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D’Alema si chiama fuori?

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Se fosse davvero nella rosa dei nomi che Bersani, dopo aver visto Berlusconi, sottoporrà ai gruppi parlamentari del Pd, non è affatto escluso che Massimo D’Alema si chiami fuori dichiarandosi indisponibile.

L’ex premier, tra l’altro, sa di avere pochissime possibilità di superare la prova. E, come fece nel 2006, quando si ritirò lanciando la corsa di Napolitano, potrebbe lasciare il passo a un altro candidato, senza però dirlo (ché sennò lo brucerebbe).

Quale candidato? Semplice. Lo stesso di cui D’Alema avrebbe parlato con Renzi l’altro giorno, a Firenze. Lo stesso che vuole anche Giorgio Napolitano. 

Giuliano Amato, insomma.

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Written by tommasolabate

17 aprile 2013 at 13:13

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Consultazioniful ore 16.37

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A meno di due ore dall’arrivo della delegazione del Pd al Quirinale, in questa storia che sembra una soap opera ci sono alcuni punti.

1) Le delegazioni di Pd e Sel hanno in testa un solo nome. Quello di Pier Luigi Bersani. Il partito di Vendola, tra l’altro, potrebbe farsi carico di chiedere a Napolitano l’incarico al buio per il leader del Pd. Della serie, “lo si lasci verificare se ha il sostegno in Parlamento”. Cosa che Bersani stesso ieri non ha chiesto (Napolitano gli avrebbe detto no, tra l’altro).

2) Il Pdl insiste sulla via del governo politico con Pd e Scelta Civica. Emissari berlusconiani hanno fatto sapere al Nazareno che “non solo non chiediamo neanche Alfano vicepremier” ma addirittura “sottoporremmo a Bersani premier una rosa di ministri lasciando che l’ultima parola ce l’abbia lui”. L’ultima e l’unica parola di Bersani su questo fronte, per adesso, era e rimane “no”. I berluscones, ovviamente, insistono (perché guardano alla partita per il Colle, ovviamente). E per smuovere il segretario del Pd lo stanno informalmente tranquillizzando mandandogli a dire che “comunque diremmo no a un esecutivo del presidente”. 

3) La situazione cambia di minuto in minuto. Alle 16.28, tutti sono nuovamente riposizionati alla casella del “via”. Tutte le rose dei nomi sono saltate. Resta solo il pre-incaricato congelato, con chances ridotte al lumicino.

4) Tra ipotesi che si fanno in queste ore tra i partiti, prende quota la suggestione di un “gesto forte”, per provare a sciogliere l’iceberg, di Napolitano stesso. E questo gesto forte, sempre se la situazione non si sblocca, potrebbe avere a che fare più con un passo indietro (di Napolitano stesso) che non con l’incarico di un “premier del Presidente”. Che, per il momento, non si intravede nemmeno all’orizzonte.

ImmagineNapol

 

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29 marzo 2013 at 16:38

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Wiki-Pd, dal «ma anche» al «ma tutto». Renzi in ticket col “Chiampa” lancia la sfida a Bersani.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 ottobre 2011)

FIRENZE. A candidarsi saranno «le idee», dice Renzi. Ma visto che alle primarie qualcuno dovrà pur correre, ecco che al “big bang” della Leopolda spunta un’altra parola chiave: tandem. Alla bicicletta sul palco della stazione fiorentina va aggiunto un sellino. Per Sergio Chiamparino.

Sul palco salgono ospiti d’onore che si chiamano “Pif” (iena di Mediaset, volto Mtv), in platea lo sport più diffuso è il “tweet” (le idee passano da Twitter a Facebook in sequenza rapida). Trovare gente che tiene in mano carta e penna è praticamente impossibile. Al contrario, la sequenza di Ipad che illuminano l’oscura platea della stazione fiorentina sembra il risultato di una gita da Trony senz’altro più fortunata dell’inaugurazione dell’ormai celebre punto vendita romano. Si parla in cinque minuti, poi suona il gong. E le pratiche che bloccano l’avvio di un’impresa, e la giustizia civile ch’è lenta, e quella penale pure, ma anche no ai doppi incarichi, agli asili nido, alle municipalizzate, il porcellum è una porcata, la lettera della Bce chissà.

Di «idee» ce ne sono a quintali. Forse tonnellate. Saranno ridotte a «cento», spiega Renzi nel pomeriggio. E da stasera «saranno su internet», a sancire la nascita del «Wiki-Pd» che sfiderà, alle primarie per la guida del centrosinistra, il Pd di Bersani.
«È una veltronata», aveva sussurrato giorni fa l’ex rottamatore Pippo Civati, che ieri s’è presentato alla Leopolda e ha pure parlato dal palco. E se non fosse per la sottile (sic!) perfidia dell’organizzazione renziana, che gli affida il microfono nel momento peggiore (primo del dopo-pranzo, in sala tutt’ altro che stracolma), sembrerebbe quasi una scena da libro Cuore. Però altro che la «veltronata» spifferata dal rottamator prodigo. Il rischio, semmai, è che da lunedì ogni iniziativa di «Walter» verrà bollata come una «renzata».

Perché da Renzi il “ma anche” ambisce a raggiungere l’orizzonte del “ma tutto”. L’ex difensore del Milan Billy Costacurta si materializza in prima fila ad ascoltare degli oratori che – in alcuni spezzoni della mastodontica kermesse – presentano lo svolgimento del tema «che cosa faresti se fossi a Palazzo Chigi?» come se fosse una dimostrazione dei venditori del Folletto. «A tre interventi di distanza rischi di sentire, sul medesimo tema, una genialata inimmaginabile e una stronzata clamorosa», spiega il deputato pd Ermete Realacci, che pure è entusiasta.

Ma a metà mattinata, quando sale sul palco Sergio Chiamparino, la clessidra dei cinque minuti viene accantonata. «Le primarie aperte devono essere una scelta irrinunciabile per il partito democratico», scandisce. «Il capitalismo non può usare i lavoratori come merce e buttarli via quando non servono più», aggiunge. Applausi. Poi arriva il “segnale”. L’ex sindaco di Torino lo dice senza giri di parole: «Non dirò mai che metto a disposizione la mia decennale esperienza di governo solo se faccio il numero uno». È la spia che «Matteo» e «Sergio» potrebbero salire insieme sul tandem che sfiderà Bersani, Vendola e Di Pietro. Candidato premier il primo e vice il secondo, come recita una parte del copione su cui entrambi avrebbero già lavorato. Oppure, se Renzi decidesse di rinunciare al «grande passo», Chiamparino potrebbe diventare il cavallo con cui quelli del big bang possono intercettare un pezzo di classe dirigente ex ds per provare a contrastare Bersani.

«Non sono pentito di non essermi candidato due anni fa a guidare il Pd», spiega il diretto interessato. «Avrei perso e non sono bravo a fare il capocorrente», insiste. Ma poi, a mo’ di chiusura del cerchio, scandisce: «Se nessun programma mi convincesse, potrei anche io decidere di aggiungermi ai candidati delle primarie». Come a dire, o pedalo in tandem con Renzi. O pedalo sulla sua bicicletta.

Nella partita del Wiki-Pd c’è anche Arturo Parisi. L’ex ministro della Difesa parla prima che Brenda, giovane dirigente del Pd di Empoli, raccolga applausi dicendo che «se fossi a Palazzo Chigi, la prima cosa sarebbe evitare di portare con me quelli che sono stati al governo nel 1996 e nel 2006» (e quindi anche lui). Il Professore amico di Prodi raccoglie applausi con un intervento che trasuda, più che i freddi calcoli di un uomo di numeri, un discreto quantitativo di emozione. «Oggi ho voluto riconoscere a Matteo il suo coraggio e gli ho chiesto di andare avanti al servizio di tutti», dice Parisi. «È molto difficile, ma possiamo farcela», aggiunge prima di lasciarsi andare a una malinconica strofa di Un giorno dopo l’altro, di Luigi Tenco. «I sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato».

Matteo Renzi prova a dribblare le polemiche a distanza con Bersani e Vendola. Poi, però, i motori della sfida tra Pd e Wiki-Pd vengono accesi. «Non so a chi stia parlando Bersani, io non sono un asino e non scalcio». E uno. «Mettersi a disposizione è un’espressione molto bella se è riferita al Paese, a una città. Ma se è mettersi a disposizione di un capocorrente, a uno che dà ordini, no». E due. «Non stiamo mica qui a togliere i punti neri alle coccinelle, come direbbe Bersani», e tre. «Valutiamo una candidatura alle primarie», ripete fino a sera il suo braccio destro, Matteo Richetti. È il segreto di Pulcinella. E sarà svelato molto presto.

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30 ottobre 2011 at 10:43

«Si vota nel 2012». Renzi scende in campo e prepara il «grande annuncio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 ottobre 2011)

Lo spazio per la diplomazia s’è esaurito. La settimana prossima Matteo Renzi farà il primo passo verso le primarie per la premiership.

A meno di colpi di scena dell’ultim’ora, alla kermesse dei post-Rottamatori convocata alla Stazione Leopolda tra otto giorni, il sindaco di Firenze mostrerà la proprie carte. Chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio che, in caso di elezioni anticipate, lui stesso parteciperà alla primarie per la leadership del centrosinistra.

Stavolta non si tratta semplicemente di dar seguito alla generica promessa, ribadita ieri mattina su Rai Tre davanti alle telecamere di Agorà, secondo cui «uno di noi (sottinteso: della sua generazione, ndr) si candiderà». No. Perché il dossier «primarie 2012» istruito da Renzi sarebbe già arrivato a uno dei capitoli più delicati: quello della raccolta dei finanziamenti.

Chi lo conosce bene giura che «Matteo» ha già incontrato alcuni imprenditori in vista della delicatissima partita delle primarie, in cui si troverà a sfidare quantomeno l’unico iscritto “certo” alla competizione, e cioè Pier Luigi Bersani. I nomi, ovviamente, sono coperti dal più stretto riserbo. Il direttore dell’orchestra del fund raising quello no, è facilmente intuibile. Si tratta del presidente dell’Aeroporto di Firenze Vincenzo Manes, che è anche il numero uno di Intek spa, una società di partecipazioni industriali, finanziarie e di servizi con ottomila dipendenti tra Europa e Asia.

L’accelerazione di Renzi verso la candidatura a premier, in fondo, è l’elemento che ha catalizzato verso l’appuntamento della Stazione Leopolda una serie di «pezzi da novanta» che spaziano tra l’accademia e la finanza, i giornali e le banche. Come Pietro Ichino e Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e persino Corrado Passera, messi in fila l’altro giorno da un informato articolo apparso sul sito L’Inkiesta. O come Chicco Testa, managing director di Rothschild, già parlamentare, presidente dell’Enel e – più recentemente – del Forum nucleare italiano.

Domanda: perché Renzi, come in fondo tutto lo stato maggiore del Partito democratico, è sicuro che le elezioni politiche si terranno nella prossima primavera? Semplice. Perché tutti, come dimostra il moltiplicarsi delle fibrillazioni interne ai Democratici, scommettono che a gennaio Silvio Berlusconi staccherà la spina al suo stesso governo. Anche Walter Veltroni ed Enrico Letta, che pure ufficialmente continuano a spingere per la prospettiva dell’esecutivo istituzionale, sono convinti che gli spazi di manovra per i fan del governissimo si siano esauriti. Il proscioglimento del premier nel processo Mediatrade, che i legali del Cavaliere considerano come l’anticamera dell’assoluzione su Mills, ha fatto il resto. «A gennaio», riflette a voce alta un altissimo dirigente del Pd, «quando avrà scongiurato definitivamente il governo istituzionale e si sarà lasciato alle spalle parte delle rogne giudiziarie, Berlusconi provocherà lo showdown. Noi andremo alle primarie mentre lui lascerà che sia Alfano a giocarsi la partita…». Con quel porcellum che, ovviamente, consentirebbe al centrodestra di evitare l’ecatombe (con un’altra legge elettorale) del 2013.

Anche Bersani sa che la strada verso il combinato disposto “primarie-voto anticipato” è irrimediabilmente già tracciata. Il segretario del Pd, che ieri l’altro è volato a Madrid per il Global Progress, risponde stizzito a chi insinua che il suo temporeggiare sulle primarie sia dettato dalla paura di perdere. «Bersani – dice di se stesso, parlando in terza persona – è una persona seria che non ha paura di nessuno». Ma prima, aggiunge, «serve lo spartito». Poi sarà la volta «dei suonatori». Prima il programma, poi il leader.

Ma il big bang che Renzi ha programmato per la manifestazione della Leopolda è destinato a scombinare i piani di tutti. Oltre che a ridisegnare le geometrie interne del Pd, sia nella maggioranza che nella minoranza. Dentro il partito c’è chi giura che le ultime discussioni sulla linea politica – ad esempio sull’intervento della Bce, che ha visto i lettiani scontrarsi col responsabile economico Stefano Fassina – siano destinate ad avere un seguito. Letta, ad esempio, ha intensificato i suoi colloqui con Renzi. Al pari di Fioroni e Veltroni. Quest’ultimo, almeno a sentire i suoi, non avrebbe del tutto accantonato l’idea di «scendere in campo in prima persona». Certo, per una scommessa del genere, «Walter» avrebbe bisogno di almeno un anno in più di tempo. Ma l’orizzonte del voto nel 2013 sembra ormai uscito da tutti i radar. A cominciare da quello di «Matteo».

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20 ottobre 2011 at 10:59

La roulette russa su Milanese. Per Tremonti è «un referendum su Silvio». Quarantasei maroniani provano il «colpaccio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 settembre 2011)

Marco Milanese

Dal fortino di Tremonti, che ieri ha incontrato Confindustria e banche, arriva il “Giulio pensiero” sull’ora X, a cui mancano ventiquattr’ore. «Il voto su Milanese? È un referendum su Silvio».

L’ultimo successore di Quintino Sella, ovviamente, si tiene alla larga dal dire anche solo mezza parola sulla sorte del suo ex braccio destro. Però una cosa è certa. Anche Tremonti, adesso, sa che la posta in gioco nella roulette russa del voto sull’arresto di Milanese non riguarda più il suo futuro al ministero di via XX settembre. Ma quello dell’intero governo. Non a caso, giurano i deputati con cui ha scambiato qualche battuta negli ultimi giorni, «Giulietto» pensa dell’«ora X» – fissata per domani a mezzogiorno – più o meno la stessa cosa che Pier Ferdinando Casini ha teorizzato con qualche collega. «È un referendum su Berlusconi», ha confidato Tremonti. Un ritornello che, nella versione che il leader udc ha affidato ai fedelissimi, suona più o meno così: «Primo, bisogna vedere se la Camera darà il via libera all’arresto di Milanese. E poi guardare lo scarto tra i sì e i no. Se la differenza sarà significativa, Silvio non potrà non trarne le conseguenze…».

La partita è nelle mani della Lega, che oggi si riunirà in assemblea per decidere come muoversi. È

Bobo Maroni e Giulio Tremonti

probabile che l’esito della riunione dei parlamentari del Carroccio non vada al di là della «libertà di coscienza» già evocata da Umberto Bossi la settimana scorsa. Ma nell’ala maroniana del gruppo leghista, la tentazione di votare a favore dell’arresto non ha ancora trovato un argine.

Nessuno, men che meno il titolare del Viminale, si muoverà col piglio di chi vuole sconfessare platealmente il Senatur. Ma basta mettere insieme alcuni indizi per scoprire che Maroni, in realtà, ha in mente di passare dalle parole ai fatti per evitare che la Lega, come ripete sistematicamente da molti mesi a questa parte, «non muoia appresso al berlusconismo». Indizio numero uno: la settimana scorsa, quando tutti i big del Carroccio sono scesi pubblicamente in campo per difendere la moglie di Bossi, Manuela Marrone, dall’ormai celebre articolo di Panorama, il ministro dell’Interno è stato praticamente l’unico pezzo da novanta del partito a evitare dichiarazioni. E tutto questo è niente, e siamo all’indizio numero due, rispetto al silenzio che Maroni ha opposto al coro sulla «secessione» che s’è levato dallo stato maggiore del Carroccio dopo il discorso del Senatur di domenica. E non è finita. È stato proprio Roberto Maroni l’ospite che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri al Quirinale prima di lanciare il suo durissimo monito contro le frasi pronunciate da Bossi a Venezia («Chi parla di secessione è fuori dalla storia e dalla realtà»).

Berlusconi e Bossi

È vero. Pubblicamente il ministro dell’Interno dice, come ha fatto ieri in un’intervista alla Prealpina, che «il governo arriverà fino al 2013» e che i maroniani non esistono. «L’unico sono io. E mi riconosco in Bossi», ha aggiunto. Ma dei 46 deputati leghisti (su un totale di 59) che ormai si riconoscono nel titolare del Viminale (tanti furono a fine giugno quelli che sottoscrissero la richiesta di sostituire il capogruppo Marco Reguzzoni, esponente del «cerchio magico»), la stragrande maggioranza è pronta a riporre nelle sue mani la scelta sul voto di Milanese.

Radiotransatlantico dà – forse frettolosamente – per già decisa la partita su Milanese. Pd, Idv,

Bersani e Casini

Terzo Polo sono per l’arresto. Dai 46 maroniani e da un gruppo di pidiellini che saranno protetti dal voto segreto arriverebbero gli altri voti che mancano per dare il via libera alla richiesta dei pubblici ministeri di Napoli. Ma fossero vere la lettura attribuita a Tremonti («È un referendum su Berlusconi») e l’analisi che Casini ha confidato ai suoi («Guardiamo lo scarto») allora tutto dipenderà dai numeri in Aula. Con una vittoria schiacciante dei «sì», il governo del Cavaliere si avvicinerebbe al baratro. Perché, come spiega Pier Luigi Bersani, «il caso Milanese può, insieme ad altri mille fattori, causare la crisi». I mille fattori evocati dal leader del Pd riguardano la crisi economico-finanziaria. Ma ce n’è un altro, di fattore, che potrebbe accelerare lo showdown: il voto, in programma la settimana prossima, sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Un altro appuntamento che Roberto Maroni – che ha intensificato i suoi colloqui con Angelino Alfano – ha già annotato sulla sua agenda. Con la penna rossa.

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21 settembre 2011 at 10:33

Bersani va al corteo. Ma c’è tensione dentro il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 settembre 2011)

Alle 16 di ieri, quando Pier Luigi Bersani annuncia la sua partecipazione allo sciopero generale della Cgil, un pezzo del partito scende sul piede di guerra. Da Veltroni a Letta, da Fioroni a Renzi: tutti contro la decisione del segretario di schierare i Democratici con la Camusso.

Massimo D’Alema sceglierà la piazza di Genova, approfittando della concomitanza con un dibattito nel capoluogo ligure che aveva in agenda da due mesi. E in piazza ci sarà anche Rosy Bindi, per protestare contro l’articolo 8 della manovra e soprattutto perché – dice – «è un dovere esserci» e dire «al governo che così non va». Non solo: manifesteranno dietro le bandiere della Cgil anche Stefano Fassina e Sergio Cofferati, l’ex ministro Cesare Damiano e Paolo Nerozzi. E altri ancora.
Ma, stavolta, la frattura interna al Pd sulla scelta di partecipare allo sciopero della Cgil va ben oltre il solito giochino del «chi va / chi non va» alle manifestazioni del sindacato di corso d’Italia. Soprattutto perché, stavolta, a finire sott’accusa sono, nell’ordine: la decisione di Bersani di prendere parte alla manifestazione di Roma; e il comunicato con cui il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, ufficializza la «presenza» del Pd ai cortei.
Il segretario, che sin da subito aveva guardato con attenzione allo sciopero indetto dal sindacato della Camusso («Dobbiamo essere ovunque si protesti contro questa manovra», aveva scandito giovedì nella sua relazione al coordinamento del partito), ha preso la decisione di scendere in piazza solo ieri. Soprattutto dopo aver ascoltato i rappresentanti degli enti locali che minacciavano la restituzione delle deleghe al governo. Arrivando a quell’incontro è scattata la molla che ha convinto il leader pd a sciogliere ogni riserva. «Certo che ci sarò, ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra», ha spiegato Bersani. E ancora, sempre dalla viva voce del segretario: «Il governo? Sono irresponsabili, non ho altra definizione. Chiederemo alla Camera lo stralcio dell’articolo 8». La nota di Fassina, altro tassello contestato da un pezzo di partito, era arrivata poco prima. «Il governo Berlusconi deve andare via per il bene del Paese», aveva messo nero su bianco il responsabile economico del Pd. «Le mobilitazioni di lavoratori, giovani e pensionati vanno sostenute. Per questo – conclusione – saremo allo sciopero generale indetto dalla Cgil».
E il pezzo del partito che si oppone? Walter Veltroni, per adesso, sceglie il silenzio. Ma basta ascoltare uno degli esponenti democratici a lui più vicini, Giorgio Tonini, per capire che aria tiri dalle parti dell’ex segretario. «Capisco le ragioni della Cgil ma non le condivido. Questo sciopero è sbagliato in sé», spiega il senatore. E la scelta del Pd di essere presente? Tonini mette da parte qualsiasi eufemismo e lo dice con nettezza: «Il compito del Pd, che il partito non sta svolgendo come si deve, non è quello di schierarsi con un sindacato che scende in piazza da solo. Ma incalzare il governo, portarlo su strade come quelle indicate da Romano Prodi nel suo editoriale sul Messaggero di domenica». Riforme di lungo periodo e «severe decisioni a effetto immediato», insomma.
Anche Beppe Fioroni, il deputato del Pd più vicino alla Cisl targata Bonanni, scende in campo contro Bersani: «La Cgil, ovviamente, è libera di fare le scelte che ritiene più oppurtune. Ma non non possiamo andarle sempre dietro». Perché, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «la nostra bussola dovrebbe essere l’invito alla responsabilità che ci è arrivato l’altro giorno da Giorgio Napolitano. Non possiamo fare come quei surfisti che provano a cavalcare l’onda della piazza, salvo poi rischiare di venirne travolti».
L’area del dissenso va oltre i confini di quel Movimento democratico di cui sia Veltroni che Fioroni fanno parte. Lo schieramento di piazza del Pd non piace a Enrico Letta, anche se lui e il suo braccio destro Francesco Boccia scelgono la strada del silenzio. E non piace a chi, come Marco Follini, dice che «chi allinea il Pd alla Cgil non fa un buon servizio». Dissente, anche se tace, pure Matteo Renzi. Ma la posizione del sindaco di Firenze è nota: «Non possiamo andare dietro la Cgil».
Ma Bersani è convinto di essere sulla strada giusta. «I sondaggi dimostrano che la presenza del Pd nei luoghi dove si protesta contro la manovra è riuscita ad “assorbire” anche il caso Penati», dicono i fedelissimi del segretario. Ma la giornata di oggi è destinata, in un senso o nell’altro, a lasciare un segno nella storia dell’opposizione che verrà. E non tanto per la distinzione tra Vendola («Sarò in piazza») e Casini («Lo sciopero è del tutto sbagliato»). Quanto perché l’opposizione delle altre forze sociali alla mossa della Cgil non si riassorbirà in poco tempo. Basta leggere, e nemmeno troppo tra le righe, l’intervista che il leader della Cisl Bonanni ha rilasciato al settimanale A di Maria Latella: «Questo sciopero è stato deciso per regalare una passerella a leader politici senza più nessuna credibilità».

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6 settembre 2011 at 11:06

Profumo di Montezemolo: s’avanza un «quarto polo» che punta sulle urne nel 2012.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 settembre 2011)

Non può essere solo una coincidenza. Infatti non lo è. Ieri l’altro, mentre a Labro Alessandro Profumo dava la sua disponibilità a entrare in politica bacchettando Pdl e Pd, nel direttivo di Confindustria riunito a Milano la parola e l’aggettivo più gettonati – che accompagnavano la stroncatura senz’appello della manovra (e delle manovre) del governo – erano «elezioni» e «anticipate».

Da Labro, il paese in provincia di Rieti dov’è in corso la festa dell’Api di Francesco Rutelli, a Milano, dov’è andato in scena l’ultimo consiglio direttivo di Confindustria, ci sono più di cinquecento chilometri. Eppure, giovedì, era come se fossero due località confinanti. Comunicanti. Nella riunione nel capoluogo lombardo, la stessa in cui il gotha degli industriali giudicava la manovra (e anche il governo) «debole» e «inadeguata», più d’uno ha teorizzato l’imminente default dell’attuale sistema politico italiano. Una possibile sintesi dell’aria che tirava e tira in Confindustria potrebbe essere la seguente: «I balletti sulla manovra dimostrano che il governo non è in grado di superare lo scoglio della manovra e di rispondere con efficacia alla richiesta di rigore che arriva da Bruxelles. E del centrosinistra, ovviamente, non ci fidiamo». Di conseguenza, non si può escludere che «la primavera del 2012 possa essere il momento dell’appuntamento con le elezioni anticipate».

Se a Milano gli industriali mettevano nero su bianco i sintomi (secondo loro) della malattia, a Labro si materializzava quello che (secondo loro) è il medicinale per curarlo. L’annuncio della disponibilità di Profumo, unito all’evergreen di un Montezemolo che pare definitivamente arrivato alla decisione di fare il «passo in avanti», possono essere – agli occhi di quelli che Berlusconi chiama «i poteri forti» – le mosse in grado di scombinare il sistema. Di ridurre (non si sa di quanto) il blocco sociale del centrodestra del Cavaliere. E di “tentare” quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che teme il remake del film del 1994, segnato dal fallimentare protagonismo della «gioiosa macchina da guerra».
Montezemolo e Profumo, racconta chi li conosce bene, non hanno molte cose in comune. Ma c’è un aspetto, non trascurabile, che potrebbe portarli a una convivenza pacifica sotto uno stesso tetto (politico). «Mentre Luca è uno che per forza deve fare il numero uno», dice un amico di entrambi, «Profumo ha sempre avuto l’umiltà di mettersi a disposizione di un progetto, senza per forza voler fare il “capo”». E a dispetto dei rumors che li danno lontani anni luce, aggiunge la fonte, «non è da escludere che le loro strade possano incrociarsi molto presto». Magari «possono insieme sostenere i quesiti del Mattarellum. Ma entrambi sono sicuri che si voterà con l’attuale Porcellum, che consente comodi ingressi in Parlamento anche a chi non ha grandi coalizioni alle spalle».

Sotto l’ombrello del Terzo Polo del tridente Casini-Fini-Rutelli, come ha teorizzato ieri Italo Bocchino («Se Profumo scenderà in campo, lo farà con noi», ha detto ad Affaritaliani) e come vorrebbe Bruno Tabacci? Non è detto. Non a caso il leader dell’Udc, che aveva commentato a caldo con entusiasmo la disponibilità dell’ex ad di Unicredit a «darsi da fare», ieri ha smorzato i toni: «La candidatura di Profumo? Si tratta di un dibattito prematuro. Stiamo parlando – ha aggiunto Casini – di persone fuori della politica che oggi esprimono una disponibilità. Il compito del Terzo Polo è quello di intercettarle. Ma parlare oggi di incarichi e posti banalizza tutto e sarebbe anche controproducente per noi».

Morale della favola? L’operazione «quarto polo», che potrebbe avere in Montezemolo e Profumo due  dei protagonisti («Ma altri industriali sono pronti a farsi avanti», mormorano fonti di Confindustria), nasce da lidi che poco hanno a che fare con la politica. A Cernobbio, al forum Ambrosetti, ieri non si parlava d’altro. Manovra inadeguata, governo incapace, e tandem Montezemolo-Profumo. Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria, ai microfoni di Radio 24: «La politica ne trarrebbe beneficio. Quindi ben venga Profumo e ben venga Montezemolo un domani». Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo: «Profumo? Persone di grande competenza e autorevolezza internazionale possono portare nella politica risorse intellettuali e umani utilissime. Di lui penso stra-bene». Lascia un segno nel dibattito anche chi, nel centrosinistra, vigila sulle mosse di chi si muove a destra del Pd. «È una buona notizia se Profumo si impegna in politica», mette a verbale Enrico Letta. «Quello di Profumo sarebbe un apporto prezioso», aggiunge il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (che ha in giunta uno degli sponsor del banchiere, Bruno Tabacci, e che sta dialogando con tutto quel mondo che tra il perimetro del centrosinistra e quello del centrodestra). Ma al quartier generale del Pd, la mossa dell’ex autorevole sostenitore (la moglie di Profumo, Sabina Ratti, è stata candidata all’assemblea nazionale con Rosy Bindi) non è piaciuta affatto. E qualcuno ricorda quelle parole di Bersani, che a fine luglio – all’inizio dell’inchiesta su Penati – aveva affidato ai fedelissimi la più tetra delle profezie: «In giro c’è qualcuno che vuole riportarci tutti al 1993. Qualcuno che, sapendo che l’originale è alla frutta, è alla ricerca di un nuovo Berlusconi».

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3 settembre 2011 at 09:57

Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

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2 settembre 2011 at 09:32

Da Vendola alle urla notturne di casa Pd. Tedesco fa paura anche da ex.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 luglio 2011)

Le urla arrivano da una stanza del Pd alla Camera. È il 19 luglio. Una voce fa: «Votando subito su Tedesco evitiamo i sospetti…». E un’altra risponde: «Ma ci prendi per il culo?».
Perché per comprendere il vortice di tensione in cui il Pd è sprofondato da una settimana a questa parte, per capire la grande sfida interna che s’è riaperta sulla questione morale, è da quella notte di otto giorni fa che si deve ripartire. È il 19 luglio. Mancano poche ore al voto della Camera su Alfonso Papa. I membri degli uffici di presidenza dei gruppi pd sono riuniti a Montecitorio. La tensione è alle stelle. Nicola Latorre, che qualche ora prima nella capigruppo di Palazzo Madama (Anna Finocchiaro era alla direzione del partito) aveva impresso una brusca accelerazione al voto sull’arresto di Alberto Tedesco, prova a giustificare la scelta: «Così allontaniamo i sospetti di chi ci accusa di scambiare Papa con Tedesco». Il deputato-economista Francesco Boccia perde le staffe: «Ma che fai, ci prendi per il culo?». Dario Franceschini, che comunque propende per la linea di Boccia, prova a sedare gli animi: «Ormai quel che è fatto è fatto». Il voto sincronizzato – che porterà in galera il pidiellino Papa e salverà Tedesco – conferma i più oscuri presagi della vigilia.
Ora, nel giorno in cui Bersani scrive al Corriere per difendere il Pd, nessuno dei litiganti ha voglia di parlare. «Quello che penso di Tedesco l’ho detto nel 2009. Meglio non aggiungere altro», sono le uniche parole a cui si limita Boccia. Un po’ la stessa teoria del veltroniano Giorgio Tonini, che sottolinea: «Il partito ha sempre gestito malissimo questa storia. A cominciare da quando abbiamo permesso che un signore con cotanto conflitto d’interessi facesse l’assessore alla Sanità».
«Il partito», «sempre», «malissimo». Nelle parole di Tonini c’è una grande verità. Perché la storia dell’ex assessore, per cui i magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese hanno chiesto l’arresto, attraversa tutte le epoche del Pd. Con Veltroni segretario, nel 2008, arriva la candidatura al Senato (primo dei non eletti). Nel 2009, quando il leader è Franceschini, si materializza la corsa (vincente) di Paolo De Castro alle Europee, che consente a Tedesco di entrare a Palazzo Madama proprio al posto dell’ex ministro dell’Agricoltura. Nel 2011, con Bersani saldamente alla guida del partito, avviene «l’incidente» che – nonostante i voti democrat a favore dell’arresto – consente a Tedesco di evitare la galera.
A onor del vero, nessuno dei tre segretari ha buoni rapporti con Tedesco. Veltroni e Franceschini lo conoscono appena. Bersani, come lo stesso senatore pugliese ha ammesso nell’ultima intervista rilasciata alla Stampa, non gli ha mai voluto parlare. E anche il ruolo di Massimo D’Alema nel suo cursus honorum, a dispetto delle tante voci sul presidente del Copasir, è praticamente nullo.
In questa storia, in cui ai democrat tocca il conto più salato, mancano all’appello altri protagonisti. Nichi Vendola, ad esempio, è l’uomo che nel 2005 gli affidò il dossier della Sanità regionale, nonostante Tedesco avesse moglie e figli con partecipazioni azionare in imprese che vendevano prodotti farmaceutici. Una stima ricambiata, visto che Tedesco è stato sorpreso a brindare, nella notte in cui il governatore rivinse le primarie nel 2010, al successo di «Nichi».
E poi manca all’appello anche Michele Emiliano, il sindaco di Bari a cui Tedesco – nel 2008 – ritira il suo sostegno in vista della comunali dell’anno successivo. Provocando una frattura che si ricomporrà soltanto quando Emiliano, che all’epoca è il segretario regionale del partito, si spende perché l’ex socialista venga inserito nelle liste del Pd al Senato.
Morale della favola? Ieri Tedesco, a cui il Pd continua a chiedere le dimissioni da senatore, ha annunciato invece l’uscita dal Pd: «Ho spedito una lettera di quattro righe a Bersani». Il segretario gli ha risposto con una dichiarazione alle agenzie: «Per il partito bastano. Ma per il Paese io gli ho chiesto un passo indietro». Una linea, quella del leader, che trova d’accordo anche D’Alema. «Condivido quello che ha detto Bersani dalla prima all’ultima parola, compresi i punti e le virgole», spiega il presidente del Copasir. Il tutto mentre Rosy Bindi, che con Tedesco ha ingaggiato un duello a distanza, si limita ad alzare le mani. Come a dire, “che ci serva da lezione per le prossime volte”.
Il problema è che non è finita. L’incrocio con l’inchiesta su Filippo Penati, accusato dai magistrati di Monza di aver intascato tangenti per le ricostruzioni nell’area ex Falck, rischia di sopraesporre il Pd agli attacchi del centrodestra. Soprattutto se, come temono ai piani alti del Nazareno, «Tedesco comincerà a fare il giro di tv e giornali; rischiamo peggio del caso Villari (l’ex presidente della Vigilanza Rai eletto coi voti del Pdl, ndr), visto che qui le aggravanti penali si sprecano». L’obiettivo minimo di Bersani è scampare alla bufera. E considerando che sulla questione la miglior difesa è l’attacco, ecco che il leader del Pd risponderà colpo su colpo. Anche, come annuncia Enrico Letta durante la trasmissione In onda, alle accuse di Travaglio sui rapporti con Franco Pronzato.

Written by tommasolabate

27 luglio 2011 at 10:09

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

Written by tommasolabate

22 luglio 2011 at 12:36

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