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«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

Quel «Forza Riformista» che seppellisce Gasparri e quella zona grigia che sta tra la categoria del «nero» da quella del «rosicone»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 marzo 2012)

«Forza Riformista». E la Rete si tinge d’arancione. Perché è «una voce libera per la democrazia», scrive su Twitter il presidente della Camera Gianfranco Fini. Perché «se chiude il Riformista non me ne farò una ragione», aggiunge Pier Luigi Bersani. E poi, in ordine sparso, intervengono Franco Frattini e Walter Veltroni, Dario Franceschini ed Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Fabio Granata, Roberto Rao, Carmelo Briguglio. E altri ancora. Prima decine, poi centinaia. E forse di più. Tutto il Pd, tutto il Terzo Polo, un pezzo del Pdl, la Cgil, la Fnsi. Insieme contro il visto si chiuda indirizzatoci giovedì da Maurizio Gasparri. Col silenzio complice del segretario del suo partito, Angelino Alfano.

Avesse cantato Una carezza in un pugno, o potuto contare su una platea di dieci milioni di telespettatori, lo avremmo paragonato ad Adriano Celentano. Invece con Maurizio Gasparri bisogna sempre sempre scavare tra le tante tonalità di grigio che separano la categoria del «nero» da quella del «rosicone».

Come l’Adriano che nella prima serata di Sanremo aveva caldeggiato la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, salvo poi sostenere nell’ultima che «dire andrebbero chiusi non significa esercitare una forma di censura», anche Gasparri si cimenta nell’esercizio semantico tipico di chi lancia la pietra e poi fa ciao ciao con la manina. Giovedì sera, intervenendo ai lavori della scuola di formazione del Pdl, il capogruppo del partito «dell’amore» (sic!) e «della libertà» (idem) ha messo a verbale che «quando chiude un giornale ci si dovrebbe rammaricare». Al contrario, ha aggiunto, «quando chiuderà il Riformista ce ne faremo una ragione».

Ieri – dopo essere stato attaccato da Pd, Terzo Polo e persino da esponenti del suo partito, senza dimenticare la Fnsi e la Cgil – Gasparri è passato alla fase due. «Non mi sono augurato la chiusura di un giornale», ha detto. Poi ha aggiunto: «Ho criticato la vergognosa campagna contro Alfano e il Pdl condotta da un quotidiano notoriamente in crisi per mancanza di lettori». E quindi ha tirato le somme: «La polemica, nata dalle errate interpretazioni alle mie parole, ha creato pubblicità a un giornale che così potrà aumentare il numero delle copie vendute, temo comunque poche».

Fatto salvo il suo diritto di critica, si scopre che nel Favoloso mondo di Gasparrì, che è in fondo lo stesso in cui bazzica da quando portava la camicia nera, se osi criticare è meglio che la tua bocca finisca per chiudersi. O ancora, se scrivi che nel Pdl di Alfano si celebrano congressi truccati con iscritti reclutati financo al cimitero e pacchetti di tessere false, e lo fai da una «notoria» posizione di crisi da «mancanza di lettori», allora ti meriti l’adesivo «vergognoso». Ci sfugge il nesso, ma tant’è.

Certo è che dal virus della vergogna, evidentemente, è immune Angelino Alfano. Lesto nel disertare il supervertice con Monti accampando scuse che lontanamente avevano a che fare col rapporto tra politica e informazione (il suo «Non parlo di nomine Rai» riferito al premier avrebbe nobilitato anche la campagna del tandem Scilipoti-Sara Tommasi contro il signoraggio bancario), di fronte all’attacco del presidente dei senatori del suo partito al Riformista ha preferito tacere. Un silenzio complice. Nenti sacciu. Nenti vitti. Anzi, se c’è qualcosa che «Angelino» ha saputo o visto dell’intervento di «Maurizio» a Orvieto, quella – citiamo dal suo Twitter – è la conferma che «il Pdl deve aprirsi alla tecnologia e diventare il partito della rete». Per cui, ha cinguettato il segretario, «bene Gasparri».

Non la pensano come loro i tanti che, di fronte al «ce ne faremo una ragione» che Gasparri ha legato alla possibile chiusura del Riformista, hanno avuto qualcosa da ridire. A cominciare dalla terza carica dello stato, Gianfranco Fini. «Forza Riformista. Una voce libera per la democrazia», ha scritto su Twitter il presidente della Camera, aggiungendo il suo messaggio a quello delle centinaia di persone che hanno dato vita sul web a una campagna perché questo giornale si salvi. «Quando si chiude un giornale è sempre un problema per la democrazia», mette nero su bianco Franco Frattini. «Se poi si chiama Riformista», aggiunge l’ex ministro degli Esteri, «è un problema ancor maggiore, perché si occupa anche di problemi di politica italiana e internazionale». E ancora, sempre Frattini: «Mi auguro che si possa ancora evitare la chiusura. Quando una testata scompare è sempre un problema. E direi la stessa per Liberazione o manifesto». «Spero che Gasparri si renda conto della gravità delle sue parole», dice Giorgio Stracquadanio. «Per il Riformista vale la massima di Voltaire: non condivido le tue idee ma difendo il tuo diritto a esprimerle», spiega Isabella Bertolini. «Forza Riformista», scrivono le deputate pidielline Nunzia De Girolamo e Barbara Saltamartini. Si fa sentire anche un leghista, l’ex sottosegretario all’Interno dell’ultimo governo Berlusconi, Michelino Davico: «A tutti i redattori e ai collaboratori. Forza Riformista».


Col Riformista si schiera, compatto come non lo era da tempo, tutto il Partito democratico. Che risponde in massa alla provocazione di Gasparri. Pier Luigi Bersani si fa fotografare iPad alla mano mentre twitta che «a differenza di Gasparri, se chiude il Riformista non me ne farò una ragione. Forza, tutti assieme». E tutti assieme è stato. Da Walter Veltroni («Con il Riformista contro chi, come Gasparri, auspica la chiusura dei giornali che non gli piacciono») a Enrico Letta («Gasparri contro il Riformista? Forza Riformista), da Dario Franceschini («Aspettiamo l’intera “lista Gasparri” dei giornali da chiudere. Ed è stata ministro delle comunicazioni…») ad Anna Finocchiaro («Forza Riformista per il diritto all’informazione di tutti. Anche di Gasparri»). E poi, Matteo Orfini e Francesco Verducci, Marina Sereni, Francesco Boccia, Pina Picierno, Antonello Giacomelli, Katia Pinotti, Vincenzo Vita e Michele Meta.

Anche il Terzo Polo stronca l’intervento del capogruppo del Pdl al Senato. «Gasparri è molto più oscurantista che riformista», sostiene Roberto Rao. «Se chiude il Riformista sarà una perdita per la democrazia», aggiunge il finiano Carmelo Briguglio. Arrivano anche Fabio Granata («Da Gasparri parole gravi»), l’associazione Articolo 21, l’indipendente italvalorista Pancho Pardi e il segretario della Fnsi Franco Siddi («Sulla chiusura dei giornali, Gasparri ha rigurcito fascista»). E anche la Cgil. «La chiusura del Riformista sarebbe inaccettabile e assolutamente da scongiurare», afferma a nome del sindacato di Corso d’Italia il segretario confederale Fulvio Fammoni. Secondo cui il nostro quotidiano è «una voce preziosa per la democrazia di questo Paese, soprattutto per l’attenzione posta sul mondo del lavoro, visti i trascorsi del suo direttore Macaluso».

Bersani mentre twitta #ForzaRiformista

Ma a Gasparri, che comunque afferma di leggere il Riformista tutti i giorni, tutto questo interessa poco. Forse nulla. Se si chiude, se ne farà una ragione. «Vola come una farfalla, pungi come un’ape», diceva Muhammad Ali. «Maurizio», se lo punge l’ape, grida aiuto e invoca soccorsi dall’alto. Come quando nell’ottobre del 2010, dopo che il Riformista aveva raccontato di una violenta lite (con tanto di bestemmia volante) tra Fabrizio Cicchitto e Ignazio La Russa – e sì che all’Hotel de Russie c’era anche Gasparri, che parteggiava per per il primo – il Nostro ci aveva archiviati alla voce «giornale disinformato e mentitore». Avvertendoci che, testualmente, «siamo stanchi di replicare a dei bugiardi professionali». Infine, evidentemente evocando un intervento dell’onorevole pidiellino Antonio Angelucci (al Riformista, all’epoca, c’era un’altra proprietà), aveva concluso: «Credo che l’editore, il direttore e il giornalista di quel giornale debbano vergognarsi e chiedere scusa». Non disturbare il manovratore ché sennò ti fai male. Non levarmi il pallone altrimenti te lo buco. Sempre là, in quella zona grigia che parte dalla categoria del «nero» e arriva a quella del «rosicone».

Di conseguenza sì, l’abbiamo capito e abbiamo provato a spiegarlo perché Gasparri si farà una ragione se il Riformista chiude. Peccato per il senatore, e per chi dentro il Pdl “copre” le sue minacce, che questo giornale continuerà a pungere come un’ape. E, se possibile, a volare come una farfalla. Sugli spalti ci sono quelli che sulla Rete gridano «Forza Riformista». E anche chi, come la cantante Nina Zilli, conclude la nostra giornata dedicandoci su Twitter il ritornello scritto della sua ultima hit sanremese. Testuale: «Per sempreeeeeeeeeeee politically correct».

Passera vuole l’accordone, la Confindustria pure. Sul welfare Bersani ora spera nell’happy end.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di del 24 febbraio 2012)

Quando Pier Luigi Bersani varca il portone di Palazzo Chigi per il faccia a faccia con Mario Monti (terminato poco prima della chiusura del Riformista), sul dossier «lavoro» tra i suoi fedelissimi trapela un ottimismo forse imprudente ma tutt’altro che cauto. È come se, all’improvviso, il leader Pd si sia convinto che il presidente del Consiglio non arriverà alla rottura.

Nel braccio di ferro con l’esecutivo, il segretario del Pd non molla di un millimetro. Certo, Bersani si muove con la consapevolezza di chi non può permettersi di aprire la crisi con Monti. Ma il messaggio che invia al premier di buon mattino, rivolto anche al fronte grancoalizionista del Pd (da Walter Veltroni a Enrico Letta, passando per la new entry Dario Franceschini), è chiaro. «Trovo del tutto assurdo, immotivato e infondato il tema Monti sì-Monti no», scandisce il leader dei Democratici. «Monti sì. L’abbiamo detto e voluto», aggiunge. Ma, conclude, sul «patto di lealtà» che lega il Pd a Super Mario, almeno dal punto di vista di Bersani, c’è anche la data di scadenza: 2013. «Abbiamo intenzione di aiutare questo governo, rispetto al quale c’è un patto di lealtà che non verrà meno» e «che deve durare fino alla fine della legislatura». Sottotesto, “non un minuto di più”.

Il segretario del Pd nega le divisioni interne. «Non ci sono spaccature nel Pd». E lo stesso fa Rosy Bindi, altra nemica della Grande Coalizione, che camminando nel Transatlantico di Montecitorio scandisce: «Noi non ci di-vi-de-re-mo». Entrambi, però, sanno che il grande elemento di divisione riguarda il 2013. Ma tutti e due sono, nelle ultime ore, molto più tranquilli sul grande fronte che riguarda la riforma del Welfare e soprattutto l’articolo 18. Domanda: perché sperare in una riforma sottoscritta da tutti i sindacati (Cgil compresa) quando le premesse – soprattutto dopo gli ultimi interventi di Monti e della Fornero – vanno nella direzione opposta?

Tra i fedelissimi del segretario circola voce di uno o più contatti telefonici in cui il presidente del Consiglio, nel preparare il faccia a faccia di ieri sera, avrebbe rassicurato Bersani sull’happy end di tutta la trattativa. In fondo, si tratta della stessa tesi del pidiellino Guido Crosetto, convinto che «alla fine si tratterà di una riforma light, in cui magari si deciderà che il numero minimo di dipendenti delle aziende per cui verrà applicato l’articolo 18 passa da 15 a 18, al massimo 20».

Ma c’è dell’altro. A quartier generale del Pd hanno fiutato che, proprio sulla riforma del lavoro, c’è una spaccatura dentro l’esecutivo. Una spaccatura tra chi, come Elsa Fornero, è disposta ad andare avanti anche senza il consenso di tutte le parti. E chi, come Corrado Passera, insiste sull’importanza di trovare – come ha detto il titolare dello Sviluppo economico in una riunione – «l’accordo con tutti i sindacati, a cominciare dalla Cgil».

Strana la partita di Passera. È considerato il più vicino al centrodestra di tutti i ministri; eppure, come ha confidato a qualche amico il leader della Cgil Susanna Camusso, «è l’unico membro del governo con cui si può parlare serenamente». E non è tutto. A molti è sfuggito che, alla fine della delicata vertenza della Fincantieri di Genova, risolta grazie all’utilizzo degli ammortizzatori sociali, l’ex capo operativo di Intesa-Sanpaolo ha incassato (insieme a Giorgio Napolitano, naturalmente) nientemeno che l’applauso della Fiom.

Non c’è soltanto Passera a tranquillizzare i sonni del Pd su welfare e articolo 18. Anche Giorgio Squinzi, il favorito nella corsa (l’altro competitor è Alberto Bombassei) alla presidenza della Confindustria, è molto cauto sul dossier. Al punto che ieri ha messo a verbale che sì, «l’articolo 18 è un’anomalia tutta italiana». Ma, ha concluso, «non è l’unico problema né quello più importante».

Basteranno i dubbi di Passera e la posizione di Squinzi a blindare una riforma che non provochi una frattura tra governo e parti sociali? Chissà. Di certo c’è che Monti metterà mano all’articolo 18 perché, come ha spiegato agli altri ministri, «ce lo chiede l’Europa». In fondo, per il momento, anche Bersani si fida: «Il presidente del Consiglio ha davvero l’intenzione di trovare una soluzione condivisa da tutti».

La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

Dal pesto genovese alla cassata siciliana. Ecco il nuovo psicodramma Pd

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 febbraio 2012)

Marta Vincenzi commette l’errore filologico di paragonarsi a Ipazia, matematica egiziana uccisa dai cristiani nel quinto secolo dopo Cristo. Perché, nel suo sfogo post primarie, il sindaco di Genova sembrava più l’Ezechiele 25,17 di Quentin Tarantino. Un misto di «giustizia, grandissima vendetta e furiosissimo sdegno», insomma.

Marta Vincenzi

Passando dalla celluloide al pugilato è come se George Foreman, dopo la sconfitta a sorpresa di Kinshasa contro Mohammed Alì, si fosse svegliato la mattina dopo scazzottando a destra e a manca gli organizzatori del match. Così il primo cittadino di Genova, Marta Vincenzi, dopo le primarie che hanno premiato il candidato di Sel Marco Doria, si presenta di fronte alla tastiera del computer, apre Twitter, indossa i guantoni e attacca il suo partito. Testualmente: «Il rischio di una città che muore e non vuole riconoscerlo è lì. Nel voto a Doria come voto anticasta. Nel tutti uguali. Nel non riconoscere l’onesta fatica del riformismo vero. Nell’agitarsi dei gruppi di potere dentro e a fianco del Pd». E ancora: «Dovevo dargli una mazzata subito invece che aspettare che si rassegnassero».

Marco Doria

Lo sfogo prosegue. E «ho cercato di nobilitare la guerra che mi hanno fatto dipingendo le primarie come utili». E «speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007». E «comunque a Ipazia è andata peggio», visto che – sottotesto – lei era morta. «Oggi le donne riescono a non farsi uccidere quando perdono», scrive Vincenzi. Che, tra una riflessione sulle donne in politica che tradisce un po’ di sfiducia nei confronti della corsa palermitana di Rita Borsellino («Da maggio non ci sarà più un sindaco donna in nessuna grande città italiana») e un attacco ai partiti locali («Ma con qualche assessorato si risolverà tutto, vedrai»), ricorda implicitamente che gli assassini di Ipazia erano cristiani. E quindi chiama in causa don Gallo, prete no global e sponsor di Doria: «A proposito, chissà dove sarebbe stato don Gallo al tempo di Ipazia». Il tutto mentre Roberta Pinotti, l’altra candidata del Pd, sostenuta dall’area vicina a Dario Franceschini e da un pezzo di mondo cattolico, preferisce il basso profilo: «Leccate le ferite, si guarda avanti con serenità. Il lavoro e le idee delle primarie a disposizione per vincere».

A più di cinquecento chilometri dalla tastiera del computer di Vincenzi, Bersani offre una spiegazione criptica delle puntate precedenti. «Se si va con più candidati del Pd alle primarie, se ne accetta l’esito». Traduzione: il Pd ha perso a causa della presenza di due pedine sulla stessa scacchiera. Un concetto che il segretario esplicita meglio nel pomeriggio, quando dice che «sarebbe un bene se selezionassimo prima il candidato da schierare alle primarie».

Pier Luigi Bersani

Che cosa vuol dire? Semplice. Vuol dire che Bersani ha provato fino all’ultimo a convincere Vincenzi a ritirarsi dalla competizione. «Cerchiamo un terzo nome», era stato il suo appello rivolto sia al sindaco che a Pinotti. Niente da fare. Le resistenze del primo cittadino, infatti, hanno creato tra «Marta» e «Pier Luigi» una frattura talmente profonda che alle 7 di ieri pomeriggio i due non si erano neanche sentiti per telefono.

Il caso Genova presenta al Pd un conto ancora più salato delle altre primarie andate a male. Il segretario provinciale Victor Rasetto e quello regionale Lorenzo Basso rimettono il proprio mandato. Col secondo che, insieme all’area di cui fa parte (quella di Enrico Letta), sottoscrive in via riservata la lettura secondo cui «a Genova è andata in scena una contesa tra ex Ds». Lo stesso tema sollevato sul Futurista dal sindaco di Bari Michele Emiliano, che in vista delle elezioni del 2013 auspica «una lista civica nazionale dei migliori, aperta anche al Terzo Polo», in cui si può valutare persino la candidatura a premier «di Corrado Passera».

Michele Emiliano

E i cahiers de doléances non si esauriscono qui. Il Pd viene attaccato da tutte le parti. Ed è tutto fuoco amico. «Se il candidato del Pd perde alle primarie non vanno cambiate le regole, va cambiato il candidato», annota Matteo Renzi. «Si perde se si sottovaluta il giudizio dei genovesi sul governo della città», aggiunge Enrico Letta. Il tutto mentre sulle prossime primarie, quelle di Palermo, pende come una spada di Damocle la mozione di sfiducia presentata da un pezzo di partito contro il segretario regionale Giuseppe Lupo.

Rita Borsellino

Bersani intanto prende carta e penna per rispondere al post scriptum dell’editoriale domenicale in cui Eugenio Scalfari, su Repubblica, l’aveva chiamato in correità per un documento che il tridente Orlando-Orfini-Fassina starebbe preparando con l’obiettivo di rifondare il Pd partendo dal Pse. «Non c’è nessun documento», mette a verbale il segretario. Che pure, su neoliberismo e capitalismo, ricorda come questa discussione, prima del Pd, sia stata affrontata «anche dal Times e da Benedetto XVI». E Genova, intanto, rimane un’idea come un’altra. Ma la sconfitta, stavolta, è più dolorosa.

«Tavolone» in Parlamento, modifiche e fiducia sul maximendamento. Il Pd trova l’accordo con Pdl e Terzo Polo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 dicembre 2011)

La svolta arriva dopo un colloquio riservato tra Dario Franceschini e Fabrizio Cicchitto. Quando il capogruppo pd dice: «Dobbiamo accettare il coordinamento con Pdl e Udc».

Montecitorio, interno giorno. Dentro il Pd si moltiplicano i mugugni per il testo definitivo della manovra presentata domenica sera da Mario Monti e da alcuni dei suoi ministri. Il deputato torinese Stefano Esposito, esponente della sinistra interna e fedelissimo del segretario, annuncia sulla sua pagina Facebook che «a caldo, così com’è la manovra non la voto». Il franceschiniano Antonello Giacomelli, uomo-macchina della corrente di Area democratica, è un po’ più cauto. Ma ugualmente perplesso: «Era difficile chiedere a Monti di fare in pochi giorni qualcosa di più approfondito. Però è netta la sensazione di una timidezza su alcune misure che si trasforma in forte determinazione su altre». Traduzione: il governo è stato timido con chi “ha di più” e determinato sulle pensioni.

Idea che Bersani sottoscrive in pieno. Nel tragitto che lo separa da un corridoio laterale all’aula di Montecitorio, quando mancano pochi minuti all’intervento del presidente del Consiglio, il leader del Pd fa a tempo a dire tre cose. Senza girarci troppo intorno. «Questo decreto si poteva fare molto meglio». E uno. «Sono necessarie delle modifiche». E due. «In linea di principio, noi siamo contrari al ricorso alla fiducia. Però vediamo che succede…». E tre.

Ma per comprendere il senso della svolta che potrebbe maturare a stretto giro, bisogna andare oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano. E, di conseguenza, alla riunione di Montecitorio tra i vertici del partito e i componenti degli uffici di presidenza dei gruppi di Camera e Senato. Franceschini, che ha parlato col capogruppo dei Pdl, Cicchitto, apre alla proposta di Casini di dar vita a un coordinamento parlamentare a tre (Pd-Pdl-Terzo Polo). La sua proposta, sponsorizzata anche dalla pattuglia di Walter Veltroni e da quella di Enrico Letta, è semplice: «Questo decreto va prima modificato e poi messo in sicurezza. Non possiamo arrivare in Aula senza una regia politica, col rischio che gli emendamenti di Lega e Italia dei valori comportino qualche stravolgimento. Dobbiamo trovare un accordo con Pdl e Terzo Polo, fare un maxi-emendamento e poi approvarlo con la fiducia».

Ovviamente si tratta di un percorso a ostacoli. Primo, perché Bersani, che teme di rimanere scoperto a sinistra a causa delle mosse della Cgil, vuol far di tutto per evitare «la foto di gruppo» con Berlusconi e Casini. Secondo, perché anche Berlusconi avrebbe difficoltà ad accettare un «coordinamento politico». La soluzione, individuata nel corso dei colloqui con Casini, su cui gli ambasciatori di Pd (Franceschini) e Pdl (Cicchitto) si sono trovati d’accordo, è dar vita a un «tavolone tecnico». Una specie di raccordo parlamentare tra le tre forze principali che sostengono il governo Monti.

Sembra un paradosso. Ma l’aspetto più semplice di tutta la partita riguarda le modifiche al decreto varato domenica dal consiglio dei ministri. Visto che i tempi sono strettissimi, ciascuna delle parti ha proposto all’altra le sue modifiche. Stando a quanto risulta al Riformista, una bozza d’intesa c’è già. Il Pd vuole un intervento sulla previdenza e chiederà il blocco dell’indicizzazione a partire dalle pensioni superiori ai 1400 euro (e non solo fino a quelle di 960 euro, come previsto dal decreto Salva-Italia). Il Pdl, invece, chiede che venga stravolta la parte relativa al ripristino dell’Ici. Alfano l’aveva già detto durante il colloquio di sabato con Monti: «Per l’Ici sulla prima casa, duecento euro di detrazione sono pochissimi. Dobbiamo e possiamo fare di più». Rimane l’Udc, che pretende «più misure a favore delle famiglie». Come finanziare questi interventi? Il primo accordo che potrebbe venir fuori dal «tavolone a tre» sarà chiamato a rispondere proprio a questa domanda. E la soluzione più condivisa, al momento, è quella che va nella direzione di un ulteriore aumento della tassazione sui capitali scudati. Magari elevando al 5 per cento l’una tantum sui soldi rientrati con lo scudo fiscale (adesso è all’1,5 per cento). Ci sono altre strade, ovviamente. Come quella suggerita dal deputato-economista del Pd Francesco Boccia «di tassare i prelievi in contanti oltre i mille euro». D’altronde, «chi non ha nulla da nascondere può evitare di pagare cash, giusto?».

La partita, ovviamente, è solo al fischio d’inizio. «Se la Cgil sale sulle barricate, per noi diventerà difficile “reggere”», dice uno dei componenti della segreteria del partito. Che, ovviamente, non condivide l’entusiasmo della minoranza interna. Né la gioia di chi, come l’esponente di Modem Paolo Gentiloni, stenderebbe un tappeto rosso sotto la camminata di Mario Monti. «Il premier è un fuoriclasse della politica. Domenica ha fatto una telefonata a Berlusconi, una a Bersani et voilà. Il decreto è arrivato, migliore di come ce lo aspettavamo».

Ore 16,25, Silvio toglie la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik per bruciare l’operazione Monti. Mariarosaria Rossi: «Io come Eva Braun? Semmai sono Eva Kant».

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La mossa alla Diabolik, con cui mina alle fondamenta l’operazione governissimo, Silvio Berlusconi la pensa alle 16.25. Mentre scuote la testa. Tre ore dopo, alle 19.49, quando la mossa alla Diabolik viene messa nero su bianco da un comunicato del Quirinale, tutti i fan del governo tecnico – comprese le sponde occulte dentro il Pdl (Letta? Alfano?) – reagiscono come sorpresi una doccia gelata.

La mossa alla Diabolik non è un passo indietro. Né uno in avanti. Né quel «passo di lato» che gli chiede anche Bossi. Nulla di tutto ciò. È il modo con cui il premier, che «si dimetterà dopo l’approvazione della legge di stabilità», di fatto prova a rimanere in sella a Palazzo Chigi (stando a fonti del Tesoro possono servire da un minimo di due settimane a un mese e anche più) il tempo necessario per bruciare tutti i ponti che avrebbero potuto portare a un governo di larghe intese.

Basta mettere in fila le dichiarazioni a caldo di tutti i tessitori dell’opzione Monti. Massimo D’Alema l’aveva spiegato ai fedelissimi già nel tardo pomeriggio: «Mi sa che questo ci porta dritti dritti dove vuole lui. E cioè alle elezioni». Il lettiano Francesco Boccia, che parla a nome del Pd, aspetta la nota del Colle che contiene la “promessa” del Cavaliere e la commenta stizzito: «Ora Berlusconi deve formalizzare subito le sue dimissioni. Ogni giorno che passa con questo governo costa al paese un mucchio di soldi». Roberto Rao, il deputato-spin doctor dell’Udc, che negli ultimi giorni ha sorpreso anche i giornalisti con le primizie via Twitter, alza le mani: «Se devo essere sincero no, non me l’aspettavo». E Pier Ferdinando Casini, a seguire: «Si approvi in fretta la legge di stabilità. Dico no a una campagna elettorale estenuante». Sono reazioni giustamente nervose. Troppo nervose per chi, all’apparenza, ha appena ottenuto l’obiettivo principale. E cioè la testa del Cavaliere.

A questo punto tocca tornare alle 16.25. A un uomo con la testa china sui tabulati di Montecitorio, che gli hanno restituito una maggioranza che s’è trasformata in minoranza. All’ultimo voto di fiducia poteva contare su 316 uomini. Adesso quegli uomini si sono ridotti a 308. 309 se si considera che Gennaro Malgieri, che in molti danno sul punto di abbandonare il Pdl per ritornare da Fini, dichiara in Aula che comunque avrebbe votato a favore del Rendiconto se non fosse stato «per dei medicinali» che doveva prendere. Mancano all’appello i frondisti (Antonione, Fava, Destro), Papa che sta agli arresti domiciliari, le new entries dell’opposizione Stagno D’Alcontres e Pittelli, più l’astenuto Stradella e il convalescente Nucara. «Traditori», mastica amaro il Cavaliere. La scena che lo vede chino sui foglietti con i tabulati supera quasi i limiti dell’incredulità. Fino alla svolta. Che si materializza sotto forma di un foglietto, esposto a uso e consumo dei fotografi dell’Ansa, in cui il premier parla per la prima volta di «dimissioni».

In Transatlantico l’opposizione esulta. «Adesso state attenti a quello che succederà al Quirinale», scandisce Pier Luigi Bersani. «Deve dimettersi», sussurra Enrico Letta. «Lasci il governo», è la variante di Dario Franceschini. Il bello è che nessuno dei tre crede a quello che dice. Perché tutti e tre sono convinti che Berlusconi resisterà. Che la sua resistenza porterà a una rovinosa caduta del governo a Montecitorio. E che la rovinosa caduta dell’esecutivo, a sua volta, agevolerà lo scenario del governissimo. I messaggini che viaggiano sui blackberry in dotazione ai leader dell’opposizione danno conto di uno scenario in cui «Gianni Letta e Alfano sono con noi», pronti a lavorare a un «governo Monti». L’unico che non ci crede è Ugo Sposetti, tesoriere ds: «Vedrete che alla fine la soluzione più probabile è un governo di centrodestra. Guidato da Gianni Letta, magari con Alfano e Maroni vice».

Ore 19. Quando Berlusconi è già al Quirinale, Beppe Fioroni, in un corridoio laterale della Camera, disegna così la fine dell’impero del Cavaliere. «Stasera il premier proverà a resistere. Ma Napolitano, così come accadde per Prodi, lo spingerà a venire nella camera in cui non ha più la maggioranza a verificare se c’è ancora la fiducia. E visto che non ce l’avrà, la fiducia, ciao ciao. Fine della storia. Lo spread continuerà a salire fino a che, dentro il centrodestra, uomini di buona volontà e di estrazione democristiana non decideranno che è arrivata l’ora di salvare il Paese favorendo un governo Monti. Fate finta che Berlusconi sia Papandreou, che gridava “spezzeremo le reni alla Francia” e che due giorni dopo s’è trovato defenestrato».

Neanche un’ora dopo tutto è cambiato. Silvio molla la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik. Annuncia dimissioni che saranno formalizzate non prima, come spiega uno dei suoi, «di aver avuto la certezza che si andrà alle elezioni anticipate». Una mazzata al governissimo. «Quando se ne andrà, sarà troppo tardi per tradirlo». Eppure Mariarosaria Rossi, la deputata a lui più vicina, l’aveva detto fin dalla mattinata di ieri. Con sorriso beffardo sule labbra: «Mi dicono che sono come Eva Braun nel bunker di Hitler. Non è vero. Semmai sono Eva Kant».

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