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Dall’articolo 18 al caso Lusi. Venti di guerra tra «i due Pd».

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 febbraio 2012)

Dall’articolo 18 al caso Lusi, passando per l’«operazione 2013» con cui un pezzo di partito – i principali indiziati sono Veltroni e Letta – punterebbe a lanciare la candidatura a premier di Mario Monti alle prossime elezioni. Il Pd sembra sull’orlo di una guerra civile. E Bersani scende in campo.

Finora il segretario del Pd aveva preferito rimanere alla larga dalle polemiche interne. Pur sapendo che – come aveva spiegato ai fedelissimi – «c’è un pezzo del partito che lavora contro la segreteria». Da ieri, però, lo scenario è cambiato. E il leader democratico ha deciso di cambiare registro, tra l’altro in concomitanza con l’apertura del tavolo sulla riforme e la legge elettorali («Nessun inciucio col Pdl, se son rose fioriranno», ha chiarito in serata alla trasmissione Otto e mezzo).

Intervistato da Goffredo de Marchis di Repubblica, Bersani ha diramato l’avviso ai naviganti. E sapendo che c’è un pezzo di partito che lavora per tirare la volata a una nuova premiership di Monti l’ha detto chiaro e tondo: «Non si può andare avanti in campagna elettorale proponendo governissimi. Anzi». E ancora: «Lo stesso percorso di certe leggi che stiamo approvando adesso ci dice che una vera opera di riforme e di ricostruzione devi farla chiedendo un impegno al corpo elettorale».

Lo schema di Bersani è semplice. Mantenere l’impianto bipolare del sistema politico e arrivare al 2013 pronto per la sfida elettorale contro il centrodestra. D’altronde, insiste, «il percorso è il solito. Il patto di coalizione e qualche mese prima dell’appuntamento elettorale, né troppo presto né troppo tardi, le primarie». A cui, è il sottotesto, «Pier Luigi» ha intenzione di partecipare, tra l’altro coi galloni del “predestinato” alla vittoria finale.

Ma questo schema va bene all’ala iper-montiana del Pd? Tutt’altro. Letta e Veltroni, insieme ai rispettivi colonnelli, continuano a insistere sulla fine della «foto di Vasto» e a caldeggiare l’addio definitivo al centrosinistra versione short con Di Pietro e Vendola. E, nell’attesa che il confronto governo-sindacati sulla riforma del welfare entri nel vivo, teorizzano la possibilità di rinunciare all’articolo 18. Al contrario, i fedelissimi di Bersani vogliono chiudere ogni spiraglio all’alleanza col Terzo Polo (l’ha detto chiaramente il responsabile Cultura Matteo Orfini in un’intervista rilasciata al Foglio quasi due settimane fa). E preparano la trincea per difendere ad oltranza le posizioni di Susanna Camusso.

Il divorzio tra «i due Pd» è visibile anche sui giornali legati al partito. Europa, diretta da Stefano Menichini, sostiene l’operato del governo Monti con pochissimi se e qualche piccolo ma. Al contrario l’Unità del direttore Claudio Sardo serve per colazione ai Professori un quotidiano tocco di un fioretto che, all’occorrenza, si trasforma in sciabola. Sabato scorso, lo strappo del presidente del Consiglio sull’articolo 18 è stato salutato con col titolo «I cattivisti», a corredo di una foto della coppia Monti-Fornero. E persino sul maltempo, lunedì, il quotidiano fondato da Gramsci ha bacchettato – in un editoriale che partiva sempre dalla prima pagina – «il governo degli assenti».

Anche a prescindere dall’Unità, le continue perplessità dei bersaniani sul governo sono ormai sul banco imputati. Il giovane deputato Andrea Martella, vicino a Veltroni, la mette così: «Chiunque si mostra timido nel sostegno al governo Monti fa un regalo a Berlusconi. Perché se noi ci dividiamo, lui ne approfitta per mettere il cappello sull’operato dell’esecutivo e per compattare i suoi». È l’ennesimo piccolo segnale di una guerra che è uscita dai “dietro le quinte” per arrivare sulla scena. Come nel caso del “cinguettio” con cui Francesco Boccia ha commentato l’intervista rilasciata domenica dal bersaniano Orfini a Fabrizio d’Esposito del Fatto quotidiano (titolo: «Governo liberista, avrà le piazze contro»). Il deputato-economista vicino a Enrico Letta, dribblando ogni eufemismo, l’ha scritto su Twitter: «Il compagno Orfini sul Fatto propone due nuove ossessioni: “Monti Liberista” e le “Piazze contro”. Che altro manca per tornare al Pci?».

Ma il detonatore in grado di anticipare la resa dei conti interna è il caso Lusi. Un dossier che, potenzialmente, può scatenare una contesa dagli effetti collaterali incalcolabili. Un pezzo degli ex ppi, come dimostrano le frasi consegnate ieri dal senatore Lucio D’Ubaldo al Riformista («L’espulsione di Lusi dal partito? Fuori da ogni logica e violando lo statuto»), non ha gradito il cartellino rosso sventolato sotto gli occhi dell’ex tesoriere della Margherita. E quest’ultimo, in una piccola conversazione con l’Agi, ha cominciato a parlare a nuora perché alcune suocere non ancora identificate intendano: «Ne esco a pezzi ma ho fatto un patto coi pm. La verità verrà fuori». Quale verità? E soprattutto, quali suocere?

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