tommaso labate

Posts Tagged ‘Matteo Orfini

Renzi e l’avverbio finalmente.

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A convenire, non gli conviene. Ecco perché l’eventuale disponibilità di Matteo Renzi a guidare adesso un governo farebbe di lui, finalmente, un leader vero.

Che, com’è noto, è uno che antepone l’interesse collettivo a quello personale

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Written by tommasolabate

23 aprile 2013 at 09:20

Lo spettro del bis di Napoli. Palermo apre l’ultima conta nel Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 marzo 2012)

«Leoluca Orlando vuole candidarsi a sindaco. Là finisce male». Il peggiore degli incubi di Pier Luigi Bersani prende forma alle 8 di sera, prima che a Palermo finiscano di controllare i verbali del voto che ha premiato Fabrizio Ferrandelli.

Per il leader del Pd è il giorno più duro da quando è alla guida del partito. Il giorno in cui la resa dei conti sul futuro della «ditta» – si va col centrosinistra alle elezioni del 2013 oppure si punta sul replay del governo Monti? – entra ufficialmente nel vivo.
Quando guadagna l’ingresso del centro congressi di Piazza Montecitorio per partecipare insieme a Pierferdinando Casini alla presentazione di un libro su Angelo Vassallo, Bersani prova un estremo tentativo di mediazione. «Le primarie vanno fatte», certo. «Ma si devono fare meglio». Segue citazione presa in prestito dal mastodontico bouquet di Mao, «le primarie non sono un pranzo di gala». Fino alla stoccata con cui prova a rispondere a chi – dai veltroniani ai lettiani – aveva chiesto sin dalla mattinata l’archiviazione definitiva dell’alleanza con Italia dei Valori e Sinistra e libertà. «Non so cosa c’entri la foto di Vasto con Palermo», mette a verbale «Pier Luigi».

Tutto inutile. Neanche un’ora dopo, in un’intervista rilasciata al Tg3, il vicesegretario riapre la contesa. «Dopo il Governo Monti nulla sarà più come prima», scandisce Letta. «Il tema di Vasto è messo da parte come tutto ciò che appartiene alla fase precedente al governo Monti. A mio avviso l’errore della Borsellino è stato quello di dire chiaramente che lei stava dentro quello schema politico. Penso si debba essere molto più attenti e molto più larghi».

È l’apertura ufficiale di una crisi che, nella migliore delle ipotesi, porterà il partito a una conta. E, nella peggiore, a una scissione. Veltroni, che gioca di sponda con Letta, per adesso tace. Ma ai suoi collaboratori più stretti l’ex segretario ha affidato parole chiare: «Non possiamo andare avanti in questo stato di incertezza. Ma vi pare normale che il Pd non sia riuscito a sciogliere una volta per tutte il tema del sostegno del governo Lombardo in Sicilia? Serve un chiarimento immediato». La convocazione della Direzione, che Giorgio Tonini chiede di buon mattino. Oppure, è la soluzione indicata da «Walter», quella «di un’assemblea nazionale».

Impossibile, dopo Palermo, nascondere la polvere sotto un tappeto. «Vasto, non Vasto… Al tempo giusto le alleanze nella politica di domani non potranno non farsi sui sì e sui no alle varie politiche di governo oggi», insiste Letta. «Il Pd chiuso a sinistra perde la sua sfida riformista», incalza il veltroniano Walter Verini. «Il problema del Pd è nazionale. Discutiamone», aggiunge Paolo Gentiloni.

I bersaniani provano a reagire colpo su colpo. «È indecente che si cerchi di strumentalizzare i risultati delle primarie di Palermo per vicende nazionali», è la replica piccata del giovane responsabile Cultura Matteo Orfini. Bersani, tolta l’apparizione pubblica alla presentazione del libro su Vassallo, sceglie il silenzio. Ma gli uominidella sua segreteria ne hanno per tutti. Per Sergio D’Antoni e per il segretario siciliano Giuseppe Lupo, che avrebbero minato alle fondamenta «ogni possibilità di accordo con l’ala del Pd che sosteneva Ferrandelli» (e il governatore Lombardo). Per Enrico Letta, che avrebbe dirottato «i suoi voti nel capoluogo al candidato che ha sconfitto la Borsellino». E soprattutto per Leoluca Orlando, che «in queste ore starebbe meditando di candidarsi a sindaco».

Fossero confermati i più oscuri presagi del segretario e della sua cerchia ristretta, il Pd si troverebbe di fronte a uno scenario addirittura peggiore di quello che si materializzò a Napoli l’anno scorso, quando la sfida tra Cozzolino e Ranieri venne annullata per far spazio alla candidatura del prefetto Morcone, scalzato poi da Luigi de Magistris al primo turno. E i segnali che arrivano dall’Isola vanno in questa direzione. Bersani dice che il Pd sosterrà il vincitore delle primarie? Orlando, intervistato dalla trasmissione di RaiTre Agorà, insiste sulle «primarie truccate» e rilancia: «Comunque vada noi sosteniamo e sosterremo Rita Borsellino». È l’inizio dell’ultima grande guerra. Il tutto mentre, a Palermo, la vittoria di Ferrandelli sta per essere ufficializzata. Anche se, ammettono dal comitato del giovane candidato, Borsellino potrebbe impugnare l’arma dei ricorsi. «Magari rivolgendosi direttamente al Tar…».

Esorciccio a Sanremo. La Rai manda all’Ariston un commissario senza poteri.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 febbraio 2012)

È come quando nei film americani arriva l’omino dell’Fbi a sottrarre le indagini allo sceriffo? Oppure una mossa a effetto, tipo l’Esorciccio interpretato da Ingrassia che arriva nel paesello a scacciare il demonio al grido «Aglio olio e peperoncino, esci fuori da questo lettino!»? La scelta della Rai di mandare un commissario a Sanremo sembra più «la seconda che hai detto».

Perché Antonio Marano, il «commissario» che il dg Lorenza Lei ha inviato a Sanremo per tentare di evitare pericolosi bis di Adriano Celentano, di fatto non avrà alcun potere sul Molleggiato. Che, contratto alla mano, potrà continuare a invocare chiusure di testate (Avvenire e Famiglia cristiana), offendere Aldo Grasso ed entrare a gamba tesa sulla Consulta. Perché? Semplice. Al massimo Celentano sarà accusato di aver violato il «codice etico» dell’azienda. E, per questo, potrà anche essere (virgolette d’obbligo) “processato” nei prossimi mesi. Ma nessuno ha accesso ai suoi testi. Soltanto il direttore della Rete, infatti, può intimargli l’altolà. Non a caso, l’ultima volta che il Molleggiato s’era presentato sul palco dell’Ariston coi galloni del superospite, al crepuscolo della legislatura berlusconiana 2001-2006, l’allora direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce aveva scelto di autosospendersi dall’incarico per quattro settimane pur di non assumersi la responsabilità della voce del verbo d’Adriano.

Lorenza Lei

Risultato? Coi «poteri d’intervento» Marano ha i titoli per approdare a bordo Ariston come il Montalbano di Camilleri, persino per presentarsi al grido di «Marano sono». Ma su Celentano e quello che dirà, nisba. È il segno che la Rai del presidente Paolo Garimberti («La Rai si dissocia da Celentano») e del dg Lorenza Lei («Di fronte alla situazione che si è venuta a creare…») ha trovato un parafulmine a cui mettere in conto eventuali remake del Celentano horror picture show di martedì?

Di certo c’è che l’arrivo di Marano nella città dei fiori ha trasformato il dietro le quinte sanremese nella Guerra dei Roses. Il direttore di RaiUno Mauro Mazza spiega che tra i compiti del commissario «c’è il coordinamento dell’offerta radiotelevisiva», che «è un lavoro che svolge quotidianamente», che – insomma – Marano «viene a darci una mano». Ma alla teoria del Marano-ti-dà-una-mano la macchina del Festival si ribella. Il direttore artistico Giammarco Mazzi è furibondo: «Voglio capire in che cosa consiste questo potere d’intervento. Perché per quel che mi riguarda il percorso artistico di questa edizione è già tracciato». E il travaso di bile dell’eterno ragazzo Gianni Morandi arriva a superare persino la sua soglia preferita, quella dei cento all’ora. «Ma ci voleva un comunicato stampa per annunciare l’arrivo di Marano? Quindi, se andremo male con gli ascolti, la colpa è di Marano?».

Gianni Morandi

Anche la politica si divide. Seguendo la direttrice di una strada coincidenza: gli ultras del governo Monti criticano Celentano. Al contrario degli scettici e degli oppositori dei Professori, che invece prendono di mira l’azienda di viale Mazzini. «Dopo Celentano di ieri, stamani ho comprato due copie di Avvenire e Famiglia Cristiana», scrive su Twitter il vicesegretario del Pd Enrico Letta. «Non si puó mai chiedere o auspicare la chiusura di un giornale. Mai», annota Walter Veltroni. E ancora, stavolta nel Pdl, «Celentano predicatore, è vergognoso quanto accaduto» (Maurizio Lupi), «Siamo al tramonto di un vecchio guru» (Roberto Formigoni). E infine, nel Terzo Polo, «Celentano sbaglia» (Rocco Buttiglione). Un po’ più critico, invece, il deputato-spin doctor dell’Udc Roberto Rao: «La Rai ha rinunciato ai diritti web sull’intervento di Celentano dopo averlo pagato a peso d’oro. Complimenti».

Chi è più morbido nel sostegno al governo, al contrario, attacca la Rai. «Il commissario servirebbe di più a viale Mazzini», dichiara il bersaniano Matteo Orfini (che pure non risparmia critiche a Celentano). «L’arte non si censura mai», aggiunge Vincenzo Vita, della sinistra del Pd. «Sono d’accordo con Celentano. Bisogna commissariare i dirigenti della Rai», s’infervora Antonio Di Pietro. Perché, aggiunge Beppe Giulietti, «non sanno manco fare i censori. Non lo sapevano quando l’hanno chiamato che finiva così?».

Sandro Bondi

Nella contesa s’affacciano i frati di Assisi, «fratello Adriano, che il Signore ti dia pace». E pure il berlusconiano Sandro Bondi, che giudica «commovente» il discorso «sulla fede e sulla morte» uscito dalla molleggiata bocca dell’Adriano nazionale. Certo, fosse stato ancora ministro della Cultura, sul pensiero di Bondi ci sarebbe stato da riflettere. Adesso no. Di fronte alla sua commozione si può piangere o ridere. O, alle brutte, mandargli un commissario traversito da Esorciccio. Magari per dirgli, come faceva Ciccio Ingrassia nella nota pellicola: «In nome di Mao ti espello!». Oppure, in maniera più argomentata: «Ascoltami! Con Mao o Maometto, alzati dal letto!».

Dall’articolo 18 al caso Lusi. Venti di guerra tra «i due Pd».

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 febbraio 2012)

Dall’articolo 18 al caso Lusi, passando per l’«operazione 2013» con cui un pezzo di partito – i principali indiziati sono Veltroni e Letta – punterebbe a lanciare la candidatura a premier di Mario Monti alle prossime elezioni. Il Pd sembra sull’orlo di una guerra civile. E Bersani scende in campo.

Finora il segretario del Pd aveva preferito rimanere alla larga dalle polemiche interne. Pur sapendo che – come aveva spiegato ai fedelissimi – «c’è un pezzo del partito che lavora contro la segreteria». Da ieri, però, lo scenario è cambiato. E il leader democratico ha deciso di cambiare registro, tra l’altro in concomitanza con l’apertura del tavolo sulla riforme e la legge elettorali («Nessun inciucio col Pdl, se son rose fioriranno», ha chiarito in serata alla trasmissione Otto e mezzo).

Intervistato da Goffredo de Marchis di Repubblica, Bersani ha diramato l’avviso ai naviganti. E sapendo che c’è un pezzo di partito che lavora per tirare la volata a una nuova premiership di Monti l’ha detto chiaro e tondo: «Non si può andare avanti in campagna elettorale proponendo governissimi. Anzi». E ancora: «Lo stesso percorso di certe leggi che stiamo approvando adesso ci dice che una vera opera di riforme e di ricostruzione devi farla chiedendo un impegno al corpo elettorale».

Lo schema di Bersani è semplice. Mantenere l’impianto bipolare del sistema politico e arrivare al 2013 pronto per la sfida elettorale contro il centrodestra. D’altronde, insiste, «il percorso è il solito. Il patto di coalizione e qualche mese prima dell’appuntamento elettorale, né troppo presto né troppo tardi, le primarie». A cui, è il sottotesto, «Pier Luigi» ha intenzione di partecipare, tra l’altro coi galloni del “predestinato” alla vittoria finale.

Ma questo schema va bene all’ala iper-montiana del Pd? Tutt’altro. Letta e Veltroni, insieme ai rispettivi colonnelli, continuano a insistere sulla fine della «foto di Vasto» e a caldeggiare l’addio definitivo al centrosinistra versione short con Di Pietro e Vendola. E, nell’attesa che il confronto governo-sindacati sulla riforma del welfare entri nel vivo, teorizzano la possibilità di rinunciare all’articolo 18. Al contrario, i fedelissimi di Bersani vogliono chiudere ogni spiraglio all’alleanza col Terzo Polo (l’ha detto chiaramente il responsabile Cultura Matteo Orfini in un’intervista rilasciata al Foglio quasi due settimane fa). E preparano la trincea per difendere ad oltranza le posizioni di Susanna Camusso.

Il divorzio tra «i due Pd» è visibile anche sui giornali legati al partito. Europa, diretta da Stefano Menichini, sostiene l’operato del governo Monti con pochissimi se e qualche piccolo ma. Al contrario l’Unità del direttore Claudio Sardo serve per colazione ai Professori un quotidiano tocco di un fioretto che, all’occorrenza, si trasforma in sciabola. Sabato scorso, lo strappo del presidente del Consiglio sull’articolo 18 è stato salutato con col titolo «I cattivisti», a corredo di una foto della coppia Monti-Fornero. E persino sul maltempo, lunedì, il quotidiano fondato da Gramsci ha bacchettato – in un editoriale che partiva sempre dalla prima pagina – «il governo degli assenti».

Anche a prescindere dall’Unità, le continue perplessità dei bersaniani sul governo sono ormai sul banco imputati. Il giovane deputato Andrea Martella, vicino a Veltroni, la mette così: «Chiunque si mostra timido nel sostegno al governo Monti fa un regalo a Berlusconi. Perché se noi ci dividiamo, lui ne approfitta per mettere il cappello sull’operato dell’esecutivo e per compattare i suoi». È l’ennesimo piccolo segnale di una guerra che è uscita dai “dietro le quinte” per arrivare sulla scena. Come nel caso del “cinguettio” con cui Francesco Boccia ha commentato l’intervista rilasciata domenica dal bersaniano Orfini a Fabrizio d’Esposito del Fatto quotidiano (titolo: «Governo liberista, avrà le piazze contro»). Il deputato-economista vicino a Enrico Letta, dribblando ogni eufemismo, l’ha scritto su Twitter: «Il compagno Orfini sul Fatto propone due nuove ossessioni: “Monti Liberista” e le “Piazze contro”. Che altro manca per tornare al Pci?».

Ma il detonatore in grado di anticipare la resa dei conti interna è il caso Lusi. Un dossier che, potenzialmente, può scatenare una contesa dagli effetti collaterali incalcolabili. Un pezzo degli ex ppi, come dimostrano le frasi consegnate ieri dal senatore Lucio D’Ubaldo al Riformista («L’espulsione di Lusi dal partito? Fuori da ogni logica e violando lo statuto»), non ha gradito il cartellino rosso sventolato sotto gli occhi dell’ex tesoriere della Margherita. E quest’ultimo, in una piccola conversazione con l’Agi, ha cominciato a parlare a nuora perché alcune suocere non ancora identificate intendano: «Ne esco a pezzi ma ho fatto un patto coi pm. La verità verrà fuori». Quale verità? E soprattutto, quali suocere?

Il Pd teme schizzi di fango dall’inchiesta Enav. Berlinguer riunisce la commissione di garanzia: «Attenti a quello che può arrivare dal caso Finmeccanica»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 novembre 2011)

Luigi Berlinguer

Difficile dire se si tratta semplicemente di eccesso di zelo. Oppure se, al contrario, «quelle strane voci», come le chiamano alcuni dirigenti del partito, hanno un qualche fondamento. Sta di fatto che da qualche giorno, dentro il perimetro del Pd, più d’uno ha iniziato a temere «possibili schizzi di fango» dal caso Enav-Finmeccanica.

Voci incontrollate? Ricostruzioni campate in aria? Tutt’altro. Infatti, la discussione sull’eventualità che qualche dirigente del Pd sia chiamato (a ragione o a torto) in causa sul dossier è stata oggetto di una riunione ufficiale della commissione nazionale di garanzia del partito.

È successo lunedì pomeriggio, due giorni fa. Quando, nel bel mezzo di un incontro apparentemente di routine, il presidente dell’organismo Luigi Berlinguer ha gelato i presenti col ragionamento che segue: «Visto che tira un’aria da campagna elettorale, stiamo attenti a quello che potrebbe succedere da qui a breve. E soprattutto, evitiamo di farci scavalcare dagli eventi com’è capitato mesi fa con il caso Penati».

Pier Francesco Guarguaglini

Di fronte allo stupore degli altri membri della commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione ha chiarito di riferirsi all’inchiesta che riguarda Enav e Finmeccanica. Quella condotta dalla procura di Roma, i cui verbali hanno riempito nelle ultime settimane le pagine dei quotidiani, arrivando a colpire (mediaticamente, per adesso) soprattutto Pdl e Udc.

Difficile fare congetture sull’uscita di Berlinguer, che nella sua carriera è stato anche componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Ma due altre stranezze, sulla riunione della commissione di garanzia che ha avuto luogo al Pd quarantott’ore fa, vanno registrate. La prima è tutta nella confidenza che fa al Riformista uno dei componenti del gruppo: «A differenza di quanto accade prima delle nostre riunioni, a quella di lunedì ci avevano pregato di venire tutti. Un po’ strano, soprattutto se si pensa che all’ordine del giorno c’erano il Pd di Tivoli e i mal di pancia contro Debora Serracchiani in Friuli». La seconda è che, effettivamente, alla riunione presieduta da Berlinguer si presentano tutti. «Anche chi», aggiunge la fonte, «di solito marca visita».

Pensava alle «strane voci» sul caso Enav-Finmeccanica chi, dentro il partito, si è premurato di avere la commissione di garanzia riunita al gran completo? E soprattutto, si domanda un alto dirigente del Pd, «davvero rischiamo che la macchina del fango abbia gli strumenti per chiamare in causa qualcuno di noi sull’inchiesta di Roma?». Domande che, per adesso, non hanno alcuna risposta.

Nel frattempo, all’interno del Pd, la tensione rimane alta. A Pier Luigi Bersani, ad esempio, non sono piaciute affatto alcune «fughe in avanti» nel dibattito che s’è aperto all’indomani della nascita del governo Monti. Da alcune dichiarazioni di Stefano Fassina alla richiesta di dimissioni dello stesso responsabile economico del partito, messa nero su bianco la settimana scorsa dall’area dei liberal di cui fa parte anche Pietro Ichino. Per questo il segretario ha chiesto una specie di moratoria. E l’ha fatto nella relazione alla riunione della segreteria del partito, andata in scena ieri al Nazareno. «Siamo in un momento molto delicato», è stata la premessa del leader. «Di conseguenza, pregherei ciascuno di voi, compresi gli alti dirigenti, di lasciare che sia solo io nelle prossime settimane a fissare pubblicamente la linea del partito». Un modo come un altro per dire, a suocere e nuore, che «il timone lo tengo io». Almeno fino a che non sarà passata la buriana.

L’aria di tempesta, infatti, si respira ancora. Il responsabile cultura Matteo Orfini, bersaniano doc, l’ha ribadito ieri, arrivando anche a ventilare l’ipotesi di un congresso anticipato: «Sono state settimane in cui la conflittualità interna, anche su temi decisivi, è stata molto alta. Se dobbiamo andare avanti così – è stata la subordinata di Orfini – meglio fare chiarezza una volta per tutte. Se serve, anche convocando un congresso». Ipotesi che, al momento, viene scartata dalle minoranze. «Le scelte quotidiane nel sostegno alle misure del governo Monti», ha scritto Beppe Fioroni in una nota, «segneranno la differenza tra chi si impegna per l’interesse del Paese e chi invece si interessa ai fatti suoi».

Pd inquieto, bersaniani in allarme: «Dentro il partito, c’è chi punta a Monti candidato premier alle elezioni»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 novembre 2011)

«L’Italia ce la farà». Applausi. «Berlusconi deve andare a casa. O ci va da solo o ce lo manderemo noi, in Parlamento o alle elezioni». Applausi. «Il Pd è il primo partito del Paese e non sarà mai una ruota di scorta». Pier Luigi Bersani parla di fronte a una San Giovanni gremita. Piazza piena, sondaggi pure. Ma, dietro il palco, c’è un partito inquieto.

Ore 17.32. Alla fine della manifestazione sul palco salgono tutti. O quasi. Da Enrico Letta a Dario Franceschini, da Rosy Bindi a Beppe Fioroni. C’è pure Massimo D’Alema. Che un’oretta prima, interpellato dai cronisti su Matteo Renzi, se l’era cavata con una stroncatura a effetto: «Un fenomeno mediatico costruito dalla stampa».

Il sindaco di Firenze, che era entrato nel backstage di piazza San Giovanni nel primo pomeriggio, accompagnato dalle urla di una decina di contestatori, aveva già guadagnato la stazione Termini per una commemorazione di Giorgio La Pira. Non ha seguito il discorso di Bersani, «altrimenti faccio tardi a un appuntamento molto importante per tutti i fiorentini», e col segretario non s’è manco incrociato. Con Franceschini sì, si sono visti. E giusto perché il capogruppo, che ha atteso i cronisti terminassero l’assedio a Mister Big Bang, gli è andato incontro armato di battuta fulminante: «Oh, io sono venuto qua per avere un autografo di Renzi. Non è che torno a casa a mani vuote?».

Ma, nonostante dalla guerra a distanza tra Pier Luigi e Matteo sia passata solo una settimana, a creare tensione all’interno del partito non è il sindaco di Firenze. Bensì il modo in cui gestire l’uscita di scena di Berlusconi. Ufficialmente il segretario continua a tenere la barra dritta nella direzione del governo d’emergenza. Ma alcuni passaggi del suo intervento dal palco tradiscono la ferma volontà di arrivare quanto prima all’appuntamento con le urne. Anche in pieno inverno. «Siamo favorevoli a un governo di emergenza o di transizione», scandisce il leader. Ma «a condizione che sia composto da persone autorevoli, che non sia un ribaltone, e che non viva sul cabotaggio di un voto che arriva o no». Dietro di lui, però, il gotha democratico la pensa in maniera diversa. Da Massimo D’Alema, che nell’intervista rilasciata l’altro giorno al Messaggero ha fatto l’elogio del governo Monti evitando di adombrare date di scadenza. A Walter Veltroni, che continua a puntare sul 2013 e insiste sul medesimo obiettivo del suo “grande nemico”. Passando anche per Enrico Letta, che in privato continua a teorizzare che l’Europa e i mercati non prenderebbero affatto bene le elezioni anticipate.

Ugo Sposetti, deputato pd e tesoriere ds, scuote la testa: «Non vorrei che fossimo noi, il vero Partito delle libertà. Perché qui mi sa che ognuno fa come gli pare…». Franco Marini, altro veterano della politica, riduce a due le ipotesi: «Con tutto l’affetto per il mio corregionale Gianni Letta, che conosco da una vita, qui siamo a un bivio. O ci si rende conto che il problema vero è l’economia, e si fa in modo di arrivare a un governo guidato da una personalità autorevole anche in Europa, come Mario Monti. Oppure, se Berlusconi decide per il voto anticipato, prepariamoci per un esecutivo che gestisca la breve transizione. In questo caso potrebbe toccare al presidente del Senato, Renato Schifani».

Ma il “tema Monti” non è soltanto un esercizio che riguarda i prossimi giorni. No. Tra i fedelissimi di Bersani, infatti, c’è chi comincia a intravedere lo spettro dell’ex commissario europeo come candidato premier di una grande alleanza che vada da Vendola a Casini. Il ragionamento, che negli ultimi giorni è stato svolto alla presenza del segretario, suona più o meno così: se D’Alema, Veltroni, Letta e compagnia insistono sull’alleanza col Terzo Polo, non possiamo escludere che qualcuno di loro («O tutti insieme», maligna un giovane bersaniano) si alzi e proponga la candidatura di Monti alla guida della «Santa Alleanza». Magari con la scusa dell’emergenza, sicuramente con l’idea di togliere dal bouquet di ipotesi la sfida fratricida delle primarie (Bersani-Renzi-Vendola). Monti candidato premier di un fronte che va dall’Udc a Sel, insomma, sarebbe la quadratura del cerchio di chi – da tempo – va alla ricerca di una via di mezzo tra «nuovo Prodi» e «papa straniero».

I collaboratori di Bersani negano che il tema sia mai stato oggetto di discussioni interne. Ma, all’interno della cerchia di bersaniani doc, lo spettro è stato avvistato. «Qualcuno potrebbe provarci», sussurra il responsabile Giustizia Andrea Orlando. Mentre Matteo Orfini lo dice molto più chiaramente: «Monti sarebbe una soluzione dignitosa per un governo d’emergenza. Ma come candidato premier sarebbe improponibile». E si torna davanti al palco di piazza San Giovanni, ad ascoltare la fine dell’intervento di Bersani. E quell’appaluso scrosciante che dà il la all’ultimo all’ultimo week-end tranquillo della politica italiana. Berlusconi è chiuso nel suo bunker. E il segretario del Pd ripete: «Adesso tocca a noi».

Written by tommasolabate

6 novembre 2011 at 16:25

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