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L’ultima disperata carta di Berlusconi. Il Colle in cambio del via libera alla Grande Coalizione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 febbraio 2012)

Mentre lui, sul Corriere del Ticino, prova a superare ogni record di filomontismo ribadendo che non si candiderà mai più per Palazzo Chigi, il Giornale di famiglia – con un lungo articolo di Paolo Guzzanti – torna a darlo in corsa per il Quirinale. Che cosa ha davvero in mente Silvio Berlusconi?

Lo scenario che disegnano nella sua cerchia ristretta sembra una storia a metà tra il grottesco e la fantascienza. E parte da un’analisi sulla primavera del 2013 che alcuni berlusconiani hanno svolto alla presenza del Cavaliere qualche settimana dopo Natale. Della serie, «non dimentichiamoci che l’anno prossimo il primo atto della legislatura, dopo le elezioni dei presidenti di Camera e Senato, sarà la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Sarà quest’ultimo a nominare il prossimo presidente del Consiglio…». Com’è successo nel 1992, quando fu Oscar Luigi Scalfaro, appena insediatosi al Colle, a conferire l’incarico a Giuliano Amato. E, ricordava l’altro giorno a Montecitorio il deputato del Pdl Peppino Calderisi, «com’è capitato anche nel 2006, quando prima si elesse Giorgio Napolitano, poi quest’ultimo nominò Romano Prodi presidente del Consiglio». Di conseguenza, prosegue il ragionamento che alcuni berluscones hanno condiviso col Capo, «in linea di principio potremmo ragionare sul Quirinale soltanto se avremo i numeri per minacciare la Grande coalizione a cui pensano Casini e una parte del Pd..».

Certo, a oggi è impossibile immaginare anche solo lontanamente Casini che dà il via libera per la corsa di Berlusconi verso il Colle in cambio del sostegno alla Grande coalizione. Sta di fatto che, da quando ha cominciato a sintonizzare le sue antenne sul 2013, il Cavaliere ha mutato la sua strategia, rivoluzionando persino l’approccio dei falchi del Pdl nei confronti di Monti.

Fino alla fine del 2011 Berlusconi è rimasto in silenzio. Adesso, come ha fatto anche ieri nell’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, incensa il governo dei Professori e il suo comandante in capo in maniera fin troppo sospetta. «Oggi lui (Monti, ndr) si trova nella condizione di realizzare quelle riforme che il mio esecutivo aveva avviato (…). Per questo gli daremo il sostegno necessario». E ancora: «Conosco bene la serietà e la competenza di Monti, che io stesso nel 1995 sostenni per l’incarico di commissario europeo al Mercato interno». Per non parlare di tutti i falchi – politici e intellettuali – che incidono nello stesso perimetro del Cavaliere. Il Giornale, che insieme a Libero e il Foglio minacciava il «ricorso alla piazza» per fermare la tecnocrazia, adesso ha cambiato registro. Al punto che il suo direttore Alessandro Sallusti, ospite di Andrea Vianello durante la trasmissione di RaiTre Agorà, la settimana scorsa s’è spinto fino al punto di dire che voterebbe per Monti se quest’ultimo si candidasse alla guida di uno schieramento di centrodestra. Stesso discorso, tanto per fare un altro esempio, vale per Daniela Santanché: “prima della cura” le dichiarazioni di guerra contro i Professori, “dopo la cura” la conversione al montismo ortodosso condito dall’auspicio – affidato un paio di settimane fa al Foglio – di diventare «la sorella di Elsa Fornero».

Bastano le voci sulla speranza di tutelare Mediaset (anche nell’asta per le frequenze tv) per spiegare la scelta berlusconiana di giocare tutte le fiches sulla Grande Coalizione anche dopo il 2013? Bastano i veleni di Bossi sulla sentenza Mills («Pensavo che Berlusconi fosse condannato, invece i suoi voti sono determinanti per il governo Monti») per motivare la presenza del Cavaliere tra gli ultras dei Professori? Oppure c’è dell’altro? E qui si ritorna alla casella di partenza. A quell’ormai disperata rincorsa dell’ex presidente del Consiglio verso il Colle. Una rincorsa che, a prender per buona l’analisi di Paolo Guzzanti sul Giornale di ieri, potrebbe presto ricominciare. Titolo: «Adesso il Cavaliere è più forte: può puntare pure al Quirinale». Catenaccio: «La sentenza Mills rimette in pista Berlusconi».

Tutto, però, dipenderà dalle elezioni dell’anno prossimo. E dall’eventualità che Berlusconi, dopo la tornata elettorale del 2013, abbia ancora la forza di far dipendere da lui la nascita di una Grande Coalizione, magari con Mario Monti o Corrado Passera a Palazzo Chigi. Fino ad allora, però, rimarrà dietro le quinte. Uscendo allo scoperto solo per garantire il suo sostegno ai Professori. E continuando, in privato, a inventare barzellette. Come quella con cui ha allietato di recente alcuni amici, che ha per protagonista Bossi junior. «Il Trota va dall’Umberto per parlargli della stagione dei congressi della Lega. “Papà, papà, tra pochi giorni c’è il congresso a Bergamo. Che cosa dobbiamo fare?”. E Bossi, di rimando: “Andremo a parlare coi bergamaschi”. E il giovane Renzo, insospettito: “E con le bergafemmine no?”».

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La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

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