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Dall’eterno ritorno dell’imminente al gioco delle tre buste. Scatta l’ora X di Montezemolo

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 19 maggio 2012)

Per gli ammiratori è come se fosse una copertina vivente del Time, tipo quella che il settimanale dedicò a Mario Monti qualche mese fa, con tanto di titolo a caratteri cubitali: «Can this man save Italy?». Per i detrattori, invece, assomiglia tanto all’eterno concorrente di un gioco a premi come quelli condotti dal suo ex compagno di liceo Giancarlo Magalli. E quindi a un uomo perennemente indeciso tra la busta numero uno, «Nuovo Prodi», e la busta numero due, «Nuovo Berlusconi». Con almeno un occhio sempre puntato alla più generica busta numero tre, «Papa Straniero».

Sia come sia, l’eterno quiz sul futuro politico di Luca Cordero di Montezemolo è destinato a essere trascinato ai titoli di coda dall’avvicinarsi delle elezioni. Il presidente della Ferrari, che negli ultimi anni ha sia alimentato e che smentito le voci sul suo sempre «imminente» ingresso nel ring, adesso ha scartato la busta del «Nuovo Prodi», e quindi quella della leadership di una coalizione che comprendesse a vario titolo un pezzo del centrosinistra classico. E, in tempo per quella convention nazionale del suo think tank Italia Futura che potrebbe andare in scena entro due mesi, deve sciogliere il secondo dubbio. Fare il «Nuovo Berlusconi» col benestare del Cavaliere, che potrebbe affidargli le chiavi di quel rassemblement ribattezzato «Federazione dei moderati»? Oppure provare a sottrargli tanto la federazione quanto i moderati, scartando quindi la parola «Berlusconi» e tenendosi stretto l’aggettivo «nuovo»?

«Silvio» e «Luca» si conoscono da una vita. Eppure, come confessò privatamente il Cavaliere mesi fa, quando proprio una fronda di montezemoliani a fargli mancare i voti in Parlamento (do you remember la deputata Giustina Destro?), «neanche io, che di solito capisco tutti con uno sguardo, sono mai riuscito a capire dove vuole andare a parare quell’uomo». Era stato così anche nel 2001. Quando Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi a sei anni a mezzo dal ribaltone del ’94, era praticamente sicuro che Montezemolo sarebbe entrato nel suo governo. «Mi ha dato la sua parola. Farà parte della mia squadra», aveva giurato. E invece niente. Con tanti saluti sia alla parola che alla squadra.

Non solo. La stessa identica sensazione di amarezza Berlusconi l’ha provata anche tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006. Quando, con Montezemolo presidente, Confindustria si spostò su posizioni vicine al centrosinistra di Prodi, da cui però «Luchino» prese le distanze quando si rese conto che il carrozzone dell’Unione non sarebbe stato in grado di andare avanti a lungo.

E adesso? Nella cerchia ristretta di Montezemolo si continua a smentire qualsiasi patto col Pdl. «Niente accordi» e, di conseguenza, «nessun relativo contato preparatorio». Resta il fatto che, mentre il Cavaliere insiste nel corteggiarlo, tra il Pdl lo spettro di «Luchino» ha già alimentato la balcanizzazione. «Spero che dopo le amministrative Berlusconi, Alfano, Passera e Montezemolo si siedano attorno a un tavolo per evitare la vittoria della sinistra», accelera il nostalgico di Forza Italia Giancarlo Galan. «Montezemolo nella federazione? Se ci vuole stare sì. Ma la guida non la si ottiene solo per il cognome», frena il nostalgico di An Ignazio La Russa. E il nostalgico-e-basta Angelino Alfano, sul criptico andante, a chiudere il cerchio: «Montezemolo? Berlusconi non ha retropensieri».

E così, dopo aver scartato la busta numero uno del «Nuovo Prodi», e mentre si allontana dalla busta numero due del «Nuovo Berlusconi», Montezemolo si tiene stretta la carta del «Nuovo e basta». Quella del «Papa straniero» sempre e comunque. Le teste d’uovo del suo think tank – il tridente formato da Andrea Romano, Nicola Rossi e Carlo Calenda – vergano documenti in cui si annota che il centrodestra dell’ultimo ventennio «si avvia a scomparire» ma «i suoi elettori no». In cui si nota che il Pd che guarda a Hollande ha avviato un percorso «per tornare a essere il Pds». In cui si avverte che il Terzo Polo, coerente e serio «nel sostegno al governo» Monti, non è riuscito a «trovare una compiuta morfologia che vada oltre la somma di parti ormai stanche». Serve altro, insomma.

Leggenda vuole che, alla morte di Umberto Agnelli, la telefonata in cui gli comunicarono che sarebbe stato lui il prossimo presidente della Fiat gliela fece il presidente dell’Ifil, Gianluigi Gabetti. «Luca, adesso tocca a te». E lui, di rimando: «Ci avete pensato bene?». Adesso che sta per scegliere la sua strada, e questa volta per davvero, Montezemolo se la starà ripetendo da solo, quella domanda. «Ci ho pensato bene?».

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Il tradimento degli ex forzisti e l’allarme sul rendiconto. La partita a Shangai che porta alla caduta di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 novembre 2011)

«Ci stanno portando via una decina di deputati». Quando evoca la «congiura», nel bel mezzo dell’ufficio di presidenza del Pdl, Angelino Alfano pensa all’Incidente. Teme che il governo cada di nuovo sul rendiconto. E, stavolta, «per sempre».

L’ufficio di presidenza del Pdl termina pochi minuti dopo l’inizio del consiglio dei ministri. Quando comincia la riunione di governo a Palazzo Chigi, insomma, a via dell’Umiltà hanno appena finito di fare i conti col risiko che potrebbe aprirsi subito dopo la riunione di governo. È una rilfessione amara, quella che Alfano è costretto a svolgere nella giornata più dura da quando è segretario del partito. «C’è una congiura contro di noi. E dobbiamo resistere almeno fino a Natale, scongiurando qualsiasi altro governo. Per poi correre a elezioni anticipate». A quelle elezioni anticipate, anche se non lo dice esplicitamente, «Angelino» sa che toccherebbe a lui correre per la premiership. Il lavorìo avviato sul fronte Ppe, quei contatti che l’hanno portato a ottenere un posto d’onore al congresso dei Popolari europei in programma a Marsiglia a inizio dicembre, è la spia che il «via libera» di Berlusconi è già arrivato da qualche settimana. Come dimostra anche l’accelerazione forsennata che l’ex guardasigilli ha impresso al tesseramento nel partito, «anche per tentare di arginare – come dicono i suoi – lo strapotere degli ex An».

Ma tutto rischia di andare a monte. A causa della «congiura». «Non ci stanno tradendo i leghisti o certi personaggi borderline che stanno in Parlamento con noi. Stiamo perdendo i “nostri” amici», è l’amara riflessione che il segretario sta facendo da qualche giorno. I nomi dei frondisti, che rimbalzano nel Transatlantico semideserto di Montecitorio, sono quelli di coloro che si sono appena alzati da una riunione carbonara nel centro della Capitale. Roberto Antonione, che ieri l’altro ha formalizzato l’addio alla maggioranza; Giustina Destro, avamposto montezemoliano a Palazzo, che se n’è uscita prima dell’ultimo voto di fiducia; più Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio, Guglielmo Picchi, Giancarlo Pittelli, Fabio Gava. Alcuni di loro stavano in Forza Italia dai tempi della discesa in campo. E le voci di chi sostiene che saranno una decina di «Bruto» a dare la pugnalata finale a «Silvio-Cesare», sembrano quasi voler confermare l’allarme che la deputata Nunzia De Girolamo aveva lanciato a Denis Verdini. «Denis, guarda che a furia di rincorrere i Responsabili, finirà che a voltare le spalle al Presidente saranno proprio i nostri. Quelli che stanno da una vita con lui».

Il percorso verso la caduta sembra più intricato di una partita a Shangai. I leader dell’opposizione che tengono i contatti con la fronda, a cominciare da Pier Ferdinando Casini, devono prendere ogni singola bacchetta evitando di toccare le altre. Roberto Rao, che del leader centrista è braccio destro e spin doctor, prova a smorzare l’atmosfera con una battuta che evoca le recenti “vittorie” del premier in Parlamento: «Abbiamo avuto il 14 dicembre e il 14 ottobre. Evitiamo di aggiungere il 14 novembre…». Già. Ma come gestire l’operazione che dovrebbe portare alla caduta del governo Berlusconi? Come muovere sulla scacchiera quei parlamentari che, come dice Casini, «stanno pensando di uscire dalla maggioranza»?.

Se Berlusconi non cede prima lo scettro «a Gianni Letta», uno scenario che il sito Nordest.eu attribuisce nientemeno che a Maurizio Paniz (che poi parzialmente rettifica), diventa centrale il ritorno alla Camera del rendiconto già bocciato da Montecitorio. Le opposizioni hanno concesso al blocco Pdl-Lega di aggirare la norma che impediva la riproposizione entro due mesi di un provvedimento già bocciato. «Ma questo», come hanno convenuto i capigruppo di Pd-Idv-Terzo Polo, «non significa che voteremo a favore».

L’obiettivo, come spiegano fonti centriste, è proprio quello. Far emergere la fronda (magari con una raccolta di firme contro Berlusconi) minacciando un secondo no al rendiconto, che bloccherebbe a seguire anche le misure anti-crisi. «A quel punto o il Cavaliere s’arrende oppure va sotto». L’Incidente, insomma. Ma questo è soltanto il primo passo. Il secondo sarebbe provocare una slavina all’interno del Pdl. Convincendo una fetta di deputati berlusconiani a rischio rielezione a tuffarsi nella prospettiva del governissimo sotto l’ombrello del Colle, evitando quindi le forche caudine del voto anticipato. Lì, e torniamo ai timori a cui ha dato voce Berlusconi, «sarebbe l’ora di gente come Mario Monti o Giuliano Amato».

Stavolta, con lo spread alle stelle e il G20 alle porte, è quasi scontato sostenere che la «congiura» andrà in porto. Gli uomini-macchina del Cavaliere, paradossalmente, erano riusciti a intercettare il piano. «La lettera della settimana scorsa doveva rimanere segreta», dice uno dei berlusconiani. «Poi, qualcuno che ha preferito non firmarla, ci ha fatto un favore, consegnandola all’Ansa». Una vittoria di Pirro. Una delle ultime, forse, dell’organizzazione del premier. Che s’infila nella notta buia di Palazzo Chigi accompagnato dal titolo dell’editoriale della sera che Giuliano Ferrara sforna sul sito del Foglio: «Fucilate il soldato Cav.».

Written by tommasolabate

3 novembre 2011 at 12:03

La notte del Cavaliere. L’incubo del «314» prende forma.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

«È il mio ultimo desiderio. Venitemi a prendere e portatemi in barella alla Camera. Voglio sentire l’applauso mentre dico “no”». La voce di Mirko Tremaglia, al telefono, si sentiva appena.

Quando aderì alla Repubblica di Salò aveva appena diciassette anni. Adesso che di anni ne ha ottantacinque, Mirko Tremaglia vive da mesi chiuso in casa, nella sua Bergamo. L’emozione che ha scandito i suoi momenti più appassionanti dell’ultimo decennio è la stessa che lo accompagna da quando, nel 2000, perse il figlio Marzio. La stessa con cui due giorni fa, al telefono con i colleghi finiani, ha espresso il suo desiderio: «Venitemi a prendere con un’ambulanza. È l’ultima cosa che chiedo alla politica. Voglio sentire quell’ultimo applauso dell’Aula mentre voto contro Berlusconi». Difficile accontentarlo. «Non ce la può fare, gliel’abbiamo detto tutti», spiega Fabio Granata.

Con Tremaglia fuori campo, il pallottoliere dell’opposizione – quello dei «no» al governo Berlusconi – è destinato a fermarsi a quota 305. Compresi gli antiberlusconiani dell’ultim’ora, l’ex diccì Calogero Mannino detto «Lillo» e l’onorevole fashion Santo Versace. Una cifra, questa, che tiene conto del presidente dell’Aula Gianfranco Fini che non voterà e dell’assenza fisiologica di Antonio Gaglione.

Con l’opposizione ferma a 305, tutti coloro che nella maggioranza vogliono rifilare un siluro all’indirizzo del Cavaliere hanno più frecce nel loro arco. Il perché lo spiega uno dei tanti anonimi scajoliani che agitano nervosamente la vigilia a Palazzo: «La fiducia deve passare senza problemi. Il nostro gioco è sfruttare qualche assenza tattica per far sì che il governo rimanga al di sotto della maggioranza assoluta». Semplice. D’altronde lo dice anche Giorgio Stracquadanio, fedelissimo del Cavaliere: «Finiremo a 314». Come il 14 dicembre del 2011. «D’altronde è un numero aritmeticamente affascinante», insiste il deputato azzurro, «che ci rimanda alla perfezione del pi greco…».

Sarebbe un colpo da maestro, quasi degno della vecchia scuola democristiana. In fin dei conti, «Claudio» dovrebbe spostare le sue pedine come se si muovessero «a sua insaputa». È Scajola stesso, infatti, a far filtrare la notizia di aver convinto il “falco” Roberto Antonione, «che voleva votare contro la fiducia, a esprimersi a favore». Però, nella sua corrente, i nomi dei fab five che potrebbero portare il Cavaliere dai 319 voti assicurati ai 314 previsti (321 è il totale, che scende a 318 con gli infortunati Porfidia e Franzoso, e il carcerato Papa) circolano. A cominciare da Giustina Destro, per continuare con Fabio Gava, entrambi veneti. E poi Paolo Russo e Pietro Testoni. Più il classico «mister X», dietro cui si potrebbe celare chiunque.

Giustina Destro e Giorgio Napolitano

Perché è tutto un gioco a chi mette più paura al prossimo suo. Tutto un cercare le risposte più disparate alla più classica delle domande: per conservare il seggio conviene tenere in vita il governo? Franco Frattini, appoggiato a una colonna del Transatlantico, si sbilancia con qualche collega: «Gli scajoliani stanno tradendo Scajola. Almeno sei di loro, tra cui Abbrignani e Cicu, hanno trattato la ricandidatura con Verdini». Verità? Menzogna? Chissà. Di certo c’è che in serata, sia Pier Ferdinando Casini che il finiano Carmelo Briguglio mandano in rete dichiarazioni degne del più oscuro dei presagi di Eschilo. «L’intenzione di Berlusconi è quella di andare a votare non ricandidando metà dei parlamentari che gli votano la fiducia: uomo avvisato, mezzo salvato. Se poi gliela votano lo stesso…». Oltre i puntini di sospensione dell’ex presidente della Camera c’è una semplice considerazione: «Non serve Einstein per capire che metà dei parlamentari del Pdl resterà a casa. Basta guardare i sondaggi: il premio di maggioranza non ci sarà». Un film che agli occhi dello scajoliano ignoto ha senz’altro la gradevolezza di un horror. Una pellicola a cui cui Denis Verdini prova a rispondere in serata, assicurando ai microfoni del Tg1 che «domani (oggi, ndr) allargheremo la maggioranza».

Il Palazzo si svuota prima del tramonto. Mentre Scajola e compagnia sono appena stati avvistati a piazza San Lorenzo in Lucina, colti sul fatto mentre siglavano un fantomatico «patto del the». «Avete mai visto Vite vendute con Yves Montand?», chiede Stracquadanio. «Era la storia di un alcuni lavoratori che guidavano camion carichi di dinamite. Erano persone impaurite, perché trasportare dinamite è pericoloso. Poi, però, ci si abitua a tutto. Solo che basta una buca e….». E bum. Anche se per la fine del film ci vuole ancora un po’. L’inizio dell’ultimo giro di boa potrebbe materializzarsi oggi, se il governo tornerà a casa con uno score inferiore a 315.

Written by tommasolabate

14 ottobre 2011 at 11:35

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