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D’Alema si chiama fuori?

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Se fosse davvero nella rosa dei nomi che Bersani, dopo aver visto Berlusconi, sottoporrà ai gruppi parlamentari del Pd, non è affatto escluso che Massimo D’Alema si chiami fuori dichiarandosi indisponibile.

L’ex premier, tra l’altro, sa di avere pochissime possibilità di superare la prova. E, come fece nel 2006, quando si ritirò lanciando la corsa di Napolitano, potrebbe lasciare il passo a un altro candidato, senza però dirlo (ché sennò lo brucerebbe).

Quale candidato? Semplice. Lo stesso di cui D’Alema avrebbe parlato con Renzi l’altro giorno, a Firenze. Lo stesso che vuole anche Giorgio Napolitano. 

Giuliano Amato, insomma.

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Written by tommasolabate

17 aprile 2013 at 13:13

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Wiki-Pd, dal «ma anche» al «ma tutto». Renzi in ticket col “Chiampa” lancia la sfida a Bersani.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 ottobre 2011)

FIRENZE. A candidarsi saranno «le idee», dice Renzi. Ma visto che alle primarie qualcuno dovrà pur correre, ecco che al “big bang” della Leopolda spunta un’altra parola chiave: tandem. Alla bicicletta sul palco della stazione fiorentina va aggiunto un sellino. Per Sergio Chiamparino.

Sul palco salgono ospiti d’onore che si chiamano “Pif” (iena di Mediaset, volto Mtv), in platea lo sport più diffuso è il “tweet” (le idee passano da Twitter a Facebook in sequenza rapida). Trovare gente che tiene in mano carta e penna è praticamente impossibile. Al contrario, la sequenza di Ipad che illuminano l’oscura platea della stazione fiorentina sembra il risultato di una gita da Trony senz’altro più fortunata dell’inaugurazione dell’ormai celebre punto vendita romano. Si parla in cinque minuti, poi suona il gong. E le pratiche che bloccano l’avvio di un’impresa, e la giustizia civile ch’è lenta, e quella penale pure, ma anche no ai doppi incarichi, agli asili nido, alle municipalizzate, il porcellum è una porcata, la lettera della Bce chissà.

Di «idee» ce ne sono a quintali. Forse tonnellate. Saranno ridotte a «cento», spiega Renzi nel pomeriggio. E da stasera «saranno su internet», a sancire la nascita del «Wiki-Pd» che sfiderà, alle primarie per la guida del centrosinistra, il Pd di Bersani.
«È una veltronata», aveva sussurrato giorni fa l’ex rottamatore Pippo Civati, che ieri s’è presentato alla Leopolda e ha pure parlato dal palco. E se non fosse per la sottile (sic!) perfidia dell’organizzazione renziana, che gli affida il microfono nel momento peggiore (primo del dopo-pranzo, in sala tutt’ altro che stracolma), sembrerebbe quasi una scena da libro Cuore. Però altro che la «veltronata» spifferata dal rottamator prodigo. Il rischio, semmai, è che da lunedì ogni iniziativa di «Walter» verrà bollata come una «renzata».

Perché da Renzi il “ma anche” ambisce a raggiungere l’orizzonte del “ma tutto”. L’ex difensore del Milan Billy Costacurta si materializza in prima fila ad ascoltare degli oratori che – in alcuni spezzoni della mastodontica kermesse – presentano lo svolgimento del tema «che cosa faresti se fossi a Palazzo Chigi?» come se fosse una dimostrazione dei venditori del Folletto. «A tre interventi di distanza rischi di sentire, sul medesimo tema, una genialata inimmaginabile e una stronzata clamorosa», spiega il deputato pd Ermete Realacci, che pure è entusiasta.

Ma a metà mattinata, quando sale sul palco Sergio Chiamparino, la clessidra dei cinque minuti viene accantonata. «Le primarie aperte devono essere una scelta irrinunciabile per il partito democratico», scandisce. «Il capitalismo non può usare i lavoratori come merce e buttarli via quando non servono più», aggiunge. Applausi. Poi arriva il “segnale”. L’ex sindaco di Torino lo dice senza giri di parole: «Non dirò mai che metto a disposizione la mia decennale esperienza di governo solo se faccio il numero uno». È la spia che «Matteo» e «Sergio» potrebbero salire insieme sul tandem che sfiderà Bersani, Vendola e Di Pietro. Candidato premier il primo e vice il secondo, come recita una parte del copione su cui entrambi avrebbero già lavorato. Oppure, se Renzi decidesse di rinunciare al «grande passo», Chiamparino potrebbe diventare il cavallo con cui quelli del big bang possono intercettare un pezzo di classe dirigente ex ds per provare a contrastare Bersani.

«Non sono pentito di non essermi candidato due anni fa a guidare il Pd», spiega il diretto interessato. «Avrei perso e non sono bravo a fare il capocorrente», insiste. Ma poi, a mo’ di chiusura del cerchio, scandisce: «Se nessun programma mi convincesse, potrei anche io decidere di aggiungermi ai candidati delle primarie». Come a dire, o pedalo in tandem con Renzi. O pedalo sulla sua bicicletta.

Nella partita del Wiki-Pd c’è anche Arturo Parisi. L’ex ministro della Difesa parla prima che Brenda, giovane dirigente del Pd di Empoli, raccolga applausi dicendo che «se fossi a Palazzo Chigi, la prima cosa sarebbe evitare di portare con me quelli che sono stati al governo nel 1996 e nel 2006» (e quindi anche lui). Il Professore amico di Prodi raccoglie applausi con un intervento che trasuda, più che i freddi calcoli di un uomo di numeri, un discreto quantitativo di emozione. «Oggi ho voluto riconoscere a Matteo il suo coraggio e gli ho chiesto di andare avanti al servizio di tutti», dice Parisi. «È molto difficile, ma possiamo farcela», aggiunge prima di lasciarsi andare a una malinconica strofa di Un giorno dopo l’altro, di Luigi Tenco. «I sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato».

Matteo Renzi prova a dribblare le polemiche a distanza con Bersani e Vendola. Poi, però, i motori della sfida tra Pd e Wiki-Pd vengono accesi. «Non so a chi stia parlando Bersani, io non sono un asino e non scalcio». E uno. «Mettersi a disposizione è un’espressione molto bella se è riferita al Paese, a una città. Ma se è mettersi a disposizione di un capocorrente, a uno che dà ordini, no». E due. «Non stiamo mica qui a togliere i punti neri alle coccinelle, come direbbe Bersani», e tre. «Valutiamo una candidatura alle primarie», ripete fino a sera il suo braccio destro, Matteo Richetti. È il segreto di Pulcinella. E sarà svelato molto presto.

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30 ottobre 2011 at 10:43

Bersani va al corteo. Ma c’è tensione dentro il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 settembre 2011)

Alle 16 di ieri, quando Pier Luigi Bersani annuncia la sua partecipazione allo sciopero generale della Cgil, un pezzo del partito scende sul piede di guerra. Da Veltroni a Letta, da Fioroni a Renzi: tutti contro la decisione del segretario di schierare i Democratici con la Camusso.

Massimo D’Alema sceglierà la piazza di Genova, approfittando della concomitanza con un dibattito nel capoluogo ligure che aveva in agenda da due mesi. E in piazza ci sarà anche Rosy Bindi, per protestare contro l’articolo 8 della manovra e soprattutto perché – dice – «è un dovere esserci» e dire «al governo che così non va». Non solo: manifesteranno dietro le bandiere della Cgil anche Stefano Fassina e Sergio Cofferati, l’ex ministro Cesare Damiano e Paolo Nerozzi. E altri ancora.
Ma, stavolta, la frattura interna al Pd sulla scelta di partecipare allo sciopero della Cgil va ben oltre il solito giochino del «chi va / chi non va» alle manifestazioni del sindacato di corso d’Italia. Soprattutto perché, stavolta, a finire sott’accusa sono, nell’ordine: la decisione di Bersani di prendere parte alla manifestazione di Roma; e il comunicato con cui il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, ufficializza la «presenza» del Pd ai cortei.
Il segretario, che sin da subito aveva guardato con attenzione allo sciopero indetto dal sindacato della Camusso («Dobbiamo essere ovunque si protesti contro questa manovra», aveva scandito giovedì nella sua relazione al coordinamento del partito), ha preso la decisione di scendere in piazza solo ieri. Soprattutto dopo aver ascoltato i rappresentanti degli enti locali che minacciavano la restituzione delle deleghe al governo. Arrivando a quell’incontro è scattata la molla che ha convinto il leader pd a sciogliere ogni riserva. «Certo che ci sarò, ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra», ha spiegato Bersani. E ancora, sempre dalla viva voce del segretario: «Il governo? Sono irresponsabili, non ho altra definizione. Chiederemo alla Camera lo stralcio dell’articolo 8». La nota di Fassina, altro tassello contestato da un pezzo di partito, era arrivata poco prima. «Il governo Berlusconi deve andare via per il bene del Paese», aveva messo nero su bianco il responsabile economico del Pd. «Le mobilitazioni di lavoratori, giovani e pensionati vanno sostenute. Per questo – conclusione – saremo allo sciopero generale indetto dalla Cgil».
E il pezzo del partito che si oppone? Walter Veltroni, per adesso, sceglie il silenzio. Ma basta ascoltare uno degli esponenti democratici a lui più vicini, Giorgio Tonini, per capire che aria tiri dalle parti dell’ex segretario. «Capisco le ragioni della Cgil ma non le condivido. Questo sciopero è sbagliato in sé», spiega il senatore. E la scelta del Pd di essere presente? Tonini mette da parte qualsiasi eufemismo e lo dice con nettezza: «Il compito del Pd, che il partito non sta svolgendo come si deve, non è quello di schierarsi con un sindacato che scende in piazza da solo. Ma incalzare il governo, portarlo su strade come quelle indicate da Romano Prodi nel suo editoriale sul Messaggero di domenica». Riforme di lungo periodo e «severe decisioni a effetto immediato», insomma.
Anche Beppe Fioroni, il deputato del Pd più vicino alla Cisl targata Bonanni, scende in campo contro Bersani: «La Cgil, ovviamente, è libera di fare le scelte che ritiene più oppurtune. Ma non non possiamo andarle sempre dietro». Perché, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «la nostra bussola dovrebbe essere l’invito alla responsabilità che ci è arrivato l’altro giorno da Giorgio Napolitano. Non possiamo fare come quei surfisti che provano a cavalcare l’onda della piazza, salvo poi rischiare di venirne travolti».
L’area del dissenso va oltre i confini di quel Movimento democratico di cui sia Veltroni che Fioroni fanno parte. Lo schieramento di piazza del Pd non piace a Enrico Letta, anche se lui e il suo braccio destro Francesco Boccia scelgono la strada del silenzio. E non piace a chi, come Marco Follini, dice che «chi allinea il Pd alla Cgil non fa un buon servizio». Dissente, anche se tace, pure Matteo Renzi. Ma la posizione del sindaco di Firenze è nota: «Non possiamo andare dietro la Cgil».
Ma Bersani è convinto di essere sulla strada giusta. «I sondaggi dimostrano che la presenza del Pd nei luoghi dove si protesta contro la manovra è riuscita ad “assorbire” anche il caso Penati», dicono i fedelissimi del segretario. Ma la giornata di oggi è destinata, in un senso o nell’altro, a lasciare un segno nella storia dell’opposizione che verrà. E non tanto per la distinzione tra Vendola («Sarò in piazza») e Casini («Lo sciopero è del tutto sbagliato»). Quanto perché l’opposizione delle altre forze sociali alla mossa della Cgil non si riassorbirà in poco tempo. Basta leggere, e nemmeno troppo tra le righe, l’intervista che il leader della Cisl Bonanni ha rilasciato al settimanale A di Maria Latella: «Questo sciopero è stato deciso per regalare una passerella a leader politici senza più nessuna credibilità».

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6 settembre 2011 at 11:06

Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

Written by tommasolabate

2 settembre 2011 at 09:32

Il sipario sui Rottamatori e la fanfara che poi intonò le prime note.

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“Chiedemmo” e “dicemmo”, “invitammo” e ancora “chiedemmo”,”andammo” ed “emerse”, “organizzammo” e “scegliemmo”, “si parlò” e “parlammo”, e poi “scrivemmo”.

La miglior conferma del sipario calato sui Rottamatori la trovate nella sagra del passato remoto andata in scena sul palco di questo interessante blog.

Written by tommasolabate

4 giugno 2011 at 12:01

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Cala il sipario sui Rottamatori. C’è uno splendido cinquantaduenne che ha rilanciato il centrosinistra.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 giugno 2011)

Ricordate la teoria della «rottamazione» di Pd e centrosinistra, formulata da Renzi&Co.? Puff, sparita nel nulla.

E quel variopinto movimento dei Rottamatori, che s’era raccolto attorno a Matteo Renzi e Pippo Civati? Evaporato. Infatti dell’idea di «rottamare» la classe dirigente del Pd e del centrosinistra partendo da un controllo sulle carte d’identità dei big (o presunti tali), almeno per qualche tempo, non si parlerà più.

La «rottamazione», insomma, è stata rottamata prima che il primo rottamando finisse sotto il compattatore. E come nell’antico adagio attribuito a Pietro Nenni («A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura»), i Rottamatori in quanto tali hanno trovato qualcuno più rottamatore di loro che li ha rottamati.

Questo qualcuno è il Mister X che è appena riuscito nell’impresa di spingere Silvio Berlusconi sull’orlo del precipizio. La stessa persona che ha creato le condizioni perché tutto il centrodestra finisse per sedersi sopra una polveriera.

Il Mister X in questione è un signore che ha più di 52 anni. E si chiama Giuliano Pisapia (anni 62) ma anche Luigi de Magistris (anni 44), Massimo Zedda (anni 35) e pure Piero Fassino (anni 62), e ancora Roberto Cosolini (anni 55), e Virginio Merola (anni 56). Dalla media aritmetica delle età dei neo-sindaci che nei sei campi centrali (Milano, Napoli, Cagliari, Torino, Trieste, Bologna) hanno messo il berlusconismo all’angolo, viene fuori uno «splendido cinquantaduenne». Per la precisione, un Mister X che ha 52 anni e quattro mesi esatti.

È il segno che puoi essere trentenne o sessantenne, l’importante è vincere. E lo stesso Renzi, che rimane una delle principali risorse del Partito democratico, adesso l’ha capito perfettamente.

La prova? Basta guardare la differenza tra il Renzi dell’estate scorsa e il Renzi di pochi giorni fa. «Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni fra D’Alema, Veltroni e Bersani… Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi», metteva a verbale il sindaco di Firenze in un’intervista rilasciata a Repubblica a fine agosto 2010. Dopo l’ultima tornata elettorale, invece, Renzi ha cambiato idea. E quel Bersani che andava rottamato (tra l’altro senza incentivi) adesso è diventato un segretario «rafforzato e con un carico di responsabilità su di sé molto bello» (questa volta, l’intervista è stata rilasciata Corriere della sera di tre giorni fa).

Morale della favola? In un centrosinistra in cui vincono tutti, il segretario del Pd appare come il massimo comun denominatore che mette tutti d’accordo. Non a caso, nell’analisi sulla necessità di rompere con «capicorrente e schemini sulle alleanze» che ieri ha affidato ai taccuini di Maria Teresa Meli del Corriere, Nicola Zingaretti lo dice chiaramente: «Bersani, che io ho sempre difeso anche quando era “cool” dire che era un leader finito, adesso ha attorno a sé un clima molto più sereno». Non solo. Il segretario del Pd, aggiunge il presidente della provincia di Roma, «ha una grande chance: quella di promuovere una profonda innovazione dello strumento partito».

L’innovazione della vittoria, insomma, rottama la rottamazione dell’anagrafe. Anche perché i ballottaggi si sono portati via quell’atmosfera da redde rationem che poteva nascondersi dietro la «verifica» chiesta da Veltroni (sul Foglio) prima del voto. E pure perché, all’interno del centrosinistra, l’aria pare talmente serena che persino Antonio Di Pietro s’è affrettato (durante l’ultima puntata di Ballarò) a lanciare con un bel po’ d’anticipo la corsa di Bersani verso la premiership. Il tutto mentre Vendola, forse per la foga di attribuirsi un risultato che comunque era in parte suo, ha finito addirittura per trascinarsi in un’«amichevole» disputa nientemeno che con Giuliano Pisapia.

Il cantiere del centrosinistra trainato dal cinquantaduenne Mister X si gioca il tutto per tutto al referendum del 12 e 13 giugno, voluto fortemente da Di Pietro l’anno scorso e rilanciato da Bersani dopo il primo turno delle amministrative. L’ascesa al Monte Quorum è più dura del Mortirolo o dello Zoncolan. Ma l’obiettivo è comunque raggiungibile. Soprattutto se i militanti della Lega Nord, come anche l’orientamento della Padania lascia immaginare (titolo in prima pagina di ieri: «Referendum, l’acqua è un bene pubblico»), si recheranno in massa alle urne. Magari benedetti da un segnale del loro leader, Umberto Bossi. Se quel colpaccio riesce, torneranno i «rottamatori». Ma non quelli di Renzi e Civati. Se venisse raggiunto il quorum, infatti, tutto il cantiere del centrosinistra avrà tra le mani la possibilità storica di rottamare una stagione politica. Che non si evince tanto dall’età del suo protagonista (75 anni e mezzo). Quanto dal suo nome di battesimo: «Silvio».

Written by tommasolabate

3 giugno 2011 at 07:49

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