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«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

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La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

Bersani anticipa la candidatura a premier con un tour per l’Italia. Nel Pd s’affaccia lo spettro della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 febbraio 2012)

Il tempo della sfida a colpi di interviste, dicono i suoi, è finito. La risposta di Bersani a Veltroni su Monti, l’articolo 18 e il futuro del Pd arriverà tra pochi giorni. E non sarà su un giornale. Perché il segretario, di fatto, è pronto ad anticipare la sua candidatura a premier nel 2013. Con un «viaggio in Italia».

Forse l’intervista rilasciata domenica da Veltroni a Repubblica – in cui l’ex leader dei Democratici ha praticamente esplicitato l’ipotesi di replicare lo schema Monti anche nel 2013, oltre ad “aprire” alle modifiche dell’articolo 18 – sarà ricordata come l’«incidente di Sarajevo» che darà il la all’ultima guerra mondiale del Pd. Anche perché ormai dietro le quinte è rimasto ben poco. È tutto sulla scena. Bastava vedere la prima pagina dell’Unità di ieri, con quel titolo a caratteri cubitali, «Duello nel Pd». Oppure studiare come la mappa dei poteri interni al partito s’è modificata. Bersani, i suoi fedelissimi, probabilmente Rosy Bindi, quelli del Pd «modello Pse», insomma, da un lato. Walter Veltroni, Enrico Letta e i sostenitori del «progetto Monti bis», dall’altro. E in mezzo quell’enorme zona grigia di chi per i motivi più disparati – da Dario Franceschini a Massimo D’Alema, fino a Matteo Renzi – sta aspettando il momento giusto per posizionarsi sulla scacchiera.

Bersani non ha intenzione di farsi logorare. Perché sa benissimo, come ha sottolineato Veltroni via Twitter, che «il problema non è l’articolo 18». Il problema è «il giudizio su Monti». E il giudizio che dà «Pier Luigi» dell’esperienza dei Professori è molto diverso da quello di «Walter» o «Enrico». Infatti domenica, dopo aver smaltito la collera che gli derivava dalla lettura dell’intervista veltroniana, il segretario ha rotto gli indugi. «Qualcuno non s’è reso conto che questo Paese è ancora nei guai. Siamo in piena emergenza», è stato il ragionamento svolto prima di “autorizzare” la piccata replica di Stefano Fassina a Veltroni. E ancora: «Altro che modifiche all’articolo 18. Al di là di quanto dicono alcuni dei nostri», secondo riferimento alle parole dell’ex sindaco di Roma, «la situazione non è migliorata. Da una crisi del genere non si esce mica in tre mesi».

Da qui l’idea di passare dalle parole ai fatti. Di passare dal dibattito interno alimentato a colpi di documenti o interviste a una vera e propria campagna elettorale. Questione di ore, forse di giorni: sta di fatto che prima del week-end Bersani annuncerà le tappe di un suo «viaggio in Italia», che potrebbe cominciare già la settimana prossima. Chi ha visto i suoi appunti anticipa che il leader del Pd andrà di persona «nei luoghi della crisi»: dai paesini colpiti dalla recente alluvione in Liguria alle città più sensibili all’emergenza economica (Piombino, Torino, Venezia), passando per le industrie che rischiano la chiusura. Il senso della missione, che dice molto del giudizio che il leader del Pd dà dell’operato del governo Monti, è più o meno questo: «Andrò dove l’esecutivo non s’è fatto mai vedere».

Il «viaggio in Italia» di Bersani non è una semplice marcia d’avvicinamento alle amministrative di quest’anno o alle politiche dell’anno prossimo. No. Si tratta della mossa con cui il leader del Pd renderà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua intenzione di correre alla guida del centrosinistra alle elezioni del 2013. «E coi galloni di candidato premier», sottolineano i suoi. Una mossa che, ovviamente, è destinata a scatenare un putiferio.

Perché basta vedere l’incendio innescato dal botta e risposta Veltroni-Fassina su Monti e l’articolo 18 per comprendere il livello di tensione che c’è nel partito. Il deputato-economista lettiano Francesco Boccia, che teoricamente starebbe nella maggioranza bersaniana, difende «Walter»: «Gli attacchi di Fassina e Vendola a Veltroni sono stati indecenti. Questo significa giocare sporco, provare a estremizzare il conflitto sociale. Un esercizio molto pericoloso». «Il partito di Monti si farà, con o senza Monti», mette a verbale Beppe Fioroni. «Concordo con Veltroni: il punto cruciale è l’appoggio a Monti», ha commentato Marco Follini. Altro che «scricchiolii», come li chiama Pier Ferdinando Casini. Perché, spiega un membro della segreteria del Pd, «se in Parlamento arriva una riforma del welfare non sottoscritta pure dalla Cgil, in quel caso molti dei nostri non la voterebbero nemmeno con la fiducia». Se mai questo momento arrivasse, un minuto dopo al quartier generale del partito il dibattito sarebbe monopolizzato da un concetto molto semplice. Che non è «articolo 18». Ma «scissione».

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21 febbraio 2012 at 02:21

Lusi, lo scout che sussurrava ai bonifici. E che nel 2001 diceva: «Se penso a Mani Pulite mi tremano le gambe»

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 febbraio 2011)

Quando Ds e Margherita confluirono nel Pd, il tesoriere della Quercia Ugo Sposetti scelse la metafora del matrimonio e inventò la storiella di «Luigino e Ughetta». Ma mai poteva immaginare, l’avrà scoperto ieri, quanto «Luigino», e cioè il tesoriere della Margherita Luigi Lusi, l’avesse preso in parola.

Sposetti la racontava così: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna. Ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».

Luigi Lusi

L’ha fatta, Luigi Lusi, la separazione dei beni. Eccome. E non solo separando gli averi della Margherita da quelli dei Ds. Ma tenendo per sé medesimo, «Luigino», 13 milioni di euro spalmati in 90 bonifici, destinati su un infinito asse tra l’Italia e il Canada.

Questa storia comincia, anzi finisce, il 16 gennaio scorso. Con un telefono che squilla. Francesco Rutelli, che è presidente della defunta (ma nemmeno troppo) Margherita, viene convocato dai magistrati della Procura di Roma che indagano su alcune operazioni finanziare giudicate «anomale» sia dalla Banca d’Italia che dalla Guardia di Finanza. Quando rientra dal colloquio, è la ricostruzione dei suoi uomini, lo scontro con l’uomo di fiducia di una vita rischia di degenerare in ben altro. Lusi prova a tenere il punto, difendendosi oltre i confini dell’indifendibile: «Questo lavoro l’ho sempre fatto gratis». Rutelli, che pare ben al di là dell’«incazzato e deluso» con cui s’è descritto ieri, gli risponde a brutto muso: «Adesso vai e spieghi tutto ai magistrati». Cosa che «Luigino» fa l’indomani. Presentandosi davanti ai pm romani e mettendo a verbale quello che ha spiegato ieri sera in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Ho parlato coi giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». C’è anche una casa di mezzo, a Campo de’ fiori. Ma questa volta il teorema dell’«a mia insaputa», croce di berlusconiani scajoli e tecnici malinconici, viene lasciato da parte.

Francesco Rutelli

Questa storia è destinata a riportare a galla gli odi e i rancori di un partito, la Margherita, costruito attorno a dirigenti che non si sono mai amati. Attorno a fratelli-coltelli e parenti-serpenti che hanno trovato un modo per stare insieme solo di fronte al terrore, teorizzato da molti di loro all’epoca della nascita del Pd, di finire ingoiati come un pesce rosso dallo squalo diessino. Rosy Bindi percorre un corridoio laterale di Montecitorio scandendo ogni singola sillaba? «Lusi? Af-fa-ri su-o-i. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà». Il prodiano Giuliano Santagata, poco più in là, racconta: «Da parlamentare non versavo i contributi al partito perché i bilanci erano oscuri. Lo dissi anche a Lusi: “Ti do i soldi se mi fai vedere i bilanci. Ma lui…”».

Ma lui, «Luigino», di mostrare ’e ccarte non ha mai avuto voglia. All’ultima assemblea federale della Margherita è Arturo Parisi a provare per l’ennesima volta a scoperchiare il vaso di Pandora. «Altrimenti non voto il bilancio», disse l’ex ministro della Difesa. E Lusi, imperturbabile: «Il bilancio è stato già controllato da un comitato di tesoreria. Chiunque lo voglia vedere si alzi e venga a guardarlo qua sul tavolo. Ma da qui queste carte non si muovono». E così, a ragione, Parisi oggi rivela: «Mi accorsi di alcune voci opache, di somme consistenti in uscita». Era il maggio 2011. «Allora chiesi una sospensione ma venne rifiutata. Si decise di istituire una commissione di verifica. Che però», conclude il professore, «si riunì una sola volta ma andò deserta».

«Luigino», intanto, incassava. Chi se lo ricorda ai tempi della Margherita ne parla come di un «mastino, che rompeva le scatole anche per una ricevuta di taxi in più». Sono gli stessi che oggi, maramaldeggiando, aggiungono in calce alla dichiarazione anonima: «E adesso si capisce anche il perché…».

Arturo Parisi

Ex segretario generale degli scout Agesci, in prima fila nelle Acli, Lusi fa carriera con Rutelli. Quando nel 2008 gli chiedono conto dei contributi ricevuti dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo al partito, lui risponde: «Solo sponsorizzazioni irrisorie». Perché la risposta pronta, «Luigino», l’ha sempre avuta. «Nel 2001», raccontò una volta a Repubblica, «Rutelli mi chiamò e mi disse: “Vorrei tu facessi il tesoriere”. Io sono avvocato, avrei preferito occuparmi di giustizia nel partito». Quindi le ultime parole famose: «Mi tremarono le gambe perché pensai ai tesorieri coinvolti in Mani pulite, a quelli che si erano suicidati. Però gli risposi di sì, ma a due condizioni: che non si facessero debiti e che si rispettassero le regole del gioco». Quelle stesse che lui, lesto a imporre al Pd – era in guerra col tesoriere veltroniano Mauro Agostini – di mantenere la targhetta della Margherita davanti alla sede del partito e la suoneria margheritina al centralino, ha poi dimenticato. Pensando a quella casetta in Canadà che sembra sempre più lontana, adesso che i suoi gli chiedono indietro il maltolto, adesso che Bersani pensa a come espellerlo dal partito.

Written by tommasolabate

1 febbraio 2012 at 12:23

Pd inquieto, bersaniani in allarme: «Dentro il partito, c’è chi punta a Monti candidato premier alle elezioni»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 novembre 2011)

«L’Italia ce la farà». Applausi. «Berlusconi deve andare a casa. O ci va da solo o ce lo manderemo noi, in Parlamento o alle elezioni». Applausi. «Il Pd è il primo partito del Paese e non sarà mai una ruota di scorta». Pier Luigi Bersani parla di fronte a una San Giovanni gremita. Piazza piena, sondaggi pure. Ma, dietro il palco, c’è un partito inquieto.

Ore 17.32. Alla fine della manifestazione sul palco salgono tutti. O quasi. Da Enrico Letta a Dario Franceschini, da Rosy Bindi a Beppe Fioroni. C’è pure Massimo D’Alema. Che un’oretta prima, interpellato dai cronisti su Matteo Renzi, se l’era cavata con una stroncatura a effetto: «Un fenomeno mediatico costruito dalla stampa».

Il sindaco di Firenze, che era entrato nel backstage di piazza San Giovanni nel primo pomeriggio, accompagnato dalle urla di una decina di contestatori, aveva già guadagnato la stazione Termini per una commemorazione di Giorgio La Pira. Non ha seguito il discorso di Bersani, «altrimenti faccio tardi a un appuntamento molto importante per tutti i fiorentini», e col segretario non s’è manco incrociato. Con Franceschini sì, si sono visti. E giusto perché il capogruppo, che ha atteso i cronisti terminassero l’assedio a Mister Big Bang, gli è andato incontro armato di battuta fulminante: «Oh, io sono venuto qua per avere un autografo di Renzi. Non è che torno a casa a mani vuote?».

Ma, nonostante dalla guerra a distanza tra Pier Luigi e Matteo sia passata solo una settimana, a creare tensione all’interno del partito non è il sindaco di Firenze. Bensì il modo in cui gestire l’uscita di scena di Berlusconi. Ufficialmente il segretario continua a tenere la barra dritta nella direzione del governo d’emergenza. Ma alcuni passaggi del suo intervento dal palco tradiscono la ferma volontà di arrivare quanto prima all’appuntamento con le urne. Anche in pieno inverno. «Siamo favorevoli a un governo di emergenza o di transizione», scandisce il leader. Ma «a condizione che sia composto da persone autorevoli, che non sia un ribaltone, e che non viva sul cabotaggio di un voto che arriva o no». Dietro di lui, però, il gotha democratico la pensa in maniera diversa. Da Massimo D’Alema, che nell’intervista rilasciata l’altro giorno al Messaggero ha fatto l’elogio del governo Monti evitando di adombrare date di scadenza. A Walter Veltroni, che continua a puntare sul 2013 e insiste sul medesimo obiettivo del suo “grande nemico”. Passando anche per Enrico Letta, che in privato continua a teorizzare che l’Europa e i mercati non prenderebbero affatto bene le elezioni anticipate.

Ugo Sposetti, deputato pd e tesoriere ds, scuote la testa: «Non vorrei che fossimo noi, il vero Partito delle libertà. Perché qui mi sa che ognuno fa come gli pare…». Franco Marini, altro veterano della politica, riduce a due le ipotesi: «Con tutto l’affetto per il mio corregionale Gianni Letta, che conosco da una vita, qui siamo a un bivio. O ci si rende conto che il problema vero è l’economia, e si fa in modo di arrivare a un governo guidato da una personalità autorevole anche in Europa, come Mario Monti. Oppure, se Berlusconi decide per il voto anticipato, prepariamoci per un esecutivo che gestisca la breve transizione. In questo caso potrebbe toccare al presidente del Senato, Renato Schifani».

Ma il “tema Monti” non è soltanto un esercizio che riguarda i prossimi giorni. No. Tra i fedelissimi di Bersani, infatti, c’è chi comincia a intravedere lo spettro dell’ex commissario europeo come candidato premier di una grande alleanza che vada da Vendola a Casini. Il ragionamento, che negli ultimi giorni è stato svolto alla presenza del segretario, suona più o meno così: se D’Alema, Veltroni, Letta e compagnia insistono sull’alleanza col Terzo Polo, non possiamo escludere che qualcuno di loro («O tutti insieme», maligna un giovane bersaniano) si alzi e proponga la candidatura di Monti alla guida della «Santa Alleanza». Magari con la scusa dell’emergenza, sicuramente con l’idea di togliere dal bouquet di ipotesi la sfida fratricida delle primarie (Bersani-Renzi-Vendola). Monti candidato premier di un fronte che va dall’Udc a Sel, insomma, sarebbe la quadratura del cerchio di chi – da tempo – va alla ricerca di una via di mezzo tra «nuovo Prodi» e «papa straniero».

I collaboratori di Bersani negano che il tema sia mai stato oggetto di discussioni interne. Ma, all’interno della cerchia di bersaniani doc, lo spettro è stato avvistato. «Qualcuno potrebbe provarci», sussurra il responsabile Giustizia Andrea Orlando. Mentre Matteo Orfini lo dice molto più chiaramente: «Monti sarebbe una soluzione dignitosa per un governo d’emergenza. Ma come candidato premier sarebbe improponibile». E si torna davanti al palco di piazza San Giovanni, ad ascoltare la fine dell’intervento di Bersani. E quell’appaluso scrosciante che dà il la all’ultimo all’ultimo week-end tranquillo della politica italiana. Berlusconi è chiuso nel suo bunker. E il segretario del Pd ripete: «Adesso tocca a noi».

Written by tommasolabate

6 novembre 2011 at 16:25

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