazione al coordinamento del partito), ha preso la decisione di scendere in piazza solo ieri. Soprattutto dopo aver ascoltato i rappresentanti degli enti locali che minacciavano la restituzione delle deleghe al governo. Arrivando a quell’incontro è scattata la molla che ha convinto il leader pd a sciogliere ogni riserva. «Certo che ci sarò, ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra», ha spiegato Bersani. E ancora, sempre dalla viva voce del segretario: «Il governo? Sono irresponsabili, non ho altra definizione. Chiederemo alla Camera lo stralcio dell’articolo 8». La nota di Fassina, altro tassello contestato da un pezzo di partito, era arrivata poco prima. «Il governo Berlusconi deve andare via per il bene del Paese», aveva messo nero su bianco il responsabile economico del Pd. «Le mobilitazioni di lavoratori, giovani e pensionati vanno sostenute. Per questo – conclusione – saremo allo sciopero generale indetto dalla Cgil».
E il pezzo del partito che si oppone? Walter Veltroni, per adesso, sceglie il silenzio. Ma basta ascoltare uno degli esponenti democratici a lui più vicini, Giorgio Tonini, per capire che aria tiri dalle parti dell’ex segretario. «Capisco le ragioni della Cgil ma non le condivido. Questo sciopero è sbagliato in sé», spiega il senatore. E la scelta del Pd di essere presente? Tonini mette da parte qualsiasi eufemismo e lo dice con nettezza: «Il compito del Pd, che il partito non sta svolgendo come si deve, non è quello di schierarsi con un sindacato che scende in piazza da solo. Ma incalzare il governo, portarlo su strade come quelle indicate da Romano Prodi nel suo editoriale sul Messaggero di domenica». Riforme di lungo periodo e «severe decisioni a effetto immediato», insomma.
Anche Beppe Fioroni, il deputato del Pd più vicino alla Cisl targata Bonanni, scende in campo contro Bersani: «La Cgil, ovviamente, è libera di fare le scelte che ritiene più oppurtune. Ma non non possiamo andarle sempre dietro». Perché, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «la nostra bussola dovrebbe essere l’invito alla responsabilità che ci è arrivato l’altro giorno da Giorgio Napolitano. Non possiamo fare come quei surfisti che provano a cavalcare l’onda della piazza, salvo poi rischiare di venirne travolti».
L’area del dissenso va oltre i confini di quel Movimento democratico di cui sia Veltroni che Fioroni fanno parte. Lo schieramento di piazza del Pd non piace a Enrico Letta, anche se lui e il suo braccio destro Francesco Boccia scelgono la strada del silenzio. E non piace a chi, come Marco Follini, dice che «chi allinea il Pd alla Cgil non fa un buon servizio». Dissente, anche se tace, pure Matteo Renzi. Ma la posizione del sindaco di Firenze è nota: «Non possiamo andare dietro la Cgil».
Ma Bersani è convinto di essere sulla strada giusta. «I sondaggi dimostrano che la presenza del Pd nei luoghi dove si protesta contro la manovra è riuscita ad “assorbire” anche il caso Penati», dicono i fedelissimi del segretario. Ma la giornata di oggi è destinata, in un senso o nell’altro, a lasciare un segno nella storia dell’opposizione che verrà. E non tanto per la distinzione tra Vendola («Sarò in piazza») e Casini («Lo sciopero è del tutto sbagliato»). Quanto perché l’opposizione delle altre forze sociali alla mossa della Cgil non si riassorbirà in poco tempo. Basta leggere, e nemmeno troppo tra le righe, l’intervista che il leader della Cisl Bonanni ha rilasciato al settimanale A di Maria Latella: «Questo sciopero è stato deciso per regalare una passerella a leader politici senza più nessuna credibilità».

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6 settembre 2011 at 11:06

Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

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2 settembre 2011 at 09:32

Juke-box Montecitorio. Dal progetto “diarchia” di Walter all’effetto “Bin Laden” sul Pd calabrese.

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1)  Alla domanda sul “perché” Walter Veltroni abbia deciso di riaprire proprio adesso il fronte interno con l’intervista al Foglio, la maggior parte dei detrattori dell’ex segretario del Pd dà risposte che rimandano a un non meglio precisato (o forse sì) “sabotaggio”. Tutto questo mentre nel giro di “Walter” si inizia a sospettare che Bersani e Casini abbiano già trovato un accordo in vista delle prossime elezioni politiche. Pier 1 (Luigi) candidato premier di quella stessa Santa Alleanza che Pier 2 (Ferdinando) continua tatticamente a smentire. Pier 2 (sempre Ferdinando) al Quirinale per il dopo-Napolitano. Fosse questa la trama, si capirebbe perché Veltroni ha ricominciato a parlare bene di D’Alema (anche nell’intervista al Foglio). Obiettivo: tentare di ricostruire l’antica diarchia.

2) Il regista dell’omicidio di Osama Bin Laden è il capo del Pentagono Leon Panetta, che due anni fa fu mandato da Obama alla Cia proprio per mettersi sulle tracce del leader di Al Qaeda. Che cosa c’entra tutto questo con le elezioni amministrative? Semplice. Il cugino di secondo grado di Leon Panetta, Mimmo Panetta, è il candidato sindaco del Pd alle comunali di Siderno, ventimila e passa abitanti nel cuore della Locride. Domanda: ci sarà un “effetto Bin Laden” sul voto?

Written by tommasolabate

2 maggio 2011 at 12:28

Pubblicato su Rumori

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Si decide tutto a Milano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 aprile 2011)

Angelino Alfano aveva appena definito «senza giustificazioni» il paragone giudici-Br. Le agenzie non hanno quasi tempo di darne notizia che Silvio Berlusconi sale sul palco per lanciare un attacco contro «i magistrati eversivi». Roma, ore 17.15, ieri. È l’inizio della campagna elettorale di un premier preoccupato. Soprattutto per il voto di Milano.

Bossi Berlusconi MorattiLe parole che il presidente del Consiglio scandisce dal palco del Palazzo dei congressi di Roma, dove ieri è andato in scena il meeting Al servizio degli italiani organizzato da Michela Vittoria Brambilla, fanno cadere il gelo anche sulle stanze (semi-deserte) del Quirinale, della Consulta, del Palazzo dei Marescialli e financo in quelle del ministero della Giustizia del “suo” Alfano.

Dopo che il guardasigilli aveva appena finito di stigmatizzare in una nota i manifesti apparsi a Milano contro le toghe, il Cavaliere torna all’attacco dei magistrati. «Bisogna accertare se c’è un’associazione a delinquere. Molti giudici seguono la sinistra e hanno un progetto eversivo», grida il premier prima di citare il 1993, in cui «vennero fatti fuori i socialisti, la Dc e i repubblicani». L’equazione che ha in testa è fin troppo scontata: «Hanno fatto fuori un leader come Craxi, oggi stanno cercando di far fuori Berlusconi». Sono tesi che quantomeno provocheranno, oltre al solito giro di reazioni dell’Anm, anche la replica istituzionale del Csm.

Non è tutto. Dal palco del palazzo dei Congressi, il premier ammette l’aspetto ad personam della norma sulla prescrizione breve («Devo essere tutelato»), definisce quello su Mediatrade «un processo risibile in un’atmosfera surreale», dà dello «sfigato» all’avvocato inglese Mills e conferma il forcing sulla restrizione delle intercettazioni: «In uno Stato che si definisce democratico, i cittadini non possono sentirsi spiati».

È il segnale che, nell’ottica del presidente del Consiglio, l’ora X della campagna elettorale per le amministrative è ormai scoccata. «E ditemi se non vale la pena di andare a votare», spiega tornando a evocare deliberatamente persino lo scioglimento anticipato della legislatura.

Nella tornata che si concluderà il 29 maggio con i ballottaggi, la posta in gioco è molto più alta delle Duomo Milanoamministrazioni comunali di Milano e Bologna, Napoli e Torino. Berlusconi, ad esempio, sa che perdere Milano provocherebbe degli effetti collaterali incalcolabili per la tenuta della coalizione, a cominciare dagli scossoni del Carroccio. E così, da quando Letizia Moratti ha cominciato a manifestare i dubbi sulla vittoria al primo turno e i finiani hanno lasciato trapelare l’eventuale sostegno a Giuliano Pisapia al ballottaggio, il premier ha capito che l’unica strada da prendere era quella già battuta (con successo) in passato: polarizzare lo scontro.

Da qui la decisione di alzare ulteriormente i toni, all’indomani dell’appello bipartisan lanciato da Beppe Pisanu e Walter Veltroni dalle colonne del Corriere della sera. Per adesso, i berluscones della cerchia ristretta non temono alcun contraccolpo. Ma sanno benissimo che, dopo una sconfitta alle amministrative, la piattaforma messa nero su bianco dal presidente dell’Antimafia e dal segretario del Pd potrebbe essere l’unica in grado di coagulare consensi anche fuori dal Palazzo. Dalla Cei alla Confindustria, dagli immancabili «poteri forti» che il premier cita in continuazione a Luca Cordero di Montezemolo. Certo, anche con l’obiettivo di arginare l’inizio di una nuova discussione sul governo tecnico, il Cavaliere preferisce evocare lo spettro di elezioni anticipate («Ditemi voi se non è meglio andare a votare»). Ma che cosa succederebbe se, come argomentano nelle loro conversazioni riservate anche Fini e Casini, «Bossi e Tremonti voltassero gli voltassero le spalle?».

Ipotesi, dubbi, congetture. A cui si aggiungono quelli che Berlusconi nutre sulla sua stessa creatura, il Pdl. «Anche noi, come tutti i partiti, siamo caduti in una forse evitabile patologia», ha ammesso ieri il premier annunciando il ricambio generazionale. «Spalanchiamo le porte al nuovo». Dove per «nuovo» potrebbe intendersi la mossa di affidare ad Angelino Alfano (che si è tatticamente chiamato fuori dalla successione per la leadership del centrodestra) anche le “chiavi” del partito. Un partito di cui, a stretto giro, non farà più parte Beppe Pisanu. L’ex ministro dell’Interno, che potrebbe persino spingersi a votare contro la prescrizione breve al Senato, adesso è davvero sull’uscio. «Che cosa ci faccio nel Pdl? Cerco di cambiarlo, finché ci rimarrò», ha detto ieri il presidente della commissione Antimafia rispondendo alla domanda di uno studente di Oristano.

Written by tommasolabate

18 aprile 2011 at 09:16

L’intervista politico-musicale di Bersani a Vanity fair.

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di Tommaso Labate (piccolissimo estratto da Vanity fair di questa settimana)

Dica la verità, anche lei scrive un libro su se stesso per anticipare la discesa in campo per la guida del centrosinistra?

(…) Campo o non campo, la partita è da giocare (…).

Ha letto il libro di Matteo Renzi, no?

No, non ancora. Me ne manca qualcuno anche di Dostoevskij… (…)

Meglio Belén o la Canalis?

Belén. Ha dimostrato un po’ di professionalità in più. (…)

 

 

 

Written by tommasolabate

16 marzo 2011 at 13:56

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