tommaso labate

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Il pregio dell’impunità.

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La cosa più triste di questi ultimi due giorni alla Camera è che non uno di questi “signori” che hanno insultato, offeso e impedito agli altri di parlare, non uno di costoro ha o avrebbe mai avuto il coraggio di avere questi comportamenti al di fuori della Camera dei deputati.

Neanche uno.

Si sono comportati così proprio perché protetti dal potere, dal fatto di essere “onorevoli” e non più semplici cittadini, perché sicuri dell’impunità.

Proprio così, dall’impunità.

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Written by tommasolabate

31 gennaio 2014 at 15:44

Uno vale zero.

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Dei mille dettagli (si fa per dire) del processo riservato dal Movimento Cinquestelle all’imputata Adele Gambaro, ce n’è uno che davvero lascia senza fiato. A un certo punto della discussione (si fa per dire), la senatrice colpevole di aver criticato Beppe Grillo guarda negli occhi Vito Crimi e glielo dice in faccia: “Il rapporto di fiducia non c’è più. Tu hai messo sul blog un mio sms…”.

Sono otto parole. “Tu hai messo sul blog un mio sms”. Praticamente, Gambaro manda un sms a Crimi, Crimi se lo conserva ben bene e, quando serve, lo spiattella a mezzo mondo, alimentando quelle che Gambaro, denunciandole, chiama “violenze nei miei confronti”.

Da qui, due cose. La prima. Ma Crimi, che si comporta così, è mai andato a scuola, al bar, è mai salito sull’autobus? È mai stato in una famiglia, in un gruppo di amici? Visto che in quell’sms non c’era mica la confessione di un omicidio, di un furto o di un qualsiasi altro reato (anche minore), chi l’ha diffuso conosce il rispetto che si deve a chi aveva riposto in lui quella cosa che si chiama “fiducia”e che è un sentimento umano, prima ancora che politico? In sintesi, prima di arrivare al Senato, dove ha vissuto Crimi? In quale pianeta i comportamenti umani sono orientati in base al quello che ha dimostrato essere il suo?

La seconda. Che cosa c’era nella divulgazione del messaggino privato della Gambaro che avvicinasse i “cittadini” (con le virgolette) al raggiungimento degli obiettivi per cui il 25 per cento dei cittadini (senza virgolette) li ha votati? Che cosa c’era in quel tradimento che anticipasse la fine di Pdl e Pdmenoelle, l’addio al finanziamento pubblico dei partiti, l’arrivo dell’energia pulita, la green economy, la cacciata dei “servi” dalle tv e dei “maggiordomi” dai giornali, il reddito di cittadinanza e via elencando?

Perché se non avvicina a questi obiettivi, e per quanto mi riguarda anche nel caso contrario (ma io, si sa, non ho votato per il M5S), quell’uno che ha tradito così barbaramente la fiducia di un suo simile non vale uno, come nel noto adagio grillino. Ma vale zero. Non vale niente. E un uomo che non vale niente non sarà mai un “cittadino” di valore. Secondo me.

Vito_Crimi

Written by tommasolabate

18 giugno 2013 at 08:42

Lo streaming della busta paga. (Ma basta anche una foto).

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Oggi Repubblica scrive che gli eletti del Movimento Cinquestelle, gira e rigira, alla fine guadagneranno seimila euro netti al mese.

E Beppe Grillo risponde che Repubblica racconta balle.

Trattandosi di una questione non secondaria, e avendo preso il Movimento Cinquestelle parecchi voti proprio sulla base della rinuncia a parte (significativa) dello stipendio della Kasta, suggerirei una strada semplice semplice. A fine mese, quando arrivano gli stipendi, i parlamentari grillini ci mostrino la busta paga e gli eventuali documenti ufficiali con cui (eventualmente) rinunceranno a parte del compenso. Noi si fa una bella sottrazione da soli e si capisce tutti insieme chi racconta balle. Serenamente, pacatamente.

Tra l’altro, questa volta è impossibile che si chiamino in causa le difficoltà tecniche a imbastire la diretta streaming, che sopraggiungono sempre quando i Cinquestelle si riuniscono tra loro.

Ricapitolando. Basta una foto,  anzi due.  E una sottrazione.

Così vediamo se c’è qualcuno che racconta balle. E, eventualmente, chi è.

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Written by tommasolabate

8 aprile 2013 at 13:30

La sesta stella.

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«Lunga vita a Beppe Grillo. Secondo me, il comico ha ragione. Sta subendo la stessa sorte di Berlusconi. La sinistra, dopo essersela presa col secondo, adesso sta concentrando sul primo una campagna d’odio subdola e pericolosa. Ha paura di lui e dei suoi voti.

Prego perché Grillo stia attento. Soprattutto perché temo davvero per la sua incolumità fisica. Da campagne d’odio come quella che stanno montando nei suoi confronti poi può sempre venir fuori un cretino come quello che lanciò la statuetta contro Silvio».

Daniela Santanchè (dal Corriere della Sera di oggi, pagina 9).

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3 settembre 2012 at 15:14

Grillo, tentazione Colle. Beppe studia il precedente Bonino del ’99.

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di Tommaso Labate (da Panorama in edicola dal primo giugno 2012)

La parte più semplice del «piano», soprattutto se orchestrato da un guru del web del calibro di Gianroberto Casaleggio, sarà quella relativa alla scelta dello slogan. Magari alla fine punterà sul sempreverde «Beppe for president», semplice ed efficace. Oppure riadatterà il ritornello della canzone di Antonello Venditti che ha già citato una settimana fa: «Bomba o non bomba noi arriveremo al Colle». L’unica cosa certa – a sentire quel che si mormora in quella zona grigia che sta nel triangolo fra il Movimento 5 stelle, l’Italia dei valori e il vecchio network dei girotondini – è proprio l’esistenza del piano. Un piano che porta dritto dritto alla candidatura di Beppe Grillo al Quirinale.

Fantapolitica? Tutt’altro. Il comico genovese, insieme con Casaleggio, avrebbe istruito la pratica studiando il precedente che nel 1999 portò i Radicali a fare il pieno di voti alle Europee sfruttando proprio la concomitanza con la fine di un settennato, che nella fattispecie era quello di Oscar Luigi Scalfaro. Partendo da un sondaggio Swg, secondo cui il 31 per cento degli italiani avrebbe voluto Emma Bonino presidente della Repubblica, la premiata orchestra di Marco Pannella, sostenuta dalla stampa internazionale e da testimoniai di lusso (da Indro Montanelli a Lucio Dalla), imbastì una campagna mediatica che portò le liste dei radicali a sfiorare il 9 per cento nazionale. Un record mai più battuto.

Con la campagna "Emma for president", nel 1999 Bonino garantì ai Radicali un record elettorale ancora imbattuto

Grillo ha intenzione di muoversi allo stesso modo, candidandosi pubblicamente alla successione a Giorgio Napolitano, uno dei suoi bersagli preferiti, con l’obiettivo di incrementare i voti del Movimento 5 stelle alle elezioni politiche. Dove può arrivare una campagna «Beppe for president»? Di certo c’è che le condizioni di partenza da cui si muove il comico genovese sono nettamente migliori di quelle dei Radicali del ’99. Stando ai sondaggi, il suo movimento avrebbe virtualmente superato il Pdl. Non solo, a prendere per buoni i dati pubblicati da Renato Mannheimer sul Corriere della sera del 27 maggio, «un italiano su tre simpatizza per i grillini». Certo, il capo carismatico ha da chiudere, e pure in fretta, la faida interna che lo vede opposto ad alcuni dei suoi sindaci eletti, a cominciare dal golden boy parmigiano Federico Pizzarotti. Poi potrà lanciare la campagna per il Quirinale. Prima dell’estate? Dopo l’estate? Sul timing c’è incertezza.

Come c’è incertezza sulla possibilità che «Beppe» rispetti la promessa fatta sul suo blog il 16 settembre 2005. Quando, nel raccontare dell’incidente stradale del 1980 che lo costrinse a una condanna per omicidio colposo, giurò solennemente: «Non mi candiderò al Parlamento». Ma il Quirinale è altrove.

Scintille nella Stalingrado stellata. Spartaco Pizzarotti inizia a liberarsi dalla catena Grillo.

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 23 maggio 2012)

L’ultima carezza gliela dà un secondo prima di indossare idealmente la fascia tricolore. Per la precisione alle 16.34 di lunedì pomeriggio. Quando, circondato da collaboratori e cronisti, scandisce che «Beppe Grillo è come un aratro». Perché «con le sue provocazioni spacca la terra», mentre «noi iscritti al movimento lo seguiamo per seminare». In fondo, è quello che il comico genovese ha detto di sé. Quello che s’è sempre voluto sentir dire dai suoi. «È un portavoce, un megafono, non un leader politico vecchia maniera».

Ventiquattr’ore dopo, invece, Federico Pizzarotti sembra quasi il modello che posa in differita davanti a una macchina fotografica. «Prima della cura» e «dopo la cura». Di quei modelli che vogliono mostrare al pubblico quant’è efficace, «la cura». E dev’essere stata efficace assai, la «cura» di essere eletto a sindaco, se è vero che il nuovo primo cittadino di Parma abbandona la strategia delle carezze e – a poche ore dal 60 e passa per cento dei consensi ottenuti al ballottaggio – si rivolge al barbuto capo carismatico come se ne volesse prendere le distanze. Del «portavoce» e del «megafono», adesso, la Stalingrado a cinquestelle – il copyright è di «Beppe» – non ha bisogno. E men che meno il suo sindaco. Che infatti prima mette a verbale in un’intervista al Messaggero che «ho vinto io, non lui». Poi sottolinea che «non voglio i suoi consigli». E infine, come in un crescendo dannunziano, dichiara urbi et orbi che Beppe, nella città conquistata, tornerà giusto «come visita di cortesia». E l’aratro? E la voce del portavoce che non è politico vecchia maniera? E il megafono? No grazie, dice «Federico». Di un comizio di Grillo «non ne sentiamo la necessità perché porta via tempo a quello che per noi è il lavoro».

Ora è impossibile, dopo mezza giornata, tirar fuori conclusioni affrettate. Impossibile scrivere il nome di Pizzarotti sulla parte della lavagna dei “buoni” relegando Grillo sul versante del “cattivo”. Impossibile pure stabilire se un movimento come quello del comico genovese, dopo la vittoria di Parma, ha iniziato il percorso che porta dritto dritto agli scontri fratricidi che scandiscono il tempo dei partiti, soprattutto quelli nati sotto la stella del carisma di un leader solo al comando. Sta di fatto che, dopo l’elezione a sindaco, Pizzarotti si muove come uno a metà tra l’eroico luogotenente che si smarca dal Capo e il Christian de Sica che, in un film sceneggiato dai Vanzina, si sganciava da una donna ingombrante al grido di «Spartaco s’è liberato da’ catena». A metà tra l’eroico e il pecoreccio, insomma.

Parma, la Stalingrado stellata.

Chissà come l’ha presa Grillo, la storia dello smarcamento vero o presunto di Pizzarotti. Di certo c’è che sarà difficile, per il comico genovese, relegare nell’ombra il sindaco di Parma. Addirittura impossibile, forse, negargli la visibilità televisiva imponendogli di stare zitto e buono sotto lo schiaffo di sua maestà il blog. Una cosa è chiara: con le voci fuori dal coro, il comico genovese sembra avere scarsa dimestichezza. Ne sa qualcosa Andrea Defranceschi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, silurato dal capo per aver firmato una mozione di solidarietà all’Unità. E ne sanno qualcosa anche a Ferrara, dove Valentino Tavolazzi e la sua lista civica – che avevano il timbro di «Beppe» sin dal 2009 – sono stati silurati senza troppe scuse. Gogna pubblica, conversazione private che finiscono sul blog gestito dalla real casa di Casaleggio e tanti saluti.

Può darsi che non ce ne sarà bisogno. Può darsi che lo scontro non si riveli tale. O che si ricomponga. Ma il ruolo di Pizzarotti potrebbe renderlo immune dal trattamento fin qui destinato agli eterodossi da Grillo. Le prime mosse di «Beppe» dopo le parole di «Federico» sono un post sul blog dedicato alla città emiliana – titolo “Gnocchi fritti a Parma” – in cui evita persino di citare il neo-sindaco. E un messaggio su Twitter in cui il Capo scrive: «Vi ricordate questo video? Quasi tre anni fa, arrampicato su una statua, gridavo a tutti la nascita del Movimento Cinquestelle». Nel video si vede lui, Grillo, che esordisce così: «Gian Battista Perasso, dentro il Balilla, (nel, ndr) 1746 mandava affanculo gli austriaci. Gli hanno dedicato una via di un metro quadro, piena di motorini». E chissà che triste storia non si ripeta. Prima o poi.

Written by tommasolabate

23 maggio 2012 at 14:42

Dopo il successo di Grillo, ora Di Pietro ha la botte semivuota. E una moglie tutta sobria.

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 12 maggio 2012)

ll trucchetto è riuscito per anni. Perché per anni, a voler descrivere la situazione con una metafora pane e salame di quelle che gli piacciono tanto, Antonio Di Pietro ce l’ha fatta a stare comodamente seduto sopra una botte piena tenendo a debita distanza la moglie ubriaca. Che fosse la guerra al lodo Alfano o la battaglia contro i condannati eletti in Parlamento, come confessò nell’ottobre del 2010 in un’intervista a l’Espresso, Beppe Grillo «dice queste cose da un palco a Cesena», mentre «l’Italia dei valori presenta provvedimenti in Parlamento e rappresenta il braccio operativo dentro le istituzioni di esigenze sentite dalla gente». Una via di mezzo tra il “ti piace vincere facile” della vecchia réclame e il gioco delle tre carte, insomma.

«Beppe» urlava e sbraitava da un palco improvvisato o dal suo blog. «Tonino» passava all’incasso alle elezioni. Beppe fuori dal Palazzo. Tonino dentro. In fin dei conti, sosteneva soddisfatto l’ex pm, «con Grillo siamo complementari». Perché, mentre «il suo movimento fotografa le anomalie della politica italiana e ne denuncia le incongruenze», l’Idv «ha scelto di entrare all’interno delle istituzioni per rinnovare». Un modo come un altro per sostenere che il comico genovese tirava la volata e lui portava a casa la maglia rosa.


Fine della corsa. Fine del giochino. Che cosa succede adesso che il Movimento Cinquestelle si prepara per abbinare ai palchi improvvisati del suo leader carismatico l’ingresso in quelle stesse istituzioni frequentate dagli eletti dell’Italia dei valori? Che cosa può accadere ora che gli elettori, per dare un seguito alle istanze che con approssimazione vengono archiviate alla voce «antipolitica», possono serenamente barrare sulla scheda il simboletto del comico genovese?

Il resto dell’articolo lo trovate cliccando qui

Written by tommasolabate

13 maggio 2012 at 21:25

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