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«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

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Quel «Forza Riformista» che seppellisce Gasparri e quella zona grigia che sta tra la categoria del «nero» da quella del «rosicone»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 marzo 2012)

«Forza Riformista». E la Rete si tinge d’arancione. Perché è «una voce libera per la democrazia», scrive su Twitter il presidente della Camera Gianfranco Fini. Perché «se chiude il Riformista non me ne farò una ragione», aggiunge Pier Luigi Bersani. E poi, in ordine sparso, intervengono Franco Frattini e Walter Veltroni, Dario Franceschini ed Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Fabio Granata, Roberto Rao, Carmelo Briguglio. E altri ancora. Prima decine, poi centinaia. E forse di più. Tutto il Pd, tutto il Terzo Polo, un pezzo del Pdl, la Cgil, la Fnsi. Insieme contro il visto si chiuda indirizzatoci giovedì da Maurizio Gasparri. Col silenzio complice del segretario del suo partito, Angelino Alfano.

Avesse cantato Una carezza in un pugno, o potuto contare su una platea di dieci milioni di telespettatori, lo avremmo paragonato ad Adriano Celentano. Invece con Maurizio Gasparri bisogna sempre sempre scavare tra le tante tonalità di grigio che separano la categoria del «nero» da quella del «rosicone».

Come l’Adriano che nella prima serata di Sanremo aveva caldeggiato la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, salvo poi sostenere nell’ultima che «dire andrebbero chiusi non significa esercitare una forma di censura», anche Gasparri si cimenta nell’esercizio semantico tipico di chi lancia la pietra e poi fa ciao ciao con la manina. Giovedì sera, intervenendo ai lavori della scuola di formazione del Pdl, il capogruppo del partito «dell’amore» (sic!) e «della libertà» (idem) ha messo a verbale che «quando chiude un giornale ci si dovrebbe rammaricare». Al contrario, ha aggiunto, «quando chiuderà il Riformista ce ne faremo una ragione».

Ieri – dopo essere stato attaccato da Pd, Terzo Polo e persino da esponenti del suo partito, senza dimenticare la Fnsi e la Cgil – Gasparri è passato alla fase due. «Non mi sono augurato la chiusura di un giornale», ha detto. Poi ha aggiunto: «Ho criticato la vergognosa campagna contro Alfano e il Pdl condotta da un quotidiano notoriamente in crisi per mancanza di lettori». E quindi ha tirato le somme: «La polemica, nata dalle errate interpretazioni alle mie parole, ha creato pubblicità a un giornale che così potrà aumentare il numero delle copie vendute, temo comunque poche».

Fatto salvo il suo diritto di critica, si scopre che nel Favoloso mondo di Gasparrì, che è in fondo lo stesso in cui bazzica da quando portava la camicia nera, se osi criticare è meglio che la tua bocca finisca per chiudersi. O ancora, se scrivi che nel Pdl di Alfano si celebrano congressi truccati con iscritti reclutati financo al cimitero e pacchetti di tessere false, e lo fai da una «notoria» posizione di crisi da «mancanza di lettori», allora ti meriti l’adesivo «vergognoso». Ci sfugge il nesso, ma tant’è.

Certo è che dal virus della vergogna, evidentemente, è immune Angelino Alfano. Lesto nel disertare il supervertice con Monti accampando scuse che lontanamente avevano a che fare col rapporto tra politica e informazione (il suo «Non parlo di nomine Rai» riferito al premier avrebbe nobilitato anche la campagna del tandem Scilipoti-Sara Tommasi contro il signoraggio bancario), di fronte all’attacco del presidente dei senatori del suo partito al Riformista ha preferito tacere. Un silenzio complice. Nenti sacciu. Nenti vitti. Anzi, se c’è qualcosa che «Angelino» ha saputo o visto dell’intervento di «Maurizio» a Orvieto, quella – citiamo dal suo Twitter – è la conferma che «il Pdl deve aprirsi alla tecnologia e diventare il partito della rete». Per cui, ha cinguettato il segretario, «bene Gasparri».

Non la pensano come loro i tanti che, di fronte al «ce ne faremo una ragione» che Gasparri ha legato alla possibile chiusura del Riformista, hanno avuto qualcosa da ridire. A cominciare dalla terza carica dello stato, Gianfranco Fini. «Forza Riformista. Una voce libera per la democrazia», ha scritto su Twitter il presidente della Camera, aggiungendo il suo messaggio a quello delle centinaia di persone che hanno dato vita sul web a una campagna perché questo giornale si salvi. «Quando si chiude un giornale è sempre un problema per la democrazia», mette nero su bianco Franco Frattini. «Se poi si chiama Riformista», aggiunge l’ex ministro degli Esteri, «è un problema ancor maggiore, perché si occupa anche di problemi di politica italiana e internazionale». E ancora, sempre Frattini: «Mi auguro che si possa ancora evitare la chiusura. Quando una testata scompare è sempre un problema. E direi la stessa per Liberazione o manifesto». «Spero che Gasparri si renda conto della gravità delle sue parole», dice Giorgio Stracquadanio. «Per il Riformista vale la massima di Voltaire: non condivido le tue idee ma difendo il tuo diritto a esprimerle», spiega Isabella Bertolini. «Forza Riformista», scrivono le deputate pidielline Nunzia De Girolamo e Barbara Saltamartini. Si fa sentire anche un leghista, l’ex sottosegretario all’Interno dell’ultimo governo Berlusconi, Michelino Davico: «A tutti i redattori e ai collaboratori. Forza Riformista».


Col Riformista si schiera, compatto come non lo era da tempo, tutto il Partito democratico. Che risponde in massa alla provocazione di Gasparri. Pier Luigi Bersani si fa fotografare iPad alla mano mentre twitta che «a differenza di Gasparri, se chiude il Riformista non me ne farò una ragione. Forza, tutti assieme». E tutti assieme è stato. Da Walter Veltroni («Con il Riformista contro chi, come Gasparri, auspica la chiusura dei giornali che non gli piacciono») a Enrico Letta («Gasparri contro il Riformista? Forza Riformista), da Dario Franceschini («Aspettiamo l’intera “lista Gasparri” dei giornali da chiudere. Ed è stata ministro delle comunicazioni…») ad Anna Finocchiaro («Forza Riformista per il diritto all’informazione di tutti. Anche di Gasparri»). E poi, Matteo Orfini e Francesco Verducci, Marina Sereni, Francesco Boccia, Pina Picierno, Antonello Giacomelli, Katia Pinotti, Vincenzo Vita e Michele Meta.

Anche il Terzo Polo stronca l’intervento del capogruppo del Pdl al Senato. «Gasparri è molto più oscurantista che riformista», sostiene Roberto Rao. «Se chiude il Riformista sarà una perdita per la democrazia», aggiunge il finiano Carmelo Briguglio. Arrivano anche Fabio Granata («Da Gasparri parole gravi»), l’associazione Articolo 21, l’indipendente italvalorista Pancho Pardi e il segretario della Fnsi Franco Siddi («Sulla chiusura dei giornali, Gasparri ha rigurcito fascista»). E anche la Cgil. «La chiusura del Riformista sarebbe inaccettabile e assolutamente da scongiurare», afferma a nome del sindacato di Corso d’Italia il segretario confederale Fulvio Fammoni. Secondo cui il nostro quotidiano è «una voce preziosa per la democrazia di questo Paese, soprattutto per l’attenzione posta sul mondo del lavoro, visti i trascorsi del suo direttore Macaluso».

Bersani mentre twitta #ForzaRiformista

Ma a Gasparri, che comunque afferma di leggere il Riformista tutti i giorni, tutto questo interessa poco. Forse nulla. Se si chiude, se ne farà una ragione. «Vola come una farfalla, pungi come un’ape», diceva Muhammad Ali. «Maurizio», se lo punge l’ape, grida aiuto e invoca soccorsi dall’alto. Come quando nell’ottobre del 2010, dopo che il Riformista aveva raccontato di una violenta lite (con tanto di bestemmia volante) tra Fabrizio Cicchitto e Ignazio La Russa – e sì che all’Hotel de Russie c’era anche Gasparri, che parteggiava per per il primo – il Nostro ci aveva archiviati alla voce «giornale disinformato e mentitore». Avvertendoci che, testualmente, «siamo stanchi di replicare a dei bugiardi professionali». Infine, evidentemente evocando un intervento dell’onorevole pidiellino Antonio Angelucci (al Riformista, all’epoca, c’era un’altra proprietà), aveva concluso: «Credo che l’editore, il direttore e il giornalista di quel giornale debbano vergognarsi e chiedere scusa». Non disturbare il manovratore ché sennò ti fai male. Non levarmi il pallone altrimenti te lo buco. Sempre là, in quella zona grigia che parte dalla categoria del «nero» e arriva a quella del «rosicone».

Di conseguenza sì, l’abbiamo capito e abbiamo provato a spiegarlo perché Gasparri si farà una ragione se il Riformista chiude. Peccato per il senatore, e per chi dentro il Pdl “copre” le sue minacce, che questo giornale continuerà a pungere come un’ape. E, se possibile, a volare come una farfalla. Sugli spalti ci sono quelli che sulla Rete gridano «Forza Riformista». E anche chi, come la cantante Nina Zilli, conclude la nostra giornata dedicandoci su Twitter il ritornello scritto della sua ultima hit sanremese. Testuale: «Per sempreeeeeeeeeeee politically correct».

La versione di Orlando «Palermo peggio dei congressi del Pdl. Primarie truccate, la Digos ha le prove»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 marzo 2012)

«Se c’è la mafia dietro? Faccia lei. A me basta che ci sia Lombardo, che è stato indagato per mafia». Leoluca Orlando nega la sua candidatura a sindaco. Ma, in questa intervista al Riformista, chiede «l’annullamento delle primarie di Palermo». Sono «inquinate», dice. E, aggiunge, «Digos e carabinieri hanno le prove».

Scusi, Orlando, ma perché lei ha cominciato a parlare di «primarie inquinate» anche prima della proclamazione del risultato?
Ma le pare normale che a Palermo, dove alle primarie precedenti avevano votato in ventimila, si siano presentati ai seggi in trentamila?

Un po’ debole come tesi. Non trova?
Ho le prove di quello che dico. Ci sono almeno trenta denunce di brogli che si sono verificati in diversi seggi. Da Piazza Indipendenza allo Zen passando per Borgo Nuovo. Parlo di esponenti di centrodestra e vicini al governatore Lombardo sorpresi con certificati elettorali non loro. O, in alcuni casi, con pacchi di fotocopie di altrettanti certificati elettorali. Aggiunga a questo il servizio di Striscia la notizia sui presunti voti di scambio che dovevano favorire Davide Faraone. E le dirò di più: un signore è stato aggredito di fronte ad alcuni elettori da un esponente vicino al centrodestra perché aveva provato a ribellarsi ai brogli.

Fabrizio Ferrandelli

Sta parlando di esponenti di centrodestra, o comunque vicini a Lombardo, che hanno imbrogliato per favorire la corsa di Ferrandelli?
Sì.

I loro nomi?
Stanno nei verbali della Digos e dei carabinieri. Perché nelle denunce fatte alle forze dell’ordine ci sono le prove di quello che dico.

Perché il centrodestra o Lombardo avrebbero favorito la corsa di Ferrandelli?
Per impedire al centrosinistra di tornare al governo della città. Per far sì che Palermo rimanga nelle loro mani. Cascio, il possibile candidato del Pdl, ha già detto che almeno diecimila elettori del centrodestra hanno partecipato alle primarie. E lo stesso Lombardo ha dichiarato pubblicamente di aspettarsi che Ferrandelli sostenga la corsa del suo candidato al ballottaggio.

Raffaele Lombardo

Messo così sembra il remake dei brogli ai congressi del Pdl. Sta quindi dicendo che il centrosinistra…
Sto dicendo che abbiamo fatto peggio dei berlusconiani, sì. Anche perché in quel caso, già gravissimo, si fregavano i militanti. Qui è peggio. Sono stati ingannati tutti i cittadini palermitani.

Un bis delle primarie (poi annullate) del Pd a Napoli?
Peggio ancora. A Palermo, ripeto, non ci sono state solo pressioni. Ma anche minacce vere e proprie.

La magistratura potrebbe aprire un’indagine sul voto di scambio?
Trattandosi di una competizione «privata» il voto di scambio è difficile da configurare. In ogni caso è una truffa. Sia dal punto di vista legale che da quello politico.

Ferrandelli è stato proclamato vincitore. E la Borsellino ha ammesso la sconfitta.
Adesso infatti deve esprimersi il comitato dei garanti. Queste primarie sono da annullare. E comunque in nessun caso l’Italia dei valori sosterrà Ferrandelli.

E chi sosterrete?
Rita Borsellino. Il candidato dell’Italia dei valori sarà lei.

Rita Borsellino

E se Borsellino non fosse disponibile? Dica la verità, Orlando, sta pensando di candidarsi lei?
No, io non mi candido.

E se il suo partito glielo chiedesse?
Non mi candido. Se vuole glielo ripeto in tutte le lingue. Aramaico compreso.

Come andrà a finire questa storia?
Il centrosinistra deve capire che la competizione di domenica va cancellata. E, subito dopo, puntare tutto su un candidato che accontenti tutti. Il nome c’è già. Borsellino.

Che, però, potrebbe non volerne a che sapere.
Se così fosse, ma io non lo so, il centrosinistra unito dovrebbe convergere su un altro nome.

Vendola è d’accordo con voi?
Sì, credo che Sel la pensi come l’Italia dei valori.

Bersani ha dichiarato che sosterrà il vincitore. E cioè Ferrandelli.
Qui non si tratta di Bersani o non Bersani. Qui si tratta di non regalare la città a Lombardo o al centrodestra, di non cedere al ricatto di primarie truccate. Siamo di fronte a un nuovo «sacco di Palermo», mi creda.

Alfonso Papa faccia a faccia con Lele Mora: «E’ irriconoscibile. Ma dice che Silvio gli è vicino»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 gennaio 2012)

«Lele Mora è irriconoscibile. Ha la barba lunga, non riesce a stare in piedi da solo, ha perso 35 chili. Ma mi ha detto che Silvio Berlusconi gli è stato e gli è vicino». Comincia così l’intervista rilasciata al Riformista da Alfonso Papa, che ieri ha incontrato Mora nel carcere milanese di Opera.

Alfonso Papa, accompagnato dalla radicale Annalisa Chirico, e Lele Mora. Faccia a faccia nel carcere dove l’ex manager dei divi è detenuto da mesi. Che cosa vi siete detti, onorevole?
Credo che Mora non sia oggettivamente in condizioni di mandare messaggi all’esterno. È depresso, dimagrito, sottoposto a una terapia farmacologica pesantissima, che costringe la struttura sanitaria del carcere di Opera a un monitoraggio costante. Essendo sottoposto da mesi a un isolamento totale, è provato nello spirito, oltre che nel corpo.

Gli amici del manager hanno avviato una raccolta fondi per sostenerlo. E sul Corriere della Sera del 28 dicembre, Pierluigi Battista ha parlato della ferocia contro il «detenuto antipatico». Mora le ha detto di sentirsi abbandonato?
Al contrario, Mora mi ha parlato della vicinanza e dell’affetto nei suoi confronti della famiglia e degli amici più cari. Tra questi ha citato espressamente il presidente Silvio Berlusconi.

Lei teme che possa ritentare il suicidio? Ha paura per le sue condizioni di salute?
Sono molto preoccupato per le sue condizioni. Così come temo per la sorte dei tanti detenuti del carcere di San Vittore, che ho visitato oggi. Persone che vivono in sei in celle di 15 metri quadrati. C’è bisogno di una grande riflessione culturale sull’emergenza carceri. Soprattutto perché il 42 per cento dei detenuti italiani per la nostra Costituzione sono «presunti non colpevoli», che stanno in galera per la carcerazione preventiva.

Da quando è uscito dal carcere, lei invoca l’amnistia, chiede che Pannella sia nominato senatore a vita, si occupa di emergenza carceri. Si sente ancora un esponente del Pdl?
Assolutamente sì. Nella mia vicenda personale ho sempre avuto la forte solidarietà e la vicinanza di tutto il Pdl, a cominciare dal presidente Berlusconi.

Che cosa ha pensato quando la Lega Nord, che aveva votato a favore del suo arresto, ha deciso di salvare il suo collega Milanese?
Una democrazia non ha bisogno né di eroi né di capri espiatori. E ciascun parlamentare si assume la responsabilità politica dei voti che dà. Non mi sento di aggiungere altro.

Lei è sotto accusa per lo scandalo della P4. Per 18 degli indagati sulla P3, tra cui Verdini e Dell’Utri, la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio.
Non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa sul mio caso, figuriamoci se commento gli altri. Sono stato un magistrato, ho servito e servo questo Stato, ho rispetto per le procedure.

Palazzo Chigi ha chiarito che i fondi statali dell’8 per mille saranno ripartiti tra emergenza carceri e Protezione civile. Non pensa che Monti in poche settimane abbia fatto più di Berlusconi?
Anche il governo Berlusconi era impegnato in un piano carceri e in una riforma della giustizia. Le note difficoltà oggettive di quell’esecutivo hanno impedito che quei provvedimenti arrivassero all’approvazione.

Tra pochi giorni tornerà a sedere sui banchi di Montecitorio. Voterà la fiducia al governo Monti?
Voterò la fiducia al governo solo nell’ambito di quelle che saranno le indicazioni del mio partito.

Written by tommasolabate

4 gennaio 2012 at 10:05

Così cadde nel ’94. Allontanandosi in auto dopo il tradimento di Bossi: «Non è una resa. Io sono come Van Basten»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 dicembre 2010)

C’era una volta un «traditore», che Lui allora chiamava «il mio Umbertone», che poche sere prima aveva pasteggiato a sardine e pan carré, e brindato all’imminente caduta del governo con birra in lattina e coca cola. C’era una volta un inossidabile fedelissimo, che Lui allora chiamava «il mio Gianfranco», che pur di non bere il velenoso calice del Giuda continuava a ripetere «Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». C’era una volta l’Aula di Montecitorio, in cui la maggioranza dei deputati aspettava di votare tre mozioni di sfiducia. E soprattutto c’era una macchina che marciava spedita verso il Quirinale. Con un uomo, seduto dietro, che sussurrava: «Non pensate che sia una resa. Io sono come Van Basten». C’era una volta il 22 dicembre 1994. Il giorno della «caduta», che il manifesto dell’indomani avrebbe celebrato con l’ultima beffa all’unto del Signore. E un titolo natalizio: «Tu cadi dalle stelle».

Che fosse arrivato al de profundis, il Berlusconi I figlio del nordista «Polo della Libertà» (Forza Italia più Lega) e del sudista «Polo del Buongoverno» (Forza Italia più An), era chiaro da un mese. Da quando il Cavaliere, alle 21 del 21 novembre, a poche ore dall’inizio della Conferenza Onu sulla criminalità in programma a Napoli, viene informato del celeberrimo avviso di garanzia di cui avrebbe dato notizia, il giorno successivo, il Corriere della Sera. Dieci giorni e sarebbe successo di tutto: la guerra dichiarata di Berlusconi a Oscar Luigi Scalfaro («Il Presidente mi deve sostenere senza tentennamenti e ambiguità»), l’ispezione del guardasigilli Alfredo Biondi nelle stanze del Pool di Mani Pulite, la manifestazione di diecimila forzisti a favore del governo, la vittoria del centrosinistra al ballottaggio di un mini-turno di amministrative, le dimissioni di Tonino Di Pietro dalla magistratura, con quella toga tirata giù al grido di sì, «me ne vado, con la morte nel cuore». Ma visto che nemmeno una guerra mondiale può scoppiare senza un incidente, ecco che spunta, all’esame della Camera, la proposta del presidente Irene Pivetti di istituire una «commissione speciale sul riordino del sistema radiotelevisivo». Quel 15 dicembre del 1994, mentre Fabio Fazio sta consultando gli indici d’ascolto del suo Quelli che il calcio… e Roberto Saviano non è che un quindicenne spensierato (Mauro Masi, un anno dopo, sarebbe diventato lo spin doctor ombra del governo Dini), in sella al cavallo di Mamma Rai nasce un’altra maggioranza. Pds, Ppi e la Lega di Umberto Bossi votano la proposta della Pivetti, che esautora la commissione Cultura di Vittorio Sgarbi e trasforma l’Aula di Montecitorio in un ring. Forza Italia e An sono in minoranza.

Gianfranco Fini invita i suoi a fare il guardiani della rivoluzione del Cavaliere. «Gol-pe, gol-pe, gol-pe», urlano dai banchi di An. «Non partecipo a una votazione che fa nascere una nuova maggioranza che calpesta le regole», sbraita IgnazioLa Russa. LaPivetti è un bersaglio umano. Il ccd Ciocchetti le indirizza per posta prioritaria, scandendolo, un comprensibilissimo «ma vedi d’anna’ affanculo» a cui forzisti e finiani tributano lunghi applausi. Fa ancora meglio Gian Piero Broglia, pasdaran berlusconiano. «Sta zitta, buffona». E ancora: «Qua dentro c’è il primo tangentista della Seconda repubblica. Si chiama Umberto Bossi». Poco più tardi Sgarbi invocherà perla Pivetti«una perizia psichiatrica», da effettuarsi – testualmente – su «quel cervello completamente vuoto». Beccandosi in cambio due libri, quelli che il comunista Nappi gli tira in testa nelle stanze della commissione Cultura.

Dietro la rissa reale, degna dei giganti del wrestling che le tv del Biscione trasmettono ogni domenica mattina prima delle «bombe» pallonare dell’indimenticato Maurizio Mosca, c’è una sola verità. Bossi ha tradito, Berlusconi non ha più la maggioranza. L’Umbertone, però, ha un problema interno. Una parte dei suoi, «colombe» come oggi lo sono nel giro dei finiani che fa capo alla ditta «Moffa, Viespoli&co.», vuole evitare la rottura con Berlusconi. Il loro leader è Bobo Maroni, titolare del Viminale. Che finisce sotto processo accusato dai falchi in camicia verde, capitanati da Francesco Speroni, che fanno quadrato attorno al Senatur: «Berlusconi sta cercando di comprare i nostri parlamentari. Ma noi stiamo con Umberto». Lo stesso Umberto che la sera stessa riceve a casa sua, nella periferia romana, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione. L’accordo a tre per mandare a casa il Cavaliere di Arcore è sul tavolo. Insieme – nell’ordine – a due scatolette di sardine, pan carré, coca cola e birra in lattina, il menù che un Senatur con frigo vuoto sottopone al palato degli increduli commensali. Le mozioni di sfiducia sono pronte.

La crisi di governo è aperta. Al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro ha già avviato un giro di pre-consultazioni istituzionali. Sono i giorni in cui finisce sui giornali la leggenda della chiamata che parte dal Colle e arriva negli uffici della Procura di Milano. «Se dovete fare qualcosa, fate presto». Dall’altro capo del telefono c’è Francesco Saverio Borrelli. Berlusconi è nell’angolo. Tenta una controspallata di piazza ma i suoi «Club della libertà», nel corteo di Milano, non vanno oltre una decina di migliaia di effettivi. E si arriva al dibattito alla Camera. La penultima stazione del calvario del Berlusconi I. È il 21 dicembre. Alle 14, quando inizia la diretta televisiva da Montecitorio, il Cavaliere prende posto tra Maroni e Pinuccio Tatarella. Davanti a sé ha qualche decina di cartelle che leggerà in ventisei minuti contati e un bouquet di citazioni che comprende Jacques Maritain e Abramo Lincoln, don Sturzo e Pietro Calamandrei, Umberto Terracini e UgoLa Malfa. Ilsenso è uno solo: «Bossi è un traditore», impegnato (ma questo passaggio del testo non verrà mai letto) «in un furto con scasso per mere ambizioni di potere». La mozione di sfiducia della Lega? «Uno schiaffo alle regole e una clamorosa offesa al buonsenso e alla fiducia dei cittadini», e ancora «una truffa ai danni degli elettori», e quindi «una clamorosa violazione della Costituzione», «un messaggio devastante per la democrazia», come dire – e qui il pathos del premier raggiunge vette da Mortirolo – «care elettrici, cari elettori, le elezioni non contano un bel niente».

È Berlsconi che parla. Ma sembra l’Ezechiele del passo biblico «25, 17» che Tarantino mette in bocca a Samuel Jackson in Pulp fiction («E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno»). «Grande rapina», dice Silvio. «Grande scippo», insiste Silvio. «Ricettazione», «autentica truffa», accusa Silvio. Fini lo sostiene come il più fedele degli scudieri. «Oggi – scandisce il leader di An nel suo intervento – non finiscela Prima Repubblica. Oggi finiscela Lega». Le colombe di Maroni, però, hanno capitolato. Il Carroccio, che tradisce in blocco, ha la faccia del Bossi che vira la mano sinistra sull’avambraccio destro e che, guardando Fini, urla: «Tié». Il vecchio leghista Luigi Rossi, 84 primavere alle spalle, scavalca a destra (o a sinistra?) il Senatur. È lui a opporre al leader di An l’intervento più breve della storia del Parlamento. Una parola: «Vaffanculo». Mario Landolfi, finiano, risponde con due, di parole: «Taci, cadavere». Francesco Storace sale a quattro: «Rientra nel tuo sarcofago». Tutto inutile. Le dimissioni di Berlusconi sono già decise. L’appuntamento col Capo dello Stato è fissato per ventiquatt’ore dopo.

In omaggio all’adagio christiano (nel senso di Agatha) secondo cui «nella mia fine è il mio principio», «Silvio» prepara una videocassetta. Con una videocassetta, trasmessa dal Tg4 a gennaio, era sceso in campo. Con una videocassetta, inviata a tutte le televisioni a dicembre, saluta gli italiani chiedendo loro di scendere in piazza contro «il tradimento». Nel Transatlantico di Montecitorio si discute del «dopo». L’opzione Dini, che si materializzerà a inizio anno, non s’intravede neanche nei radar. Al netto della proposta del Pds («Serve un Ciampi bis», mette a verbale D’Alema), l’ipotesi è una sola, un «governo del Presidente». I nomi, invece, sono due: Carlo Scognamiglio, presidente del Senato. O Francesco Cossiga. Quest’ultimo si fa organizzare un incontro con Fini. L’appuntamento è a Palazzo Madama, nello studio del vicepresidente Romano Misserville, un post-missino che anni dopo avrebbe avuto il suo quarto d’ora di celebrità nel governo D’Alema bis. «Caro Gianfranco», scandisce l’ex capo dello Stato, «io non mi presto a formare alcun governo del ribaltone. Vorrei però sapere se da parte vostra c’è la disponibilità ad appoggiare un esecutivo da me presieduto che conduca alle elezioni». Fini, che pure ha un grande debito di riconoscenza nei confronti del Picconatore, scuote la testa: «Caro presidente, mi dispiace ma noi preferiamo Berlusconi. L’ho già detto a Mariotto Segni l’altro giorno: per Alleanza nazionale, Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». L’ex presidente della Repubblica non insiste più di tanto. Anche perché «Gianfranco» è irremovibile: «Per quanto mi riguarda, le uniche strade percorribili sono il Berlusconi bis o le urne. Ieri ho detto alla Camera chela Legaè finita. Mi sbagliavo. È Bossi che è finito. Con lui io e Silvio non prenderemo più neanche un caffè».

Mentre Fini e Cossiga sono ancora a colloquio, Papa Wojtyla sta scrivendo una lettera a François Mitterrand per chiedergli di «tornare alla fede», Boris Eltsin è alle prese con le polemiche per i raid aerei su Grozny, Alberto Tomba sta dominando lo slalom gigante dell’Alta Badia e il pentito della ‘ndrangheta Cesare Polifroni sta sostenendo di fronte ai magistrati che Riina voleva uccidere Claudio Martelli. Nel frattempo c’è quella macchina, che marcia spedita verso il Quirinale. A bordo ci sono Berlusconi e le sue dimissioni. In testa, il Cavaliere, ha molti pensieri. Uno su tutti : «Si è persa una grande occasione. È come se una squadra avesse comprato un campione da trenta goal l’anno e poi gli arbitri gli si fossero accaniti contro, guardandolo in cagnesco durante ogni partita e fischiandogli sempre il fallo contro. Allora anche la squadra l’ha abbandonato. A me è successo questo». Silvio bomber, come Van Basten. Silvio e la fedeltà di Fini. Silvio e il tradimento di Bossi, la fine di un amore perso che si sarebbe poi ritrovato, anni dopo. Come nei versi di Mariano Apicella a cui spesso lo chansonnier di Arcore ha prestato la sua voce. Ma se adesso ancora lo vuoi / per ritrovar l’amore basta poco lo sai / per ritornare a vivere come prima tu ed io / e per cancellare questo falso addio.

Written by tommasolabate

24 ottobre 2011 at 17:24

Pingitore story. «Vi racconto il Bagaglino, da Gabriella Ferri a Berlusconi»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo ottobre 2011)

Non ha la voce triste. Forse un po’ stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» – omettendo come tutti quelli “del settore” di specificare «per cento» – in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino. «Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell’intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall’estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell’autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s’è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte. «E pensare che anche l’ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall’ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c’era posto», ha ricordato l’altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell’economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall’altra parte del Tevere è cominciata l’ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant’Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all’epoca ha trentun’anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»). «Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c’era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po’ per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell’autunno del 1965, nasce – in onore di Anton Giulio Bragaglia – la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un’ingiunzione degli eredi dell’artista che era scomparso cinque anni prima. «Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all’egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del “lungo viaggio attraverso il fascismo”, fecero un’operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra». Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L’anno prima, la compagnia s’era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

DOVE STA ZAZA’. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all’estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C’era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali». Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un’azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d’accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D’altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982). Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell’Allenatore nel pallone, la pellicola di quell’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L’anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d’eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell’intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L’incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica. Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l’audience. Poi, nel 1993, quando l’economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo “tra color che son sospesi”». Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I “professori” ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L’anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all’apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L’INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima – Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie. Escono dall’anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull’efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant’anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c’è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all’apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell’agguato di via Fani. La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall’avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po’ la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti). Acqua passata. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall’estero. La morte dell’intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia… Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c’è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L’ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L’altra sera hanno rimandato I soliti ignoti…». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

Alfano vola a Bruxelles col suo piano segreto: «In primavera la costituente del Ppe italiano»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 settembre 2011)

«Ora Angelino sa che non c’è neanche un minuto da perdere», dice chi gli sta vicino. In segreto il neo segretario del Pdl ha pianificato un viaggio a Bruxelles per incontrare il gotha del Ppe. Martedì prossimo.

Forse, come Alfano ha detto nelle ultime settimane a più d’un amico, «qualcuno mi prese poco sul serio, a luglio». Tre mesi fa, nel suo primo discorso pronunciato di fronte alla platea che applaudiva la sua nomina a segretario, l’aveva detto senza giri di parole: «Dobbiamo fare un partito serio», «rivolgerci al popolo dei moderati italiani che non se n’è andato a sinistra», «ragionare nella prospettiva del Ppe».

Tutto questo succedeva meno di novanta giorni fa. Eppure, da allora, sembra passata un’eternità. La crisi economico-finanziaria che ha colpito (anche) l’Italia, le pressioni di Bruxelles e della Bce su Silvio Berlusconi, le manovre economiche fatte e disfatte, un governo perennemente sotto scacco, una maggioranza sistematicamente in crisi d’identità e quella «creatura» nata su un predellino – il Pdl – ormai trasformata in un coacervo di correnti e correntine l’una contro l’altra armate.

Negli ultimi mesi, «Angelino» ha lavorato nell’ombra. Di fronte al pressing arrivato da più parti, soprattutto da quella degli ex di An, s’è limitato a ribadire che «il candidato del 2013 sarà ancora Berlusconi». Tattica, soltanto tattica. Perché nel frattempo, come spiegano a via dell’Umiltà, il segretario ha tessuto una tela che potrebbe portarlo «entro la primavera prossima» ad archiviare la stagione del Pdl e a battezzare quel Partito popolare ispirato al Ppe.

Il primo frutto di questo lavoro, Alfano lo raccoglierà martedì prossimo. Quando lascerà Roma per raggiungere Bruxelles e incontrare il gotha dei Popolari europei. «Negli ultimi tempi, è venuto parecchie volte. Ma questa sarà la prima da quando non è più ministro della Giustizia», spiega l’europarlamentare pidiellino Mario Mauro, uno dei suoi ambasciatori all’estero che ha lavorato di più all’agenda di martedì. In agenda l’ex guardasigilli ha senz’altro un colloquio con Wilfried Martens, l’ex premier belga che da oltre vent’anni ricopre la carica di presidente del Ppe. E poi un incontro col capogruppo all’Europarlamento Joseph Daul e anche una chiacchierata con lo spagnolo Antonio Lopez, segretario generale del partito. Fin qui gli incontri segretamente già fissati all’interno di un calendario che potrebbe prevedere anche qualche sorpresa dell’ultim’ora. Tipo un faccia a faccia informale col presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Non è tutto: all’interno della europattuglia dei pidiellini, qualcuno aveva provato a incastrare nell’agenda di «Angelino» anche un incontro con Martin Schulz (l’uomo del berlusconiano «kapò», tanto per capirci), che sarà il prossimo presidente del Parlamento. Ma, a meno di colpi di scena, per questa volta non sarà possibile (il capogruppo socialista, a inizio settimana, sarà prima a Berlino e poi a Vienna).

Martedì andrà a mani vuote, Alfano, all’incontro con i pezzi da novanta del Ppe? Tutt’altro. Per capire quale sarà il contenuto del bagaglio a mano del segretario del Pdl è necessario spostare l’attenzione su una riunione pressoché carbonara che s’è tenuta ieri a Roma. Mentre l’attenzione di tutti era concentrata sulla sfida Berlusconi-Tremonti su Bankitalia e sui risultati della mozione di sfiducia contro Saverio Romano, alcuni big del berlusconismo si sono ritrovati attorno a un tavolo insieme ai responsabili delle fondazioni che gravitano attorno ai partiti (italiani) che stanno nel Ppe. Al summit erano presenti, tra gli altri, il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’ex titolare del dicastero dei Beni culturali Sandro Bondi, il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Non solo: c’era anche la fondazione Liberal, che fa riferimento all’Udc di Casini. Il risultato? «Un piano d’azione in due punti che Alfano porterà qui a Bruxelles e sottoporrà al Ppe», spiega l’europarlamentare Mario Mauro. «Una road map», aggiunge sorridendo, «che ci terrà impegnati almeno da qui alla primavera dell’anno prossimo».

Il punto numero uno sottoscritto dalle fondazioni riguarda l’elaborazione di «un documento programmatico» che sarà presentato al prossimo congresso del Ppe, in programma a Marsiglia il 7 e l’8 dicembre prossimi. Al testo, di cui Alfano parlerà con Martens e compagnia martedì, lavoreranno quattro gruppi di lavoro che si dedicheranno ad altrettanti dossier: economia, società, cultura e politica estera.

Ma è il secondo punto della road map quello che sta più a cuore ad «Angelino». Anche perché riguarda il battesimo della «costituente del Ppe italiano», che Alfano ha fissato «entro la primavera del 2012». Ancora pochi mesi, insomma, e il Pdl – se il piano di Angelino va a buon fine – potrebbe finire nella naftalina. «L’obiettivo, ovviamente, è agganciare l’Udc di Casini», spiega l’eurodeputato Mauro. Il monito di Bagnasco alla politica, la riunione delle associazioni cattoliche in programma a Todi, una legislatura che rischia lo scioglimento anticipato a causa del referendum. «No», ripetono nella cerchia ristretta del segretario, «non c’è più neanche un minuto da perdere».

Written by tommasolabate

30 settembre 2011 at 08:40

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