tommaso labate

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Uno vale zero.

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Dei mille dettagli (si fa per dire) del processo riservato dal Movimento Cinquestelle all’imputata Adele Gambaro, ce n’è uno che davvero lascia senza fiato. A un certo punto della discussione (si fa per dire), la senatrice colpevole di aver criticato Beppe Grillo guarda negli occhi Vito Crimi e glielo dice in faccia: “Il rapporto di fiducia non c’è più. Tu hai messo sul blog un mio sms…”.

Sono otto parole. “Tu hai messo sul blog un mio sms”. Praticamente, Gambaro manda un sms a Crimi, Crimi se lo conserva ben bene e, quando serve, lo spiattella a mezzo mondo, alimentando quelle che Gambaro, denunciandole, chiama “violenze nei miei confronti”.

Da qui, due cose. La prima. Ma Crimi, che si comporta così, è mai andato a scuola, al bar, è mai salito sull’autobus? È mai stato in una famiglia, in un gruppo di amici? Visto che in quell’sms non c’era mica la confessione di un omicidio, di un furto o di un qualsiasi altro reato (anche minore), chi l’ha diffuso conosce il rispetto che si deve a chi aveva riposto in lui quella cosa che si chiama “fiducia”e che è un sentimento umano, prima ancora che politico? In sintesi, prima di arrivare al Senato, dove ha vissuto Crimi? In quale pianeta i comportamenti umani sono orientati in base al quello che ha dimostrato essere il suo?

La seconda. Che cosa c’era nella divulgazione del messaggino privato della Gambaro che avvicinasse i “cittadini” (con le virgolette) al raggiungimento degli obiettivi per cui il 25 per cento dei cittadini (senza virgolette) li ha votati? Che cosa c’era in quel tradimento che anticipasse la fine di Pdl e Pdmenoelle, l’addio al finanziamento pubblico dei partiti, l’arrivo dell’energia pulita, la green economy, la cacciata dei “servi” dalle tv e dei “maggiordomi” dai giornali, il reddito di cittadinanza e via elencando?

Perché se non avvicina a questi obiettivi, e per quanto mi riguarda anche nel caso contrario (ma io, si sa, non ho votato per il M5S), quell’uno che ha tradito così barbaramente la fiducia di un suo simile non vale uno, come nel noto adagio grillino. Ma vale zero. Non vale niente. E un uomo che non vale niente non sarà mai un “cittadino” di valore. Secondo me.

Vito_Crimi

Written by tommasolabate

18 giugno 2013 at 08:42

Grillo, tentazione Colle. Beppe studia il precedente Bonino del ’99.

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di Tommaso Labate (da Panorama in edicola dal primo giugno 2012)

La parte più semplice del «piano», soprattutto se orchestrato da un guru del web del calibro di Gianroberto Casaleggio, sarà quella relativa alla scelta dello slogan. Magari alla fine punterà sul sempreverde «Beppe for president», semplice ed efficace. Oppure riadatterà il ritornello della canzone di Antonello Venditti che ha già citato una settimana fa: «Bomba o non bomba noi arriveremo al Colle». L’unica cosa certa – a sentire quel che si mormora in quella zona grigia che sta nel triangolo fra il Movimento 5 stelle, l’Italia dei valori e il vecchio network dei girotondini – è proprio l’esistenza del piano. Un piano che porta dritto dritto alla candidatura di Beppe Grillo al Quirinale.

Fantapolitica? Tutt’altro. Il comico genovese, insieme con Casaleggio, avrebbe istruito la pratica studiando il precedente che nel 1999 portò i Radicali a fare il pieno di voti alle Europee sfruttando proprio la concomitanza con la fine di un settennato, che nella fattispecie era quello di Oscar Luigi Scalfaro. Partendo da un sondaggio Swg, secondo cui il 31 per cento degli italiani avrebbe voluto Emma Bonino presidente della Repubblica, la premiata orchestra di Marco Pannella, sostenuta dalla stampa internazionale e da testimoniai di lusso (da Indro Montanelli a Lucio Dalla), imbastì una campagna mediatica che portò le liste dei radicali a sfiorare il 9 per cento nazionale. Un record mai più battuto.

Con la campagna "Emma for president", nel 1999 Bonino garantì ai Radicali un record elettorale ancora imbattuto

Grillo ha intenzione di muoversi allo stesso modo, candidandosi pubblicamente alla successione a Giorgio Napolitano, uno dei suoi bersagli preferiti, con l’obiettivo di incrementare i voti del Movimento 5 stelle alle elezioni politiche. Dove può arrivare una campagna «Beppe for president»? Di certo c’è che le condizioni di partenza da cui si muove il comico genovese sono nettamente migliori di quelle dei Radicali del ’99. Stando ai sondaggi, il suo movimento avrebbe virtualmente superato il Pdl. Non solo, a prendere per buoni i dati pubblicati da Renato Mannheimer sul Corriere della sera del 27 maggio, «un italiano su tre simpatizza per i grillini». Certo, il capo carismatico ha da chiudere, e pure in fretta, la faida interna che lo vede opposto ad alcuni dei suoi sindaci eletti, a cominciare dal golden boy parmigiano Federico Pizzarotti. Poi potrà lanciare la campagna per il Quirinale. Prima dell’estate? Dopo l’estate? Sul timing c’è incertezza.

Come c’è incertezza sulla possibilità che «Beppe» rispetti la promessa fatta sul suo blog il 16 settembre 2005. Quando, nel raccontare dell’incidente stradale del 1980 che lo costrinse a una condanna per omicidio colposo, giurò solennemente: «Non mi candiderò al Parlamento». Ma il Quirinale è altrove.

Dalla Bicamerale al patto col comunista Cossutta. La grande epopea di Mister Dietrofront

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 27 maggio 2012)

Se pure venerdì ha preferito lasciare più spazio ad Angelino Alfano, si vede che le doti del piazzista sono ancora quelle dei tempi d’oro. Di quando, tanto per pescare un esempio dal suo variopinto bouquet di prodezze imprenditoriali, si presentò a casa di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini per convincerli ad abbandonare la Rai per approdare in Fininvest. «Ci dice che è pronto a darci un programma, che ci aspetta a braccia aperte. È un venditore», raccontò una volta Vianello. Che, insieme alla moglie, si fece sedurre dal dettaglio finale che il protagonista della scena aveva inserito nel suo canovaccio. «Ci offre patti chiari e pure soldi. Insomma, ha argomenti convincenti. A un certo punto – è ancora Raimondo la voce narrante – gli chiedo se vuole bere qualcosa. Lui mi risponde: “Non avrebbe un panino?”. Mi assale un dubbio: ma questo è davvero miliardario?».

Quasi trent’anni fa, di fronte a una delle ditte più premiate di Mamma Rai, Silvio Berlusconi offrì patti chiari e pure soldi. E, in cambio di un panino, realizzò un affare per sé e per la coppia Vianello-Mondaini, che gli sarebbero stati fedeli fino alla morte.  Ma adesso che propone al Pd quello che il Pd va cercando da una vita, e cioè il semipresidenzialismo alla francese, con tanto di maggioritario a doppio turno, è quasi scontato che tra i Democratici più d’uno pensi di trovarsi di fronte al Principe della risata mentre prova a vendere la Fontana di Trevi in Totòtruffa ’62. Come a dire, la merce è ottima. Ma il venditore è davvero affidabile?

In fondo, si tratta dello stesso venditore che il primo febbraio 1998 diede un colpo d’ascia alla commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. E fu un colpo a sorpresa, che fece naufragare più o meno quello stesso sistema semipresidenziale e maggioritario alla francese che il Cavaliere torna a proporre tredici anni dopo.

Strano ma vero Berlusconi si trovava in Francia, la patria del «modello», quel giorno. E mentre in Italia il lavoro delle forze politiche marciava spedito verso la riforma delle riforme, lui sfasciò il castello di carte. In contumacia e con un clamoroso dietrofront. «Il sistema maggioritario è certamente il migliore in una democrazia avanzata», precisò. Ma, aggiunse, «questo non è il caso dell’Italia, dove ci sono cinque poli». Quindi, dopo un dettagliato elenco dei poli – «An, la federazione liberaldemocratica, la Lega, l’Ulivo e Rifondazione» – la bordata: «In queste condizioni il sistema proporzionale lo trovo più democratico. Perché con le preferenze il cittadino sceglie i suoi candidati, che nel maggioritario sono invece imposti dall’alto, dai partiti».

Ora non è tanto la capacità di disfare in due minuti una tela bipartisan che i partiti avevano costruito in molti mesi, dalla sera in cui la signora Letta aveva servito la ben nota crostata sotto i cui auspici era nato l’omonimo «patto». Quanto il fatto che, per raggiungere l’obiettivo, quella volta Berlusconi arrivò addirittura a scendere a patti col più comunista di tutti i comunisti: Armando Cossutta. Fu il Cavaliere stesso ad ammettere i contatti con l’allora leader di Rifondazione, che era un proporzionalista ortodosso. «Ho sentito la proposta di Cossutta che rilancia il sistema proporzionale con lo sbarramento al 5 per cento: si dovrebbe riaprire la discussione», sussurrò a mezza bocca dalla Francia mentre l’«Armando», dall’Italia, ricambiava il favore al grido di «siamo pronti a discutere con tutti», anche con Berlusconi, per evitare il maggioritario.

Armando Cossutta

La fine è nota. Alla bordata del Cavaliere seguì la lenta agonia della Bicamerale. A cui fu sempre il grande venditore a staccare la spina qualche mese dopo. Quando, era proprio il 27 maggio del 1998, si alzò nell’Aula della Camera dei Deputati e seppellì tutti i sogni di riforma. «Abbiamo deciso di bloccare la deriva verso le sabbie mobili di un disegno di riforma di basso livello, di una Costituzione frutto di una composizione occasionale e improvvisata di norme. Abbiamo deciso di arrestare questo degrado». Game over.

La grande abilità di Berlusconi nel giustificare il passo indietro, almeno nelle confidenze fatte trapelare dai fedelissimi, fu nel chiamare in causa un altro suo celeberrimo bluff. Nel 1996, quando dopo il governo Dini s’avanzava un esecutivo di larghe intese guidato da Antonio Maccanico, il Cavaliere prima disse sì. Poi, complice la retromarcia di Fini, spinse per tornare alle urne sorretto dall’infausta certezza di vincere le elezioni. Da lì la sua postuma e silenziosa predilezione per il proporzionale, che evidentemente aveva covato in misteriosa solitudine. «Sono condizionato da ex fascisti. Quasi quasi, sarebbe meglio tornare al proporzionale». Peccato che si fosse dimenticato di dirlo al resto della ciurma bipartisan, che è più o meno la stessa a cui chiede oggi di lavorare per il semipresidenzialismo. E che lo guarda col sospetto di chi si presenta offrendo la Fontana di Trevi. Al contrario di come aveva fatto con Sandra&Raimondo, ai quali invece s’era limitato a chiedere giusto un panino.

Scintille nella Stalingrado stellata. Spartaco Pizzarotti inizia a liberarsi dalla catena Grillo.

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 23 maggio 2012)

L’ultima carezza gliela dà un secondo prima di indossare idealmente la fascia tricolore. Per la precisione alle 16.34 di lunedì pomeriggio. Quando, circondato da collaboratori e cronisti, scandisce che «Beppe Grillo è come un aratro». Perché «con le sue provocazioni spacca la terra», mentre «noi iscritti al movimento lo seguiamo per seminare». In fondo, è quello che il comico genovese ha detto di sé. Quello che s’è sempre voluto sentir dire dai suoi. «È un portavoce, un megafono, non un leader politico vecchia maniera».

Ventiquattr’ore dopo, invece, Federico Pizzarotti sembra quasi il modello che posa in differita davanti a una macchina fotografica. «Prima della cura» e «dopo la cura». Di quei modelli che vogliono mostrare al pubblico quant’è efficace, «la cura». E dev’essere stata efficace assai, la «cura» di essere eletto a sindaco, se è vero che il nuovo primo cittadino di Parma abbandona la strategia delle carezze e – a poche ore dal 60 e passa per cento dei consensi ottenuti al ballottaggio – si rivolge al barbuto capo carismatico come se ne volesse prendere le distanze. Del «portavoce» e del «megafono», adesso, la Stalingrado a cinquestelle – il copyright è di «Beppe» – non ha bisogno. E men che meno il suo sindaco. Che infatti prima mette a verbale in un’intervista al Messaggero che «ho vinto io, non lui». Poi sottolinea che «non voglio i suoi consigli». E infine, come in un crescendo dannunziano, dichiara urbi et orbi che Beppe, nella città conquistata, tornerà giusto «come visita di cortesia». E l’aratro? E la voce del portavoce che non è politico vecchia maniera? E il megafono? No grazie, dice «Federico». Di un comizio di Grillo «non ne sentiamo la necessità perché porta via tempo a quello che per noi è il lavoro».

Ora è impossibile, dopo mezza giornata, tirar fuori conclusioni affrettate. Impossibile scrivere il nome di Pizzarotti sulla parte della lavagna dei “buoni” relegando Grillo sul versante del “cattivo”. Impossibile pure stabilire se un movimento come quello del comico genovese, dopo la vittoria di Parma, ha iniziato il percorso che porta dritto dritto agli scontri fratricidi che scandiscono il tempo dei partiti, soprattutto quelli nati sotto la stella del carisma di un leader solo al comando. Sta di fatto che, dopo l’elezione a sindaco, Pizzarotti si muove come uno a metà tra l’eroico luogotenente che si smarca dal Capo e il Christian de Sica che, in un film sceneggiato dai Vanzina, si sganciava da una donna ingombrante al grido di «Spartaco s’è liberato da’ catena». A metà tra l’eroico e il pecoreccio, insomma.

Parma, la Stalingrado stellata.

Chissà come l’ha presa Grillo, la storia dello smarcamento vero o presunto di Pizzarotti. Di certo c’è che sarà difficile, per il comico genovese, relegare nell’ombra il sindaco di Parma. Addirittura impossibile, forse, negargli la visibilità televisiva imponendogli di stare zitto e buono sotto lo schiaffo di sua maestà il blog. Una cosa è chiara: con le voci fuori dal coro, il comico genovese sembra avere scarsa dimestichezza. Ne sa qualcosa Andrea Defranceschi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, silurato dal capo per aver firmato una mozione di solidarietà all’Unità. E ne sanno qualcosa anche a Ferrara, dove Valentino Tavolazzi e la sua lista civica – che avevano il timbro di «Beppe» sin dal 2009 – sono stati silurati senza troppe scuse. Gogna pubblica, conversazione private che finiscono sul blog gestito dalla real casa di Casaleggio e tanti saluti.

Può darsi che non ce ne sarà bisogno. Può darsi che lo scontro non si riveli tale. O che si ricomponga. Ma il ruolo di Pizzarotti potrebbe renderlo immune dal trattamento fin qui destinato agli eterodossi da Grillo. Le prime mosse di «Beppe» dopo le parole di «Federico» sono un post sul blog dedicato alla città emiliana – titolo “Gnocchi fritti a Parma” – in cui evita persino di citare il neo-sindaco. E un messaggio su Twitter in cui il Capo scrive: «Vi ricordate questo video? Quasi tre anni fa, arrampicato su una statua, gridavo a tutti la nascita del Movimento Cinquestelle». Nel video si vede lui, Grillo, che esordisce così: «Gian Battista Perasso, dentro il Balilla, (nel, ndr) 1746 mandava affanculo gli austriaci. Gli hanno dedicato una via di un metro quadro, piena di motorini». E chissà che triste storia non si ripeta. Prima o poi.

Written by tommasolabate

23 maggio 2012 at 14:42

Situazione traffico /3 (ore 17.20, macchine ai box)

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Le macchine sono ai box da ormai due ore.

Come annunciato nelle precedenti rilevazioni, l’autolinea PD vince a Monza, Alessandria, Asti, Como e perde a Cuneo. E poi ci sono le autovetture targate OR e DO, che hanno tagliato il traguardo rispettivamente a Palermo e Genova.

Infine, c’è Parma. Dove la macchina targata PI non ha solo vinto, come previsto. Ma, complice un’affluenza tutto sommato alta, ha trionfato.

Viaggiare informati, avrebbe detto Catalano, è meglio che viaggiare disinformati.

 

Written by tommasolabate

21 maggio 2012 at 16:26

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Dall’eterno ritorno dell’imminente al gioco delle tre buste. Scatta l’ora X di Montezemolo

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 19 maggio 2012)

Per gli ammiratori è come se fosse una copertina vivente del Time, tipo quella che il settimanale dedicò a Mario Monti qualche mese fa, con tanto di titolo a caratteri cubitali: «Can this man save Italy?». Per i detrattori, invece, assomiglia tanto all’eterno concorrente di un gioco a premi come quelli condotti dal suo ex compagno di liceo Giancarlo Magalli. E quindi a un uomo perennemente indeciso tra la busta numero uno, «Nuovo Prodi», e la busta numero due, «Nuovo Berlusconi». Con almeno un occhio sempre puntato alla più generica busta numero tre, «Papa Straniero».

Sia come sia, l’eterno quiz sul futuro politico di Luca Cordero di Montezemolo è destinato a essere trascinato ai titoli di coda dall’avvicinarsi delle elezioni. Il presidente della Ferrari, che negli ultimi anni ha sia alimentato e che smentito le voci sul suo sempre «imminente» ingresso nel ring, adesso ha scartato la busta del «Nuovo Prodi», e quindi quella della leadership di una coalizione che comprendesse a vario titolo un pezzo del centrosinistra classico. E, in tempo per quella convention nazionale del suo think tank Italia Futura che potrebbe andare in scena entro due mesi, deve sciogliere il secondo dubbio. Fare il «Nuovo Berlusconi» col benestare del Cavaliere, che potrebbe affidargli le chiavi di quel rassemblement ribattezzato «Federazione dei moderati»? Oppure provare a sottrargli tanto la federazione quanto i moderati, scartando quindi la parola «Berlusconi» e tenendosi stretto l’aggettivo «nuovo»?

«Silvio» e «Luca» si conoscono da una vita. Eppure, come confessò privatamente il Cavaliere mesi fa, quando proprio una fronda di montezemoliani a fargli mancare i voti in Parlamento (do you remember la deputata Giustina Destro?), «neanche io, che di solito capisco tutti con uno sguardo, sono mai riuscito a capire dove vuole andare a parare quell’uomo». Era stato così anche nel 2001. Quando Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi a sei anni a mezzo dal ribaltone del ’94, era praticamente sicuro che Montezemolo sarebbe entrato nel suo governo. «Mi ha dato la sua parola. Farà parte della mia squadra», aveva giurato. E invece niente. Con tanti saluti sia alla parola che alla squadra.

Non solo. La stessa identica sensazione di amarezza Berlusconi l’ha provata anche tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006. Quando, con Montezemolo presidente, Confindustria si spostò su posizioni vicine al centrosinistra di Prodi, da cui però «Luchino» prese le distanze quando si rese conto che il carrozzone dell’Unione non sarebbe stato in grado di andare avanti a lungo.

E adesso? Nella cerchia ristretta di Montezemolo si continua a smentire qualsiasi patto col Pdl. «Niente accordi» e, di conseguenza, «nessun relativo contato preparatorio». Resta il fatto che, mentre il Cavaliere insiste nel corteggiarlo, tra il Pdl lo spettro di «Luchino» ha già alimentato la balcanizzazione. «Spero che dopo le amministrative Berlusconi, Alfano, Passera e Montezemolo si siedano attorno a un tavolo per evitare la vittoria della sinistra», accelera il nostalgico di Forza Italia Giancarlo Galan. «Montezemolo nella federazione? Se ci vuole stare sì. Ma la guida non la si ottiene solo per il cognome», frena il nostalgico di An Ignazio La Russa. E il nostalgico-e-basta Angelino Alfano, sul criptico andante, a chiudere il cerchio: «Montezemolo? Berlusconi non ha retropensieri».

E così, dopo aver scartato la busta numero uno del «Nuovo Prodi», e mentre si allontana dalla busta numero due del «Nuovo Berlusconi», Montezemolo si tiene stretta la carta del «Nuovo e basta». Quella del «Papa straniero» sempre e comunque. Le teste d’uovo del suo think tank – il tridente formato da Andrea Romano, Nicola Rossi e Carlo Calenda – vergano documenti in cui si annota che il centrodestra dell’ultimo ventennio «si avvia a scomparire» ma «i suoi elettori no». In cui si nota che il Pd che guarda a Hollande ha avviato un percorso «per tornare a essere il Pds». In cui si avverte che il Terzo Polo, coerente e serio «nel sostegno al governo» Monti, non è riuscito a «trovare una compiuta morfologia che vada oltre la somma di parti ormai stanche». Serve altro, insomma.

Leggenda vuole che, alla morte di Umberto Agnelli, la telefonata in cui gli comunicarono che sarebbe stato lui il prossimo presidente della Fiat gliela fece il presidente dell’Ifil, Gianluigi Gabetti. «Luca, adesso tocca a te». E lui, di rimando: «Ci avete pensato bene?». Adesso che sta per scegliere la sua strada, e questa volta per davvero, Montezemolo se la starà ripetendo da solo, quella domanda. «Ci ho pensato bene?».

Dopo il successo di Grillo, ora Di Pietro ha la botte semivuota. E una moglie tutta sobria.

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 12 maggio 2012)

ll trucchetto è riuscito per anni. Perché per anni, a voler descrivere la situazione con una metafora pane e salame di quelle che gli piacciono tanto, Antonio Di Pietro ce l’ha fatta a stare comodamente seduto sopra una botte piena tenendo a debita distanza la moglie ubriaca. Che fosse la guerra al lodo Alfano o la battaglia contro i condannati eletti in Parlamento, come confessò nell’ottobre del 2010 in un’intervista a l’Espresso, Beppe Grillo «dice queste cose da un palco a Cesena», mentre «l’Italia dei valori presenta provvedimenti in Parlamento e rappresenta il braccio operativo dentro le istituzioni di esigenze sentite dalla gente». Una via di mezzo tra il “ti piace vincere facile” della vecchia réclame e il gioco delle tre carte, insomma.

«Beppe» urlava e sbraitava da un palco improvvisato o dal suo blog. «Tonino» passava all’incasso alle elezioni. Beppe fuori dal Palazzo. Tonino dentro. In fin dei conti, sosteneva soddisfatto l’ex pm, «con Grillo siamo complementari». Perché, mentre «il suo movimento fotografa le anomalie della politica italiana e ne denuncia le incongruenze», l’Idv «ha scelto di entrare all’interno delle istituzioni per rinnovare». Un modo come un altro per sostenere che il comico genovese tirava la volata e lui portava a casa la maglia rosa.


Fine della corsa. Fine del giochino. Che cosa succede adesso che il Movimento Cinquestelle si prepara per abbinare ai palchi improvvisati del suo leader carismatico l’ingresso in quelle stesse istituzioni frequentate dagli eletti dell’Italia dei valori? Che cosa può accadere ora che gli elettori, per dare un seguito alle istanze che con approssimazione vengono archiviate alla voce «antipolitica», possono serenamente barrare sulla scheda il simboletto del comico genovese?

Il resto dell’articolo lo trovate cliccando qui

Written by tommasolabate

13 maggio 2012 at 21:25

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