tommaso labate

Bersani, il triplete del Pd e l’ultimatum alla Lega.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 giugno 2011)

Alle 7 di sera, quando s’apparta con Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Bersani gli sussurra in un orecchio: «Per adesso non presentiamo una mozione di sfiducia in Parlamento». E sottolinea, «per adesso…».
Coi suoi più stretti collaboratori, insieme a cui è immortalato in un video “dietro le quinte” che sarà trasmesso dalla tv del partito Youdem per celebrare la sbornia referendaria, il segretario era stato ancora più preciso. E, anticipando i contenuti della conferenza stampa tenuta al terzo piano del Nazareno a urne chiuse, aveva sillabato, cedendo involontariamente a quello slang emiliano che piace tanto a Crozza: «Governo tecnico? Ma dico, siam matti? Oggi gli italiani hanno scritto la storia. Per cui Berlusconi salga al Colle e si dimetta. Perché tolta una fase di transizione per fare la riforma elettorale, per noi adesso ci sono solo le elezioni anticipate. Punto e basta».
Il segretario del «triplete» (il copyright è di Matteo Orfini), che un mese fa aveva impresso una brusca accelerazione alla campagna referendaria, adesso sente di avere il coltello dalla parte del manico. «Basta con tutte queste robe politiciste, basta parlare di governi tecnici e governicchi». Infatti, al contrario di un Di Pietro che si tiene alla larga dalla richiesta di «dimissioni» dell’esecutivo («Chiederle è una strumentalizzazione»), il leader del Pd punta dritto sul crollo del Cavaliere. Non a caso, nel giro di qualche settimana, «Pier Luigi» ha rubato a «Tonino» i galloni del “nemico pubblico numero uno” del berlusconismo. Basta leggere la dichiarazione in cui un “falco” della comunicazione del Pdl come Giancarlo Lehner saluta la sua conferenza stampa: «Di fronte a Bersani, persino Di Pietro sembra uno statista».
Far cadere il governo, sì. Ma come? Incontrando Casini a margine della presentazione dell’ultimo libro di Veltroni, per la prima volta Bersani evoca, in vista della “verifica” di governo del 22 giugno, la possibilità di presentarsi in Parlamento con una mozione di sfiducia. «Per adesso non la annunciamo, perché ancora non ci sono i numeri e non vogliamo offrire un assist al Cavaliere. Ma se il vento cambiasse anche a Palazzo…».
Oltre i puntini di sospensione c’è una strategia precisa. E un carico d’aspettative che riguarda la «svolta» che i big del Carroccio potrebbero mettere in scena domenica, a Pontida. «Siamo stanchi di prendere sberle», ha messo nero su bianco Roberto Calderoli dando voce a un malumore che ha definitivamente contagiato anche Bossi. E Bersani, quasi di rimando, ha fatto recapitare a via Bellerio il seguente messaggio: «Basta tentennamenti, non stiamo mica qui a pregarvi. Siete voi che dovete fare il primo passo. Anche perché questo voto ha dimostrato che la teoria dei vasi comunicanti, nel centrodestra, non funziona più. Perde Berlusconi e perdete anche voi». Un ultimatum in piena regola, insomma. Condiviso anche da Pier Ferdinando Casini. «La vera sberla», ha argomentato il leader terzopolista ai microfoni del Tg di Mentana su La7, «l’ha presa la Lega. Che adesso, per salvarsi, deve solo svincolarsi da Berlusconi».
Prendere o lasciare, insomma. Se domenica il Carroccio comincia a smarcarsi dal Cavaliere, il Pd garantisce sull’approvazione di una legge elettorale che consenta a Bossi&Co. di presentarsi da soli alle prossime elezioni (il Bersanellum varato la settimana scorsa risponde a quest’obiettivo). Altrimenti, è la sintesi del gotha democratico, «fatti loro, che crollino pure appresso al premier».
Il referente principale del leader del Pd rimane Roberto Maroni. Che infatti, intervistato dal Corriere di ieri prima che la sconfitta referendaria del governo assumesse i contorni della disfatta, l’ha detto chiaro e tondo: «Il governo svolti o si va a votare. La Lega è indisponibile a formule di transizione».
È lo stesso adagio di Bersani, con cui il titolare del Viminale s’era intrattenuto alla parata del 2 giugno. Solo anche adesso la situazione s’è capovolta. Col triplete in tasca, il leader del Pd (che a inizio luglio sarà a Pontida, alla festa del Pd locale) è in grado di dettare l’ultimatum al Carroccio. Se l’operazione va in porto, i paletti del post-Silvio sarebbero già fissati. Mozione di sfiducia in vista del 22 giugno, nuova maggioranza (Pd, Lega, Idv e pezzi di Pdl) per un governo che abbia in agenda il cambio di legge elettorale e tutti al voto a novembre. «Siamo a una svolta storica. Oggi c’è stato il referendum sul divorzio tra Berlusconi e il Paese», ripete Bersani. Convinto, in cuor suo, di aver centrato in soli due mesi obiettivi neanche lontanamente immaginabili. Un fronte anti-berlusconiano compatto, un Pd in testa alla classifica dei partiti e pure una premiership che nessuno, oggi, sarebbe in grado di contendergli.

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Written by tommasolabate

14 giugno 2011 a 11:08

Una Risposta

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  1. quindi in pratica Bersani ha sbagliato cavallo (Maroni) e quel farabutto di Di Pietro ha provato ad approfittare facendo sponda nientepopodimeno che con Berlusconi. Ma tu che sai tutto, Bersani non aveva assi da giocarsi nel PDL medesimo? Perchè a me mi avevi convinto che puntava alle urne a Novembre

    Plex

    23 giugno 2011 at 20:24


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