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Il sorpasso. Dai sondaggi il dramma del Cavaliere: Pd primo partito.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 giugno 2011)

L’allarme rosso ha la forma di un foglietto di carta, che venerdì è passato da Palazzo Grazioli allo stanzone del Pdl che attende il neo-segretario Alfano. Sul foglietto c’è scritto: Pd 29,2 per cento, Pdl 27,5 per cento.
Fossero veri i dati in possesso dei vertici berlusconiani (Ipsos), per la prima volta il Partito democratico avrebbe sorpassato il Popolo delle libertà. E le “sorprese” contenute nella rilevazione demoscopica non sono finite. Basta guardare il capitolo sulla popolarità dei leader. Crolla quella di Silvio Berlusconi (l’asticella è ferma al 26,9 per cento), cresce quella del leader democratico Pier Luigi Bersani (45 per cento).
Sull’asse che unisce la war room del presidente del Consiglio e il sancta sanctorum pidiellino di via dell’Umiltà, il morale è sotto i tacchi. E al dramma dei numeri si aggiunge la paura per quello che potrebbe succedere la settimana prossima se, come gli sherpa del Cavaliere cominciano a sospettare, la percentuale degli italiani che si recherà alle urne «sarà tale da superare il quorum». Che a quel punto determinerebbe la validità della consultazione referendaria.
Chi ha avuto occasione di confrontarsi col «Capo» nelle ultime quarantott’ore giura che «Berlusconi è disperato». I numeri dei sondaggi, che hanno orientato tutte le sue mosse dal 1994, stavolta lo stanno spingendo verso un cul de sac.
C’è un esempio che vale più di molti altri. Come spiega un ministro a lui vicino, «durante la sua ormai lunga carriera da presidente del Consiglio, in ogni momento di grave difficoltà il Presidente ha minacciato il ricorso alle elezioni anticipate». Stavolta, invece, «della minaccia di “provocare” lo scioglimento anticipato della legislatura non c’è traccia da nessuna parte». Niente. La solita arma fine-di-mondo, che Berlusconi usava puntualmente per mettere paura all’opposizione, è scomparsa da tempo da qualsiasi radar.
Il perché sta nel «foglietto di carta» di cui sopra, nel capitoletto dedicato al «testa a testa» tra centrosinistra e centrodestra. La forbice tra le due coalizioni vede lo schieramento trainato dal Pd in vantaggio di 9 punti rispetto a quello “capitanato” dal Pdl. Un vantaggio che, nel caso in cui il «Terzo Polo» si schierasse col Nuovo Ulivo (Pd, Sel, Idv), salirebbe addirittura a 17 punti percentuale.
E non è tutto. Il primo «sondaggio riservato» del dopo-amministrative fa paura al Cavaliere anche perché alle difficoltà di un Pdl al 27,5 per cento si accompagna una sostanziale “tenuta” del Carroccio. La Lega, infatti, rimane comunque ancorata alla doppia cifra (poco più del 10%). Uno score, spiegano da via Bellerio, che ovviamente «crescerebbe a dismisura qualora la nostra strada si separasse da quella di Berlusconi».
Alla débâcle post-elettorale dei berluscones si accompagna un centrosinistra trainato dall’effetto-amministrative. Pd al 29.2, Sinistra e libertà al 9, Italia dei valori al 6, Udc al 5.5. E, al di là delle cifre attribuite ai singoli partiti, nel sondaggio in questione si annota che la percentuale degli italiani convinti che «sarà il centrosinistra a vincere le prossime elezioni» (42%) è superiore a quella degli elettori che scommettono su una riconferma dell’attuale maggioranza berlusconiana (solo il 31,9% degli interpellati è convinto che, se si votasse domani, il centrodestra rivincerebbe le elezioni).
Tolta la nomina di Alfano a segretario, nel Pdl le contromosse sembrano toppe peggiori del buco. Intervistato da Repubblica, Claudio Scajola ha invitato a «buttare via» la creatura politica del Cavaliere. «Serve una casa dei moderati che ci riunifichi all’Udc», è l’opinione dell’ex ministro. Non quella di Fabrizio Cicchitto, però. «Il Pdl va rinnovato, non smontato», ha messo a verbale il capogruppo a Montecitorio.
La proposta di Scajola, tra l’altro, è stata respinta al mittente dal Terzo Polo. Con un coro di niet che ha raggiunto la vetta massima con un caustico commento che Enzo Carra ha pubblicato sul suo blog. «In case pagate da ignoti, noi dell’Udc non vogliamo abitarci», ha scritto il deputato centrista evocando lo scandalo di Affittopoli che l’anno scorso costrinse Scajola a dimettersi dal governo.
Intanto Alfano ha affidato a un’intervista al Corriere della sera il suo manifesto sulla forma-partito del Pdl. Primarie e congressi sì, «e subito». Correnti «no». Sembra di rivivere, anche nell’utilizzo dei termini, lo stesso calvario attraversato dal Pd fino all’anno scorso. Con una differenza. Nell’eterogeneo mondo del berlusconismo, ci sono big che ancora non hanno mostrato le loro carte. Uno su tutti, Giulio Tremonti.
Il ministro dell’Economia, che nei desiderata del Cavaliere dovrebbe “accontentarsi” di un posto da vicepremier (insieme a Roberto Calderoli) e in cambio sotterrare l’ascia di guerra, ha liquidato i cronisti che gli chiedevano di Alfano facendo ricorso al «cuius regio, eius religio». Significa che il suddito deve conformarsi alla religione del principe dello Stato in cui vive. Ma nel gruppetto (bipartisan) di parlamentari con cui si confronta spesso, c’è chi giura che l’ultimo successore di Quintino Sella ha timore di finire risucchiato dentro «una nuova Democrazia cristiana», come si configurerebbe quel partito «che ha Alfano alla segreteria». Da qui i rumors, che si faranno sempre più insistenti, sulla possibilità che «Giuletto» abbandoni il Pdl con un gesto plateale. Magari all’indomani dei referendum.

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5 giugno 2011 at 10:04

Se Milano scarta l’Asso-Silvio, è l’ora del tris di jack. Tremonti, Maroni, Alfano: una poltrona per tre.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 maggio 2011)

Giulio Tremonti, il favorito.

Se le partite di Milano e Napoli toglieranno l’asso-Berlusconi dal tavolo, scatterà l’ora del «tris di jack». Giulio Tremonti, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Tre cavalli di razza che sembrano già sintonizzati sul pomeriggio del 30 maggio. Basta vedere come si tengono lontani dal ring elettorale.

Mentre il gotha del blocco Pdl-Lega s’affanna in ordine sparso a tirar fuori dal cilindro dicasteri da decentrare (a Milano e Napoli), multe da condonare (Milano) e case abusive da non abbattere (Napoli), i tre ministri simbolo del governo Berlusconi si tengono ben lontani dalla rissa. Basta vedere come si sono mossi negli ultimi giorni, sempre a debita distanza da quelle «paure» e dagli spettri di «zingaropoli islamiche» agitati ora dal Cavaliere ora dal Senatùr. Rispetto a Giuliano Pisapia, che ormai è il bersaglio fisso anche dei berluscones moderati, Maroni s’è limitato a dire: «Il suo programma prevede iniziative non condivisibili in materia di moschee e cose del genere. Ma la sua elezione non mi fa paura».

Quanto ad Angelino Alfano, ieri ha rimarcato come non mai la sua distanza da una coalizione che

Angelino Alfano

continua a puntare l’indice – soprattutto in campagna elettorale – contro i magistrati. «I parlamentari collusi con la criminalità se ne devono andare, non ho dubbi su questo. Anzi, se i partiti hanno la forza di cacciarli è meglio», ha scandito il Guardasigilli intervenendo a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci, usando parole che gli sono valse l’elogio incondizionato del procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso («Una delle qualità che riconosco ad Alfano è quella di percepire al volo le priorità»), che pure non ha risparmiato una stilettata all’indirizzo della maggioranza («Impossibile dialogare con chi ci insulta»).

Il terzo cavallo di razza è Giulio Tremonti, che tolta una sortita bolognese (insieme a Bossi) per il candidato leghista Manes Bernardini, non solo s’è chiamato come sempre fuori dalla mischia. Ma ieri, fanno notare dal centrodestra napoletano, «ha rifilato una bella mazzata a Gianni Lettieri», che a Napoli corre contro Luigi de Magistris. In che modo? Semplice. Il ministro dell’Economia è l’azionista di Fintecna. Di conseguenza, c’è anche la sua «manina» dietro il piano di esuberi di Fincantieri che prevede la chiusura dello stabilimento di Castellammare di Stabia, definito «inaccettabile» persino dal pidiellino presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro (anche Lettieri, per la cronaca, ha preso malissimo la notizia).

Maroni, Alfano e Tremonti. Il tris di jack si tiene lontano dagli schizzi di fango di una campagna elettorale ad alzo zero per giocarsi la poltrona di Palazzo Chigi, sempre se i ballottaggi provocheranno la resa dei conti nel centrodestra. Nei briefing tenuti coi fedelissimi negli ultimi giorni, Gianfranco Fini ha spiegato che «la situazione» della maggioranza assomiglia moltissimo ai giorni prima del 14 dicembre. Con la differenza che nessuna «compravendita» potrà mettere al riparo Berlusconi dall’eventuale sconfitta di Letizia Moratti. Nel Terzo Polo, infatti, scommettono sul Carroccio che stacca la spina al Cavaliere. E sull’ascesa di Tremonti, che guiderebbe il governo con una maggioranza allargata. «In quel caso», spiega Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, «il ministro dell’Economia potrebbe puntare su un programma di riforme basato su economia e lavoro, finanziandolo con quello che lui stesso ha risparmiato fino ad oggi». Nel senso che, «mentre finora s’è tenuto il bancomat nascondendo il Pin anche a Berlusconi, se andasse a Palazzo Chigi Tremonti potrebbe investire sul Paese gestendone in prima persona il rilancio». È lo scenario di un centrodestra de-berlusconizzato, con maggioranza allargata (a Terzo Polo e pezzi di Pd) e un governo di decantazione senza scadenza. Per tenere lontane le urne.

Bobo Maroni, Pier Luigi Bersani

È lo scenario che, però, non piace a Pier Luigi Bersani. A differenza di alcuni suoi autorevoli colleghi di partito (Walter Veltroni su tutti) il segretario del Pd, che considera Tremonti «il corresponsabile del malgoverno del paese», ha in testa un altro piano. Il cui punto di caduta sarebbero le elezioni anticipate, a novembre. Se il Carroccio togliesse l’ossigeno al Cavaliere dopo il voto, il leader democratico tirerebbe fuori dal suo mazzo la carta Maroni. Giusto il tempo di approvare i decreti finali del federalismo caro a Bossi e poi si andrebbe tutti alle urne. Con la Lega che, favorita dall’approvazione della madre di tutte le sue riforme, sarebbe agevolata anche correndo da sola in tutto il Nord.

E il terzo jack? Angelino Alfano entrerà in partita solo nel caso più improbabile: quello di un «passo indietro» di Berlusconi, che ne favorirebbe l’ascesa. Quest’ultimo è lo scenario meno battuto, perché soggetto a un numero indefinito di variabili. Tra tante incognite c’è una sola certezza: a prescindere dal governo che sarà in carica nel caso di showdown, l’«epocale riforma costituzionale della giustizia» del premier uscirà dai radar del Palazzo. Anche se quell’esecutivo sarà guidato dal suo primo firmatario. Lo stesso che infatti ieri se n’è tornato a casa con un bel plauso firmato da Pietro Grasso.

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24 maggio 2011 at 09:50

Tremonti successore? Il bluff di Silvio per rompere la pax leghista.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 maggio 2011)

Berlusconi Bossi TremontiIl bacio della morte (politica, naturalmente) sulle guance di «Giulio». E un modo per tentare di rompere il recente armistizio sottoscritto tra le «fazioni» in guerra all’interno del Carroccio.
Due obiettivi con un solo colpo. È quello che Silvio Berlusconi “spara” di fronte alle telecamere di Porta a porta quando ieri pomeriggio, a poche ore dall’approvazione della mozione della maggioranza sulla Libia, indica per la prima volta come “delfino” il suo più acerrimo nemico interno: Giulio Tremonti. «Se per il centrodestra sarà necessario che io mi ricandidi alla guida del governo, non mi tirerò indietro», è la premessa. Ma «se invece verranno fuori altre personalità, e ne abbiamo diverse, Tremonti in primis, io sarei felice di lasciare ad altri la conduzione del governo».
Ovviamente si tratta di un bluff. Non foss’altro perché, quando lo indica in pole position nella linea di successione a se stesso, il presidente del Consiglio è in preda all’ennesima crisi di nervi causata, a suo dire, dall’ultimo successore di Quintino Sella. «Ma lo sapete», aveva raccontato in mattinata, che «Giulio ancora non s’è degnato neanche di farmi vedere la bozza del decreto sullo sviluppo che sarà approvata domani (oggi, ndr) dal consiglio dei ministri?».
Nella sua cerchia ristretta giurano che la mossa di “benedire” il rivale per la successione sia stata elaborata tempo fa per «sovraesporlo». Fosse solo questo, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto in nemmeno mezz’ora. Basti pensare che le prime due reazioni alle parole di Berlusconi sull’incoronazione del superministro dell’Economia sono quelle dei suoi rivali diretti. Roberto Maroni mette a verbale che «Tremonti è un ottimo ministro e sarebbe un ottimo presidente del Consiglio». Angelino Alfano, che il Cavaliere aveva indicato come erede (in privato) salvo poi smentire (in pubblico), dice che «l’idea di Tremonti premier, se l’ha detta Berlusconi, è condivisibile».
Eppure, dietro la mossa di Berlusconi, c’è di più. Il Cavaliere sa che la stragrande maggioranza dei suoi tormenti delle ultime settimane – Libia compresa – derivano da un patto di non belligeranza sottoscritto dal gotha della Lega. E che la tregua imposta da Bossi nelle stanze di via Bellerio, che ha congelato le rivalità tra la fazione «Calderoli-Tremonti» e quella guidata da Roberto Maroni, era servita a ricompattare gli alti dirigenti del partito contro il premier.
Da qui la contromossa, che Berlusconi serve a freddo, poche ore dopo che l’Aula di Montecitorio ha fischiato la fine (momentanea) delle ostilità sulla Libia. Indicare «Giulio» alla succesione per riattizzare lo scontro interno alla Lega su chi deve stare in prima fila nel caso in cui le amministrative sanciscano la crisi della maggioranza. E spezzare quella trama bipartisan che tanto il ministro dell’Economia quanto il titolare dell’Interno stanno alimentando.
D’altronde, che Tremonti abbia contatti continui e costanti con i leader dell’opposizione (Fini compreso) non è un mistero per nessuno, men che meno per il premier. Quanto alla tela bipartisan di Maroni, basta citare che ieri il ministro dell’Interno ha ricevuto una delegazione del Pd (guidata da Walter Veltroni e Andrea Orlando) che gli aveva chiesto udienza dopo la valanga di arresti nel Pdl campano. Una mossa, questa, che ha innervosito i berluscones partenopei al punto tale che è dovuto intervenire il premier in persona per placarne i bollenti spiriti.
«Tremonti aizza la Lega», aveva titolato il Giornale? «E noi aizziamo Tremonti nella Lega», è la strategia del Cavaliere. È un gioco a carte scoperte. Come ha capito anche Bossi. «Berlusconi durerà a lungo. Tremonti? Io sono amico suo. Ma Silvio dice queste cose per allontanare il momento (dell’addio alla leadership) il più possibile», spiega il Senatur in serata. In tasca, però, il premier ha un’altra carta. Sapendo che l’eventuale esito negativo delle comunali di Milano potrebbe riaprire la crisi nella maggioranza, «Silvio» ha cominciato a sondare qualche malpancista del Carroccio. Non a caso, la corrente delle camicie verdi che puntano a confermare senza se e senza ma l’alleanza col Pdl è già nata. E ne fa parte, oltre ad alcuni bossiani del cerchio magico, anche Marco Reguzzoni. Proprio lui, l’uomo che aveva annunciato la «tregua» sulla Libia prima che l’accordo fosse raggiunto. L’uomo che adesso i vertici di via Bellerio vorrebbero spostare al governo (coi galloni di viceministro o sottosegretario) per lasciare la poltrona di capogruppo a un esponente più “affidabile”. Come il maroniano Stucchi, ad esempio.

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5 maggio 2011 at 09:33

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Si decide tutto a Milano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 aprile 2011)

Angelino Alfano aveva appena definito «senza giustificazioni» il paragone giudici-Br. Le agenzie non hanno quasi tempo di darne notizia che Silvio Berlusconi sale sul palco per lanciare un attacco contro «i magistrati eversivi». Roma, ore 17.15, ieri. È l’inizio della campagna elettorale di un premier preoccupato. Soprattutto per il voto di Milano.

Bossi Berlusconi MorattiLe parole che il presidente del Consiglio scandisce dal palco del Palazzo dei congressi di Roma, dove ieri è andato in scena il meeting Al servizio degli italiani organizzato da Michela Vittoria Brambilla, fanno cadere il gelo anche sulle stanze (semi-deserte) del Quirinale, della Consulta, del Palazzo dei Marescialli e financo in quelle del ministero della Giustizia del “suo” Alfano.

Dopo che il guardasigilli aveva appena finito di stigmatizzare in una nota i manifesti apparsi a Milano contro le toghe, il Cavaliere torna all’attacco dei magistrati. «Bisogna accertare se c’è un’associazione a delinquere. Molti giudici seguono la sinistra e hanno un progetto eversivo», grida il premier prima di citare il 1993, in cui «vennero fatti fuori i socialisti, la Dc e i repubblicani». L’equazione che ha in testa è fin troppo scontata: «Hanno fatto fuori un leader come Craxi, oggi stanno cercando di far fuori Berlusconi». Sono tesi che quantomeno provocheranno, oltre al solito giro di reazioni dell’Anm, anche la replica istituzionale del Csm.

Non è tutto. Dal palco del palazzo dei Congressi, il premier ammette l’aspetto ad personam della norma sulla prescrizione breve («Devo essere tutelato»), definisce quello su Mediatrade «un processo risibile in un’atmosfera surreale», dà dello «sfigato» all’avvocato inglese Mills e conferma il forcing sulla restrizione delle intercettazioni: «In uno Stato che si definisce democratico, i cittadini non possono sentirsi spiati».

È il segnale che, nell’ottica del presidente del Consiglio, l’ora X della campagna elettorale per le amministrative è ormai scoccata. «E ditemi se non vale la pena di andare a votare», spiega tornando a evocare deliberatamente persino lo scioglimento anticipato della legislatura.

Nella tornata che si concluderà il 29 maggio con i ballottaggi, la posta in gioco è molto più alta delle Duomo Milanoamministrazioni comunali di Milano e Bologna, Napoli e Torino. Berlusconi, ad esempio, sa che perdere Milano provocherebbe degli effetti collaterali incalcolabili per la tenuta della coalizione, a cominciare dagli scossoni del Carroccio. E così, da quando Letizia Moratti ha cominciato a manifestare i dubbi sulla vittoria al primo turno e i finiani hanno lasciato trapelare l’eventuale sostegno a Giuliano Pisapia al ballottaggio, il premier ha capito che l’unica strada da prendere era quella già battuta (con successo) in passato: polarizzare lo scontro.

Da qui la decisione di alzare ulteriormente i toni, all’indomani dell’appello bipartisan lanciato da Beppe Pisanu e Walter Veltroni dalle colonne del Corriere della sera. Per adesso, i berluscones della cerchia ristretta non temono alcun contraccolpo. Ma sanno benissimo che, dopo una sconfitta alle amministrative, la piattaforma messa nero su bianco dal presidente dell’Antimafia e dal segretario del Pd potrebbe essere l’unica in grado di coagulare consensi anche fuori dal Palazzo. Dalla Cei alla Confindustria, dagli immancabili «poteri forti» che il premier cita in continuazione a Luca Cordero di Montezemolo. Certo, anche con l’obiettivo di arginare l’inizio di una nuova discussione sul governo tecnico, il Cavaliere preferisce evocare lo spettro di elezioni anticipate («Ditemi voi se non è meglio andare a votare»). Ma che cosa succederebbe se, come argomentano nelle loro conversazioni riservate anche Fini e Casini, «Bossi e Tremonti voltassero gli voltassero le spalle?».

Ipotesi, dubbi, congetture. A cui si aggiungono quelli che Berlusconi nutre sulla sua stessa creatura, il Pdl. «Anche noi, come tutti i partiti, siamo caduti in una forse evitabile patologia», ha ammesso ieri il premier annunciando il ricambio generazionale. «Spalanchiamo le porte al nuovo». Dove per «nuovo» potrebbe intendersi la mossa di affidare ad Angelino Alfano (che si è tatticamente chiamato fuori dalla successione per la leadership del centrodestra) anche le “chiavi” del partito. Un partito di cui, a stretto giro, non farà più parte Beppe Pisanu. L’ex ministro dell’Interno, che potrebbe persino spingersi a votare contro la prescrizione breve al Senato, adesso è davvero sull’uscio. «Che cosa ci faccio nel Pdl? Cerco di cambiarlo, finché ci rimarrò», ha detto ieri il presidente della commissione Antimafia rispondendo alla domanda di uno studente di Oristano.

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18 aprile 2011 at 09:16

Da Fitto a Lupi, da Stefy a Mara: il Partito di Angelino è già nato. E ha tanti nemici interni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 aprile 2011)

Una telefonata di Bossi. Ma soprattutto l’irritazione di Denis Verdini e degli ex An diLa Russae Gasparri. Tra l’investitura di Alfano e la marcia indietro di ieri, Silvio Berlusconi ha subito un pressing asfissiante. Perché, come ha confessato privatamente il ministro Raffaele Fitto, che di «Angelino» è uno degli amici più cari, «è partito il fuoco amico contro di noi».

Angelino Alfano

Probabilmente, nel momento in cui parla alla stampa estera dell’intenzione di non ricandidarsi a premier per lasciare spazio al suo Guardasigilli, il Cavaliere non immagina l’eco che avranno le sue parole. E mercoledì sera, quando le agenzie battono la notizia, si scatena un putiferio che va molto al di là delle «cene di corrente» che iniziano un’ora dopo che la Cameraha approvato la prescrizione breve.
Nella mastodontica macchina della comunicazione berlusconiana scelgono di “sgonfiare” il soufflé dell’investitura del «delfino» con due operazioni semplici semplici. La prima la mette in campo Paolo Bonaiuti, smorzando l’effetto delle parole del premier. La seconda è quella di far filtrare il malessere degli ex aennini, l’attivismo di Matteoli e la telefonata (che c’è stata) in cui «l’Umberto» ha invitato «Silvio» a correggere il tiro sulla sua successione. Tutto vero e soprattutto verosimile, visto che il «patto» tra il Senatur e il Cavaliere si scioglierà nel momento in cui il secondo non sarà più il leader.
Ma lo stop principale al tam-tam su Alfano leader arriva dal nocciolo duro del Pdl. A cominciare dal coordinatore Denis Verdini, che ieri ha chiesto e ottenuto da Berlusconi una retromarcia in grande stile. «Non ho mai detto che Angelino sarà il mio successore», scandisce infatti il premier durante il vertice di ieri a Palazzo Grazioli. Non solo. A queste parole, che saranno riferite ai cronisti dal capogruppo dei Responsabili Luciano Sardelli, il Cavaliere aggiunge una battuta: «Non avete visto di quante cose mi accusano i magistrati e la sinistra? Non voglio mica farmi accusare anche perché scelgo il mio successore…».

La battuta, in effetti, fa ridere lo stato maggiore del Pdl. Non Alfano, però. Perché, dice chi lo conosce bene, «Angelino non voleva mica l’endorsement. Ma il modo in cui Berlusconi ha corretto il tiro l’ha fatto rimanere molto male». In fondo, è lo stesso concetto ribadito privatamente dal ministro Fitto, uno degli uomini più vicini al guardasigilli: «Questa smentita non ci ha certo reso felici. Comunque, si vede che siamo già vittime del “fuoco amico”…».
Tra i tanti motivi per cui lo stato maggiore pidiellino teme l’ascesa di Alfano, ce n’è uno su tutti. Il Guardasigilli ha già creato un partito nel partito. Infatti, dentro il Pdl, c’è già un PdA. Il «partito di Angelino». Quella a cui il titolare della giustizia sta lavorando ormai da un anno è una vera e propria «rete». Con tanto di cabina di regia, di cui fanno parte i big che stanno lavorando per costruirne la leadership: da Fitto alla Gelmini, dalla Prestigiacomo a Frattini.
Maurizio LupiNel «partito di Alfano», un ruolo decisivo lo ricopre Maurizio Lupi, il vicepresidente della Camera che – sfruttando la scia di «Angelino» – ambisce al ruolo di capogruppo a Montecitorio. Certo, pensare di scalzare Fabrizio Cicchitto dopo l’approvazione della prescrizione breve sembra una mission impossible. Ma Lupi, un obiettivo, l’ha già raggiunto: è riuscito ad avvicinare Roberto Formigoni e l’ala ciellina del Pdl al Guadasigilli.
Oltre alla «cabina di regia» e al ruolo di Lupi, Alfano può già contare sul sostegno di tanti deputati del partito che, oltre ad avere radicamento sul territorio, si oppongono alla gestione di Verdini. Per fare qualche esempio, tra questi ci sono Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, molto forte in Piemonte. E poi, in ordine sparso, gente come il suo omonimo Gioacchino Alfano e Nunzia De Girolamo, che in Campania sono tra gli oppositori del ras Nicola Cosentino. Senza dimenticare che, tra i volti noti che potrebbero sposare l’alfanismo militante, spunta anche il nome di Mara Carfagna.
Fitto, Gelmini, Prestigiacomo, Frattini, Carfagna, Lupi. E poi Crosetto, Gioacchino Alfano, De Girolamo, Carfagna. La squadra degli Alfano boys dentro il Pdl sta cominciando a prendere forma. Ma «Angelino», a differenza dei suoi oppositori interni, ha molti amici anche fuori dal partito. La sua partecipazione ai meeting della fondazione bipartisan VeDrò gli ha consentito di stringere ottimi rapporti di amicizia con personalità come Enrico Letta (che di VeDrò è stato l’ispiratore) e Giulia Bongiorno. E non è tutto: nel settore in cui il Pdl è debolissimo – e cioè quello dei rapporti con la magistratura – Alfano è molto più “solido” di quanto non si pensi. Perché è vero, c’è la sua firma sia sul contestatissimo «lodo» respinto dalla Consulta che sulla riforma costituzionale della giustizia osteggiata dai magistrati. Ma, anche grazie Stefano Dambruoso, il suo uomo cerniera con le toghe, «Angelino» lavorerà per ridurre il più possibile le distanze (politiche) tra sé e le toghe.

Written by tommasolabate

15 aprile 2011 at 09:48

Per trattare col Pd, Angelino prepara un bavaglio per la legge-bavaglio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 marzo 2011)

L’annuncio del primo atto della trattativa con l’opposizione, l’eliminazione della «norma transitoria sul processo breve», l’ha affidato domenica ai microfoni di Lucia Annunziata. Il secondo atto, invece, Angelino Alfano l’ha riservato a pochissimi interlocutori. Perché riguarda la «legge bavaglio».

Sulla mission impossible di mandare avanti l’«epocale» (il copyright è di Silvio Berlusconi) riforma della giustizia, Angelino Alfano sa di giocarsi il tutto per tutto. E sa, perché lui stesso l’ha confidato anche ad alcuni interlocutori dell’opposizione, di avere «moltissimi nemici invisibili» anche all’interno del blocco Pdl-Lega.

Per avere la prova dell’ostracismo sotterraneo che il ministro della Giustizia ha cominciato a subire all’interno del suo stesso schieramento basta guardare a quello che è successo (o meglio che non è successo) ieri pomeriggio a Montecitorio. Quando, alla scadenza della presentazione per gli emendamenti sul processo breve, nessun pidiellino della commissione Giustizia s’è preso la briga di dar seguito alla promessa fatta da Alfano di fronte alle telecamere di In mezz’ora presentando un emendamento soppressivo della norma transitoria sull’ammazza-processi. Niente di niente. Sicuramente si tratta di una bolla di sapone, visto che il relatore del provvedimento Maurizio Paniz s’è preso la briga di dire alle agenzie di stampa che «presenterò io domani (oggi, ndr) la norma soppressiva». Ma tanto è bastato perché, dalle opposizioni, partisse la corsa ai sospetti. «Indipendentemente da quello che farà il relatore», ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Giustizia Donatella Ferrante, «emerge il dato politico che il gruppo del Pdl non segue il ministro Alfano». «Questo ritardo denuncia o grande confusione o ancora tattica», ha messo a verbale il braccio destro di Casini Roberto Rao mentre il dipietrista Federico Palomba ha archiviato il tutto alla voce «ennesima buffonata del Pdl».

Vista l’aria che tira è comprensibile che Alfano tenga per sé (e per pochissimi eletti) le prossime carte che giocherà sul tavolo della trattativa con l’opposizione. Tra queste ce n’è una che gli sta molto a cuore, non foss’altro perché l’ha già anticipata al capo dello Stato: la cancellazione dai radar del Parlamento del testo sulle intercettazioni uscito dal Senato. Proprio così, della «legge bavaglio» che di recente Berlusconi ha promesso di voler riportare a galla.

La mossa è azzardata, ovviamente. Ma il guardasigilli sa che, se non gioca qualche jolly a inizio partita, il cammino della riforma si farà sempre più in salita. Al quartier generale nazionale del Pd hanno capito la sua strategia. E dopo che Pier Luigi Bersani ha chiuso il varco di fronte a tutte le tentazioni «di Aventino» che pure ci sono tra i suoi, il principale partito dell’opposizione ha deciso di «vedere il punto».

Non è un caso se ieri mattina s’è materializzata una proposta di riforma della giustizia firmata dal Pd. Sotto una headline con i richiami alla Carta del ’48 («Il programma fondamentale del Partito democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana»), il partito di Bersani ha confezionato una proposta articolata in tre capitoli. Il primo sulle emergenze (la giustizia civile, l’organizzazione e le carceri), il secondo sui tempi del processo penale e sulle «garanzie» per l’imputato, il terzo sull’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario «con particolare riferimento a Csm e sezione disciplinare». Una novità? Tutt’altro, visto che si trattava del «pacchetto giustizia» del Pd elaborato a maggio dell’anno scorso, che un’idea di Bersani e del responsabile Giustizia Andrea Orlando ha trasformato in un giochino. «E infatti nessuno s’è accorto che si trattava di proposte che abbiamo presentato già nel 2010», sghignazzava il segretario ieri sera.

Ma tutto questo è il segno che qualcosa si sta muovendo. A prescindere dai tiri di fioretto tra Alfano e l’opposizione. L’ultima sfida è andata in scena ieri, in un convegno sull’Antimafia convocato in una delle sedi della Camera dei deputati. «Se il governo dice che quella della giustizia è una riforma epocale, per coerenza dovrebbe togliere tutte le leggi che non si possono proprio definire epocali», ha detto dal palco Andrea Orlando. E ancora, sempre diretto al guardasigilli (che era in sala), sempre dalla viva voce del responsabile Giustizia del Pd: «Serve una riforma della giustizia e non della magistratura. E attraverso una legislazione ordinaria non costituzionale». «Al Pd dico: occhio che il “benaltrismo” non diventi la fase terminale di un grande ammalato che è il riformismo. Perché col “benaltrismo” muore il riformismo», ha replicato a stretto giro il ministro della Giustizia. Uno che, oltre all’eliminazione dell’ammazza-processi, ha già in mente “ben altro”. A cominciare dall’accantonamento della legge bavaglio, appunto. Che presto potrebbe diventare definitivo.

Written by tommasolabate

15 marzo 2011 at 14:10

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