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Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

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2 settembre 2011 at 09:32

Da Vendola alle urla notturne di casa Pd. Tedesco fa paura anche da ex.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 luglio 2011)

Le urla arrivano da una stanza del Pd alla Camera. È il 19 luglio. Una voce fa: «Votando subito su Tedesco evitiamo i sospetti…». E un’altra risponde: «Ma ci prendi per il culo?».
Perché per comprendere il vortice di tensione in cui il Pd è sprofondato da una settimana a questa parte, per capire la grande sfida interna che s’è riaperta sulla questione morale, è da quella notte di otto giorni fa che si deve ripartire. È il 19 luglio. Mancano poche ore al voto della Camera su Alfonso Papa. I membri degli uffici di presidenza dei gruppi pd sono riuniti a Montecitorio. La tensione è alle stelle. Nicola Latorre, che qualche ora prima nella capigruppo di Palazzo Madama (Anna Finocchiaro era alla direzione del partito) aveva impresso una brusca accelerazione al voto sull’arresto di Alberto Tedesco, prova a giustificare la scelta: «Così allontaniamo i sospetti di chi ci accusa di scambiare Papa con Tedesco». Il deputato-economista Francesco Boccia perde le staffe: «Ma che fai, ci prendi per il culo?». Dario Franceschini, che comunque propende per la linea di Boccia, prova a sedare gli animi: «Ormai quel che è fatto è fatto». Il voto sincronizzato – che porterà in galera il pidiellino Papa e salverà Tedesco – conferma i più oscuri presagi della vigilia.
Ora, nel giorno in cui Bersani scrive al Corriere per difendere il Pd, nessuno dei litiganti ha voglia di parlare. «Quello che penso di Tedesco l’ho detto nel 2009. Meglio non aggiungere altro», sono le uniche parole a cui si limita Boccia. Un po’ la stessa teoria del veltroniano Giorgio Tonini, che sottolinea: «Il partito ha sempre gestito malissimo questa storia. A cominciare da quando abbiamo permesso che un signore con cotanto conflitto d’interessi facesse l’assessore alla Sanità».
«Il partito», «sempre», «malissimo». Nelle parole di Tonini c’è una grande verità. Perché la storia dell’ex assessore, per cui i magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese hanno chiesto l’arresto, attraversa tutte le epoche del Pd. Con Veltroni segretario, nel 2008, arriva la candidatura al Senato (primo dei non eletti). Nel 2009, quando il leader è Franceschini, si materializza la corsa (vincente) di Paolo De Castro alle Europee, che consente a Tedesco di entrare a Palazzo Madama proprio al posto dell’ex ministro dell’Agricoltura. Nel 2011, con Bersani saldamente alla guida del partito, avviene «l’incidente» che – nonostante i voti democrat a favore dell’arresto – consente a Tedesco di evitare la galera.
A onor del vero, nessuno dei tre segretari ha buoni rapporti con Tedesco. Veltroni e Franceschini lo conoscono appena. Bersani, come lo stesso senatore pugliese ha ammesso nell’ultima intervista rilasciata alla Stampa, non gli ha mai voluto parlare. E anche il ruolo di Massimo D’Alema nel suo cursus honorum, a dispetto delle tante voci sul presidente del Copasir, è praticamente nullo.
In questa storia, in cui ai democrat tocca il conto più salato, mancano all’appello altri protagonisti. Nichi Vendola, ad esempio, è l’uomo che nel 2005 gli affidò il dossier della Sanità regionale, nonostante Tedesco avesse moglie e figli con partecipazioni azionare in imprese che vendevano prodotti farmaceutici. Una stima ricambiata, visto che Tedesco è stato sorpreso a brindare, nella notte in cui il governatore rivinse le primarie nel 2010, al successo di «Nichi».
E poi manca all’appello anche Michele Emiliano, il sindaco di Bari a cui Tedesco – nel 2008 – ritira il suo sostegno in vista della comunali dell’anno successivo. Provocando una frattura che si ricomporrà soltanto quando Emiliano, che all’epoca è il segretario regionale del partito, si spende perché l’ex socialista venga inserito nelle liste del Pd al Senato.
Morale della favola? Ieri Tedesco, a cui il Pd continua a chiedere le dimissioni da senatore, ha annunciato invece l’uscita dal Pd: «Ho spedito una lettera di quattro righe a Bersani». Il segretario gli ha risposto con una dichiarazione alle agenzie: «Per il partito bastano. Ma per il Paese io gli ho chiesto un passo indietro». Una linea, quella del leader, che trova d’accordo anche D’Alema. «Condivido quello che ha detto Bersani dalla prima all’ultima parola, compresi i punti e le virgole», spiega il presidente del Copasir. Il tutto mentre Rosy Bindi, che con Tedesco ha ingaggiato un duello a distanza, si limita ad alzare le mani. Come a dire, “che ci serva da lezione per le prossime volte”.
Il problema è che non è finita. L’incrocio con l’inchiesta su Filippo Penati, accusato dai magistrati di Monza di aver intascato tangenti per le ricostruzioni nell’area ex Falck, rischia di sopraesporre il Pd agli attacchi del centrodestra. Soprattutto se, come temono ai piani alti del Nazareno, «Tedesco comincerà a fare il giro di tv e giornali; rischiamo peggio del caso Villari (l’ex presidente della Vigilanza Rai eletto coi voti del Pdl, ndr), visto che qui le aggravanti penali si sprecano». L’obiettivo minimo di Bersani è scampare alla bufera. E considerando che sulla questione la miglior difesa è l’attacco, ecco che il leader del Pd risponderà colpo su colpo. Anche, come annuncia Enrico Letta durante la trasmissione In onda, alle accuse di Travaglio sui rapporti con Franco Pronzato.

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27 luglio 2011 at 10:09

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

Written by tommasolabate

22 luglio 2011 at 12:36

«Qua scoppia un casino». Nel Papa day c’è anche Tedesco. E la paura dei forconi contagia il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 luglio 2011)

Alfonso Papa

È il rischio del «tutti nello stesso calderone». La paura bipartisan del «domani (oggi, ndr) ci aspetteranno fuori dal Palazzo coi forconi», che ha il volto terreo di Dario Franceschini.
Perché oggi pomeriggio, nel centro della Capitale, potrebbe tornare a materializzarsi «l’incubo del 1993». Quello del «cappio» idealmente agitato in faccia a tutta la politica. Alle 16, l’Aula di Montecitorio si esprimerà a scrutinio segreto (chiesto da Scilipoti e dal gruppo dei Responsabili) sulla richiesta d’arresto per il deputato del Pdl Alfonso Papa. Alla stessa ora, dopo una richiesta avanzata da Nicola Latorre a nome dei vertici del gruppo del Pd, l’assemblea di Palazzo Madama deciderà sull’arresto del senatore democratico Alberto Tedesco. Tra i due casi c’è un abisso. Soprattutto perché Tedesco, a differenza di Papa, si alzerà in piedi e prenderà la parola per chiedere agli «onorevoli colleghi» di votare a favore della richiesta dei magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese. E anche perché il Partito democratico, come ha spiegato oltre i confini dello sfinimento il segretario Pier Luigi Bersani, «è nettemente contrario al voto segreto e voterà sì a entrambi gli arresti».
Ma che cosa succederebbe se, complice una forzatura dei senatori della maggioranza («Gli unici che possono imporre il voto segreto a Palazzo Madama sono quelli del Pdl», spiega Nicola Latorre), Camera e Senato respingessero l’una l’arresto di un deputato del Pdl, l’altra quello di un senatore del Pd? Che cosa accadrebbe se la mossa del Pd di sincronizzare i due voti («L’abbiamo fatto proprio perché giravano voci strane di “scambio”», insiste il senatore dalemiano) si rivelasse un autogol? Il rischio è quello del «tutti colpevoli», a prescindere. Tutti nello stesso frullatore: Papa, Tedesco, Pdl, Pd.
E qui si ritorna al volto preoccupato di Dario Franceschini. Che, a metà pomeriggio di ieri, abbandona l’Aula e raggiunge alcuni dei suoi nel cortile di Montecitorio. «Maledetto voto segreto. Ora ditemi che cosa devo fare. Secondo voi è meglio convocare un’assemblea di gruppo, così si vede che almeno siamo tutti presenti?», dice rivolto ad alcuni colleghi e amici che hanno trovato riparo sotto un gazebo. «La concomitanza con il voto su Tedesco al Senato rischia di trasformarsi in un casino», è l’opinione del deputato Francesco Tempestini. «Una scelta inopportuna», la chiama un altro esponente del Pd, Dario Ginefra. «Una caz…ta», dirà più tardi Enrico Letta a Bersani.
Franceschini e tutta la sua truppa sanno che il voto segreto può trasformare il pomeriggio di oggi in un dramma. È lui stesso che cerca i cronisti per ribadirlo in tutte le salse. «Avete carta e penna?», chiede a due colleghe delle agenzie di stampa. «Il Pd voterà compatto per l’arresto di Alfonso Papa. E soprattutto non chiederà il voto segreto, perché in un momento come questo deve essere tutto trasparente e perché serve un’assunzione chiara di responsabilità», aggiunge. Il sospetto, quanto mai legittimo, è che il Carroccio sfrutti la segretezza della decisione per “salvare” Papa. Salvo, un minuto dopo, “bombardare” il Palazzo. Franceschini lo dice chiaramente: «Questi guerrieri padani si nascondono dietro il voto segreto. Un minuto dopo, però, diranno che è tutta colpa nostra…».
La paura dei «forconi» cresce. E contagia tutti, nessuno escluso. Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds che

Andrea Orlando

ha (meritata) fama di iper-garantista, lo dice senza troppi giri di parole: «Voto a favore dell’arresto, sia chiaro. Ma domani (oggi, ndr) potrebbe essere una giornata drammatica per tutto il Parlamento». A qualche metro da lui, sprofondato con lo sguardo assente su un divanetto del Transatlantico, il giovane responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando scuote la testa: «È un casino, un casino…». Identico lo sguardo della trentenne parlamentare campana Pina Picierno, nota per le sue battaglie contro la camorra: «Ma vi rendete conto che io, che sfido ogni giorno a viso aperto il clan dei casalesi, tra qualche ora potrei ritrovarmi in mezzo alla strada con la gente che mi punta l’indice contro? No, non ci sto…». Il lettiano Francesco Boccia allarga lo spettro: «Stamattina m’ha chiamato il giovane dirigente di una Asl pugliese e m’ha riferito i commenti della povere gente costretta da questa manovra a pagare il ticket. M’ha detto che, ai loro occhi, ormai siamo “quei bastardi”. Proprio così: “Quei politici bastardi…”».

Francesco Boccia

Ancora poche ore. Poi, sui tabelloni luminosi di Camera e Senato, sarà scritta una sentenza che va ben oltre i destini personali di Alfonso Papa e Alberto Tedesco. Tolti gli astenuti, non si saprà chi ha votato a favore e chi contro. Ma di fronte al rischio che la situazione travolga tutti – colpevoli e non – l’opposizione potrebbe meditare su scelte ad effetto. Abbandonare l’Aula, minacciare le dimissioni di massa, tirarsi fuori dal «cappio» che la stessa Lega potrebbe tornare ad agitare. Bersani lo ripete: «Andiamo a votare». Più che tattica politica, ormai pare una supplica. «Dobbiamo salvare il Paese».

Written by tommasolabate

20 luglio 2011 at 09:47

Roberto Maroni, l’outsider.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 giugno 2011)

Che stia lavorando per essere «l’uomo di domani» lo dimostra l’attenzione che sta dedicando – unico tra i politici – al più grande tema di cui si discute nei bar italiani: il calcioscommesse. E pensare che qualche mese fa, come aveva confidato a pochi amici, stava addirittura pensando di mollare la politica. Ladies and gentlemen, Roberto Maroni. L’outsider.
Sembra l’unico esponente del centrodestra ad essere uscito rivitalizzato dalle «mazzate» subite dal blocco Pdl-Lega alle amministrative e ai referendum. Un po’ perché, come spiegano nel suo giro a via Bellerio, «se gli avessero dato ascolto, quantomeno sui quesiti di domenica e lunedì, a quest’ora Bossi e compagnia avrebbero salvato il salvabile». Un po’ perché lui, comunque, per il solo fatto di essersi presentato alle urne – accompagnato dai big della sua corrente (Luca Zaia su tutti) – la faccia l’ha salvata. Eccome.
Bobo Maroni, insomma, è il leghista con le mani più vicine alla “spina” del governo. Nel senso che è vero, forse la sua parte in commedia è la più rischiosa. Ma è altrettanto vero che se c’è un uomo che può salvare l’Alberto da Giussano dall’abbraccio mortale del Cavaliere da Arcore, quell’uomo è lui. Non foss’altro perché – e le stime sulla partecipazione dell’elettorato del Carroccio ai referendum ne sono una prova – al momento è il big del partito più sintonizzato con la base leghista.
Eppure, poco prima che iniziasse la campagna elettorale delle amministrative, il titolare del Viminale aveva altri pensieri. Addirittura, aveva confidato agli amici più stretti parlando del «carrozzone» del governo «Berlusconi-Scilipoti», tra i suoi desiderata aveva fatto capolino l’idea di «mollare la politica». Forse per tornare «a fare l’avvocato», magari «per riprendere in mano l’organo Hammond» insieme al suo vecchio gruppo blues, il Distretto 51.
Oggi, invece, è tutto diverso. L’uno-due subìto dal centrodestra nell’ultimo mese ha dimostrato che i tiri di sciabola o fioretto che il titolare del Viminale aveva via via indirizzato al governo erano più che fondati. I guai giudiziari di Berlusconi? I cordoni della borsa tenuti sigillati da Tremonti? L’ascesa nella Lega del «cerchio magico» di bossiani ortodossi, per cui nutre – insieme anche a Roberto Calderoli – una sana (eufemismo) “antipatia”? «Se solo Bossi m’avesse dato retta… », ripete ai colleghi di partito. Inutile chiedergli di completare la frase, di portarlo allo scontro frontale col Capo. Perché lui, il ministro dell’Interno, puntualmente si ritrae: «Vabbe’, guardiamo al futuro. Lasciamo perdere».

Umberto Bossi

Sulla bussola di governo no, Maroni non lascia più perdere. E gli avvisi di sfratto recapitati negli ultimi giorni a Berlusconi e Tremonti la dicono tutta su quanto vorebbe staccarla, quella spina che ha tra le mani. «O si cambia o si muore», ha detto al Corriere della sera di lunedì. «Mia nonna diceva che uno sberlone fa male, ma a volte ti fa rinsavire. Ma, come diceva ieri Calderoli, non vogliamo che arrivi la sberla del non c’è due senza tre», ha ribadito ieri. E ancora: «C’è la crisi economica. E ci vuole coraggio, oltre alla prudenza. Spero davvero che si metta mano alla categoria del coraggio». Quando gli domandano se dopo i referendum ha parlato con Berlusconi, il ministro dell’Interno risponde: «No, col premier no. Ho parlato col mio amico Daniele Marantelli, però». Lo stesso Marantelli, deputato e deus ex machina del Pd di Varese, che scommette: «Maroni può fare tutto tranne una cosa. Non taglierà mai la faccia a Bossi. Piuttosto torna a fare il musicista…».
Morale della favola? Nel Carroccio che prepara con trepidazione l’appuntamento di domenica a Pontida, sperimentando addirittura la paura della contestazione del «popolo padano», Maroni incarna la «linea dura». Quella della «rottura». Della «svolta». Della liberazione, come dicono i suoi, da «questo berlusconismo».
Perché, in fondo, sono anche gli scherzi della storia. All’epoca del ribaltone del 1994, Maroni era il capofila dei leghisti che non volevano abbandonare il Cavaliere. «O rimaniamo con Berlusconi o si va a votare», sosteneva «Bobo» al quel tempo. Al contrario dell’«Umberto», che aveva siglato nella sua residenza romana, insieme a Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, quel «patto delle sardine» che avrebbe portato alla fine del primo governo di Silvio.
Era l’epoca della «fronda» maroniana dei leghisti pro-Berlusconi. Uno dei suoi fedelissimi di allora, il vicepresidente del Senato Marcello Staglieno, aveva addirittura avanzato l’idea del “regicidio”: «Convochiamo l’assemblea federale per togliere Bossi e fare segretario Maroni». Una provocazione a cui il Senatur aveva risposto con l’asprezza dei bei (si fa per dire) tempi: «Me ne frego di Staglieno, la fronda non esiste. Al momento del voto sulla mozione di sfiducia – aveva scandito l’Umberto simulando il mitra – op! pum!. Tutti voteranno come dico io, da Maroni in giù».
Oggi la storia viaggia sul binario contrario. Bossi pensa che «Berlusconi sia cotto» e Maroni è il capofila degli antiberlusconiani della Lega. Aspettando Pontida si può immaginare di tutto. Compreso che il titolare del Viminale diventi il premier dell’unico governo di mini-transizione su cui Bersani potrebbe schierare i suoi. Il tempo di fare la riforma elettorale, magari approvando un modello che consenta alla Lega di andare da sola al prossimo giro, e via. Può succedere a giugno. Oppure dopo l’estate. Chi conosce «Bobo» giura che lui guarda lontano. Oltre il berlusconismo. Senza dimenticare che la politica si fa coi voti, e che a votare ci fa la gente. Quella che si mette in fila per i referendum. E quella che trattiene il fiato sul calcioscommesse. Pensando la stessa cosa che Maroni, unico tra i politici, ripete in continuazione: «Il mondo del calcio? Si vede che non ha imparato la lezione». Un po’ come Berlusconi.

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15 giugno 2011 at 11:27

Bersani, il triplete del Pd e l’ultimatum alla Lega.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 giugno 2011)

Alle 7 di sera, quando s’apparta con Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Bersani gli sussurra in un orecchio: «Per adesso non presentiamo una mozione di sfiducia in Parlamento». E sottolinea, «per adesso…».
Coi suoi più stretti collaboratori, insieme a cui è immortalato in un video “dietro le quinte” che sarà trasmesso dalla tv del partito Youdem per celebrare la sbornia referendaria, il segretario era stato ancora più preciso. E, anticipando i contenuti della conferenza stampa tenuta al terzo piano del Nazareno a urne chiuse, aveva sillabato, cedendo involontariamente a quello slang emiliano che piace tanto a Crozza: «Governo tecnico? Ma dico, siam matti? Oggi gli italiani hanno scritto la storia. Per cui Berlusconi salga al Colle e si dimetta. Perché tolta una fase di transizione per fare la riforma elettorale, per noi adesso ci sono solo le elezioni anticipate. Punto e basta».
Il segretario del «triplete» (il copyright è di Matteo Orfini), che un mese fa aveva impresso una brusca accelerazione alla campagna referendaria, adesso sente di avere il coltello dalla parte del manico. «Basta con tutte queste robe politiciste, basta parlare di governi tecnici e governicchi». Infatti, al contrario di un Di Pietro che si tiene alla larga dalla richiesta di «dimissioni» dell’esecutivo («Chiederle è una strumentalizzazione»), il leader del Pd punta dritto sul crollo del Cavaliere. Non a caso, nel giro di qualche settimana, «Pier Luigi» ha rubato a «Tonino» i galloni del “nemico pubblico numero uno” del berlusconismo. Basta leggere la dichiarazione in cui un “falco” della comunicazione del Pdl come Giancarlo Lehner saluta la sua conferenza stampa: «Di fronte a Bersani, persino Di Pietro sembra uno statista».
Far cadere il governo, sì. Ma come? Incontrando Casini a margine della presentazione dell’ultimo libro di Veltroni, per la prima volta Bersani evoca, in vista della “verifica” di governo del 22 giugno, la possibilità di presentarsi in Parlamento con una mozione di sfiducia. «Per adesso non la annunciamo, perché ancora non ci sono i numeri e non vogliamo offrire un assist al Cavaliere. Ma se il vento cambiasse anche a Palazzo…».
Oltre i puntini di sospensione c’è una strategia precisa. E un carico d’aspettative che riguarda la «svolta» che i big del Carroccio potrebbero mettere in scena domenica, a Pontida. «Siamo stanchi di prendere sberle», ha messo nero su bianco Roberto Calderoli dando voce a un malumore che ha definitivamente contagiato anche Bossi. E Bersani, quasi di rimando, ha fatto recapitare a via Bellerio il seguente messaggio: «Basta tentennamenti, non stiamo mica qui a pregarvi. Siete voi che dovete fare il primo passo. Anche perché questo voto ha dimostrato che la teoria dei vasi comunicanti, nel centrodestra, non funziona più. Perde Berlusconi e perdete anche voi». Un ultimatum in piena regola, insomma. Condiviso anche da Pier Ferdinando Casini. «La vera sberla», ha argomentato il leader terzopolista ai microfoni del Tg di Mentana su La7, «l’ha presa la Lega. Che adesso, per salvarsi, deve solo svincolarsi da Berlusconi».
Prendere o lasciare, insomma. Se domenica il Carroccio comincia a smarcarsi dal Cavaliere, il Pd garantisce sull’approvazione di una legge elettorale che consenta a Bossi&Co. di presentarsi da soli alle prossime elezioni (il Bersanellum varato la settimana scorsa risponde a quest’obiettivo). Altrimenti, è la sintesi del gotha democratico, «fatti loro, che crollino pure appresso al premier».
Il referente principale del leader del Pd rimane Roberto Maroni. Che infatti, intervistato dal Corriere di ieri prima che la sconfitta referendaria del governo assumesse i contorni della disfatta, l’ha detto chiaro e tondo: «Il governo svolti o si va a votare. La Lega è indisponibile a formule di transizione».
È lo stesso adagio di Bersani, con cui il titolare del Viminale s’era intrattenuto alla parata del 2 giugno. Solo anche adesso la situazione s’è capovolta. Col triplete in tasca, il leader del Pd (che a inizio luglio sarà a Pontida, alla festa del Pd locale) è in grado di dettare l’ultimatum al Carroccio. Se l’operazione va in porto, i paletti del post-Silvio sarebbero già fissati. Mozione di sfiducia in vista del 22 giugno, nuova maggioranza (Pd, Lega, Idv e pezzi di Pdl) per un governo che abbia in agenda il cambio di legge elettorale e tutti al voto a novembre. «Siamo a una svolta storica. Oggi c’è stato il referendum sul divorzio tra Berlusconi e il Paese», ripete Bersani. Convinto, in cuor suo, di aver centrato in soli due mesi obiettivi neanche lontanamente immaginabili. Un fronte anti-berlusconiano compatto, un Pd in testa alla classifica dei partiti e pure una premiership che nessuno, oggi, sarebbe in grado di contendergli.

Written by tommasolabate

14 giugno 2011 at 11:08

Dal colloquio segreto con Maroni (che andrà a votare ai referendum) al Peroncino in direzione. Bersani pensa al 13.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2011)

Alle 14 di ieri, assistendo a una direzione del Pd che non era mai stata così serena, Pier Luigi Bersani ha stappato un Peroncino e ha cominciato a sorseggiare la birra. Brindando all’«unità» e con un pensiero all’affluenza del referendum. A cui contribuirà, col suo voto, anche Roberto Maroni.
Nel giorno in cui il presidente della Repubblica ha risposto seccamente a chi gli chiedeva della sua presenza ai seggi («Sono un elettore che fa sempre il suo dovere»), Maroni avrebbe ufficializzato di fronte ai fedelissimi la sua intenzione di recarsi alle urne domenica per votare ai referendum. Una risposta scontata, se si pensa che il «Bobo» leghista è comunque il ministro dell’Interno. Un po’ meno se si ragiona sul fatto che il titolare del Viminale potrebbe essere il primo big del Carroccio a «uscire dai blocchi», ad annunciare che ritirerà quelle quattro schede che potrebbero condannare il berlusconismo.
Per capire che cosa c’entra tutto questo con Bersani bisogna fare un passo indietro di qualche giorno. Al 2 giugno, per la precisione. Al Riformista risulta infatti che, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il segretario del Pd e il ministro dell’Interno sono riusciti nell’impresa di intavolare un colloquio di cinque minuti lontano da microfoni e taccuini. Quel faccia a faccia tra “Pier Luigi” e “Bobo” – a cui gli amici comuni avevano lavorato già prima delle elezioni amministrative – ha già avuto luogo.
Sulle (eventuali) confidenze che si sarebbero fatti, invece, c’è soltanto una certezza. Ai pochissimi che sapevano della chiacchierata col titolare del Viminale, e che di conseguenza hanno cercato di soddisfare la sacrosanta curiosità, Bersani ha detto due cose. La prima è che «adesso dobbiamo lasciare che la Lega cuocia nel proprio brodo». La seconda, scandita con un sorrisetto, è che «dobbiamo aspettare di vedere quello che succederà al referendum. Perché il giorno dopo, in un senso o nell’altro, qualcosa succederà». Non a caso, il segretario del Pd – affrontando ai margini della direzione di ieri il tema del supervertice di Arcore – ha parlato come se fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo all’interno della residenza del premier. «Non so di che cosa discuteranno», ha premesso, «ma sono convinto che se penseranno a precari bilanciamenti non faranno strada». E ancora, sempre dalla viva voce di Bersani, testualmente: «Il Pdl non risolverà i suoi problemi tirando per la giacca Tremonti. E se la Lega pensa di aggiustare con dei “bilanciamenti”, si troverà di fronte a nuove buche perché, soprattutto al Nord, si è visto che le premesse non si sono realizzate».
Quando parla a Roma coi cronisti, insomma, il leader del Pd è convinto che il Cavaliere abbia offerto a Bossi di “promuovere” Tremonti e Calderoli come vicepremier, magari portando Roberto Castelli alla Giustizia? Sono questi i «bilanciamenti» a cui allude? Bastano queste previsioni per risalire a un possibile «asse» tra Bersani e Maroni, che magari si è consolidato con la chiacchierata del 2 giugno? Tra tanti indizi c’è una sola certezza. Il dialogo tra Pd e Lega ha bisogno di due pre-condizioni. Primo, che il referendum di domenica e lunedì sia un’altra sconfitta per il premier. Secondo, che successivamente ci sia l’accordo di massima su una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni. «E il Mattarellum col 50 per cento di maggioritario e il 50 di proporzionale», insistono gli sherpa di entrambi i partiti, risponde a questa esigenza.
«La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica», ha scandito Bersani alla direzione del Pd di ieri. «Il governo si dimetta. La strada maestra sono le elezioni, ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale», ha aggiunto. Dal Parlamentino del Pd, il segretario è tornato a casa con una relazione approvata all’unanimità e un partito compatto. La linea è tracciata: alleanze sì, ma «noi siamo il perno della coalizione e puntiamo ad essere il primo partito del paese». Le primarie ci saranno, «e le metteremo in sicurezza». «Non facciamo l’errore del ’93», ha avvertito D’Alema. «Bersani vince le primarie se siamo uniti», ha spiegato Fioroni. «Bene Bersani. Adesso costruiamo l’alternativa riformista», è stato l’auspicio di Veltroni. Poi i due passaggi “di colore”, che entrano di diritto negli highlitghs. L’applauso tributato al responsabile Enti Locali Davide Zoggia, per i successi alle amministrative. E quel Peroncino, che il segretario ha stappato e poi bevuto. Brindando al futuro prossimo.

Written by tommasolabate

7 giugno 2011 at 11:14

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