tommaso labate

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Il sonno del premier, la notte della Repubblica.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 luglio 2011)

I presenti hanno ancora la scena davanti agli occhi. Silvio Berlusconi con le palpebre abbassate e la testa chinata in avanti. Gianni Letta che prova a scuoterlo: «Silvio! Silvio! Silvio!». Istanti che sembrano durare ore. Nel bel mezzo del consiglio dei ministri, quarantott’ore fa.
Palazzo Chigi, interno giorno. Giovedì 28 luglio. Ieri l’altro, insomma. Sembra una “normale” riunione del consiglio dei ministri. “Normale” quanto lo può essere quella di un esecutivo che pare aver imboccato un interminabile viale del tramonto, visto che all’ordine del giorno c’è anche la lettera con cui il presidente della Repubblica ha messo nero su bianco la sua «preoccupazione» per il decentramento dei ministeri a Monza imposto dalla Lega Nord al resto della coalizione.
Come da copione, tocca a Gianni Letta formalizzare di fronte ai membri del governo – e al suo capo in testa, ovviamente – la consegna del testo che arriva dal Quirinale. I contenuti del messaggio di Giorgio Napolitano, naturalmente, sono già noti a tutti. Anche per questo, forse, mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio parla, molti dei presenti rivolgono lo sguardo verso il Cavaliere.
Succede tutto in pochi istanti. Guidato dagli occhi della maggioranza dei membri del governo, Letta sospende la lettura del messaggio del Colle e si gira anche lui verso Berlusconi. Il presidente del Consiglio ha gli occhi chiusi. E il volto chinato in avanti. «Silvio!», accenna il sottosegretario. Ma il Cavaliere non reagisce. «Silvio!», insiste l’eminenza grigia del berlusconismo, che stavolta prova a scuotere il braccio del presidente del Consiglio. Anche il secondo tentativo va a vuoto. Berlusconi è immobile.
Si tratta di pochi secondi, ovviamente. Che a più d’un ministro, però, sono parsi interminabili. Al terzo tentativo di svegliare il premier, al terzo «Silvio!» proferito da Letta con un tono di voce sempre più preoccupato, il Cavaliere reagisce. Si sveglia di colpo. E prima ancora di aprire gli occhi e di sollevare il mento scandisce, come se fosse stato appena svegliato da un brutto sogno: «Avete visto gli ultimi sondaggi?».
Messa così sembra quasi l’incipit di una barzelletta, di una di quelle storielle inventate in cui Berlusconi trova spesso il modo di ironizzare su se stesso. Il premier assopito. Letta che scandisce, per ben tre volte, «Silvio!». E il Cavaliere che finalmente si risveglia dal torpore, chiedendo ai presenti se avessero visto le ultime rivelazioni demoscopiche.
Peccato che non sia l’inizio di una barzelletta. E che non ci sia, per l’appunto, nulla da ridere. Primo, perché la scena si materializza non nella platea del Salone Margherita o sul divano di Palazzo Grazioli, bensì durante una riunione del Consiglio dei ministri. Secondo, perché l’episodio – che ovviamente non può essere ricondotto a «un malore» – la dice lunga sullo stress a cui il presidente del Consiglio è sottoposto. E sulle possibili ricadute sulla tolda di comando di un Paese che continua a sfiorare il baratro.
Uno dei ministri presenti alla riunione di ieri l’altro, che parla dietro la garanzia di anonimato, prova a derubricare l’episodio. Ma avverte: «Il Presidente, giovedì, era molto affaticato. Infatti, per tutta la giornata, ha lavorato stringendo i denti. Tutti quelli che l’hanno visto, compreso chi ci ha scambiato giusto due chiacchiere, si sono resi conto che era molto provato». La motivazione opposta dal premier e dalla sua cerchia ristretta, aggiunge la fonte, «rimanda alla preparazione in vista dell’intervento chirurgico alla mano», a cui il Cavaliere s’è sottoposto ieri. «Non c’è nulla da stupirsi», aggiunge il componente dell’esecutivo concludendo la sua conversazione col Riformista: «D’altronde si sa, l’uomo è di quelli che, pur di evitare periodi di convalescenza, moltiplica i carichi di lavoro. Uno, insomma, che proprio quando dovrebbe riposarsi sceglie di lavorare il doppio».
Ieri, a ventiquattr’ore dal Consiglio dei ministri, Berlusconi è stato operato al polso destro per una sindrome del tunnel carpale. L’intervento vero e proprio, ha spiegato il chirurgo Alberto Lazzerini, è durato una decina di minuti. Ed è andato «benissimo». Ma i medici dell’istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) hanno preferito tenere il premier sotto osservazione per sei ore. In modo da accertare che stesse bene e che non provasse dolore.
Nell’agenda di Berlusconi, adesso, ci sono tre giorni di riposo ad Arcore. Il rientro a Roma è previsto solo per martedì. Il resto è tutto nella coltre di silenzio che continua ad avvolgere il presidente del Consiglio in un momento decisivo per le sorti di maggioranza e governo. Un silenzio alimentato soprattutto da un Cavaliere che non parla più. Ai piani alti del Pd sospettano che dietro la sparizione del premier ci sia una strategia mirata. Il cui obiettivo finale è far sì che ad essere sovraesposti siano soprattutto le forze politiche e i personaggi nel mirino delle inchieste di Monza e Napoli. Il Partito democratico, insomma. E Giulio Tremonti.

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Written by tommasolabate

30 luglio 2011 at 11:19

Se cade Letta sono rimasti in due, due ministri e due briganti, sulla strada da Pontida a Palazzo Chigi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 giugno 2011)

«Il governo cade? Non ho la sfera di cristallo». Quando offre in pasto ai cronisti l’ennesima vagonata di punti interrogativi sulla sopravvivenza dell’esecutivo, probabilmente Roberto Maroni sa già dell’arresto di Luigi Bisignani, di cui le agenzie hanno appena dato notizia. Sono le 12.30 di una giornata che alimenta le voci sulla corsa dell’outsider al dopo-Silvio.
Il perché lo racconta molte ore più tardi un ministro del governo, che dietro la garanzia d’anonimato affida al Riformista l’atmosfera da allarme rosso che si respira alla corte di Re Silvio: «Vedete, in condizioni normali Berlusconi è in grado di sopravvivere a dieci raduni di Pontida consecutivi. Ma se il caso Bisignani finisse per mettere in seria difficoltà Gianni Letta, allora il Cavaliere rischierebbe di finire in un pericolosissimo vicolo cieco».
Le tante incognite che s’addensano sull’eminenza grigia del berlusconismo – alimentate dalle prime rivelazioni che Bisignani avrebbe reso ai pm («Informavo Gianni Letta dei colloqui con Alfonso Papa») – portano a due certezze. L’inchiesta sulla P4 può togliere dal risiko del post-Silvio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Riducendo a due, nel caso di un crollo del governo, i candidati per Palazzo Chigi: Giulio Tremonti, il nemico numero uno di Letta. E Roberto Maroni, l’outsider.
Ma questa storia sarebbe incompleta senza un “dettaglio” (virgolette d’obbligo) tutt’altro che trascurabile. La dichiarazione il cui il titolare del Viminale, a margine di un convegno organizzato dai poliziotti della Uil, sembra voler chiudere la sfida a colpi di sciabola contro il superministro dell’Economia. «Sono convinto che la riforma fiscale si debba fare. È una scelta coraggiosa, e in questo momento ci vuole coraggio», ribadisce Maroni. «E sono soddisfatto», aggiunge, «che Tremonti abbia aderito a questa richiesta».
Morale della favola? Dopo giorni di botte e risposte, di veline e veleni, di mosse e contromosse, nel giorno in cui l’inchiesta di Napoli rischia di travolgere il berlusconismo ortodosso «Giuletto» e «Bobo» si stringono (per un attimo) idealmente la mano. E il segno che Maroni continua a “bombardare” politicamente la maggioranza si manifesta quando, nel giro di pochi minuti, prima annuncia di aver chiesto a Berlusconi e Tremonti «un miliardo di euro per il 2011 sulla sicurezza». E subito dopo riapre il dossier libico: «Basta soldi per i bombardamenti». Perché «fino a quando continueranno le bombe, continueranno le partenze e noi dovremmo assistere i profughi».
L’arresto di Bisignani. La domenica di Pontida. La fiducia sul decreto sviluppo. La “verifica” in Parlamento. Senza dimenticare la sentenza, attesa per inizio luglio, sul Lodo Mondadori, che portebbe comportare un tracollo finanziario per «l’Impero» di Cologno Monzese. I cinque gironi infernali a cui è costretto il Cavaliere possono portare all’ascesa delle stesse due persone: Maroni e Tremonti. Con pensantissime ricadute in casa Lega. Perché, come spiegano nel Carroccio, «se c’è un punto in cui il titolare del Viminale e il principale sponsor leghista di Tremonti (Roberto Calderoli, ndr) convergono, quella è l’inimicizia nei confronti del cerchio magico di bossiani, che infatti premono tutti perché rimanga in piedi l’alleanza con Berlusconi». Di conseguenza, se il premier entra in crisi, si trascina tutto il cerchio magico. E anche in questo caso rimarrebbero in piedi loro due. «Giulietto» e «Bobo», «Bobo» e «Giulietto».
Per andare dove? Per fare cosa? Chissà. Una cosa è certa. Nell’ipotetica corsa a Palazzo Chigi, l’ultimo successore di Quintino Sella è favorito per la supermanovra economica con cui l’Italia deve “coprirsi” per i prossimi tre anni. Maroni, invece, ha un altro vantaggio. Sembra il premier «su misura» per quell’unico «governo di scopo» che l’opposizione potrebbe sostenere con l’obiettivo di cambiare la legge elettorale e andare a elezioni anticipate (con una riforma che agevolerebbe la corsa solitaria della Lega, ovviamente). Non a caso, nei conciliaboli da Transatlantico tra big di Pd e Terzo Polo, il nome più quotato è quello del titolare del Viminale. Punti interrogativi, incognite, dubbi. Che si cominceranno a decrittare a Pontida.

Written by tommasolabate

16 giugno 2011 at 11:39

Se Milano scarta l’Asso-Silvio, è l’ora del tris di jack. Tremonti, Maroni, Alfano: una poltrona per tre.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 maggio 2011)

Giulio Tremonti, il favorito.

Se le partite di Milano e Napoli toglieranno l’asso-Berlusconi dal tavolo, scatterà l’ora del «tris di jack». Giulio Tremonti, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Tre cavalli di razza che sembrano già sintonizzati sul pomeriggio del 30 maggio. Basta vedere come si tengono lontani dal ring elettorale.

Mentre il gotha del blocco Pdl-Lega s’affanna in ordine sparso a tirar fuori dal cilindro dicasteri da decentrare (a Milano e Napoli), multe da condonare (Milano) e case abusive da non abbattere (Napoli), i tre ministri simbolo del governo Berlusconi si tengono ben lontani dalla rissa. Basta vedere come si sono mossi negli ultimi giorni, sempre a debita distanza da quelle «paure» e dagli spettri di «zingaropoli islamiche» agitati ora dal Cavaliere ora dal Senatùr. Rispetto a Giuliano Pisapia, che ormai è il bersaglio fisso anche dei berluscones moderati, Maroni s’è limitato a dire: «Il suo programma prevede iniziative non condivisibili in materia di moschee e cose del genere. Ma la sua elezione non mi fa paura».

Quanto ad Angelino Alfano, ieri ha rimarcato come non mai la sua distanza da una coalizione che

Angelino Alfano

continua a puntare l’indice – soprattutto in campagna elettorale – contro i magistrati. «I parlamentari collusi con la criminalità se ne devono andare, non ho dubbi su questo. Anzi, se i partiti hanno la forza di cacciarli è meglio», ha scandito il Guardasigilli intervenendo a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci, usando parole che gli sono valse l’elogio incondizionato del procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso («Una delle qualità che riconosco ad Alfano è quella di percepire al volo le priorità»), che pure non ha risparmiato una stilettata all’indirizzo della maggioranza («Impossibile dialogare con chi ci insulta»).

Il terzo cavallo di razza è Giulio Tremonti, che tolta una sortita bolognese (insieme a Bossi) per il candidato leghista Manes Bernardini, non solo s’è chiamato come sempre fuori dalla mischia. Ma ieri, fanno notare dal centrodestra napoletano, «ha rifilato una bella mazzata a Gianni Lettieri», che a Napoli corre contro Luigi de Magistris. In che modo? Semplice. Il ministro dell’Economia è l’azionista di Fintecna. Di conseguenza, c’è anche la sua «manina» dietro il piano di esuberi di Fincantieri che prevede la chiusura dello stabilimento di Castellammare di Stabia, definito «inaccettabile» persino dal pidiellino presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro (anche Lettieri, per la cronaca, ha preso malissimo la notizia).

Maroni, Alfano e Tremonti. Il tris di jack si tiene lontano dagli schizzi di fango di una campagna elettorale ad alzo zero per giocarsi la poltrona di Palazzo Chigi, sempre se i ballottaggi provocheranno la resa dei conti nel centrodestra. Nei briefing tenuti coi fedelissimi negli ultimi giorni, Gianfranco Fini ha spiegato che «la situazione» della maggioranza assomiglia moltissimo ai giorni prima del 14 dicembre. Con la differenza che nessuna «compravendita» potrà mettere al riparo Berlusconi dall’eventuale sconfitta di Letizia Moratti. Nel Terzo Polo, infatti, scommettono sul Carroccio che stacca la spina al Cavaliere. E sull’ascesa di Tremonti, che guiderebbe il governo con una maggioranza allargata. «In quel caso», spiega Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, «il ministro dell’Economia potrebbe puntare su un programma di riforme basato su economia e lavoro, finanziandolo con quello che lui stesso ha risparmiato fino ad oggi». Nel senso che, «mentre finora s’è tenuto il bancomat nascondendo il Pin anche a Berlusconi, se andasse a Palazzo Chigi Tremonti potrebbe investire sul Paese gestendone in prima persona il rilancio». È lo scenario di un centrodestra de-berlusconizzato, con maggioranza allargata (a Terzo Polo e pezzi di Pd) e un governo di decantazione senza scadenza. Per tenere lontane le urne.

Bobo Maroni, Pier Luigi Bersani

È lo scenario che, però, non piace a Pier Luigi Bersani. A differenza di alcuni suoi autorevoli colleghi di partito (Walter Veltroni su tutti) il segretario del Pd, che considera Tremonti «il corresponsabile del malgoverno del paese», ha in testa un altro piano. Il cui punto di caduta sarebbero le elezioni anticipate, a novembre. Se il Carroccio togliesse l’ossigeno al Cavaliere dopo il voto, il leader democratico tirerebbe fuori dal suo mazzo la carta Maroni. Giusto il tempo di approvare i decreti finali del federalismo caro a Bossi e poi si andrebbe tutti alle urne. Con la Lega che, favorita dall’approvazione della madre di tutte le sue riforme, sarebbe agevolata anche correndo da sola in tutto il Nord.

E il terzo jack? Angelino Alfano entrerà in partita solo nel caso più improbabile: quello di un «passo indietro» di Berlusconi, che ne favorirebbe l’ascesa. Quest’ultimo è lo scenario meno battuto, perché soggetto a un numero indefinito di variabili. Tra tante incognite c’è una sola certezza: a prescindere dal governo che sarà in carica nel caso di showdown, l’«epocale riforma costituzionale della giustizia» del premier uscirà dai radar del Palazzo. Anche se quell’esecutivo sarà guidato dal suo primo firmatario. Lo stesso che infatti ieri se n’è tornato a casa con un bel plauso firmato da Pietro Grasso.

Written by tommasolabate

24 maggio 2011 at 09:50

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