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Dalla Bicamerale al patto col comunista Cossutta. La grande epopea di Mister Dietrofront

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di Tommaso Labate (dall’Unità del 27 maggio 2012)

Se pure venerdì ha preferito lasciare più spazio ad Angelino Alfano, si vede che le doti del piazzista sono ancora quelle dei tempi d’oro. Di quando, tanto per pescare un esempio dal suo variopinto bouquet di prodezze imprenditoriali, si presentò a casa di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini per convincerli ad abbandonare la Rai per approdare in Fininvest. «Ci dice che è pronto a darci un programma, che ci aspetta a braccia aperte. È un venditore», raccontò una volta Vianello. Che, insieme alla moglie, si fece sedurre dal dettaglio finale che il protagonista della scena aveva inserito nel suo canovaccio. «Ci offre patti chiari e pure soldi. Insomma, ha argomenti convincenti. A un certo punto – è ancora Raimondo la voce narrante – gli chiedo se vuole bere qualcosa. Lui mi risponde: “Non avrebbe un panino?”. Mi assale un dubbio: ma questo è davvero miliardario?».

Quasi trent’anni fa, di fronte a una delle ditte più premiate di Mamma Rai, Silvio Berlusconi offrì patti chiari e pure soldi. E, in cambio di un panino, realizzò un affare per sé e per la coppia Vianello-Mondaini, che gli sarebbero stati fedeli fino alla morte.  Ma adesso che propone al Pd quello che il Pd va cercando da una vita, e cioè il semipresidenzialismo alla francese, con tanto di maggioritario a doppio turno, è quasi scontato che tra i Democratici più d’uno pensi di trovarsi di fronte al Principe della risata mentre prova a vendere la Fontana di Trevi in Totòtruffa ’62. Come a dire, la merce è ottima. Ma il venditore è davvero affidabile?

In fondo, si tratta dello stesso venditore che il primo febbraio 1998 diede un colpo d’ascia alla commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. E fu un colpo a sorpresa, che fece naufragare più o meno quello stesso sistema semipresidenziale e maggioritario alla francese che il Cavaliere torna a proporre tredici anni dopo.

Strano ma vero Berlusconi si trovava in Francia, la patria del «modello», quel giorno. E mentre in Italia il lavoro delle forze politiche marciava spedito verso la riforma delle riforme, lui sfasciò il castello di carte. In contumacia e con un clamoroso dietrofront. «Il sistema maggioritario è certamente il migliore in una democrazia avanzata», precisò. Ma, aggiunse, «questo non è il caso dell’Italia, dove ci sono cinque poli». Quindi, dopo un dettagliato elenco dei poli – «An, la federazione liberaldemocratica, la Lega, l’Ulivo e Rifondazione» – la bordata: «In queste condizioni il sistema proporzionale lo trovo più democratico. Perché con le preferenze il cittadino sceglie i suoi candidati, che nel maggioritario sono invece imposti dall’alto, dai partiti».

Ora non è tanto la capacità di disfare in due minuti una tela bipartisan che i partiti avevano costruito in molti mesi, dalla sera in cui la signora Letta aveva servito la ben nota crostata sotto i cui auspici era nato l’omonimo «patto». Quanto il fatto che, per raggiungere l’obiettivo, quella volta Berlusconi arrivò addirittura a scendere a patti col più comunista di tutti i comunisti: Armando Cossutta. Fu il Cavaliere stesso ad ammettere i contatti con l’allora leader di Rifondazione, che era un proporzionalista ortodosso. «Ho sentito la proposta di Cossutta che rilancia il sistema proporzionale con lo sbarramento al 5 per cento: si dovrebbe riaprire la discussione», sussurrò a mezza bocca dalla Francia mentre l’«Armando», dall’Italia, ricambiava il favore al grido di «siamo pronti a discutere con tutti», anche con Berlusconi, per evitare il maggioritario.

Armando Cossutta

La fine è nota. Alla bordata del Cavaliere seguì la lenta agonia della Bicamerale. A cui fu sempre il grande venditore a staccare la spina qualche mese dopo. Quando, era proprio il 27 maggio del 1998, si alzò nell’Aula della Camera dei Deputati e seppellì tutti i sogni di riforma. «Abbiamo deciso di bloccare la deriva verso le sabbie mobili di un disegno di riforma di basso livello, di una Costituzione frutto di una composizione occasionale e improvvisata di norme. Abbiamo deciso di arrestare questo degrado». Game over.

La grande abilità di Berlusconi nel giustificare il passo indietro, almeno nelle confidenze fatte trapelare dai fedelissimi, fu nel chiamare in causa un altro suo celeberrimo bluff. Nel 1996, quando dopo il governo Dini s’avanzava un esecutivo di larghe intese guidato da Antonio Maccanico, il Cavaliere prima disse sì. Poi, complice la retromarcia di Fini, spinse per tornare alle urne sorretto dall’infausta certezza di vincere le elezioni. Da lì la sua postuma e silenziosa predilezione per il proporzionale, che evidentemente aveva covato in misteriosa solitudine. «Sono condizionato da ex fascisti. Quasi quasi, sarebbe meglio tornare al proporzionale». Peccato che si fosse dimenticato di dirlo al resto della ciurma bipartisan, che è più o meno la stessa a cui chiede oggi di lavorare per il semipresidenzialismo. E che lo guarda col sospetto di chi si presenta offrendo la Fontana di Trevi. Al contrario di come aveva fatto con Sandra&Raimondo, ai quali invece s’era limitato a chiedere giusto un panino.

«Fassina ha la voce di Cristiano Malgioglio». Il libro Cuore del Pd arriva su Twitter

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 marzo 2012)

Il primo sussulto arriva quando Paola Concia rompe una narrazione armoniosa scrivendo che «Ichino fa Ichino» e «non dice nulla sull’articolo 18». Per il secondo tocca aspettare una somiglianza fonica scovata e postata su Facebook da Pina Picierno. «Oh, ma Fassina ha la stessa, identica voce di Cristiano Malgioglio!».

Nel giorno dell’unità ritrovata attorno alla linea «Monti cambi la riforma del lavoro», il quartier generale piddì del Nazareno si trasforma nella casa del Grande Fratello. E l’eco della direzione del partito, che va in scena dentro, arriva magicamente fuori. Siamo al «dentro ma fuori dal Palazzo», come recita lo storico slogan di Radio Radicale? E soprattutto, i Democratici sono diventati come il partito di Pannella? Più o meno. I secondi si fanno sentire dai vicini di casa anche (e soprattutto) quando litigano. Il primi alzano la voce in tempo di pace.

Sia come sia, quando Bersani apre la riunione del parlamentino, la deputata Concia inizia a torturare l’Ipad. Lasciando messaggi in bottiglia verso l’esterno. «Parla Bersani: abbiamo un profilo europeo ok», «Bersani: Monti non è venuto dopo i partiti ma dopo Berlusconi», «Bersani: basta con la stucchevole differenza tra tecnica e politica». E poi, quando tocca a «Walter», «Veltroni: dobbiamo lavorare insieme, dobbiamo confrontarci ma sentirci di stare insieme». Il deputato lucano Salvatore Margiotta, che le siede accanto, non vuole essere da meno. Twitta pure lui. Eccome se twitta. «Ottimo Franceschini sull’articolo 18: stabilizzare i precari, non precarizzare gli stabili». E ovviamente «anche da Veltroni emerge una sostanziale unità del partito sulle cose che contano. È un bene». Roberto Speranza, il giovane segretario regionale della Basilicata, se la ride di gusto. «Salvato’, tra te e la Concia mi pare di stare dentro la casa del Grande Fratello». Appunto.

In tarda mattinata arriva il turno di Massimo D’Alema. Uno che ancora gli tremano le gambe tutte le volte che racconta di quando nel 1975, al suo debutto nella direzione nazionale del Pci, venne “cecchinato” da Arturo Colombi, presidente della Commissione centrale di controllo del Pci e grande nome della Resistenza, perché aveva osato prendere appunti durante la riunione («Prese i miei foglietti e li stracciò davanti a tutti dicendo: “Ricordati, solo le spie prendono appunti”»). Al presidente del Copasir, ’o presepe della direzione via Twitter, non piace. Ma il suo contributo all’happy end non lo nega. Anzi. «Il presidente dell’Assemblea, Rosy Bindi, iscrivendomi a parlare dopo Veltroni, ha costruito una strana trama da libro Cuore. Ecco, lo dico: sono totalmente d’accordo con Walter», dice «Massimo» applaudendo l’intervento del nemico-amico che l’aveva preceduto. L’account twitter di Concia pare Radio Londra in tempi di guerra. «D’Alema: non stiamo scrivendo il libro Cuore. Non ho capito cosa volesse, dire ma forse sono scema».

A Roberto Giachetti, rimasto a presidiare il fortino di Montecitorio, i conti non tornano. Soprattutto visto che, sull’articolo 18, Bindi aveva minacciato di andare in piazza. «Rosy, quindi scenderemo in piazza unitariamente?», le scrive. Lei non risponde. «Tutti magicamente d’accordo», annota il deputato Fausto Recchia. Mentre Pina Picierno, prima di scovare quella strana somiglianza fonica tra Fassina e Malgioglio, aveva avvertito baracca e burattini: «Sono alla direzione del Pd. Volemose bene è il sottotitolo della giornata. Ma al prossimo che parla sui giornali, je meno io». Così. Senza eufemismi.

Più d’uno storce il naso quando il tesoriere del partito Antonio Misiani mette ai voti il preventivo di bilancio. Sulla base dell’accordo pre-elettorale, 200mila euro vanno ai Radicali (che dal 2008 hanno preso dal Pd 630mila euro, hanno 9 eletti nelle liste democrat) e 70mila all’area degli Ecodem. Cifre a parte, i tesoriere è applaudito da tutti: «Ricordo quando nella Margherita approvavamo i bilanci di Lusi. Il Pd, per fortuna, ha Misiani…», cinguetta Margiotta.

Restano le divisioni sulla legge elettorale. Perché lo schema Violante fa discutere. E litigare. «Una riforma che punti sui partiti è essenziale per noi», sostiene D’Alema. «Non mi convincono né la bozza Violante né l’impostazione di D’Alema», replica Bindi.
Ma la relazione del segretario, quella sì, è approvata all’unanimità. «Monti non rischia. Però la riforma del lavoro va modificata». E quando il presidente del Consiglio parla dall’Asia citando il Divo Giulio («La riforma va approvata in tempi brevi. Non sono come Andreotti…») e minaccia di fare le valigie («Se il Paese non è pronto il governo potrebbe non restare»), il segretario del Pd replica: «Non sopravvaluto le parole dette oggi da Monti. Gliele ho sentito dire una ventina di volte». La ventunesima è servita.

La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

Bersani anticipa la candidatura a premier con un tour per l’Italia. Nel Pd s’affaccia lo spettro della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 febbraio 2012)

Il tempo della sfida a colpi di interviste, dicono i suoi, è finito. La risposta di Bersani a Veltroni su Monti, l’articolo 18 e il futuro del Pd arriverà tra pochi giorni. E non sarà su un giornale. Perché il segretario, di fatto, è pronto ad anticipare la sua candidatura a premier nel 2013. Con un «viaggio in Italia».

Forse l’intervista rilasciata domenica da Veltroni a Repubblica – in cui l’ex leader dei Democratici ha praticamente esplicitato l’ipotesi di replicare lo schema Monti anche nel 2013, oltre ad “aprire” alle modifiche dell’articolo 18 – sarà ricordata come l’«incidente di Sarajevo» che darà il la all’ultima guerra mondiale del Pd. Anche perché ormai dietro le quinte è rimasto ben poco. È tutto sulla scena. Bastava vedere la prima pagina dell’Unità di ieri, con quel titolo a caratteri cubitali, «Duello nel Pd». Oppure studiare come la mappa dei poteri interni al partito s’è modificata. Bersani, i suoi fedelissimi, probabilmente Rosy Bindi, quelli del Pd «modello Pse», insomma, da un lato. Walter Veltroni, Enrico Letta e i sostenitori del «progetto Monti bis», dall’altro. E in mezzo quell’enorme zona grigia di chi per i motivi più disparati – da Dario Franceschini a Massimo D’Alema, fino a Matteo Renzi – sta aspettando il momento giusto per posizionarsi sulla scacchiera.

Bersani non ha intenzione di farsi logorare. Perché sa benissimo, come ha sottolineato Veltroni via Twitter, che «il problema non è l’articolo 18». Il problema è «il giudizio su Monti». E il giudizio che dà «Pier Luigi» dell’esperienza dei Professori è molto diverso da quello di «Walter» o «Enrico». Infatti domenica, dopo aver smaltito la collera che gli derivava dalla lettura dell’intervista veltroniana, il segretario ha rotto gli indugi. «Qualcuno non s’è reso conto che questo Paese è ancora nei guai. Siamo in piena emergenza», è stato il ragionamento svolto prima di “autorizzare” la piccata replica di Stefano Fassina a Veltroni. E ancora: «Altro che modifiche all’articolo 18. Al di là di quanto dicono alcuni dei nostri», secondo riferimento alle parole dell’ex sindaco di Roma, «la situazione non è migliorata. Da una crisi del genere non si esce mica in tre mesi».

Da qui l’idea di passare dalle parole ai fatti. Di passare dal dibattito interno alimentato a colpi di documenti o interviste a una vera e propria campagna elettorale. Questione di ore, forse di giorni: sta di fatto che prima del week-end Bersani annuncerà le tappe di un suo «viaggio in Italia», che potrebbe cominciare già la settimana prossima. Chi ha visto i suoi appunti anticipa che il leader del Pd andrà di persona «nei luoghi della crisi»: dai paesini colpiti dalla recente alluvione in Liguria alle città più sensibili all’emergenza economica (Piombino, Torino, Venezia), passando per le industrie che rischiano la chiusura. Il senso della missione, che dice molto del giudizio che il leader del Pd dà dell’operato del governo Monti, è più o meno questo: «Andrò dove l’esecutivo non s’è fatto mai vedere».

Il «viaggio in Italia» di Bersani non è una semplice marcia d’avvicinamento alle amministrative di quest’anno o alle politiche dell’anno prossimo. No. Si tratta della mossa con cui il leader del Pd renderà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua intenzione di correre alla guida del centrosinistra alle elezioni del 2013. «E coi galloni di candidato premier», sottolineano i suoi. Una mossa che, ovviamente, è destinata a scatenare un putiferio.

Perché basta vedere l’incendio innescato dal botta e risposta Veltroni-Fassina su Monti e l’articolo 18 per comprendere il livello di tensione che c’è nel partito. Il deputato-economista lettiano Francesco Boccia, che teoricamente starebbe nella maggioranza bersaniana, difende «Walter»: «Gli attacchi di Fassina e Vendola a Veltroni sono stati indecenti. Questo significa giocare sporco, provare a estremizzare il conflitto sociale. Un esercizio molto pericoloso». «Il partito di Monti si farà, con o senza Monti», mette a verbale Beppe Fioroni. «Concordo con Veltroni: il punto cruciale è l’appoggio a Monti», ha commentato Marco Follini. Altro che «scricchiolii», come li chiama Pier Ferdinando Casini. Perché, spiega un membro della segreteria del Pd, «se in Parlamento arriva una riforma del welfare non sottoscritta pure dalla Cgil, in quel caso molti dei nostri non la voterebbero nemmeno con la fiducia». Se mai questo momento arrivasse, un minuto dopo al quartier generale del partito il dibattito sarebbe monopolizzato da un concetto molto semplice. Che non è «articolo 18». Ma «scissione».

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21 febbraio 2012 at 02:21

Totoministri killer. Storia di nomine mancate, dall’epoca di Andreotti a quella di Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 novembre 2011)

 

Frattini, Buttiglione, Lupi e altri ancora. Sono le ultime vittime della più infernale macchina partorita dal tandem politica-giornalismo: il totoministri.

Uno ci spera, ci lavora, finisce sui giornali. Spiffera, trama, dichiara. Fa spifferare, tramare e dichiarare. Poi spunta sempre il Mario Monti di turno, che sbuca dal portoncino del Quirinale e legge «la lista» che si abbatte su di loro come la giustizia dell’Ezechiele 25,17, il finto passo della Bibbia che Tarantino inventa per Pulp Fiction. «Con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno».

Loro sono le vittime della «notte dei lunghi trombati». Quelli che dovevano starci, al governo. E che poi sono “saltati”. Franco Frattini se la sentiva in tasca, la riconferma. E non tanto perché il titolare della Farnesina aveva dimostrato, all’epoca di Lamberto Dini, di riuscire a stare anche in un governo tecnico. Anche Mariastella Gelmini ci aveva provato, alla fine della settimana scorsa. Le voci (amiche) di Palazzo si rincorrevano dolci, soavi, vellutate. «Alfano ha convinto Berlusconi a sostenere Monti». Ergo, «quelli a lui più vicini saranno di nuovo ministri». E poi niente, puff, svaniti. Come la nomination di Maurizio Lupi a un dicastero di prima fascia, l’Istruzione. E «il pressing della Chiesa», e «l’accelerazione di Cl», «è così», «vedrete». Le voci rimbalzano nei resoconti d’agenzia, a volte sui giornali. Fino a quando si scopre che colà si sono voluti ministri Riccardi e Ornaghi – cattolici, cattolicissimi – e un’altra infornata di abiti blu e tailleur eleganti torna in naftalina.

Perché altro che Gianni Letta e Giuliano Amato, su cui s’è davvero trattato fino alla fine. Le vittime dell’ultimo totoministri sono state altre. Umberto Veronesi, che agli amici aveva confidato le speranze di andare al ministero della Salute, uscito di scena dopo un paio di articoli di Avvenire. Pietro Ichino, che per un certo numero di ore ha puntato al Welfare. Rocco Buttiglione, che i suoi davano per «certo, certissimo» ai Beni Culturali. E pure Emma Bonino, che adesso tratta il suo amico Monti con un po’ di carota («È la persona più appropriata») e un po’ di bastone («La luna di miele finirà presto»).

E dire che, nel crepuscolo della Seconda Repubblica, la «trombatura» è molto meno dolorosa rispetto all’epoca in cui da Piazza del Gesù partiva una macchina con una lista che veniva poi stravolta strada facendo. Successe anche dopo la fine della Dc. Come sa benissimo Salvatore Ladu, ex senatore sardo vicino a Franco Marini. Che il 22 dicembre 1999 si presentò all’ingresso del Quirinale convinto che da lì a pochi minuti avrebbe giurato come ministro delle Politiche comunitarie del governo D’Alema bis. E che invece se ne tornò verso casa disperato, in lacrime, perché la compagna di partito Patrizia Toia gli aveva fregato il ministero sul filo di lana. Gli amici che lo sorressero in quel momento difficilissimo, tutti della corrente mariniana, ricordano ancora le minacce di suicidio che il malcapitato proferì durante il più duro tragitto in macchina della sua esistenza. Minacce a cui, per fortuna, Ladu non diede seguito. Anche perché, meritoriamente, poi venne recuperato come sottosegretario.

Altro che uomini che entrano in conclave papi e ne escono cardinali. In politica capita che un minuto prima sei ministro e un minuto dopo niente. Come l’ex diccì-ppi calabrese Donato Tommaso Veraldi, ex parlamentare europeo. All’epoca dei governi di centrosinistra, Veraldi era stato più volte sul punto di diventare ministro delle Infrastrutture. Soltanto in una di queste, però, fece il passo più lungo della gamba. Fu quando, sempre ai tempi del governo D’Alema, prima di recarsi al Colle per il giuramento raccolse gli amici attorno a un paio di bottiglie di champagne. «Auguri al ministro!», «Cin Cin!», «Viva la Calabria!». Qualche ora dopo gli stessi amici, visibilmente alticci, si piantarono attorno a lui, tutti armati della stessa, identica, frase di circostanza: «Sarà per la prossima volta, Dona’».

Mauro Favilla

Ma tutto questo è acqua fresca se si pensa al supplizio inflitto a un altro dc di rango, Mauro Favilla. L’ex sindaco di Lucca, nel giorno del giuramento di uno degli ultimi governi Andreotti, arrivò a sedersi nel salone delle feste del Quirinale insieme al resto dei ministri. I fotografi gli dedicarono più d’un clic, come si conviene con un politico che sta per diventare titolare delle Finanze. E invece, prima dell’inizio della cerimonia, qualcuno lo chiama. Prima è un sussurro. «Favilla». Poi qualcosa di più. «Favilla! Favilla!». Finchè Favilla non si alza e imbocca un corridoio laterale col funzionario del Colle che ha appena destato la sua attenzione. Lo stesso che stava per comunicargli la più ferale delle notizie. Proprio nell’istante in cui, voltantosi, Favilla ebbe giusto il tempo di capire che la poltrona aveva già trovato un altro occupante. E il ministero delle Finanze, di conseguenza, un altro inquilino.

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17 novembre 2011 at 11:25

Ore 16,25, Silvio toglie la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik per bruciare l’operazione Monti. Mariarosaria Rossi: «Io come Eva Braun? Semmai sono Eva Kant».

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La mossa alla Diabolik, con cui mina alle fondamenta l’operazione governissimo, Silvio Berlusconi la pensa alle 16.25. Mentre scuote la testa. Tre ore dopo, alle 19.49, quando la mossa alla Diabolik viene messa nero su bianco da un comunicato del Quirinale, tutti i fan del governo tecnico – comprese le sponde occulte dentro il Pdl (Letta? Alfano?) – reagiscono come sorpresi una doccia gelata.

La mossa alla Diabolik non è un passo indietro. Né uno in avanti. Né quel «passo di lato» che gli chiede anche Bossi. Nulla di tutto ciò. È il modo con cui il premier, che «si dimetterà dopo l’approvazione della legge di stabilità», di fatto prova a rimanere in sella a Palazzo Chigi (stando a fonti del Tesoro possono servire da un minimo di due settimane a un mese e anche più) il tempo necessario per bruciare tutti i ponti che avrebbero potuto portare a un governo di larghe intese.

Basta mettere in fila le dichiarazioni a caldo di tutti i tessitori dell’opzione Monti. Massimo D’Alema l’aveva spiegato ai fedelissimi già nel tardo pomeriggio: «Mi sa che questo ci porta dritti dritti dove vuole lui. E cioè alle elezioni». Il lettiano Francesco Boccia, che parla a nome del Pd, aspetta la nota del Colle che contiene la “promessa” del Cavaliere e la commenta stizzito: «Ora Berlusconi deve formalizzare subito le sue dimissioni. Ogni giorno che passa con questo governo costa al paese un mucchio di soldi». Roberto Rao, il deputato-spin doctor dell’Udc, che negli ultimi giorni ha sorpreso anche i giornalisti con le primizie via Twitter, alza le mani: «Se devo essere sincero no, non me l’aspettavo». E Pier Ferdinando Casini, a seguire: «Si approvi in fretta la legge di stabilità. Dico no a una campagna elettorale estenuante». Sono reazioni giustamente nervose. Troppo nervose per chi, all’apparenza, ha appena ottenuto l’obiettivo principale. E cioè la testa del Cavaliere.

A questo punto tocca tornare alle 16.25. A un uomo con la testa china sui tabulati di Montecitorio, che gli hanno restituito una maggioranza che s’è trasformata in minoranza. All’ultimo voto di fiducia poteva contare su 316 uomini. Adesso quegli uomini si sono ridotti a 308. 309 se si considera che Gennaro Malgieri, che in molti danno sul punto di abbandonare il Pdl per ritornare da Fini, dichiara in Aula che comunque avrebbe votato a favore del Rendiconto se non fosse stato «per dei medicinali» che doveva prendere. Mancano all’appello i frondisti (Antonione, Fava, Destro), Papa che sta agli arresti domiciliari, le new entries dell’opposizione Stagno D’Alcontres e Pittelli, più l’astenuto Stradella e il convalescente Nucara. «Traditori», mastica amaro il Cavaliere. La scena che lo vede chino sui foglietti con i tabulati supera quasi i limiti dell’incredulità. Fino alla svolta. Che si materializza sotto forma di un foglietto, esposto a uso e consumo dei fotografi dell’Ansa, in cui il premier parla per la prima volta di «dimissioni».

In Transatlantico l’opposizione esulta. «Adesso state attenti a quello che succederà al Quirinale», scandisce Pier Luigi Bersani. «Deve dimettersi», sussurra Enrico Letta. «Lasci il governo», è la variante di Dario Franceschini. Il bello è che nessuno dei tre crede a quello che dice. Perché tutti e tre sono convinti che Berlusconi resisterà. Che la sua resistenza porterà a una rovinosa caduta del governo a Montecitorio. E che la rovinosa caduta dell’esecutivo, a sua volta, agevolerà lo scenario del governissimo. I messaggini che viaggiano sui blackberry in dotazione ai leader dell’opposizione danno conto di uno scenario in cui «Gianni Letta e Alfano sono con noi», pronti a lavorare a un «governo Monti». L’unico che non ci crede è Ugo Sposetti, tesoriere ds: «Vedrete che alla fine la soluzione più probabile è un governo di centrodestra. Guidato da Gianni Letta, magari con Alfano e Maroni vice».

Ore 19. Quando Berlusconi è già al Quirinale, Beppe Fioroni, in un corridoio laterale della Camera, disegna così la fine dell’impero del Cavaliere. «Stasera il premier proverà a resistere. Ma Napolitano, così come accadde per Prodi, lo spingerà a venire nella camera in cui non ha più la maggioranza a verificare se c’è ancora la fiducia. E visto che non ce l’avrà, la fiducia, ciao ciao. Fine della storia. Lo spread continuerà a salire fino a che, dentro il centrodestra, uomini di buona volontà e di estrazione democristiana non decideranno che è arrivata l’ora di salvare il Paese favorendo un governo Monti. Fate finta che Berlusconi sia Papandreou, che gridava “spezzeremo le reni alla Francia” e che due giorni dopo s’è trovato defenestrato».

Neanche un’ora dopo tutto è cambiato. Silvio molla la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik. Annuncia dimissioni che saranno formalizzate non prima, come spiega uno dei suoi, «di aver avuto la certezza che si andrà alle elezioni anticipate». Una mazzata al governissimo. «Quando se ne andrà, sarà troppo tardi per tradirlo». Eppure Mariarosaria Rossi, la deputata a lui più vicina, l’aveva detto fin dalla mattinata di ieri. Con sorriso beffardo sule labbra: «Mi dicono che sono come Eva Braun nel bunker di Hitler. Non è vero. Semmai sono Eva Kant».

«Pure Gianni Letta ci sta». La tela Pd-Casini sul governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 novembre 2011)

Alle 21 di sera, quando ciascuno dei leader dell’opposizione ha finito di parlare con Gianni Letta, nel mazzo restano tre carte. E altrettanti possibili premier: Mario Monti, Giuliano Amato e Pier Ferdinando Casini.

Perché quel governissimo che sembrava aver lasciato tutto il terreno all’opzione «elezioni anticipate» – come spiegano ai propri uomini Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, Romano Prodi e Gianfranco Fini – adesso torna in auge. Ed è visibile su quasi tutti i radar da sabato pomeriggio. Da quando, stando a quel che risulta sull’asse Pd-Udc, si materializza un colpo di scena. E cioè che «anche Alfano e Gianni Letta», come riassume Casini nei colloqui riservati, «cominciano a lanciare segnali per la “defenestrazione” del Cavaliere e la sua sostituzione con un esecutivo d’emergenza». Ovviamente, a cominciare da Pier Luigi Bersani, sono in tanti a pensare a un bluff. In tanti a chiedersi come sia possibile che persino all’interno della prima cerchia di berluscones ci siano così tanti pezzi da novanta pronti a fare il «grande passo».

In pochi hanno voglia di fare un salto nel buio. Antonio Di Pietro lo dice chiaro e tondo a Dario Franceschini, quando il capogruppo del Pd gli si presenta davanti col foglietto per la raccolta delle firme in calce alla mozione di sfiducia. «Per adesso noi aspettiamo. Voglio vederci chiaro, Dario. E soprattutto teniamo gli occhi aperti. Non è il caso, dopo il 14 dicembre 2010 e il 14 ottobre 2011, di rischiare un flop che manderebbe tutto a monte». Per testare il grado di credibilità dei pidiellini serve una prova. E la prova, o almeno qualcosa di molto simile, arriva all’ora di cena di domenica. Quando le agenzie iniziano a battere la notizia della defezione di Gabriella Carlucci, che lascia il Pdl per passare all’Udc. In molti pensano che si tratti dell’ennesima operazione di Paolo Cirino Pomicino, che delle sorelle Carlucci è amico da una vita. E invece no. La lettura che viene offerta dai alcuni centristi agli scettici del Pd è un’altra: «Allora non avete capito nulla? La Carlucci risponde a Raffaele Fitto e basta…».

A quel punto, e siamo a ieri mattina, la macchina del governissimo è di nuovo in moto. Dal punto di vista del Pd, a cominciare da quello del segretario, manca solo un tassello. Casini deve escludere la possibilità di entrare da solo in un centrodestra allargato e compatto dietro la bandiera di Gianni Letta. Il leader dell’Udc aspetta l’ora di pranzo e poi dichiara: «L’Udc e il Terzo Polo hanno espresso la convinzione che è necessario uno sforzo straordinario delle forze politiche di maggioranza e di opposizione per salvare l’Italia». Maggioranza e opposizione, dunque anche il Pd. E visto che il Pd, come spiega il lettiano (nel senso di Enrico) Francesco Boccia, «non potrebbe mai dire sostenere un governo Gianni Letta», ecco che lo spettro del “doppio gioco” del leader centrista scompare dietro l’orizzonte. Lasciando in piedi le altre tre ipotesi: Monti, Amato e, da ultimo Casini stesso. Sulla carta tutti e tre – è la risultante dei tanti vertici che hanno scandito il tempo della giornata di ieri – hanno il potenziale sostegno di Pd, Terzo Polo e Pdl de-berlusconizzato (con le incognite di Idv e Lega tutte da verificare). In realtà, però, solo la prima – e cioè Monti – ha reali possibilità di decolare a stretto giro.

Rimangono due incognite. E non sono di poco conto. La prima riguarda la giornata di oggi, in cui il blocco dell’opposizione ha intenzione di sferrare l’attacco finale al premier. Il no (tattico) sul rendiconto rimane un’opzione. Da tirare fuori nel caso in cui il pallottoliere degli anti-Silvio (il rischio sorpasso di gioca su tre deputati: Milo, Buonfiglio e Pittelli) abbia bisogno di una «spintarella» per mandare in minoranza il Cavaliere.

Il seconda incognita è il Pd. La stragrande maggioranza dei giovani della segreteria Bersani, che temono un’operazione che guardi a Mario Monti come candidato premier del futuro centrosinistra allargato all’Udc, propende per il voto anticipato. Al punto che numerosi fan del governissimo, come Letta e i lettiani, hanno avvertito il segretario. Della serie, «se il Pdl sostiene un esecutivo Monti, non possiamo essere noi a tirarci indietro». Perché a quel punto, «il partito si spaccherebbe in due». E la coalizione pure.

E non è tutto. Che cosa succederebbe se Di Pietro e Vendola cominciassero ad attaccare il governo d’emergenza e rifiutassero di far parte (per Sel il problema sarebbe diverso, visto che non sta in Parlamento) di una maggioranza insieme a pezzi del Pdl? Succederebbe quello che un autorevole esponente del Pd spiega a microfoni spenti in tarda serata: «Se Berlusconi dicesse sì al governo d’emergenza, i primi a dividerci saremmo noi. Mica il Pdl…».

Written by tommasolabate

8 novembre 2011 at 12:45

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