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La Lega “salva” Romano. E il boss Mandalà attacca sul suo blog: «Il Carroccio mercanteggia»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 settembre 2011)

La Lega “salva” Saverio Romano. E Nino Mandalà, il boss di Villabate con cui il ministro – secondo un pentito – avrebbe “collaborato”, attacca il Carroccio. Sul suo blog.

L’argomento è di quelli che tormentano il sonno di molti onorevoli deputati. E la domanda, che segretamente passa di coscienza in coscienza nei corridoi di Montecitorio, è sempre la stessa: perché Papa sì e Milanese no?
Alla vigilia del voto sulla mozione di sfiducia nei confronti di Saverio Romano, il ministro accusato di reati di mafia che sarà salvato (come Milanese) dai voti iper-padani di Bossi e compagnia, il boss di Villabate Nino Mandalà annota sul suo blog (http://ninomandala.blogspot.com/). Papa e Milanese? «Due storie uguali (o forse quella di Milanese è un tantino meno uguale), due morali diverse, che confermano una consuetudine ormai consolidatasi nel nostro Parlamento, la consuetudine all’incoerenza».
Mandalà non è un boss qualsiasi. E il padre del boss che avrebbe confidato al collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso di avere «nelle mani» i politici «Saverio Romano e Totò Cuffaro». E che cosa scrive ieri alle ore 12.25 Mandalà della Lega, il partito che consentirà a Romano di rimanere alla guida del ministero dell’Agricoltura come se nulla fosse? Questo scrive sul suo blog, riferendosi (apparentemente?) alla doppia morale usata dal Carroccio su Papa e Milanese: «Ahimé, pare che dobbiamo arrenderci all’evidenza: la Lega ha mercanteggiato la propria coscienza al banco dei pegni della Camera e ha riscattato l’onorevole Milanese reputando che le sue quotazioni valessero più di quelle dell’onorevole Papa ai fini dei risultati da portare a casa!». Non è tutto. Qualche riga più in giù, sempre all’interno dello stesso post, Mandalà manda un altro siluro all’indirizzo di Senatur e compagnia. Sotto forma di domanda retorica: «È credibile una Lega in preda a convulsioni moralistiche a singhiozzo, che obbediscono a calcoli di ragioneria spicciola piuttosto che a obiettive considerazioni di carattere morale, in una vicenda in cui la morale dovrebbe essere l’unica categoria alla quale ispirarsi?».
Coscienza. Riscatto. Credibilità. Morale. Tutte voci del verbo del boss di Villabate. Che ovviamente, a quel Romano che avrebbe avuto (secondo il pentito Lo Verso) «in mano», non fa alcun riferimento. Messaggio in codice? Avviso ai naviganti? Chissà.
Di certo c’è che in uno sfogo che lo fa sembrare uno degli indignados, veicolato a mezzo blog a poche ore dal voto di Montecitorio su Romano, Mandalà castiga anche il presidente del Consiglio. «È credibile un Presidente del Consiglio che, vicende pecorecce a parte di cui può non importarci, (…) ha determinato un tale declino dell’Italia che Obama si può permettere impunemente e ingiustamente di ignorare il ruolo fondamentale avuto dal nostro Paese nella vicenda libica senza che le nostre Istituzioni abbiano un sussulto d’orgoglio?». E ancora, sempre Mandalà: «È credibile un presidente del Consiglio che è ridotto ad annaspare elemosinando la stampella dall’onorevole Scilipoti, pur provenendo dalla più ampia maggioranza mai realizzata nella storia parlamentare italiana?».
Più che un boss mafioso, sembra il tribuno di una plebe qualsiasi, Mandalà. «È credibile un Pd che non è capace di proporre una strategia degna di questo nome in alternativa a quella del governo? (…) È credibile un Di Pietro che evoca scenari apocalittici ipotizzando strumentalmente la prospettiva di un selciato sporco di sangue allo stesso modo in cui con la sua nota disinvoltura seminò Tangentopoli di imputati più o meno innocenti e provocò tante tragedie, il quale, mentre tuona contro il nepotismo e il malaffare, non dimentica che i figli sono ”pezz’e core” e catapulta il suo di figlio in politica?».
È credibile Mandalà? A chi scrive Mandalà? Mistero. A poche ore dal voto su Saverio Romano, intanto, l’unica voce della maggioranza che s’è levata a favore della sfiducia è quella del leader repubblicano Francesco Nucara. «Romano farebbe bene a dimettersi prima, visto il tipo di reato di cui è accusato. Ritengo che in questo caso dovrò votare la sfiducia». A dimettersi, il ministro “responsabile” non ci pensa proprio. Nel suo libro intervista con Barbara Romano, La mafia addosso, ha scritto: «La mafia addosso è come una maglietta fradicia di sudore che non ti appartiene». Passi per la ricerca dell’originalità a tutti i costi. Ma attenzione. Ci saranno state persone colpite improvvisamente dalla banalissima tegola che cade da un tetto. Ma vi è mai capitato di trovarvi inconsapevolmente a indossare una maglietta bagnata dall’altrui sudore? «È credibile», per dirla con Mandalà, un esempio del genere?

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Written by tommasolabate

27 settembre 2011 at 08:10

Nell’attesa del “partito degli onesti”, il Pdl diventa “Animal house”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 luglio 2011)

In uno dei suoi racconti, Lev Tolstoj annotò che «un giorno uscimmo a caccia dell’orso e il mio compagno colpì di striscio un esemplare, che si diede alla fuga». L’orso scappa sanguinando. E la neve sotto di lui si fa rossa, come una toga della Procura di Milano. «Cominciammo a ragionare insieme se convenisse inseguirlo subito o aspettare. Quando lo chiedemmo ai contadini, un vecchio rispose: “Non va bene inseguirlo subito, lasciategli un po’ di respiro”. (…) Un altro, un giovane, dissentì: “No, no, l’orso possiamo ammazzarlo oggi stesso”».

Ora non è dato sapere se Michela Vittoria Brambilla abbia mai letto i Racconti per contadini attribuiti all’autore di Guerra e pace (I racconti di Tolstoj, a cura di Prem Cand, Mimesis, 2010). Ma una cosa è certa. Se quel volume è capitato sotto i suoi occhi ministeriali, a pagina 61, quella in cui si narra della lite generazionale tra contadini sulle sorti dell’orso, proprio là Michela ha trovato la luce.

Sacra, santa e pure sacrosanta, l’antica battaglia in difesa degli amici animali – orfana anche in Parlamento di un partito animalista tout court – sembra diventata il core business del Pdl targato Alfano. Certo, un po’ è colpa degli alleati della Lega, che proprio la settimana scorsa si sono messi brutalmente a pasteggiare a orso. Un po’ dipende dal nobile obiettivo del “partito degli onesti” enunciato dal neo-segretario, che però necessita di un percorso che potrebbe essere lungo e accidentato. Ma sta di fatto che, alla corte di Re Silvio, ormai ingannano il tempo che li separa da spiagge e ombrelloni ergendosi a scudo umano in difesa dei migliori amici dell’uomo.

Nella sua crociata contro il Carroccio orsivoro, la Brambilla ha scelto come compagno di squadra nientemeno che il titolare della Farnesina Franco Frattini. «A nome di tutti gli esponenti del Pdl che, come noi, provano profonda indignazione nell’apprendere che in una festa leghista del Trentino verrà servita carne di orso», hanno scritto i due in una nota, «chiediamo al segretario del partito, nostro alleato, di intervenire per fermare questa scandalosa iniziativa». E se poi capita che il cavallo “Messi” della contrada Chiocciola muoia nelle prove del Palio di Siena, ovviamente il tono della protesta sale. Dicendosi «profondamente rattristata per l’ennesimo tragico incidente costato la vita a un cavallo», la rossa MVB rivendica («Da tempo avevo lanciato l’allarme circa le condizioni di pericolosità per gli animali coinvolti in questa anacronistica manifestazione»), minaccia («Il Palio di Siena, visto quello che accade ripetutamente, non può più considerarsi intoccabile») e, nonostante i vari “vuolsi così colà” che gli vengono opposti dall’amministrazione senese, continua indomita a dimandare.

Sarebbe sbagliato, però, considerare il nuovo corso animalista dei berluscones come la classica iniziativa di un partito che, all’occorrenza, sa muoversi “a colpi di maggioranza”. No. La Brambilla ha già nel taschino fior di accordi bipartisan. Da titolare del dicastero del Turismo ruba un piccolo dossier alla collega Carfagna, che si occupa di Pari opportunità, e s’esalta. «È l’ora delle pari dignità, tutelare mucche e maiali come i cani e i gatti di casa», scandisce durante il terzo incontro dell’iniziativa La coscienza degli animali. Accanto a lei ci sono l’astrofisica rossa Margherita Hack, l’oncologo democratico Umberto Veronesi, la scrittrice Susana Tamaro, arrivata là ché evidentemente là l’ha portata il cuore. Davanti, invece, si ritrova le telecamere dei telegiornali dell’Impero di Silvio, che fecero lo scoop sull’unico esemplare di gatto lungo un metro ma evitano di occuparsi dell’inchiesta di Napoli in cui si parla anche delle nomine del cane a sei zampe (dell’Eni).

In attesa del «partito degli onesti», il Pdl pare Animal house. E il suo leader, dall’omonimo capolavoro di John Landis, potrebbe financo arrivare a copiare il grido di battaglia del compianto Belushi. “Toga! Toga! Toga!”. Aggiungendoci, magari, una parolina di cinque lettere. «Rossa».

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5 luglio 2011 at 07:41

«Che cos’è questa pagina bianca?» L’allarme della Lega sugli omissis di Tremonti

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 giugno 2011)

La partita sulla manovra è ancora tutta da giocare. Ieri sera, quando l’ultima bozza di Tremonti è arrivata all’ufficio legislativo del Carroccio alla Camera, gli sherpa leghisti – di fronte all’articolo sulle pensioni – si sono fermati: «Che cos’è questa pagina bianca?».
La stessa scena si è ripetuta quando i consiglieri dei ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa si sono imbattuti nel comma 7 dell’articolo 21 dell’ultima versione cartacea della manovra. Nelle pagine della bozza, insomma, dove c’è scritto chiaro e tondo – sotto il titolo «Fondo sperimentale di riequilibrio» – che la “loro” Sicilia, insieme alla Sardegna, sarà chiamata a pagare un contributo pesante per i prossimi anni. Il taglio di compensazione dell’Irpef per i comuni delle due isole sarà ridotto di un miliardo per il 2013 e di due miliardi per il 2014. Il taglio alle provincie siciliane e sarde, stando al testo, sarà di 400 milioni per il 2013 e 800 per il 2014.
L’obiezione, in fondo sacrosanta, è che le lacrime e il sangue da versare sull’altare della «manovrona» da qualche parte dovranno stare. La stessa obiezione, però, si ferma di fronte ai tanti omissis di cui è corredato un testo che, a meno di colpi di scena, questa mattina sarà licenziato dal Consiglio dei ministri.
E qui si torna all’atmosfera di panico che si respira nelle stanze di Montecitorio occupate dalla Lega nord. Quelle in cui gli sherpa del Carroccio, che nella lettura dell’ultima bozza di Tremonti erano arrivati a pagina 31, hanno trattenuto il fiato di fronte a una pagina bianca, che correda il capitolo sugli «Interventi in materia previdenziale». «Nel testo che abbiamo noi, non ci sono cifre», s’è sentito dire ieri pomeriggio il capogruppo Reguzzoni. «C’è soltanto scritto che le norme decisive sulle pensioni sono “in attesa di definizione”». Circostanza che ha scatenato una guerra di nervi all’interno di una maggioranza che, adesso, è tornata a tremare. Un autorevole esponente del Carroccio, vicino al ministro Calderoli, la mette così: «La manovra che Giulietto ci ha illustrato ieri non arriva mica a coprire i 47 miliardi previsti. Significa che da via XX settembre stanno ancora giocando a nascondere le carte». Il ragionamento della fonte, lo stesso che tutto il (litigioso) gotha della Lega sottoscriverebbe in trenta secondi, prosegue così: «Se il grosso della manovra arriverà dalle pensioni o coi condoni, noi ci chiamiamo fuori e tanti saluti». Una “lettura” che fa pendant con la profezia messa a verbale martedì pomeriggio da Umberto Bossi, subito dopo il supervertice di Palazzo Grazioli: «Il governo non è al sicuro finché la manovra non sarà approvata».
Non è un caso se Giorgio Napolitano, parlando ieri coi giornalisti al rientro dalla cerimonia all’Università di Oxford, ha scelto di fare una premessa: «Vedremo che cosa arriverà dal governo». Di certo c’è che, e il capo dello Stato l’ha detto senza giri di parole, «chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani». E ancora, sempre dalla viva voce del presidente della Repubblica: «Il 7 giugno c’è stato un documento molto puntuale della Commissione Europea, che riconosceva che lo sforzo fatto rende credibile la vigilanza dei conti fino al 2012». Ma in quello stesso documento, ha sottolineato l’inquilino del Quirinale, c’è scritto che per Bruxelles «occorrono misure addizionali per il 2013-2014».
Ma da dove arriveranno i 47 miliardi rimane un mistero. Il deputato-economista Francesco Boccia, che il Pd ha messo dietro il delicatissimo dossier, scuote la testa: «Il testo della manovra che circola da giorni è solo un depistaggio». E «depistaggio», in fondo, è la stessa parola che rimbalzava ieri tra i banchi di una maggioranza che – a dispetto della tregua di martedì – ancora non si fida di Tremonti.
Ai collaboratori più stretti, il titolare dell’Economia ha confidato che «ho la certezza che l’Unione europea approverà la mia manovra». Ma del testo definitivo, ancora non c’è traccia. Nell’ultima notte che accompagnerà la manovra da via XX settembre a Palazzo Chigi, la maggioranza trattiene il fiato. La Lega, che non pare accontentarsi dell’alleggerimento dei tagli per i comuni virtuosi e della sanatoria sulle quote latte, è in trincea sulle pensioni. Il blocco siciliani del governo (da Alfano a La Russa, da Prestigiacomo a Romano) minaccia la ressa sui tagli ai comuni delle Isole.
Veti incrociati e veleni che fanno da contorno alla clamorosa caduta che la maggioranza ha subito ieri in Aula sulla legge comunitaria. «Sono segnali preoccupanti», ha detto il Cavaliere ai suoi. Lo stesso Berlusconi che non dà per chiusa nessuna partita. Nemmeno quella sulla possibile successione a Tremonti.

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30 giugno 2011 at 09:50

Dal prato di Pontida al modello Beirut. Maroni prepara il congresso contro il “cerchio magico”

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 giugno 2011)

La guerra nella Lega tra i maroniani e il «cerchio magico» sembra arrivata all’alba dello scontro finale. Quando gli leggono la dichiarazione che Bossi rilascia nel pomeriggio («Maroni non è contento della conferma di Reguzzoni? Peggio per lui»), il titolare del Viminale si sfoga coi suoi: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi, che stanno trascinando Umberto e la Lega in un burrone. Ora basta».
I margini per ricomporre la frattura, ormai, sono ridotti all’osso. In meno di una settimana, infatti, il Carroccio passa dal prato verde di Pontida a un “modello Beirut” fatto di imboscate e agguati. Domenica la scena e gli striscioni per il tandem Bossi e Maroni, che molti scambiano per un passaggio di testimone. Lunedì il tentato blitz di Rosi Mauro, che chiede a Bossi di commissariare il maroniano Giorgetti alla guida del partito lombardo, a cui il titolare del Viminale risponde minacciando le dimissioni dal partito. Quindi quaratott’ore di puro imbarazzo nell’Aula di Montecitorio in cui il governo – che arriva a dare parere favorevole a un ordine del giorno del Pd – trasforma in carta straccia la boutade sul trasferimento dei ministeri al Nord. Per finire alla riconferma di Marco Reguzzoni alla presidenza del gruppo di Montecitorio, grazie all’ordine con cui un Capo passa sopra a ben 46 firme di altrettanti deputati, dando ragione ad altri 13. Un dramma che si trasforma in farsa, o viceversa, quando nell’assemblea di gruppo del Carroccio i deputati Giovanni Fava e Giacomo Chiappori arrivano praticamente alle mani, costringendo il resto della ciurma a sedare una rissa che stava per trasformare una stanzetta di Montecitorio in un saloon del Far West.
Mercoledì sera, quando fa il punto della giornata coi suoi più stretti collaboratori, Maroni si dice «non soddisfatto» della riconferma di Reguzzoni. «Comunque», ripete, «non sarò certo io a tagliare la faccia a Bossi». Nella sua cerchia, qualcuno scommette: «Bobo, vedrai che domani (ieri, ndr) questi del cerchio magico faranno di tutto per convincere Bossi ad attaccarti».
Scommessa vinta. Ieri pomeriggio, quando i cronisti di alcune agenzie e del Tg3 lo intercettano all’uscita dalla Camera, il Senatur non si sottrae. Maroni non è contento della riconferma del capogruppo? «Peggio per lui», spiega il leader. E ancora: «È la base che tiene sotto controllo la situazione nella Lega, non Maroni». E le liti all’interno del gruppo parlamentare? «Dove ci sono io non ci sono liti».
Quando i lanci d’agenzia con le dichiarazioni dell’Umberto finiscono sotto i suoi occhi, il titolare del Viminale sbotta: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi qua», dice evocando la truppa del “cerchio magico”. Tra i suoi colonnelli sparsi sul territorio, c’è chi è sicuro di poter ricostruire la dinamica delle ultime ore: «Reguzzoni, Bricolo e Rosi Mauro», dicono, «hanno parlato con Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr) e col figlio Renzo». E i familiari, stando alla ricostruzione, avrebbero fatto pressing sull’Umberto perché scagliasse l’ultima pietra sull’ala maroniana.
Il ministro dell’Interno, chiuso nel suo ufficio al Viminale, confessa alla sua cerchia ristretta «che la misura è colma». Parla con Roberto Calderoli e con Giancarlo Giorgetti, con cui concorda sulla necessità di incontrare a stretto giro il Senatur «per convincerlo a ragionare». Altrimenti, è il sottotesto, si va alla conta. Dove per conta, spiega a microfoni spenti un autorevole colonnello maroniano sul territorio, «s’intende un congresso. Noi contro loro. Maroni contro il Trota. E vediamo chi vince».
Nella Lega il congresso federale è un appuntamento che manca da nove anni. L’ultimo è stato ad Assago, nel marzo del 2002. Prima di quella data, tra assise ordinarie e straordinarie, ne erano stati celebrati ben otto in soli dieci anni. L’autorevole fonte maroniana insiste: «Prima andavamo al ritmo di quasi un congresso federale all’anno. Dopodiché ce n’è stato uno in undici anni. Tra l’altro, da quando è venuta fuori la corrente di Reguzzoni, dobbiamo avere anche paura di esprimere liberalmente le nostre idee. Adesso basta, è arrivato anche per noi il momento di riprendere confidenza con la democrazia. Altrimenti…».
Oltre i puntini di sospensione del fedelissimo del ministro dell’Interno, c’è la paura di quel «baratro» che Maroni e Calderoli condividono al punto di aver (quasi) chiuso le ostilità tra loro. Senza dimenticare l’incubo, che il sindaco di Verona Flavio Tosi ha messo nero su bianco in un’intervista rilasciata al Giornale la settimana scorsa, che il possibile tracollo di Berlusconi e del berlusconismo trascini il Carroccio in un burrone dal quale sarà impossibile rialzarsi. Maroni, i maroniani e la base da una parte. Renzo Bossi, Manuela Marrone e il cerchio magico del tridente Reguzzoni-Bricolo-Mauro dall’altra. A meno di colpi di scena, la conta finale partirà a breve. Magari sarà un testa a testa tra «Bobo» e «Trota». Magari il punto di discrimine sarà correre da soli alle prossime elezioni (linea Maroni) o rimanere ancorati al Pdl (cerchio magico). L’unica certezza riguarda la guerra. Arrivata all’alba dell’atto finale.

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24 giugno 2011 at 12:07

Bersani, il triplete del Pd e l’ultimatum alla Lega.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 giugno 2011)

Alle 7 di sera, quando s’apparta con Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Bersani gli sussurra in un orecchio: «Per adesso non presentiamo una mozione di sfiducia in Parlamento». E sottolinea, «per adesso…».
Coi suoi più stretti collaboratori, insieme a cui è immortalato in un video “dietro le quinte” che sarà trasmesso dalla tv del partito Youdem per celebrare la sbornia referendaria, il segretario era stato ancora più preciso. E, anticipando i contenuti della conferenza stampa tenuta al terzo piano del Nazareno a urne chiuse, aveva sillabato, cedendo involontariamente a quello slang emiliano che piace tanto a Crozza: «Governo tecnico? Ma dico, siam matti? Oggi gli italiani hanno scritto la storia. Per cui Berlusconi salga al Colle e si dimetta. Perché tolta una fase di transizione per fare la riforma elettorale, per noi adesso ci sono solo le elezioni anticipate. Punto e basta».
Il segretario del «triplete» (il copyright è di Matteo Orfini), che un mese fa aveva impresso una brusca accelerazione alla campagna referendaria, adesso sente di avere il coltello dalla parte del manico. «Basta con tutte queste robe politiciste, basta parlare di governi tecnici e governicchi». Infatti, al contrario di un Di Pietro che si tiene alla larga dalla richiesta di «dimissioni» dell’esecutivo («Chiederle è una strumentalizzazione»), il leader del Pd punta dritto sul crollo del Cavaliere. Non a caso, nel giro di qualche settimana, «Pier Luigi» ha rubato a «Tonino» i galloni del “nemico pubblico numero uno” del berlusconismo. Basta leggere la dichiarazione in cui un “falco” della comunicazione del Pdl come Giancarlo Lehner saluta la sua conferenza stampa: «Di fronte a Bersani, persino Di Pietro sembra uno statista».
Far cadere il governo, sì. Ma come? Incontrando Casini a margine della presentazione dell’ultimo libro di Veltroni, per la prima volta Bersani evoca, in vista della “verifica” di governo del 22 giugno, la possibilità di presentarsi in Parlamento con una mozione di sfiducia. «Per adesso non la annunciamo, perché ancora non ci sono i numeri e non vogliamo offrire un assist al Cavaliere. Ma se il vento cambiasse anche a Palazzo…».
Oltre i puntini di sospensione c’è una strategia precisa. E un carico d’aspettative che riguarda la «svolta» che i big del Carroccio potrebbero mettere in scena domenica, a Pontida. «Siamo stanchi di prendere sberle», ha messo nero su bianco Roberto Calderoli dando voce a un malumore che ha definitivamente contagiato anche Bossi. E Bersani, quasi di rimando, ha fatto recapitare a via Bellerio il seguente messaggio: «Basta tentennamenti, non stiamo mica qui a pregarvi. Siete voi che dovete fare il primo passo. Anche perché questo voto ha dimostrato che la teoria dei vasi comunicanti, nel centrodestra, non funziona più. Perde Berlusconi e perdete anche voi». Un ultimatum in piena regola, insomma. Condiviso anche da Pier Ferdinando Casini. «La vera sberla», ha argomentato il leader terzopolista ai microfoni del Tg di Mentana su La7, «l’ha presa la Lega. Che adesso, per salvarsi, deve solo svincolarsi da Berlusconi».
Prendere o lasciare, insomma. Se domenica il Carroccio comincia a smarcarsi dal Cavaliere, il Pd garantisce sull’approvazione di una legge elettorale che consenta a Bossi&Co. di presentarsi da soli alle prossime elezioni (il Bersanellum varato la settimana scorsa risponde a quest’obiettivo). Altrimenti, è la sintesi del gotha democratico, «fatti loro, che crollino pure appresso al premier».
Il referente principale del leader del Pd rimane Roberto Maroni. Che infatti, intervistato dal Corriere di ieri prima che la sconfitta referendaria del governo assumesse i contorni della disfatta, l’ha detto chiaro e tondo: «Il governo svolti o si va a votare. La Lega è indisponibile a formule di transizione».
È lo stesso adagio di Bersani, con cui il titolare del Viminale s’era intrattenuto alla parata del 2 giugno. Solo anche adesso la situazione s’è capovolta. Col triplete in tasca, il leader del Pd (che a inizio luglio sarà a Pontida, alla festa del Pd locale) è in grado di dettare l’ultimatum al Carroccio. Se l’operazione va in porto, i paletti del post-Silvio sarebbero già fissati. Mozione di sfiducia in vista del 22 giugno, nuova maggioranza (Pd, Lega, Idv e pezzi di Pdl) per un governo che abbia in agenda il cambio di legge elettorale e tutti al voto a novembre. «Siamo a una svolta storica. Oggi c’è stato il referendum sul divorzio tra Berlusconi e il Paese», ripete Bersani. Convinto, in cuor suo, di aver centrato in soli due mesi obiettivi neanche lontanamente immaginabili. Un fronte anti-berlusconiano compatto, un Pd in testa alla classifica dei partiti e pure una premiership che nessuno, oggi, sarebbe in grado di contendergli.

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14 giugno 2011 at 11:08

Dal colloquio segreto con Maroni (che andrà a votare ai referendum) al Peroncino in direzione. Bersani pensa al 13.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2011)

Alle 14 di ieri, assistendo a una direzione del Pd che non era mai stata così serena, Pier Luigi Bersani ha stappato un Peroncino e ha cominciato a sorseggiare la birra. Brindando all’«unità» e con un pensiero all’affluenza del referendum. A cui contribuirà, col suo voto, anche Roberto Maroni.
Nel giorno in cui il presidente della Repubblica ha risposto seccamente a chi gli chiedeva della sua presenza ai seggi («Sono un elettore che fa sempre il suo dovere»), Maroni avrebbe ufficializzato di fronte ai fedelissimi la sua intenzione di recarsi alle urne domenica per votare ai referendum. Una risposta scontata, se si pensa che il «Bobo» leghista è comunque il ministro dell’Interno. Un po’ meno se si ragiona sul fatto che il titolare del Viminale potrebbe essere il primo big del Carroccio a «uscire dai blocchi», ad annunciare che ritirerà quelle quattro schede che potrebbero condannare il berlusconismo.
Per capire che cosa c’entra tutto questo con Bersani bisogna fare un passo indietro di qualche giorno. Al 2 giugno, per la precisione. Al Riformista risulta infatti che, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il segretario del Pd e il ministro dell’Interno sono riusciti nell’impresa di intavolare un colloquio di cinque minuti lontano da microfoni e taccuini. Quel faccia a faccia tra “Pier Luigi” e “Bobo” – a cui gli amici comuni avevano lavorato già prima delle elezioni amministrative – ha già avuto luogo.
Sulle (eventuali) confidenze che si sarebbero fatti, invece, c’è soltanto una certezza. Ai pochissimi che sapevano della chiacchierata col titolare del Viminale, e che di conseguenza hanno cercato di soddisfare la sacrosanta curiosità, Bersani ha detto due cose. La prima è che «adesso dobbiamo lasciare che la Lega cuocia nel proprio brodo». La seconda, scandita con un sorrisetto, è che «dobbiamo aspettare di vedere quello che succederà al referendum. Perché il giorno dopo, in un senso o nell’altro, qualcosa succederà». Non a caso, il segretario del Pd – affrontando ai margini della direzione di ieri il tema del supervertice di Arcore – ha parlato come se fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo all’interno della residenza del premier. «Non so di che cosa discuteranno», ha premesso, «ma sono convinto che se penseranno a precari bilanciamenti non faranno strada». E ancora, sempre dalla viva voce di Bersani, testualmente: «Il Pdl non risolverà i suoi problemi tirando per la giacca Tremonti. E se la Lega pensa di aggiustare con dei “bilanciamenti”, si troverà di fronte a nuove buche perché, soprattutto al Nord, si è visto che le premesse non si sono realizzate».
Quando parla a Roma coi cronisti, insomma, il leader del Pd è convinto che il Cavaliere abbia offerto a Bossi di “promuovere” Tremonti e Calderoli come vicepremier, magari portando Roberto Castelli alla Giustizia? Sono questi i «bilanciamenti» a cui allude? Bastano queste previsioni per risalire a un possibile «asse» tra Bersani e Maroni, che magari si è consolidato con la chiacchierata del 2 giugno? Tra tanti indizi c’è una sola certezza. Il dialogo tra Pd e Lega ha bisogno di due pre-condizioni. Primo, che il referendum di domenica e lunedì sia un’altra sconfitta per il premier. Secondo, che successivamente ci sia l’accordo di massima su una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni. «E il Mattarellum col 50 per cento di maggioritario e il 50 di proporzionale», insistono gli sherpa di entrambi i partiti, risponde a questa esigenza.
«La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica», ha scandito Bersani alla direzione del Pd di ieri. «Il governo si dimetta. La strada maestra sono le elezioni, ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale», ha aggiunto. Dal Parlamentino del Pd, il segretario è tornato a casa con una relazione approvata all’unanimità e un partito compatto. La linea è tracciata: alleanze sì, ma «noi siamo il perno della coalizione e puntiamo ad essere il primo partito del paese». Le primarie ci saranno, «e le metteremo in sicurezza». «Non facciamo l’errore del ’93», ha avvertito D’Alema. «Bersani vince le primarie se siamo uniti», ha spiegato Fioroni. «Bene Bersani. Adesso costruiamo l’alternativa riformista», è stato l’auspicio di Veltroni. Poi i due passaggi “di colore”, che entrano di diritto negli highlitghs. L’applauso tributato al responsabile Enti Locali Davide Zoggia, per i successi alle amministrative. E quel Peroncino, che il segretario ha stappato e poi bevuto. Brindando al futuro prossimo.

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7 giugno 2011 at 11:14

La “dittatura” a Deauville, l’accordone a Montecitorio. E il premier prepara il bunker.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 maggio 2011)

Stavolta non si tratta di un’intervista a un tiggì della Rai o di Mediaset. Né di un’ospitata da Vespa o di una telefonata furibonda all’Infedele o a Ballarò. Né di uno sfogo privato fatto trapelare dai suoi. Stavolta, l’affermazione secondo cui in Italia «abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra», Silvio Berlusconi l’ha detta a Barack Obama.

Potrebbe essere il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’inizio della fine dell’«Impero». Due minuti di colloquio ripresi dalle telecamere a circuito chiuso del G8 di Deauville, che tra l’altro provocano un ritardo nell’inizio dei lavori del summit.
Silvio Berlusconi si avvicina al presidente degli Stati Uniti, di cui aveva salutato l’elezione riassumendo il senso delle sue reazioni in un aggettivo, «abbronzato». Quindi, con l’aiuto dell’interprete, il presidente del Consiglio (che conosce bene il francese, ma non l’inglese) dice a Barack Obama che «abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale». Però, aggiunge testualmente, «in Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici “di sinistra”». E ancora: «Io ho subito ventuno processi».
Il presidente degli Stati Uniti d’America sembra cogliere la gravità delle parole del presidente del Consiglio italiano. Le immagini testimoniano di un Obama che, nell’ascoltare il suo interlocutore, scuote impercettibilmente la testa. Però, tolto l’«how are you?» iniziale, non replica. Neanche con un sussurro. Nemmeno quando Berlusconi, stando al servizio del Tg1 delle 20, gli racconta «della nuova maggioranza» su cui si regge l’esecutivo (in pillole, è come spiegare all’inquilino della Casa Bianca dell’esistenza di Mimmo Scilipoti nello scacchiere politico nostrano).
Ma è davvero il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’«inizio della fine»? In vista di una possibile presa di distanze da parte del Quirinale e del Csm, alle parole del Cavaliere reagiscono l’Associazione nazionale magistrati e tutta l’opposizione. «Berlusconi sta perdendo il senso delle dimensioni», mette a verbale Pier Ferdinando Casini. «Il governo deve andare a casa. Il premier chiederà a Obama un intervento della Nato contro i pm?», scandisce Bersani. Ma il vero segnale l’allarme, che dimostra l’effetto boomerang dell’ultima trovata del presidente del Consiglio, sta nel silenzio dei berluscones. Nessun fuoco di copertura, nessuna difesa d’ufficio organizzata, nessuna controffensiva. Prima dell’inizio dei telegiornali di prima serata, tolte due dichiarazioni di Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, dalle parti del Pdl non si sente che silenzio. È il segno che stavolta, anche per i falchi, la misura potrebbe essere colma. Senza dimenticare che, come spiegano da via Bellerio, il video ripreso dalle telecamere del G8 ha imbarazzato talmente tanto i vertici del Carroccio da non poter escludere «una presa di posizione di Bossi».
Ma i segnali d’allarme, per il Cavaliere, vanno ben al di là dell’effetto (in Italia) delle sue parole Oltralpe. Primo, perché il Pdl che s’avvicina all’appuntamento coi ballottaggi sembra un esercito che marcia diviso per colpire altrettanto. Mentre gli ex di Alleanza Nazionale lavorano alla costruzione della loro «cosa», tra gli ex forzisti volano gli stracci. A Roberto Formigoni, che aveva anticipato la sua decisione di correre per la leadership, ha risposto Fabrizio Cicchitto, dai microfoni del Tg3. «Escludo passi indietro di Berlusconi», ha spiegato il capogruppo del Pdl a Montecitorio. Di conseguenza, ha aggiunto riservando un colpo di sciabola al governatore della Lombardia, «non so a quali primarie si riferisca».
Ma è soprattutto la triangolazione Lega-Terzo Polo-Pd a preoccupare le truppe berlusconiane asserragliate a Palazzo Grazioli. Casini, che oggi chiuderà insieme a Massimo D’Alema la campagna elettorale del ballottaggio di Macerata, ha ammesso ai microfoni di Mattino Cinque (intervistato da Maurizio Belpietro) che sono in atto colloqui tra il Carroccio e il resto delle opposizioni per cambiare la legge elettorale. Una boutade? Tutt’altro. Anche perché, stando a quanto risulta al Riformista, all’ufficio legislativo della Camera dei deputati è arrivato, nelle ultime quarantott’ore, la richiesta di un parere tecnico su una nuova versione del Mattarellum. In cui la quota proporzionale, che nella vecchia legge elettorale era fissata al 25% degli eletti, verrebbe estesa al 50. Metà dei parlamentari sarebbero eletti con i collegi uninominali; l’altra metà con il proporzionale. Fermo restando che l’elezione dei Senatori avverrebbe, come vuole la Costituzione, su base regionale.
Una bozza del genere accontenterebbe tutti: dal Pd ai finiani, dai casiniani alla Lega. Che, in questo caso, potrebbe ragionevolmente immaginare di presentarsi da sola in tutto il Nord eleggendo quantomeno lo stesso numero di parlamentari di questa legislatura.
Impossibile risalire all’origine di questa richiesta che ha raggiunto l’ufficio legislativo della Camera. Ma una cosa è certa: si tratta dei primi vagiti di un post che potrebbe iniziare da lunedì. Con buona pace di un premier che, mettendo in conto le sconfitte di Milano e Napoli, ha già deciso di asserragliarsi in una sorta di bunker. Ripetendo quello che ieri ha anticipato a Obama: «Abbiamo una nuova maggioranza…».

Written by tommasolabate

27 maggio 2011 at 10:29

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