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Il carneade Milo vota. Sfuma il delitto perfetto di Montezemolo e Casini.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 ottobre 2011)

Silvio Berlusconi incassa la fiducia. 316 sì, 301 no. Ma questa è la storia di un delitto (quasi) perfetto, stile Omicidio sull’Orient Express di Agatha Christie. Che sfuma quando un parlamentare semisconosciuto che si chiama Antonio Milo fa il suo ingresso nell’Aula di Montecitorio.

Montezemolo, Casini, Franceschini. Si muovono ciascuno per conto proprio, come i tanti killer del noto giallo della Christie. Ma hanno un obiettivo comune: quello di far cadere il governo Berlusconi. Il primo perché vuole finalmente entrare dalla porta principale, e stavolta a sorpresa, nel gioco della politica. Il secondo e il terzo perché sperano che sia l’opposizione a dettare i tempi dello scioglimento anticipato della legislatura (l’Udc) o ad aprire l’ultimo spiraglio per un governo d’emergenza (il Pd).

La partita del presidente della Ferrari è diversa da quella dell’opposizione. Da giorni si diceva che fosse a contatto con «due partecipanti alle cene di Scajola» (Fabrizio d’Esposito lo aveva scritto sul Fatto quotidiano). E ieri è arrivata la prova. Poco prima che iniziasse il voto sulla fiducia, il sottosegretario Aurelio Misiti l’ha confidato a qualche collega della maggioranza: «Questa notte Montezemolo ha contattato Giustina Destro e Fabio Gava, convincendoli a voltare le spalle al Cavaliere». Non è tutto. «L’ex presidente di Confindustria ha preso contatti con altri parlamentari. Di sicuro con Catia Polidori, che a quando mi risulta gli ha detto “no, grazie”». Sono le 11.30 di ieri mattina. Un’ora dopo, Destro e Gava avrebbero disertato il voto di fiducia, mandando in ansia le truppe di Berlusconi. Al contrario della Polidori e (guarda caso) dello stesso Misiti, che nel pomeriggio sarebbero stati promossi da sottosegretari a viceministri.

All’una di notte, quindi, undici ore prima che l’Aula di Montecitorio si esprima sulla fiducia al governo, Berlusconi ha già perso Destro e Gava. Ma ci sono altre tre pedine che stanno per saltare il fosso: Luciano Sardelli, Antonio Milo e Michele Pisacane. Gli stessi che consentono l’ingresso nel “giallo” di Casini e Franceschini.

È Sardelli, come si dice in gergo, a «fare l’operazione». L’ex capogruppo dei Responsabili ha già preso contatti da giorni con i suoi ex colleghi dell’Udc, ai quali affida le proprie speranze di riportare nell’opposizione sia Milo che Pisacane. Nella notte tra giovedì e venerdì, quando l’operazione comincia a sembrare «fattibile», Casini sente i vertici del Pd. E visto che comunque l’opposizione non riuscirebbe mai a raggiungere il numero dei parlamentari della maggioranza, ecco che il campo di gioco diventa un altro. «Non si tratta di battere Berlusconi. Ma di fargli mancare il numero legale», spiegano alcuni deputati. Perché hanno una certezza, tutti quelli che si muovono sullo scacchiere anti-Silvio: «Se l’assenza del numero legale spinge il premier a richiedere la fiducia a inizio della prossima settimana, abbiamo tutto il week-end per convincere Scajola a staccare la spina».

Il piano, effettivamente, è ben congegnato. Nottetempo, Casini avverte Franceschini. Che a sua volta, ieri mattina, invita tutti i suoi a rimanere fuori dall’Aula. Gli addetti al pallottoliere dell’opposizione lo dicono e lo ripetono, come a voler alimentare le speranze sulla riuscita del blitz: «Se Gava, Destro, Sardelli, Milo e Pisacane non entrano in Aula, allora è fatta. Niente numero legale, niente fiducia».

All’inizio della prima chiama, c’è un’unica ansia che li tormenta. La delegazione dei Radicali, che già ieri l’altro aveva “disobbedito” (virgolette d’obbligo) all’ordine di scuderia di disertare il discorso di Berlusconi, è riunita per decidere il da farsi. Nel partito ci sono due linee: Bonino vorrebbe seguire le orme del resto dell’opposizione, Pannella invece crede che «Emma» sia troppo appiattita sul Pd. Dei sei deputati radicali, una è in Africa (Elisabetta Zamparutti). Gli altri sono divisi tra chi vorrebbe partecipare al voto di fiducia (Bernardini, Coscioni, Turco) e chi spinge per l’Aventino tattico (Beltrandi e Mecacci). Tutti loro, ovviamente, sapevano che il voto era previsto per mezzogiorno. Eppure convocano la loro riunione in ritardo, come a voler monitorare quello che sarebbe successo tra il Transatlantico e l’emiciclo.

A mezzogiorno e un quarto, i berlusconiani tremano. La loro maggioranza, dopo l’uscita

Aurelio Misiti

del tridente Versace-Destro-Gava, è ferma a 314. Sardelli ha appena respinto l’ultimo pressing del Cavaliere in persona. Mancano Milo e Pisacane. I monitor del Transatlatico e del cortile sembrano quelli di Wall street. Capanelli di gente accalcata, fogli di carta che volano, speranze, delusioni, paure. Poi Milo risponde alla «chiama» e vota la fiducia. Franceschini scuote la testa, Bersani rimane impietrito. L’operazione sfuma, perché il «numero 315» virtuale ha appena scongiurato il blitz. Poi la scena sarà tutta dei Radicali, che fanno il loro ingresso in Aula tra gli insulti dei deputati del Pd (particolamente scatenate Giovanna Melandri e Rosa Villecco Calipari). «Quando gli str.. sono str.., galleggiano senz’acqua», s’infuria Rosy Bindi. «Macché, con l’ingresso di Milo i numeri li avevano già», ribatte l’ex radicale Roberto Giachetti, segretario d’Aula del Pd. Quindi, sui titoli di coda, si presenta nell’emiciclo anche Pisacane. Era inutile che stesse tra i congiurati, visto che la congiura era appena fallita. Niente Omicidio sull’Orient Express. Solo urla. Quelle tra Francesco Pionati e il suo ex collega dell’Udc Angelo Cera. «Angelo, ora gli devi trovare un posto in lista a Sardelli, che sennò a quello non resta che andare a zappare». «Ma stai zitto, France’. Tu con quello ci mangiavi fino a poco tempo fa». 316 a 301. E la ruota impazzita ricomincia a girare.

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Written by tommasolabate

15 ottobre 2011 at 16:14

Stravolgimento o slittamento: il «bavaglio» sta per uscire di scena.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’11 ottobre 2011)

Nella stanza dei bottoni del Pdl stanno pensando all’ennesimo dietrofront sulle intercettazioni. Visto che quando il Riformista va in stampa l’incontro tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano è ancora in corso, è impossibile stabilire se i boatos che arrivano da Montecitorio troveranno conferma. Di certo c’è che da ieri pomeriggio, nelle stanze del gruppo del Pdl, la «legge bavaglio» non è più considerata «irrinunciabile». Che cosa potrebbe succedere domattina, quando nel calendario dell’Aula della Camera è prevista l’approvazione della norma sulle intercettazioni? Un berlusconiano della prima cerchia, al riparo da microfoni e sguardi discreti, ammette che «forse non ci sono le condizioni per andare avanti». Di conseguenza la soluzione, magari benedetta dal Cavaliere, «potrebbe essere quella di “ammorbidire” il provvedimento, provando in extremis ad andare nella direzione del Terzo Polo». Oppure, «di congelarlo, rinviandolo per l’ennesima volta a tempi migliori».

I movimenti di Claudio Scajola, le tensioni all’interno di una maggioranza in cui scricchiola anche la “gamba” dei Responsabili, le perplessità sul provvedimento di pezzi significativi del mondo berlusconiano: nelle ultime quarantott’ore il Cavaliere ha capito che il gioco non vale la candela. Anche perché i pericoli che s’annidano dietro il voto di domani sono troppo alti. E rischiano di travolgere l’intero esecutivo. Lo spin doctor dell’Udc Roberto Rao, che ha seguito da vicino l’iter della “legge bavaglio”, mette in fila tutti i tasselli del puzzle: «Al punto in cui sono arrivati, non hanno tante strade da percorrere. Hanno ancora il tempo per fermare il provvedimento. Oppure possono ingranare la retromarcia per ritornare al testo Bongiorno», che ovviamente non prevedeva il carcere per i giornalisti. E se invece la maggioranza decidesse di andare avanti nella versione «bavaglio» della legge, magari mettendo la fiducia? Il braccio destro di Pier Ferdinando Casini non nasconde un sorrisetto velenoso: «Ovviamente il governo otterrebbe la fiducia. Ma che cosa succederebbe se, nel voto segreto sul provvedimento, la maggioranza andasse sotto? Non credo che in quel caso, un minuto dopo, potrebbero fare finta di niente…».

Non è tutto. La retromarcia sulle intercettazioni potrebbe servire anche a ricucire lo strappo con la truppa di Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che nelle prossime ore incontrerà Angelino Alfano, l’aveva confidato già sabato: «Una legge sulle intercettazioni serve. Ma sono sicuro che il testo di cui stanno parlando i giornali non sarà quello definitivo». In questo caso, il ritorno a una versione soft del provvedimento potrebbe servire agli scajoliani come «scusa» per rientrare – seppur momentaneamente – nei ranghi. A prendere per buona la lettura del ministro Gianfranco Rotondi, che sabato sera in un ristorante di Saint-Vincent commentava con amici e colleghi la partecipazione dell’«amico Claudio» al suo convegno, «la vicenda di Scajola potrebbe anche risolversi facilmente. Basta garantirgli la rielezione dei suoi e farlo tornare ai vertici del partito, magari con la carica di vicesegretario». Se il pronostico del democristiano Rotondi fosse azzeccato, allora la rinuncia al «bavaglio» avrebbe anche un altro significato. Quello, ragiona un berlusconiano che forse pecca di eccessivo ottimismo, di «dare al buon Claudio la chance per motivare il ritorno sui suoi passi».

A prescindere da Scajola, che ha congelato l’offensiva del frondisti (l’ex ministro ha scritto una lettera al premier per spiegare le ragioni dei malpancisti), senza un «cambio di passo» prima di domani il Vietnam parlamentare è assicurato. «Il voto finale sul provvedimento non è scontato», spiega il deputato dei Responsabili Domenico Grassano. «Anche perché nell’accordo con Berlusconi non c’era il ddl intercettazioni e soprattutto non c’erano alcune proposte insensate come l’arresto per i giornalisti». Identico il canovaccio recitato da Luciano Sardelli: «Va trovato un punto di mediazione e di sintesi che allarghi e riarticoli il centrodestra. Il carcere ai giornalisti? Ma non esiste…».

Il countdown è partito. L’Aula di Montecitorio potrebbe trasformarsi per l’ennesima volta in un bunker con ostacoli disseminati per ogni dove. E la voce che arriva dal gruppo del Pdl, la stessa che evoca il colpo di scena prima del voto, tocca sempre la stessa corda: «Forse non ci sono le condizioni per andare avanti. Neanche stavolta…». Il Cavaliere continua a resistere. Anche se il ministro Rotondi, nel fine settimana, ha lanciato la sua amara profezia: «Quando sarà l’ora, di noi non si salverà più nessuno. Cadremo tutti appresso a Berlusconi. Per chi ha fatto il ministro in questo governo, non ci saranno altre possibilità. Nemmeno per Tremonti».

Written by tommasolabate

11 ottobre 2011 at 11:32

Alfano vola a Bruxelles col suo piano segreto: «In primavera la costituente del Ppe italiano»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 settembre 2011)

«Ora Angelino sa che non c’è neanche un minuto da perdere», dice chi gli sta vicino. In segreto il neo segretario del Pdl ha pianificato un viaggio a Bruxelles per incontrare il gotha del Ppe. Martedì prossimo.

Forse, come Alfano ha detto nelle ultime settimane a più d’un amico, «qualcuno mi prese poco sul serio, a luglio». Tre mesi fa, nel suo primo discorso pronunciato di fronte alla platea che applaudiva la sua nomina a segretario, l’aveva detto senza giri di parole: «Dobbiamo fare un partito serio», «rivolgerci al popolo dei moderati italiani che non se n’è andato a sinistra», «ragionare nella prospettiva del Ppe».

Tutto questo succedeva meno di novanta giorni fa. Eppure, da allora, sembra passata un’eternità. La crisi economico-finanziaria che ha colpito (anche) l’Italia, le pressioni di Bruxelles e della Bce su Silvio Berlusconi, le manovre economiche fatte e disfatte, un governo perennemente sotto scacco, una maggioranza sistematicamente in crisi d’identità e quella «creatura» nata su un predellino – il Pdl – ormai trasformata in un coacervo di correnti e correntine l’una contro l’altra armate.

Negli ultimi mesi, «Angelino» ha lavorato nell’ombra. Di fronte al pressing arrivato da più parti, soprattutto da quella degli ex di An, s’è limitato a ribadire che «il candidato del 2013 sarà ancora Berlusconi». Tattica, soltanto tattica. Perché nel frattempo, come spiegano a via dell’Umiltà, il segretario ha tessuto una tela che potrebbe portarlo «entro la primavera prossima» ad archiviare la stagione del Pdl e a battezzare quel Partito popolare ispirato al Ppe.

Il primo frutto di questo lavoro, Alfano lo raccoglierà martedì prossimo. Quando lascerà Roma per raggiungere Bruxelles e incontrare il gotha dei Popolari europei. «Negli ultimi tempi, è venuto parecchie volte. Ma questa sarà la prima da quando non è più ministro della Giustizia», spiega l’europarlamentare pidiellino Mario Mauro, uno dei suoi ambasciatori all’estero che ha lavorato di più all’agenda di martedì. In agenda l’ex guardasigilli ha senz’altro un colloquio con Wilfried Martens, l’ex premier belga che da oltre vent’anni ricopre la carica di presidente del Ppe. E poi un incontro col capogruppo all’Europarlamento Joseph Daul e anche una chiacchierata con lo spagnolo Antonio Lopez, segretario generale del partito. Fin qui gli incontri segretamente già fissati all’interno di un calendario che potrebbe prevedere anche qualche sorpresa dell’ultim’ora. Tipo un faccia a faccia informale col presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Non è tutto: all’interno della europattuglia dei pidiellini, qualcuno aveva provato a incastrare nell’agenda di «Angelino» anche un incontro con Martin Schulz (l’uomo del berlusconiano «kapò», tanto per capirci), che sarà il prossimo presidente del Parlamento. Ma, a meno di colpi di scena, per questa volta non sarà possibile (il capogruppo socialista, a inizio settimana, sarà prima a Berlino e poi a Vienna).

Martedì andrà a mani vuote, Alfano, all’incontro con i pezzi da novanta del Ppe? Tutt’altro. Per capire quale sarà il contenuto del bagaglio a mano del segretario del Pdl è necessario spostare l’attenzione su una riunione pressoché carbonara che s’è tenuta ieri a Roma. Mentre l’attenzione di tutti era concentrata sulla sfida Berlusconi-Tremonti su Bankitalia e sui risultati della mozione di sfiducia contro Saverio Romano, alcuni big del berlusconismo si sono ritrovati attorno a un tavolo insieme ai responsabili delle fondazioni che gravitano attorno ai partiti (italiani) che stanno nel Ppe. Al summit erano presenti, tra gli altri, il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’ex titolare del dicastero dei Beni culturali Sandro Bondi, il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Non solo: c’era anche la fondazione Liberal, che fa riferimento all’Udc di Casini. Il risultato? «Un piano d’azione in due punti che Alfano porterà qui a Bruxelles e sottoporrà al Ppe», spiega l’europarlamentare Mario Mauro. «Una road map», aggiunge sorridendo, «che ci terrà impegnati almeno da qui alla primavera dell’anno prossimo».

Il punto numero uno sottoscritto dalle fondazioni riguarda l’elaborazione di «un documento programmatico» che sarà presentato al prossimo congresso del Ppe, in programma a Marsiglia il 7 e l’8 dicembre prossimi. Al testo, di cui Alfano parlerà con Martens e compagnia martedì, lavoreranno quattro gruppi di lavoro che si dedicheranno ad altrettanti dossier: economia, società, cultura e politica estera.

Ma è il secondo punto della road map quello che sta più a cuore ad «Angelino». Anche perché riguarda il battesimo della «costituente del Ppe italiano», che Alfano ha fissato «entro la primavera del 2012». Ancora pochi mesi, insomma, e il Pdl – se il piano di Angelino va a buon fine – potrebbe finire nella naftalina. «L’obiettivo, ovviamente, è agganciare l’Udc di Casini», spiega l’eurodeputato Mauro. Il monito di Bagnasco alla politica, la riunione delle associazioni cattoliche in programma a Todi, una legislatura che rischia lo scioglimento anticipato a causa del referendum. «No», ripetono nella cerchia ristretta del segretario, «non c’è più neanche un minuto da perdere».

Written by tommasolabate

30 settembre 2011 at 08:40

Tra un «codardo» e l’«amnistia!» arriva anche il «cornutazzo». E Romano chiude il suo d-day tra le braccia di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 settembre 2011)

Finisce 315 a 294 per lui, anche perché i Radicali disertano il voto. Poi Saverio Romano raggiunge Berlusconi e dà un seguito ai versi che la sua corregionale Marcella Bella cantava in una vecchia hit: «Io e Silvio ci siamo abbracciati».

Tornerai / più importante che mai / E staremo abbracciati / tutto il tempo che vuoi, cantavano a due voci Marcella e Gianni Bella nel 1977. E Romano, subito dopo la votazione che lo mantiene in sella al governo nonostante sia accusato di reati di mafia: «Non vado a festeggiare. C’è da lavorare alle riforme».

Si sente, eccome se si sente, che «Saverio» s’è appena distolto dall’abbraccio col Cavaliere. «Io e Berlusconi ci siamo abbracciati», scandisce. «Abbiamo fatto i conti. 315 voti a favore, più gli assenti giustificati» ed eccola là, la cifra magica, «la maggioranza è di 325». Umberto Bossi lancia l’ennesimo messaggio a quella base leghista che più d’un indicatore dà per «inferocita». «Oggi è andata benissimo», spiega il Senatur lasciando seguire all’ingiustificato moto d’orgoglio (che di padano, almeno ieri, aveva ben poco) il mantra recitato nelle ultime settimane: «Non so se arriviamo al 2013». In fondo, è la stessa analisi che Gianfranco Fini, abbandonando la presidenza dell’Aula dopo l’ennesima fase concitata della seduta, affida ai suoi: «Vedo aria da campagna elettorale». La stessa, identica, di Pier Ferdinando Casini. Che, però, aggiunge a mo’ di postilla: «Stendiamo un velo pietoso su quello che sta succedendo oggi».
Oggi, e cioè ieri, Saverio Romano si presenta in Transatlantico in tempo per l’inizio della discussione. La scena, per qualche decina di minuti, lo vede solitario ai banchi del governo. Davanti a lui i deputati di Fli stendono il Pornostafo apparso sul Fatto quotidiano, una rivisitazione by Vauro del Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Con tanto di nota a margine: Patonza da Volpedo. L’ora delle «parole forti» sarebbe scoccata subito dopo le 16, con l’inizio degli interventi.

Si sprecano i «cialtroni», compreso quello che Mimmo Scilipoti destina ai deputati dell’opposizione. Il primo «venduto» se lo becca Silvano Moffa, a cura dei suoi ex colleghi finiani. L’adesivo del «codardo», invece, finisce idealmente dietro la giacchetta di Bobo Maroni. Testualmente, dalla voce di Antonio Di Pietro: «Chiedo amareggiato al ministro Maroni, che si vanta di aver condotto una dura lotta alla mafia e oggi codardo fugge, perché non si presenta in Parlamento». Il titolare del Viminale si materializza a metà seduta e si fionda alla buvette per chiacchierare con Giulio Tremonti, mentre l’ultimo successore di Quintino Sella sorseggia soddisfatto un flute di prosecco con gli immancabili auricolari del telefonino posizionati su entrambe le orecchie. È la stessa persona, «Giulietto», che poco prima, incrociando per caso Gianni Alemanno alla Camera, l’aveva accolto con tanto di saluto romano.

«La parola» che in Aula tutti aspettano, profondissima spia di vergognoso disonore, la pronuncia il pdl Manlio Contento. Romano mafioso? «Macché. Un boss di mafia disse che è un cornutazzo». E tutti pensano all’indice e all’anulare di una mano a caso, all’inequivocabile gesto che il cinematografico Mimì Matallurgico (interpretato da Giancarlo Giannini) di Lina Wertmüller si vide opporre da una manica di mafiosi prima di emigrare al nord «ferito nell’onore».
A quel punto, però, l’autodifesa di Romano era già agli atti. «Quello che un tempo era l’ordine giudiziario ormai ha soverchiato il Parlamento e ne vuole condizionare le scelte», dice. E i giudici? «Il trono deve evitare di schiacciare il leone, però è sotto gli occhi di tutti che il leone oggi ha già una zampa sul trono». Esopo? No, «sir Francis Bacon».

Si viaggia verso il voto a scrutino palese. A un certo punto, gli altoparlanti dei monitor al plasma disseminati tra cortile e Transatlantico sembrano sul punto di esplodere. «Vogliamo l’amnistia!», si sgola la radicale Elisabetta Zamparutti. «Non partecipiamo al voto perché intendiamo esprimere la nostra sfiducia nei confronti di un’intera classe dirigente». E così, di fronte a un Pd mai così presente (manca solo Marianna Madia, che ha partorito da due giorni), i sei radicali si sfilano. Franceschini medita di espellerli dal gruppo. «Questi si cacciano senza se e senza ma», s’infervora Rosy Bindi. «Ricordiamoci che siamo in un partito “democratico” dove le decisioni si prendono democraticamente e non perché uno si alza e sceglie da solo», ribatte Roberto Giachetti, segretario d’Aula del gruppo Pd, che radicale è nato e cresciuto. 315 a 294, con il repubblicano Nucara che tiene fede alla promessa di votare a favore della sfiducia. Romano e il Cavaliere, in quel momento, erano nascosti chissà dove. Abbracciati.

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29 settembre 2011 at 10:23

La roulette russa su Milanese. Per Tremonti è «un referendum su Silvio». Quarantasei maroniani provano il «colpaccio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 settembre 2011)

Marco Milanese

Dal fortino di Tremonti, che ieri ha incontrato Confindustria e banche, arriva il “Giulio pensiero” sull’ora X, a cui mancano ventiquattr’ore. «Il voto su Milanese? È un referendum su Silvio».

L’ultimo successore di Quintino Sella, ovviamente, si tiene alla larga dal dire anche solo mezza parola sulla sorte del suo ex braccio destro. Però una cosa è certa. Anche Tremonti, adesso, sa che la posta in gioco nella roulette russa del voto sull’arresto di Milanese non riguarda più il suo futuro al ministero di via XX settembre. Ma quello dell’intero governo. Non a caso, giurano i deputati con cui ha scambiato qualche battuta negli ultimi giorni, «Giulietto» pensa dell’«ora X» – fissata per domani a mezzogiorno – più o meno la stessa cosa che Pier Ferdinando Casini ha teorizzato con qualche collega. «È un referendum su Berlusconi», ha confidato Tremonti. Un ritornello che, nella versione che il leader udc ha affidato ai fedelissimi, suona più o meno così: «Primo, bisogna vedere se la Camera darà il via libera all’arresto di Milanese. E poi guardare lo scarto tra i sì e i no. Se la differenza sarà significativa, Silvio non potrà non trarne le conseguenze…».

La partita è nelle mani della Lega, che oggi si riunirà in assemblea per decidere come muoversi. È

Bobo Maroni e Giulio Tremonti

probabile che l’esito della riunione dei parlamentari del Carroccio non vada al di là della «libertà di coscienza» già evocata da Umberto Bossi la settimana scorsa. Ma nell’ala maroniana del gruppo leghista, la tentazione di votare a favore dell’arresto non ha ancora trovato un argine.

Nessuno, men che meno il titolare del Viminale, si muoverà col piglio di chi vuole sconfessare platealmente il Senatur. Ma basta mettere insieme alcuni indizi per scoprire che Maroni, in realtà, ha in mente di passare dalle parole ai fatti per evitare che la Lega, come ripete sistematicamente da molti mesi a questa parte, «non muoia appresso al berlusconismo». Indizio numero uno: la settimana scorsa, quando tutti i big del Carroccio sono scesi pubblicamente in campo per difendere la moglie di Bossi, Manuela Marrone, dall’ormai celebre articolo di Panorama, il ministro dell’Interno è stato praticamente l’unico pezzo da novanta del partito a evitare dichiarazioni. E tutto questo è niente, e siamo all’indizio numero due, rispetto al silenzio che Maroni ha opposto al coro sulla «secessione» che s’è levato dallo stato maggiore del Carroccio dopo il discorso del Senatur di domenica. E non è finita. È stato proprio Roberto Maroni l’ospite che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri al Quirinale prima di lanciare il suo durissimo monito contro le frasi pronunciate da Bossi a Venezia («Chi parla di secessione è fuori dalla storia e dalla realtà»).

Berlusconi e Bossi

È vero. Pubblicamente il ministro dell’Interno dice, come ha fatto ieri in un’intervista alla Prealpina, che «il governo arriverà fino al 2013» e che i maroniani non esistono. «L’unico sono io. E mi riconosco in Bossi», ha aggiunto. Ma dei 46 deputati leghisti (su un totale di 59) che ormai si riconoscono nel titolare del Viminale (tanti furono a fine giugno quelli che sottoscrissero la richiesta di sostituire il capogruppo Marco Reguzzoni, esponente del «cerchio magico»), la stragrande maggioranza è pronta a riporre nelle sue mani la scelta sul voto di Milanese.

Radiotransatlantico dà – forse frettolosamente – per già decisa la partita su Milanese. Pd, Idv,

Bersani e Casini

Terzo Polo sono per l’arresto. Dai 46 maroniani e da un gruppo di pidiellini che saranno protetti dal voto segreto arriverebbero gli altri voti che mancano per dare il via libera alla richiesta dei pubblici ministeri di Napoli. Ma fossero vere la lettura attribuita a Tremonti («È un referendum su Berlusconi») e l’analisi che Casini ha confidato ai suoi («Guardiamo lo scarto») allora tutto dipenderà dai numeri in Aula. Con una vittoria schiacciante dei «sì», il governo del Cavaliere si avvicinerebbe al baratro. Perché, come spiega Pier Luigi Bersani, «il caso Milanese può, insieme ad altri mille fattori, causare la crisi». I mille fattori evocati dal leader del Pd riguardano la crisi economico-finanziaria. Ma ce n’è un altro, di fattore, che potrebbe accelerare lo showdown: il voto, in programma la settimana prossima, sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Un altro appuntamento che Roberto Maroni – che ha intensificato i suoi colloqui con Angelino Alfano – ha già annotato sulla sua agenda. Con la penna rossa.

Written by tommasolabate

21 settembre 2011 at 10:33

«Allarme Moody’s». Paura nel governo. Pronto il pressing per il «passo indietro» del Cav.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 settembre 2011)

Neanche il tempo di tirare le somme al termine dell’ennesima giornata devastante. In serata, nello stato maggiore del Cavaliere arriva la paura di un imminente declassamento da parte di Moody’s del rating italiano.
È da un paio di giorni che l’allarme sta togliendo il sonno agli sherpa della maggioranza che monitorano i rischi del post-manovra. Qualcuno ha anche provato a sottoporre il tema all’attenzione del presidente del Consiglio. Ma senza successo. Da ieri pomeriggio, però, l’incubo sembra aver superato la soglia di rischio. Un berlusconiano vicino alla prima cerchia di potere lo dice con nettezza. «Se nel fine settimana Moody’s declassa il debito italiano, per il governo potrebbe essere davvero l’inizio della fine».
L’inizio di una fine molto rapida. Tanto rapida da poter aprire il dibattito su quel «passo indietro» che il Cavaliere – nonostante la moral suasion di alcuni degli amici si sempre (Fedele Confalonieri e Gianni Letta) – ha sempre rifiutato di prendere in considerazione. Se l’allarme sul declassamento di Moody’s si rivelasse fondato, se davvero l’agenzia statunitense declassasse il debito italiano, allora le aste dei titoli di stato in programma nelle prossime settimane continueranno a essere disertate dagli investitori stranieri. In fondo, è lo stesso scenario che soltanto il deputato-economista del Pd Francesco Boccia ha avuto il coraggio di mettere a verbale: «Un downgrade del debito italiano, subito dopo l’approvazione definitiva della manovra, non sarebbe solo un segnale economico. Ma un segnale politico di sfratto all’esecutivo Berlusconi».
Dentro il blocco Pdl-Lega stanno facendo i conti con la realtà. «Non possiamo morire appresso al berlusconismo», continua a ripetere Roberto Maroni ai suoi uomini. E questi ultimi, al contrario della prudenza delle ultime settimane, stanno per alzare il livello dello scontro. L’europarlamentare Matteo Salvini, ieri sera, l’ha addirittura messo a verbale durante una trasmissione di Radio Lombardia: «Berlusconi ha esaurito il suo mandato, ha esaurito la voglia, la possibilità e la forza». Un avviso di sfratto in piena regola, insomma. Che fa pendant con la voglia dei leghisti vicini al titolare del Viminale di sfruttare il voto segreto (lo chiederanno Italia dei valori e i finiani di Fli) sull’arresto di Marco Milanese per creare «l’incidente».
Probabilmente i maroniani saranno i primi a uscire dai blocchi. Ma il loro non è l’unico gruppo della maggioranza che sta riflettendo su una rapida uscita di scena del Cavaliere. Dentro i confini del Pdl, l’appello di Beppe Pisanu sta raccogliendo sponsorizzazioni inaspettate. Alcune addirittura sorprendenti. Come quella dello storico avvocato del premier Gaetano Pecorella. Che ieri sera, rispondendo alle domande di Giuseppe Cruciani durante la Zanzara su Radio24, ha detto testualmente: «Ci vuole un nuovo governo di larghe intese, anche senza Berlusconi, con un presidente del Consiglio che sia un politico». Perché, ha aggiunto, «in una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza».
Pecorella fa un passo in più. Spiega che, secondo lui, Berlusconi dovrebbe presentarsi di fronte ai magistrati di Napoli perché «un testimone è un testimone» e «il Codice non prevede eccezioni». Ma la novità della sua uscita riguarda l’esecutivo di responsabilità nazionale, guidato da un politico e non da un tecnico. Il nome che ha in mente? Semplice. È quello di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl continua pubblicamente a insistere per la permanenza in sella di Berlusconi. In privato, però, l’ex guardasigilli è sempre più assediato da chi gli suggerisce di fare «un passo in avanti». La fila è lunga: dal ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto al vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, passando per il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. «Tutta gente», malignano ai piani del gruppo pidiellino della Camera, «che nel segreto dell’urna voterebbe senza problemi a favore dell’arresto di Milanese».
E si ritorna all’«incidente» parlamentare, alla prima data utile – giovedì prossimo, a Mezzogiorno – per far saltare il banco. Prima di questa data, però, di “sessioni di lavoro” per l’eventuale ascesa di «Angelino» a Palazzo Chigi ce ne saranno almeno un paio. Oggi, a Polignano a Mare, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, Pier Ferdinando Casini, Beppe Fioroni e Raffaele Fitto si riuniranno attorno al tavolo di un convegno dal titolo Quale Italia vogliamo?. Sono tutti possibili sponsor di Angelino. Compreso il pd Fioroni, pronto a smarcarsi dal suo stesso partito (che in blocco preme per un governo Monti). Al punto che domenica, insieme ad «Angelino» in persona, l’ex ministro del governo Prodi sbarcherà a Verona per ascoltare l’intervendo del cardinal Bertone al primo Festival della dottrina sociale.

Written by tommasolabate

16 settembre 2011 at 14:13

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Profumo di Montezemolo: s’avanza un «quarto polo» che punta sulle urne nel 2012.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 settembre 2011)

Non può essere solo una coincidenza. Infatti non lo è. Ieri l’altro, mentre a Labro Alessandro Profumo dava la sua disponibilità a entrare in politica bacchettando Pdl e Pd, nel direttivo di Confindustria riunito a Milano la parola e l’aggettivo più gettonati – che accompagnavano la stroncatura senz’appello della manovra (e delle manovre) del governo – erano «elezioni» e «anticipate».

Da Labro, il paese in provincia di Rieti dov’è in corso la festa dell’Api di Francesco Rutelli, a Milano, dov’è andato in scena l’ultimo consiglio direttivo di Confindustria, ci sono più di cinquecento chilometri. Eppure, giovedì, era come se fossero due località confinanti. Comunicanti. Nella riunione nel capoluogo lombardo, la stessa in cui il gotha degli industriali giudicava la manovra (e anche il governo) «debole» e «inadeguata», più d’uno ha teorizzato l’imminente default dell’attuale sistema politico italiano. Una possibile sintesi dell’aria che tirava e tira in Confindustria potrebbe essere la seguente: «I balletti sulla manovra dimostrano che il governo non è in grado di superare lo scoglio della manovra e di rispondere con efficacia alla richiesta di rigore che arriva da Bruxelles. E del centrosinistra, ovviamente, non ci fidiamo». Di conseguenza, non si può escludere che «la primavera del 2012 possa essere il momento dell’appuntamento con le elezioni anticipate».

Se a Milano gli industriali mettevano nero su bianco i sintomi (secondo loro) della malattia, a Labro si materializzava quello che (secondo loro) è il medicinale per curarlo. L’annuncio della disponibilità di Profumo, unito all’evergreen di un Montezemolo che pare definitivamente arrivato alla decisione di fare il «passo in avanti», possono essere – agli occhi di quelli che Berlusconi chiama «i poteri forti» – le mosse in grado di scombinare il sistema. Di ridurre (non si sa di quanto) il blocco sociale del centrodestra del Cavaliere. E di “tentare” quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che teme il remake del film del 1994, segnato dal fallimentare protagonismo della «gioiosa macchina da guerra».
Montezemolo e Profumo, racconta chi li conosce bene, non hanno molte cose in comune. Ma c’è un aspetto, non trascurabile, che potrebbe portarli a una convivenza pacifica sotto uno stesso tetto (politico). «Mentre Luca è uno che per forza deve fare il numero uno», dice un amico di entrambi, «Profumo ha sempre avuto l’umiltà di mettersi a disposizione di un progetto, senza per forza voler fare il “capo”». E a dispetto dei rumors che li danno lontani anni luce, aggiunge la fonte, «non è da escludere che le loro strade possano incrociarsi molto presto». Magari «possono insieme sostenere i quesiti del Mattarellum. Ma entrambi sono sicuri che si voterà con l’attuale Porcellum, che consente comodi ingressi in Parlamento anche a chi non ha grandi coalizioni alle spalle».

Sotto l’ombrello del Terzo Polo del tridente Casini-Fini-Rutelli, come ha teorizzato ieri Italo Bocchino («Se Profumo scenderà in campo, lo farà con noi», ha detto ad Affaritaliani) e come vorrebbe Bruno Tabacci? Non è detto. Non a caso il leader dell’Udc, che aveva commentato a caldo con entusiasmo la disponibilità dell’ex ad di Unicredit a «darsi da fare», ieri ha smorzato i toni: «La candidatura di Profumo? Si tratta di un dibattito prematuro. Stiamo parlando – ha aggiunto Casini – di persone fuori della politica che oggi esprimono una disponibilità. Il compito del Terzo Polo è quello di intercettarle. Ma parlare oggi di incarichi e posti banalizza tutto e sarebbe anche controproducente per noi».

Morale della favola? L’operazione «quarto polo», che potrebbe avere in Montezemolo e Profumo due  dei protagonisti («Ma altri industriali sono pronti a farsi avanti», mormorano fonti di Confindustria), nasce da lidi che poco hanno a che fare con la politica. A Cernobbio, al forum Ambrosetti, ieri non si parlava d’altro. Manovra inadeguata, governo incapace, e tandem Montezemolo-Profumo. Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria, ai microfoni di Radio 24: «La politica ne trarrebbe beneficio. Quindi ben venga Profumo e ben venga Montezemolo un domani». Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo: «Profumo? Persone di grande competenza e autorevolezza internazionale possono portare nella politica risorse intellettuali e umani utilissime. Di lui penso stra-bene». Lascia un segno nel dibattito anche chi, nel centrosinistra, vigila sulle mosse di chi si muove a destra del Pd. «È una buona notizia se Profumo si impegna in politica», mette a verbale Enrico Letta. «Quello di Profumo sarebbe un apporto prezioso», aggiunge il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (che ha in giunta uno degli sponsor del banchiere, Bruno Tabacci, e che sta dialogando con tutto quel mondo che tra il perimetro del centrosinistra e quello del centrodestra). Ma al quartier generale del Pd, la mossa dell’ex autorevole sostenitore (la moglie di Profumo, Sabina Ratti, è stata candidata all’assemblea nazionale con Rosy Bindi) non è piaciuta affatto. E qualcuno ricorda quelle parole di Bersani, che a fine luglio – all’inizio dell’inchiesta su Penati – aveva affidato ai fedelissimi la più tetra delle profezie: «In giro c’è qualcuno che vuole riportarci tutti al 1993. Qualcuno che, sapendo che l’originale è alla frutta, è alla ricerca di un nuovo Berlusconi».

Written by tommasolabate

3 settembre 2011 at 09:57

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