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Cala il sipario sui Rottamatori. C’è uno splendido cinquantaduenne che ha rilanciato il centrosinistra.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 giugno 2011)

Ricordate la teoria della «rottamazione» di Pd e centrosinistra, formulata da Renzi&Co.? Puff, sparita nel nulla.

E quel variopinto movimento dei Rottamatori, che s’era raccolto attorno a Matteo Renzi e Pippo Civati? Evaporato. Infatti dell’idea di «rottamare» la classe dirigente del Pd e del centrosinistra partendo da un controllo sulle carte d’identità dei big (o presunti tali), almeno per qualche tempo, non si parlerà più.

La «rottamazione», insomma, è stata rottamata prima che il primo rottamando finisse sotto il compattatore. E come nell’antico adagio attribuito a Pietro Nenni («A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura»), i Rottamatori in quanto tali hanno trovato qualcuno più rottamatore di loro che li ha rottamati.

Questo qualcuno è il Mister X che è appena riuscito nell’impresa di spingere Silvio Berlusconi sull’orlo del precipizio. La stessa persona che ha creato le condizioni perché tutto il centrodestra finisse per sedersi sopra una polveriera.

Il Mister X in questione è un signore che ha più di 52 anni. E si chiama Giuliano Pisapia (anni 62) ma anche Luigi de Magistris (anni 44), Massimo Zedda (anni 35) e pure Piero Fassino (anni 62), e ancora Roberto Cosolini (anni 55), e Virginio Merola (anni 56). Dalla media aritmetica delle età dei neo-sindaci che nei sei campi centrali (Milano, Napoli, Cagliari, Torino, Trieste, Bologna) hanno messo il berlusconismo all’angolo, viene fuori uno «splendido cinquantaduenne». Per la precisione, un Mister X che ha 52 anni e quattro mesi esatti.

È il segno che puoi essere trentenne o sessantenne, l’importante è vincere. E lo stesso Renzi, che rimane una delle principali risorse del Partito democratico, adesso l’ha capito perfettamente.

La prova? Basta guardare la differenza tra il Renzi dell’estate scorsa e il Renzi di pochi giorni fa. «Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni fra D’Alema, Veltroni e Bersani… Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi», metteva a verbale il sindaco di Firenze in un’intervista rilasciata a Repubblica a fine agosto 2010. Dopo l’ultima tornata elettorale, invece, Renzi ha cambiato idea. E quel Bersani che andava rottamato (tra l’altro senza incentivi) adesso è diventato un segretario «rafforzato e con un carico di responsabilità su di sé molto bello» (questa volta, l’intervista è stata rilasciata Corriere della sera di tre giorni fa).

Morale della favola? In un centrosinistra in cui vincono tutti, il segretario del Pd appare come il massimo comun denominatore che mette tutti d’accordo. Non a caso, nell’analisi sulla necessità di rompere con «capicorrente e schemini sulle alleanze» che ieri ha affidato ai taccuini di Maria Teresa Meli del Corriere, Nicola Zingaretti lo dice chiaramente: «Bersani, che io ho sempre difeso anche quando era “cool” dire che era un leader finito, adesso ha attorno a sé un clima molto più sereno». Non solo. Il segretario del Pd, aggiunge il presidente della provincia di Roma, «ha una grande chance: quella di promuovere una profonda innovazione dello strumento partito».

L’innovazione della vittoria, insomma, rottama la rottamazione dell’anagrafe. Anche perché i ballottaggi si sono portati via quell’atmosfera da redde rationem che poteva nascondersi dietro la «verifica» chiesta da Veltroni (sul Foglio) prima del voto. E pure perché, all’interno del centrosinistra, l’aria pare talmente serena che persino Antonio Di Pietro s’è affrettato (durante l’ultima puntata di Ballarò) a lanciare con un bel po’ d’anticipo la corsa di Bersani verso la premiership. Il tutto mentre Vendola, forse per la foga di attribuirsi un risultato che comunque era in parte suo, ha finito addirittura per trascinarsi in un’«amichevole» disputa nientemeno che con Giuliano Pisapia.

Il cantiere del centrosinistra trainato dal cinquantaduenne Mister X si gioca il tutto per tutto al referendum del 12 e 13 giugno, voluto fortemente da Di Pietro l’anno scorso e rilanciato da Bersani dopo il primo turno delle amministrative. L’ascesa al Monte Quorum è più dura del Mortirolo o dello Zoncolan. Ma l’obiettivo è comunque raggiungibile. Soprattutto se i militanti della Lega Nord, come anche l’orientamento della Padania lascia immaginare (titolo in prima pagina di ieri: «Referendum, l’acqua è un bene pubblico»), si recheranno in massa alle urne. Magari benedetti da un segnale del loro leader, Umberto Bossi. Se quel colpaccio riesce, torneranno i «rottamatori». Ma non quelli di Renzi e Civati. Se venisse raggiunto il quorum, infatti, tutto il cantiere del centrosinistra avrà tra le mani la possibilità storica di rottamare una stagione politica. Che non si evince tanto dall’età del suo protagonista (75 anni e mezzo). Quanto dal suo nome di battesimo: «Silvio».

Written by tommasolabate

3 giugno 2011 at 07:49

Habemus sondagges. Letizia e Lettieri giù, de Magistris in risalita, Fassino ok.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 19 aprile 2011)

Letizia Moratti tra il 46 e il 48 per cento, comunque sotto la soglia della vittoria al primo turno, a Milano. Va peggio Gianni Lettieri a Napoli, che oscilla attorno al 40. Al contrario dei democrat Piero Fassino e Virginio Merola, dati per vincenti subito a Torino e Bologna.

Nonostante i sondaggi arrivati ieri sulla sua scrivania, Bersani si guarda bene «dal parlare di spallata».
L’ultima infornata di rilevazioni demoscopiche dimostra, come d’altronde il segretario del Pd va ripetendo negli ultimi giorni, «che Berlusconi fa bene ad avere paura». I sondaggi, di cui però Bersani non si è mai fidato ciecamente, indicano che il centrosinistra, nella griglia di partenza delle amministrative “che contano”, è posizionato bene. Come un ciclista “succhiaruote”, pronto a sfruttare la scia del velocista per tentare di batterlo a pochi passi dal traguardo.
Stando ai foglietti planati ieri ai piani alti del quartier generale del Pd, a Milano Letizia Moratti non vincerebbe al primo turno. La forbice di consensi dell’ex ministro dell’Istruzione oscilla tra il 46 e il 48 per cento. Otto punti in più di Giuliano Pisapia, che al ballottaggio potrebbe contare sul sostegno del Terzo Polo.
Più difficile da decrittare la situazione di Napoli. A poco meno di un mese dal voto, la candidatura di Mario Morcone de MagistrisLettieri non è decollata. L’ex presidente dell’Unione industriali della Campania, stando ai dati in possesso del Pd, starebbe ben al di sotto del totale delle liste che lo sostengono: 40 per cento, decimo in più, decimo in meno. Il tutto mentre sia a Torino che a Bologna, sia Piero Fassino che Virginio Merola vincerebbero al primo turno senza soffrire troppo.
Eppure, nonostante la tentazione di rispolverare l’obamiano Yes, we can, Bersani vuole evita il muro contro muro col Cavaliere. «Non parliamo mica di spallata», ha ripetuto nelle ultime riunioni coi fedelissimi. L’obiettivo minimo, ovviamente non dichiarato, è evitare di cadere nel tranello del Cavaliere, «che polarizza lo scontro per trasformare la tornata nell’ennesimo referendum su se stesso». Perché questo, aggiunge, «è un voto per le città. Certo, se poi il centrodestra subisce una débâcle, allora dopo si tireranno le somme…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano, c’è una prospettiva che il Pd non può vedere nitidamente. Anche perché gli effetti collaterali del voto primaverile possono arrivare a intaccare anche i democrat. Come? Basta prendere il caso di Napoli. Dove l’eurodeputato dell’Italia dei valori Luigi de Magistris si sta avvicinando pericolosamente allo score del candidato del Pd Mario Morcone. Col risultato che, se il trend venisse confermato, potrebbe essere proprio l’ex pm di Why not? a sfidare Lettieri (l’uomo del Terzo Polo, Raimondo Pasquino, è stabile attorno al 10 per cento).
Il centrosinistra, a questo punto, deve fare i conti con la paura di vincere. Nell’intervista rilasciata ieri al Corriere della sera, Pier Ferdinando Casini ha quasi invocato la discesa in campo di Montezemolo e Marcegaglia, chiudendo nel contempo ogni spiraglio per la Santa Alleanza cara a Bersani. Emma Bonino, nella consueta intervista del lunedì mattina con Radio Radicale, ha invece preso di mira direttamente il Pd sulle elezioni nel capoluogo lombardo. «A parte la presenza di un candidato dei grillini che toglie voti a Pisapia in una operazione che trovo discutibile», ha argomentato la vicepresidente del Senato, «credo che i vertici del Pd non abbiano colto l’importanza di Milano dal punto di vista politico e del possibile mutamento di un sistema di potere costruito in tanti anni».
Anche Bonino, come Bersani, è convinta che non si possano trasformare le amministrative «in un referendum sul presidente del Consiglio». Quanto alle critiche, il segretario del Pd risponderà col calendario alla mano. «Pier Luigi», dicono nella sua cerchia ristretta, «ha già iniziato il suo tour in giro per le città del voto. E, negli ultimi giorni prima dell’apertura delle urne, chiuderà la campagna elettorale sia a Torino, sia a Bologna, sia a Milano».
Ieri, invece, il segretario del Pd era a Macerata, a sostenere il candidato sindaco. «Che è dell’Udc», spiegano i suoi, dedicando una punta di veleno a Casini. «Nelle Marche la Santa alleanza c’è. Eppure non ci pare che Pier abbia qualcosa da ridire…».
Santa Alleanza o meno, la madre di tutte le partite del 2011 sta per iniziare. Come nelle telecronache domenicali di Tutto il calcio minuto per minuto, anche in questo caso c’è un «campo centrale». Milano. «Io sono sicuro che la Milano democratica risponderà a Berlusconi nelle urne», è l’auspicio del leader del Pd. «E io sarò lì più di una volta».

Written by tommasolabate

19 aprile 2011 at 12:10

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