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Le tensioni nel governo, la sfida in Confindustria: Monti potrebbe sospendere le ostilità sull’articolo 18

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 31 gennaio 2012)

C’è uno scontro nel governo, che ruota attorno a Elsa Fornero. E un confronto dentro Confindustria, che riguarda la successione a Emma Marcegalia. E poi una vecchia telefonata di Monti a Bersani. Sono tre indizi che vanno verso un’unica direzione: l’articolo 18 rimarrà fuori dalla riforma del welfare.

Abrogarlo? Mantenerlo in toto? Oppure, come sosteneva ieri Repubblica, non applicarlo ai neo-assunti, lasciandolo invece in vigore per i lavoratori che ne sono già tutelati? La telenovela sull’articolo 18, che va avanti ormai da due mesi, potrebbe concludersi col finale meno scontato. Quello che però anche l’ala ipermontiana del Pd – di cui fanno parte Enrico Letta e Walter Veltroni – considera a oggi il più probabile. «Alla fine», dice un autorevole esponente dei Democratici, uno di quelli che più s’è speso per far nascere il governo Monti, «non succederà nulla. Quella norma dello Statuto dei lavoratori uscirà molto presto dalla trattativa tra l’esecutivo e i sindacati».

Corrado Passera

La possibile «moratoria» a cui il governo potrebbe ricorrere non dipende tanto dall’unità dei sindacati sul dossier. Non riguarda quindi la posizione di Susanna Camusso, che nel rispondere ieri all’editoriale di Eugenio Scalfari è tornata a sottolineare che «gli anni di Luciano Lama sono lontani» e che «oggi il problema è la precarietà». Né il sostegno che sia la Cisl («Le voci sull’articolo 18 inquinano il clima», ha messo a verbale Raffaele Bonanni) sia la Uil («Il tema più spinoso non è l’articolo 18 ma la disoccupazione», firmato Luigi Angeletti) hanno offerto al leader del sindacato di Corso d’Italia. No. La via della prudenza, che potrebbe diventare la «linea di Monti», ha ben altre radici.

Michel Martone ospite di Agorà

La prima rimanda allo scontro che all’interno dell’esecutivo si sta giocando attorno al ministro del Welfare. Fornero, che qualche giorno fa s’è guadagnata l’appellativo di «fontana che piange» dal sottosegretario Polillo, è impegnata in una serie di duelli dall’esito tutt’altro che scontato. Lo scontro con Corrado Passera, che «Elsina» (il copyright è del suo ex compagno di classe Cesare Damiano) ha reso esplicito con una dichiarazione irritata («Gli dirò di essere meno ottimista»), è il segnale che dentro il governo è in corso una piccola resa dei conti. Tra l’ala più progressista (Fornero) e quella più vicina al centrodestra (lo stesso Passera e Catricalà), tanto per essere chiari. Le avvisaglie ci sono già da settimane, da quando il tandem Passera-Catricalà era salito sulle barricate con l’obiettivo di ottenere (obiettivo poi raggiunto) le dimissioni del prodiano Carlo Malinconico, accusato per l’ormai celeberrima vacanza pagata dall’imprenditore Piscicelli. E non è stato solo questo l’unico terreno di scontro. Fonti della maggioranza sostengono che Fornero, qualche giorno fa, abbia cercato di ricambiare il favore all’ala più vicina al centrodestra provando a chiedere (senza ottenerle) le dimissioni di Michel Martone, reo di aver archiviato alla voce «sfigati» gli universitari che a ventott’anni sono ancora senza laurea.

Bersani-Letta-Franceschini

Le tensioni nell’esecutivo, che riguardano da vicino il ruolo della titolare del Welfare, bastano da sole a sconsigliare interventi hard sull’articolo 18 che, come ha detto il ministro Fornero a Otto e mezzo, «non deve essere preminente ma nemmeno un tabù»? Forse no. E quindi ecco che entra in scena anche la contesa confindustriale sulla successione a Emma Marcegaglia. Una contesa in cui il favorito Giorgio Squinzi – forte del sostegno (come recitava ieri un informato articolo dell’Unità) «di Assolombarda, dei romani di Aurelio Regina, dei genovesi di Edoardo Garrone, dei bolognesi di Gaetano Maccaferri, di buona parte dei varesini e dei meridionali capitanati da Montante, Lo Bello e Coppola», nonché della presidente uscente – si presenta alla sfida con Alberto Bombassei senza chiedere l’abolizione dell’articolo 18.

E così gli indizi, d’improvviso, diventano due. La guerra nel governo, che riguarda da vicino Fornero. E l’indicazione del probabile successore alla guida di Confindustria, che sembra contrario a intervenire sull’articolo 18. C’è una terza storiella, che risale alla mattina del 18 dicembre 2011. Alla domenica, insomma, in cui il ministro del Welfare rilascia a Enrico Marro del Corriere della Sera l’intervista in cui per la prima volta apre alle modifiche sullo Statuto dei lavoratori. Quel giorno, stando a più ricostruzioni, fu Monti in persona ad alzare il telefono per rassicurare Pier Luigi Bersani. E a dire al segretario del Pd che «quelle parole» non rispecchiavano «la linea dell’esecutivo».

Giorgio Squinzi, in pole position nella sfida al dopo-Marcegaglia in Confindustria

Da allora è passato poco più di un mese. E la telenovela continua. Anche se quel finale di cui nessuno parla potrebbe presto sorprendere l’enorme platea di chi trattiene il fiato in vista del nuovo round di colloqui tra governo e sindacati. Da cui potrebbe uscire quella linea che anche un sostenitore dell’abolizione dell’articolo 18 come Sergio Chiamparino, che tra l’altro è molto amico di Elsa Fornero, affidò prima di Natale a un’intervista al Riformista: «È ovvio che quando c’è un simbolo politico di mezzo è sempre difficile avviare una trattativa. A questo punto è meglio concordare di lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l’articolo 18 è meno importante di quel che appare». Disse proprio così, l’ex sindaco di Torino. «Lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo».

Nel Pd nasce la frangia “Monti candidato premier nel 2013”. L’ultima guerra dei democrat inizia a colpi di sondaggi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 gennaio 2012)

Tra i componenti della segreteria di Bersani la voce maliziosa prende concretamente forma nel giorno in cui Mario Monti incassa la fiducia alla Camera sul milleproroghe, perdendo qualche pezzo (81 assenti e 5 astenuti, tutti del Pdl). «Qualcuno dei nostri dirigenti preme perché sia l’attuale presidente del Consiglio a guidare una coalizione col Terzo Polo alle elezioni del 2013». Ed evidentemente è un’analisi condivisa anche da Rosy Bindi, che aprendo l’ultima assemblea nazionale del partito ha messo le mani avanti prendendo le distanze da Super Mario e scandendo che «noi non siamo il governo Monti».

La foto di Vasto

I sospetti vanno essenzialmente nella direzione di Walter Veltroni ed Enrico Letta, che dentro il Pd hanno costituito una frangia iper-montiana. Il vicesegretario, con la sua associazione Trecentosessanta, ha organizzato un ciclo di seminari sul superamento dei concetti di destra e sinistra. All’appuntamento andato in scena ieri il sondaggista Nando Pagnoncelli ha illustrato, numeri alla mano, che il 42 per cento degli elettori del Pd considera «destra e sinistra» termini «ormai superati, che non spiegano più nulla o quasi». Una percentuale che, stando alle risposte degli elettori del Centro, arriva al 68 per cento. Non è tutto: a leggere la medesima rilevazione, il 48 per cento degli elettori del Pd è convinto che «oggi vale soprattutto la capacità dei leader» e che «il fatto che siano di destra o sinistra conta poco». Un numero che sale fino al 84 per cento quando a rispondere alle domande dell’Ipsos sono gli elettori centristi.

Mario Monti: una parte del Pd lavora per candidarlo premier alle elezioni 2013

Per i lettiani, insomma, è la prova che la foto di Vasto «deve essere destinata al dimenticatoio». E la pensano così anche i veltroniani visto che una delle teste d’uovo della corrente, il costituzionalista Stefano Ceccanti, intervenendo al seminario organizzato da Letta ha rotto il silenzio con una domanda significativa: «Pagnoncelli, secondo lei quanto varrebbe alle elezioni un’alleanza interamente identificata col governo Monti?».

I sospetti si nutrono anche di piccoli episodi, solo all’apparenza insignificanti. Come la storia del braccio destro di Veltroni Walter Verini, che da qualche giorno si porta appresso a mo’ di reliquia un’altra rilevazione di Pagnoncelli, che il sondaggista ha illustrato martedì scorso a Ballarò. Stando a quei numeri sono proprio gli elettori di Pd-Idv-Sel i più entusiasti dell’operato di Monti. Al punto che il 69 per cento degli intervistati preferirebbe un governo guidato da Super Mario piuttosto che uno presieduto dal «leader del mio partito» (24%). Una percentuale superiore ovviamente a quella degli elettori del blocco Pdl-Lega (il 32 preferisce il governo Monti, il 62 uno presieduto da Berlusconi o Bossi) ma anche a quella degli aficionados del Terzo Polo (60 pro Super Mario premier, 39 a sostegno dei leader di Fli-Udc-Api ed Mpa). «Voglio la copia di questo sondaggio per tenerla sempre con me», ha risposto entusiasta Verini quando gli hanno mostrato quei dati. «È la prova di quello che vado sostenendo da mesi…».

Enrico Letta

Il piano di Letta e Veltroni, stando a quello che ripetono i bersaniani, starebbe dentro una strategia in due mosse: stringere i bulloni di un’alleanza col Terzo Polo e puntare su Monti candidato premier alle prossime elezioni. Per questo, all’interno della segreteria di «Pier Luigi», c’è chi è già partito con la controffensiva. Come Matteo Orfini, che l’altro giorno ha affidato al Foglio un attacco frontale contro i «neoliberisti del Pd», che «rappresentano delle idee morte che a loro insaputa camminano ancora con noi». Il tutto a corollario della tesi, sostiene il giovane responsabile Cultura del Pd, secondo cui sarebbe meglio «smetterla subito di inseguire Casini».

Walter Veltroni

Anche Bersani prova a reagire. In un’intervista rilasciata ieri all’Unità, il segretario ha chiesto a Di Pietro di accantonare «furbizie» e «accuse di inciucio». «E lui sia coerente», gli hanno risposto all’unisono Tonino e Nichi Vendola, invocando il ritorno del cantiere del centrosinistra a tre punte. Un’opzione che però è stata stoppata sul nascere da Beppe Fioroni. L’ex ministro della Pubblica istruzione, intervenendo al convegno su Aldo Moro organizzato dalla rivista Il domani, l’ha detto chiaro e tondo: «Chiediamoci se è possibile appoggiare un governo e al tempo stesso progettare il futuro con forze politiche che stanno senza se e senza ma all’opposizione». La sua risposta è la stessa di quelli che lavorano per candidare Monti premier nel 2013. E cioè «no».

Lo strano caso del Dottor Silvio e di Mister B.

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(di Tommaso Labate, dal sito Lettera 43, 25 gennaio 2012)

I falchi del Pdl ormai lo chiamano «lo strano caso del Dottor Silvio e di Mister B». Che, in fondo, altro non è che la trasposizione dell’adagio italiano sul poliziotto buono e quello cattivo. Con la differenza che si tratta sempre della stessa persona. E cioè di lui, Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere versione Dottor Silvio

Perché è vero, è sempre esistito un Berlusconi pubblico e un Berlusconi privato. Ma la differenza rispetto al recentissimo passato è che il Cavaliere versione 2012 è l’esatto contrario del politico che la sparava grossa al riparo da sguardi indiscreti salvo poi gettare acqua sul fuoco quando si trattava di interventi pubblici.

L'ex premier versione Mister B.

Adesso, quando deve manifestare le sue idee sul governo Monti, l’ex presidente del Consiglio usa una strategia diametralmente opposta: incendiario in pubblico, pompiere in privato. Perché? Per l’articolo intero cliccare qui.

Written by tommasolabate

26 gennaio 2012 at 12:21

Un tir sfonda la porta del Palazzo e manda in tilt il governo. Forconi e autotreni spaccano i partiti aprendo la rissa tra “falchi” e “colombe”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 gennaio 2012)

Ascoltare le ragioni della protesta o fermarla subito? Tir e forconi spaccano Pdl e Pd, dividono il Terzo Polo e frantumano l’Idv. E, soprattutto, mandano in tilt un governo sempre più preoccupato.

A Palazzo Chigi, dopo che la rivolta dei forconi partita dalla Sicilia ha fatto proseliti in mezza Italia, cominciano a fare i conti con quello che al Viminale chiamano «effetto emulazione». Presidi in Calabria e blocchi in Piemonte, emergenza a Napoli, in Molise, in Lombardia. Una situazione resa ancor più grave dal contemporaneo sciopero dei taxi in molte città.
Il deputato del Pd Francesco Boccia, che nel 2007 gestì insieme a Enrico Letta la trattativa con quegli autotrasportatori che tennero in ansia per giorni il governo Prodi, riflette a voce alta: «Questa volta la situazione è diversa anche perché Ania e Cna, che sono le associazioni più importanti, sono rimaste fuori dalla protesta. Detto questo, credo che abbiamo tre giorni a disposizione. Dopodiché, l’emergenza si trasformerà in allarme rosso. E in qualche modo bisognerà intervenire per evitare che il Paese rimanga senza viveri o carburante…».

Boccia evita di pronunciare quelle stesse tre parole di cui si parla sempre di più, nelle ultime quarantott’ore, sul filo dei contatti tra le prefetture e il ministero dell’Interno. «Uso della forza». D’altronde, Anna Maria Cancellieri l’ha detto esplicitamente ieri, rompendo un silenzio durato forse troppi giorni: «Non saranno tollerati blocchi stradali». E ancora, sempre dalla viva voce del titolare del Viminale, «bisognerà stare molto attenti. Nel senso che fin dove si può tollerare, useremo tolleranza e dialogo». Però, «dobbiamo anche tenere presente i diritti dei cittadini».

A complicare la vita del governo sono le spaccature trasversali che stanno attraversando tutti i partiti. Non c’è forza politica che, nelle ultime ore, non si sia divisa sugli autotrasportatori. A cominciare dal Pdl. Dove Altero Matteoli si mette alla testa della corrente dei «falchi». «Le agitazioni in corso indette da una sola sigla sindacale sono, peraltro, irrazionali. Auspichiamo interventi risolutivi da parte delle autorità competenti», mette a verbale l’ex ministro dei Trasporti. Non la pensa così la deputata campana Nunzia De Girolamo, che affida a Twitter il suo invito al dialogo: «Aprire immediatamente un tavolo di confronto a palazzo Chigi con i rappresentanti di categoria degli autotrasportatori. In questi momenti è indispensabile il dialogo, altri ragionamenti non hanno alcun senso». Il cortocircuito è tale da seminare il seme dell’incertezza anche in alcuni veterani di Palazzo. Come Maurizio Gasparri. Che nella stessa intervista, rilasciata al sito Affariitaliani.it, invoca sia «l’intervento della polizia» che l’urgenza di un «confronto».

Neanche dentro il perimetro del Pd si vivono ore serene. Sin dall’inizio della protesta dei forconi in Sicilia Pier Luigi Bersani aveva chiesto «l’intervento dei prefetti». Ed Enrico Letta s’era addirittura spinto fino al definirsi «scioccato dall’appoggio del governatore siciliano» ai manifestanti. Tutti d’accordo sulla linea dura? Macché. «In mezzo a chi protesta ci saranno senz’altro mele marce o qualche mafioso che s’è infiltrato. Ma non possiamo fare finta che siano tutti dei criminali. E abbiamo il dovere di andare a vedere quello che sta succedendo», diceva il bersaniano Matteo Orfini a margine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Idea evidentemente respinta dal deputato Emanuele Fiano, uno dei massimi esperti di sicurezza del partito («Non è accettabile che la protesta seppur legittima di una categoria di lavoratori paralizzi il Paese. Serve l’intervento della Cancellieri») e dal responsabile dei Trasporti Matteo Mauri («In nessun caso sono ammissibili forme di violenza, di abuso, di illegalità»).

La vera novità sono le divisioni nel Terzo Polo. Tir di traverso e forconi in aria? «La protesta siciliana non sia sottovalutata perché fa emergere con concretezza la drammaticità della crisi al Sud» (Casini). Anzi no, «l’ha già fatto Sarkozy, ritiriamo la patente ai conducenti che bloccano le strade» (Linda Lanzillotta). «La questione si sta facendo seria. Credo che il numero dei blindati in giro per Roma sia il segnale dell’attenzione del governo», ammette il deputato spin-doctor Roberto Rao.

Gli autotreni investono anche l’Italia dei valori. Di Pietro si schiera con la Cancellieri. Mentre il capogruppo in commissione Finanze Francesco Barbato si dice «pronto a marciare su Roma con gli autotrasportatori». In fondo, è la stessa posizione di Mimmo Scilipoti: «È più che legittima la protesta». Dio li fa e poi li accoppia, Tonino gli offre un seggio, e loro poi prendono strade separate che – miracolo – s’incontrano sempre. Intanto, di fronte alla frammentazione nei partiti, l’atmosfera a Palazzo Chigi si fa sempre più cupa. E tornano quelle parole pronunciate da Boccia, come amplificate da un’eco: «Abbiamo tre giorni a disposizione». Forse anche meno.

Forconi, benzinai, tassisti. L’«allarme piazza» può portare il pacchetto Monti verso un Vietnam parlamentare.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 gennaio 2012)

Ci sono i «forconi» che paralizzano la Sicilia. E i tassisti che finiscono dentro una guerra civile. Senza dimenticare i benzinai, che annunciano una lunga serrata. Ieri sera, quando Monti sale al Quirinale con i tre decreti sulle liberalizzazioni, a Palazzo si materializza «l’allarme piazza».

Al tramonto, quando comincia l’ultimo countdown verso l’approvazione dei tre decreti sulle liberalizzazioni, tra i partiti iniziano a circolare i più oscuri presagi. E non si tratta soltanto di quelli che ormai hanno idealmente occupato i banchi dell’opposizione. Non si tratta di Antonio Di Pietro, che adesso si schiera coi tassisti archiviandoli bonariamente alla voce «poveri cristi». Né della Lega Nord, che con Giacomo Stucchi chiede a mezzo stampa a Monti se «esiste ancora la sua maggioranza». No, il malessere è anche altrove.

A Palazzo Chigi, ad esempio, non dev’essere piaciuta tanto l’iniziativa berlusconiana di presentare un pacchetto di liberalizzazioni alternativo proprio a poche ore da quello del governo. E anche dentro il Terzo Polo c’è chi, come il finiano Fabio Granata, lancia un grido d’allarme all’indirizzo dell’esecutivo: «Il movimento dei forconi, i tassisti, i farmacisti: se il governo non sta attento, il Paese rischia una deriva sociale esplosiva».

Dice proprio così Granata, uno dei parlamentari che s’è battuto di più contro l’ultimo berlusconismo. «Esplosiva». Senza considerare che anche il Pd, che pure ha incassato la cancellazione di ogni richiamo all’articolo 18 dalla bozza della riforma Fornero, ora pare assalito dai dubbi. «L’Italia ha drammaticamente bisogno di crescita economica», scandisce il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro. «Drammaticamente» Mentre il bersaniano Antonio Misiani, che è anche il tesoriere del partito, prende carta e penna per protestare contro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: «Consultazioni con Gasparri e Terzo Polo sulle liberalizzazioni alla vigilia del Consiglio dei ministri? Forse non sarebbe male se Catricalà chiarisse perché e di che cosa si tratta». A chiarire sarà prima il Pdl, precisando che il capogruppo al Senato non ha avuto alcun incontro con membri del governo. Ma il malessere nella maggioranza a tre punte, che deriva dalle possibili ricadute nell’opinione pubblica del pacchetto sulle liberalizzazioni, rimane. Anticipando uno scenario che un membro del governo Monti riassume così: «Dai partiti ci aspettiamo una conversione rapidissima dei decreti sulle liberalizzazioni, con un maxiemendamento su cui verrà posta la fiducia. Non vorremmo trovarci dentro un Vietnam parlamentare condizionato dalla piazza…».

Già, la piazza. Anzi, le piazze. Quali poteri stanno per dichiarare guerra al governo? Il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello dice a RadioRai che tra i protagonisti dei blocchi in Sicilia ci sono «esponenti riconducibili a Cosa nostra». E di «possibili infiltrazioni mafiose» parla anche il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso. Il finiano Granata non nega questo scenario ma avverte: «Dobbiamo dare alla gente un segnale di equità sociale. Capire che pagheranno anche i poteri forti come i petrolieri, non solo farmacisti e tassisti».

Ancora poche ore e i provvedimenti con le liberalizzazioni saranno approvati dal governo in un consiglio dei ministri che affronterà anche il tema dell’asta sulle frequenze televisive (e l’addio al beauty contest?). Poi inizierà la lunga maratona per la conversione dei decreti. Un Vietnam parlamentare di fronte a una piazza che ribolle. Sempre di più.

Dietro il Malinconico addio c’è una guerra di due giorni. Il sottosegretario prova a resistere ma Monti (sostenuto da Catricalà&Passera) lo costringe alla dimissioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 gennaio 2012)

Quando a mezzogiorno entra nella stanza di Mario Monti, da cui uscirà dimissionario, Carlo Malinconico sa già che la sua esperienza al governo è finita. E lo sa da lunedì.

Carlo Malinconico

«Sono vittima di un attacco mediatico», spiega il sottosegretario al presidente del Consiglio, anticipando l’adagio che fornirà in serata ai cronisti. Niente da fare. L’ora e mezza di colloquio servono a Malinconico solo a sentire il ritornello che Monti gli aveva anticipato già da lunedì: «Questo governo sta per mettere mano a provvedimenti, su liberalizzazioni e concorrenza, che ci creeranno non pochi nemici. Non possiamo permetterci uno scandalo in casa. Di conseguenza…».

Mario Monti

Dietro i puntini di sospensione del premier c’è un braccio di ferro che va avanti da domenica. Da quando, cioè, sia Il Fatto quotidiano che Il Giornale tolgono dalla naftalina la storia del soggiorno di Malinconico a spese dell’imprenditore Piscicelli. Proprio lui, l’uomo legato ad Angelo Balducci, esponente di spicco della cricca che faceva affari all’ombra della P3. Il sottosegretario nega di conoscere chi si nascondesse dietro i pagamenti delle sue vacanze all’Argentario. L’imprenditore, al contrario, conferma. E il titolare del “Pellicano” di Porto Santo Stefano, interpellato all’Ansa, racconta: «Piscitelli mi chiedeva attenzioni particolari (nei confronti di Malinconico, ndr). Ricordo che mi inviò un fax con indicati i giorni del soggiorno perché voleva per lui proprio il meglio. Intuii», aggiunge l’albergatore Roberto Sciò, «che quello era un regalo speciale».

Corrado Passera

Ma nella partita a scacchi che si svolge dietro le quinte, la stessa che segnerà la sorte del sottosegretario, non c’entrano né ragioni né torti. O, quantomeno, c’entrano solo in parte. Anche perché Malinconico, che sbandiera la sua «buona fede», si batte per rimanere all’interno dell’esecutivo. Proprio mentre una parte del governo – a cominciare dal sottosegretario Antonio Catricalà e dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera – pensa che «lo scandalo» sia tale da costringerlo al passo indietro. È il primo round della sfida. Siamo a domenica sera.

La settimana inizia con Monti che prende tempo. È irritato, il presidente del Consiglio. Soprattutto per «la leggerezza» con cui Malinconico ha affrontato il dossier. Chi preme per il passo indietro del sottosegretario, al contrario, insiste perché si percorra la via più breve. Quella delle dimissioni. Lunedì il suo collega Antonio Catricalà, poco prima di annunciare urbi et orbi il decreto sulle liberalizzazioni, affida a pochi intimi una sensazione che si rivelerà esatta: «Secondo me Malinconico si dimette». E aggiunge: «Si deve dimettere». Dello stesso avviso è Passera.

Antonio Catricalà

Basta questo per considerare il «caso Malinconico» il frutto dello scontro tra l’ala del governo più vicina al centrodestra e un (ormai ex) sottosegretario da sempre considerato vicino al centrosinistra prodiano? Forse sì, forse no. Sta di fatto che, nel momento in cui tutti i politici riservano a Malinconico l’onore delle armi (persino Antonio Di Pietro, che ne apprezza «il gesto nel rispetto delle istituzioni»), dal governo interviene solo Pietro Gnudi. Il ministro per gli Affari regionali scrive un comunicato in cui mette a verbale: «Sono molto dispiaciuto per la vicenda del sottosegretario Malinconico, di cui ho avuto modo di apprezzare, in questo breve periodo, l’intelligenza e la leale collaborazione». Dagli altri membri dell’esecutivo, però, silenzio. Soltanto silenzio.

Nella nota diffusa da Palazzo Chigi dopo le dimissioni si legge che Monti ha espresso «apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato (da Malinconico, ndr) nell’anteporre l’interesse pubblico ad ogni altra considerazione». Malinconico, però, era di un altro avviso. E voleva rimanere. «È stata una decisione sofferta ma convinta, che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede», dice in serata evocando il «crescente attacco mediatico». Un addio carico di rabbia che segna la carriera di un giurista che tre anni fa, pur essendo estraneo al mondo dell’editoria, aveva assunto la presidenza della Fieg dopo essere stato segretario generale di Palazzo Chigi con Romano Prodi.

La delega all’editoria lasciata libera da Malinconico potrebbe finire, dopo un breve interim del presidente del Consiglio, nelle mani di Paolo Peluffo, il sottosegretario che già ha in capo i dossier Informazione e Comunicazione di Palazzo Chigi. A Palazzo Chigi, a sera, non c’è spazio per i sospiri di sollievo. «I provvedimenti sulle liberalizzazioni ci creeranno non pochi nemici», ripete Monti. Provando a scongiurare lo spettro che un altro caso – la casa Inps legittimamente ottenuta dal ministro Patroni Griffi nel 2001 con uno sconto del 30% – non si trasformi in patata bollente.

Written by tommasolabate

11 gennaio 2012 at 10:55

L’idea di Silvio il marsigliese. Un referendum su se stesso al congresso del Pdl.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 9 dicembre 2011)

Doveva essere il battesimo europeo della leadership di Angelino Alfano. E invece, ancora una volta, al congresso del Ppe di Marsiglia Silvio Berlusconi ha tenuto per sé il centro della scena. Perché?

Dalla sera del 12 novembre, quella delle dimissioni, non è passato neanche un mese. Nelle ore successive all’ascesa al Colle, mentre qualche decina di migliaia di manifestanti esultava di gioia, il Cavaliere ci avrà anche pensato, come aveva spiegato a qualche fedelissimo, a mollare tutto («Roma e la politica») per tornare a dedicarsi alle aziende. Ma è durato poco. Poi l’ex presidente del Consiglio è tornato sulla scena sfoderando quel bouquet di promesse che arricchivano il suo frasario già da mesi. «Alle prossime elezioni non mi ricandido», «tocca ad Alfano». Ma, in ogni caso, «non lascio». Anzi, «raddoppio il mio impegno».

Sembra passata un’era geologica. E non solo perché il governo Monti, com’era prevedibile, sta occupando tutta la scena. Ma anche perché, stando a quanto si mormora nella war room mai smobilitata di Palazzo Grazioli, Berlusconi ha ricominciato a commissionare sondaggi per misurarsi coi competitor più disparati: da Mario Monti a Corrado Passera. Passando, è una voce che circola con insistenza da giorni, anche per Angelino Alfano.

È altamente probabile che, al «delfino», questi movimenti sotterranei del «padre nobile» non piacciano affatto. Com’è probabile che il segretario del Pdl volesse calcare in solitaria il palcoscenico marsigliese del congresso del Ppe. D’altronde così era scritto nell’ideale piano d’azione messo giù dall’ex guardasigilli nei primi giorni d’ottobre. Quando, col governo del Cavaliere ancora in piedi, prese un volo diretto a Bruxelles per incontrare i vertici del Partito popolare europeo e sondare il terreno in vista delle assise marsigliesi.

E invece, in Francia, s’è materializzato anche Berlusconi. Con uno show degno delle apparizioni di fronte alla stampa di quando, in giro per il mondo, rappresentava l’Italia e non soltanto il Pdl. «Se non si arriverà a dare alla Bce un ruolo di ulteriore garanzia sui debiti sovrani, allora non si risolverà nulla», ha scandito prima di incontrare i capi di stato e governo che stanno nei Popolari. «Per possibile votare una manovra come questa, che comporta un forte aumento della pressione fiscale, serve la fiducia», ha aggiunto. Un evergreen berlusconiano, insomma. Non ci piace, ma dobbiamo farlo. Lo stesso metodo che l’ex presidente del Consiglio tira fuori quando gli domandano che cosa pensa dell’attivismo di alcuni deputati del suo partito (da Denis Verdini a Gabriella Giammanco) sulla proposta di rimettere l’Ici per tutti gli immobili di proprietà della Chiesa. «So che tutte le risorse che la Chiesa risparmia le dà in opere di aiuto a chi ha bisogno. Per questo ho lasciato ai membri del mio partito piena libertà».

Che cosa ha in mente Berlusconi visto che, come il diretto interessato sa benissimo, non si andrà alle urne prima del 2013? Tra i suoi inizia a circolare con una certa insistenza la voce secondo cui «il Presidente ha intenzione di convocare un altro referendum su se stesso». E che questa volta, lo strumento potrebbe essere quel congresso del Pdl che inizierà a breve. Ovviamente nessuno arriva a pensare a un Berlusconi che sfida Alfano, anche perché si andrebbe ben al di là anche dei confini della fantapolitica. «Piuttosto», dice un berlusconiano della cerchia ristretta, «bisognerà trovare modi e forme per trovare, all’interno della consultazione, un momento in cui verrà ratificata, oltre alla segreteria di Alfano, la leadership del Presidente».

Lui, intanto, è tornato in partita. E la mossa di ribadire che «i cittadini italiani sono benestanti», come ha fatto ieri a Marsiglia, è la via più agevole per allontanare dal suo vecchio governo le ombre della crisi. «Adesso c’è Monti. Chiedete a lui», risponde ogni volta che qualcuno gli domanda che cosa avrebbe fatto in questo dicembre 2011, se fosse rimasto a Palazzo Chigi. E la manovra lacrime e sangue di dicembre, come teorizza in privato anche Giulio Tremonti, è soltanto la punta di un iceberg. «Perché questi segnali d’allarme che arrivano dall’Europa sono l’anticipazione di quello che l’esecutivo farà all’inizio del 2012. E cioè una manovra aggiuntiva». Altro fieno in cascina per un Berlusconi versione “campagna elettorale”. Di nuovo in campo.

Written by tommasolabate

9 dicembre 2011 at 10:25

Totoministri killer. Storia di nomine mancate, dall’epoca di Andreotti a quella di Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 novembre 2011)

 

Frattini, Buttiglione, Lupi e altri ancora. Sono le ultime vittime della più infernale macchina partorita dal tandem politica-giornalismo: il totoministri.

Uno ci spera, ci lavora, finisce sui giornali. Spiffera, trama, dichiara. Fa spifferare, tramare e dichiarare. Poi spunta sempre il Mario Monti di turno, che sbuca dal portoncino del Quirinale e legge «la lista» che si abbatte su di loro come la giustizia dell’Ezechiele 25,17, il finto passo della Bibbia che Tarantino inventa per Pulp Fiction. «Con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno».

Loro sono le vittime della «notte dei lunghi trombati». Quelli che dovevano starci, al governo. E che poi sono “saltati”. Franco Frattini se la sentiva in tasca, la riconferma. E non tanto perché il titolare della Farnesina aveva dimostrato, all’epoca di Lamberto Dini, di riuscire a stare anche in un governo tecnico. Anche Mariastella Gelmini ci aveva provato, alla fine della settimana scorsa. Le voci (amiche) di Palazzo si rincorrevano dolci, soavi, vellutate. «Alfano ha convinto Berlusconi a sostenere Monti». Ergo, «quelli a lui più vicini saranno di nuovo ministri». E poi niente, puff, svaniti. Come la nomination di Maurizio Lupi a un dicastero di prima fascia, l’Istruzione. E «il pressing della Chiesa», e «l’accelerazione di Cl», «è così», «vedrete». Le voci rimbalzano nei resoconti d’agenzia, a volte sui giornali. Fino a quando si scopre che colà si sono voluti ministri Riccardi e Ornaghi – cattolici, cattolicissimi – e un’altra infornata di abiti blu e tailleur eleganti torna in naftalina.

Perché altro che Gianni Letta e Giuliano Amato, su cui s’è davvero trattato fino alla fine. Le vittime dell’ultimo totoministri sono state altre. Umberto Veronesi, che agli amici aveva confidato le speranze di andare al ministero della Salute, uscito di scena dopo un paio di articoli di Avvenire. Pietro Ichino, che per un certo numero di ore ha puntato al Welfare. Rocco Buttiglione, che i suoi davano per «certo, certissimo» ai Beni Culturali. E pure Emma Bonino, che adesso tratta il suo amico Monti con un po’ di carota («È la persona più appropriata») e un po’ di bastone («La luna di miele finirà presto»).

E dire che, nel crepuscolo della Seconda Repubblica, la «trombatura» è molto meno dolorosa rispetto all’epoca in cui da Piazza del Gesù partiva una macchina con una lista che veniva poi stravolta strada facendo. Successe anche dopo la fine della Dc. Come sa benissimo Salvatore Ladu, ex senatore sardo vicino a Franco Marini. Che il 22 dicembre 1999 si presentò all’ingresso del Quirinale convinto che da lì a pochi minuti avrebbe giurato come ministro delle Politiche comunitarie del governo D’Alema bis. E che invece se ne tornò verso casa disperato, in lacrime, perché la compagna di partito Patrizia Toia gli aveva fregato il ministero sul filo di lana. Gli amici che lo sorressero in quel momento difficilissimo, tutti della corrente mariniana, ricordano ancora le minacce di suicidio che il malcapitato proferì durante il più duro tragitto in macchina della sua esistenza. Minacce a cui, per fortuna, Ladu non diede seguito. Anche perché, meritoriamente, poi venne recuperato come sottosegretario.

Altro che uomini che entrano in conclave papi e ne escono cardinali. In politica capita che un minuto prima sei ministro e un minuto dopo niente. Come l’ex diccì-ppi calabrese Donato Tommaso Veraldi, ex parlamentare europeo. All’epoca dei governi di centrosinistra, Veraldi era stato più volte sul punto di diventare ministro delle Infrastrutture. Soltanto in una di queste, però, fece il passo più lungo della gamba. Fu quando, sempre ai tempi del governo D’Alema, prima di recarsi al Colle per il giuramento raccolse gli amici attorno a un paio di bottiglie di champagne. «Auguri al ministro!», «Cin Cin!», «Viva la Calabria!». Qualche ora dopo gli stessi amici, visibilmente alticci, si piantarono attorno a lui, tutti armati della stessa, identica, frase di circostanza: «Sarà per la prossima volta, Dona’».

Mauro Favilla

Ma tutto questo è acqua fresca se si pensa al supplizio inflitto a un altro dc di rango, Mauro Favilla. L’ex sindaco di Lucca, nel giorno del giuramento di uno degli ultimi governi Andreotti, arrivò a sedersi nel salone delle feste del Quirinale insieme al resto dei ministri. I fotografi gli dedicarono più d’un clic, come si conviene con un politico che sta per diventare titolare delle Finanze. E invece, prima dell’inizio della cerimonia, qualcuno lo chiama. Prima è un sussurro. «Favilla». Poi qualcosa di più. «Favilla! Favilla!». Finchè Favilla non si alza e imbocca un corridoio laterale col funzionario del Colle che ha appena destato la sua attenzione. Lo stesso che stava per comunicargli la più ferale delle notizie. Proprio nell’istante in cui, voltantosi, Favilla ebbe giusto il tempo di capire che la poltrona aveva già trovato un altro occupante. E il ministero delle Finanze, di conseguenza, un altro inquilino.

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17 novembre 2011 at 11:25

Quella partita a scacchi tra Bersani e Monti. «No a Letta. Amato? Non lo indica certo il Pd»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 novembre 2011)

«Professore, il Pd sosterrà il suo governo ma non indica alcun ministro. Se vuole mettere dentro Amato bene, ma non lo indichiamo noi. Quando a Letta…». Il rebus del governo è tutto nelle parole che Bersani dice a Monti.

Gianni Letta sì, Gianni Letta no. Giuliano Amato dentro, Giuliano Amato fuori. Governo tecnico, semi-tecnico o con qualche innesto politico di peso. Il gigantesco rebus che ha portato Mario Monti a rinviare a stamattina il taglio del nastro dell’esecutivo è tutto nella consultazione del presidente del Consiglio incaricato col Partito democratico.

Va avanti da giorni, il gioco di rimbalzi tra il quartier generale del Pd al Nazareno e il Professore. Da quando quest’ultimo, prima delle dimissioni di Berlusconi, aveva lasciato intendere la sua volontà di avere «qualche politico nella squadra». Uno per polo. Uno del Pdl, che viene immediatamente individuato in Gianni Letta. Uno del Pd, che sembra essere – stando alle preferenze dell’ex commissario europeo – Enrico Letta. E uno del Terzo Polo, da individuare in una personalità di altissimo profilo. Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini, insomma.

È Bersani a frenare. Già da sabato scorso. Il segretario, che riesce a portare sulla sua linea il gotha del Pd, chiude alla possibilità di indicare un democratico doc per il governo. E soprattutto prova a sbarrare la strada a Gianni Letta. Sia chiaro, l’argomentazione bersaniana non è campata in aria. «Presidente», dice a Monti prima che la Camera licenzi la legge di stabilità, «saremo i primi sostenitori di questo governo. Ma per noi è difficile dare il via libera al dottor Letta, che rappresenta uno dei personaggi chiave di quel Pdl che abbiamo combattuto e continueremo a combattere».

La partita, come dimostrano i totoministri che straripano di tecnici, sembra chiusa. Invece le voci sono solo specchietti per le allodole. Perché il problema che emerge nelle triangolazioni incrociate Palazzo Giustiani-Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo è molto semplice: «In ministeri come gli Interni e gli Esteri non ci possono andare uomini con un pedigree esclusivamente accademico. E questo vale anche per chi, a Palazzo Chigi, prenderà la delega sui servizi segreti».

E si arriva a ieri. All’incontro tra Mario Monti e la delegazione del Pd. Quella in cui Bersani ribadisce al premier incaricato la sua difficoltà a dare il via libera a Gianni Letta. La stessa in cui il leader dei Democratici torna ad affrontare la questione Amato. «Se per lei va bene, per noi Amato va benissimo. L’unica cosa è che non lo indichiamo noi», è il senso del ragionamento bersaniano. Lo stesso con cui «Pier Luigi» ribadisce che il governo deve aver un profilo «puramente tecnico».

Nelle ore successive, come in una partita di calcio che s’infiamma nel finale dopo esser apparentemente filata via liscia verso un pareggio, saltano gli schemi. Bersani sale al Quirinale. E i dipietristi, gli stessi che sono stati convinti proprio dal segretario del Pd a sostenere il governo Monti, lo affiancano nella sua battaglia. Basta citare per tutti Leoluca Orlando: «Se nel governo tecnico ci fosse un Letta, sia che si chiami Gianni oppure che si chiami Enrico, noi diremmo no». La musica è diversa nel Terzo Polo. Sia Casini che Fini danno il via libera all’ingresso nel governo di Letta e Amato. Di più, “Pier” e “Gianfranco” iniziano a riflettere sul nome del terzopolista di peso da far inserire nella lista del Monti I. «È uno di loro due», spiega un autorevole esponente dell’Udc. «Uno tra Casini e Fini».

Morale della favola? Alle 19, i nomi di Letta, Amato e del Mister X terzopolista (favorito Casini) sono in campo. Alle 20 scompaiono dalla lista. Per poi ricomparire alle 21 e riscomparire alle 21.30, quando il Riformista va in stampa. L’ex presidente del Senato Franco Marini, che di nascite di governi ne ha viste un bel po’, azzarda: «Qualche politico di peso ci vuole. Secondo me, questo governo nascerà nella notte».

Mario Monti, intanto, s’era già presentato alla conferenza stampa fissata a Palazzo Giustiani. «Le parti sociali hanno dato la propria disponibilità a contributi concreti che possano causare sacrifici parziali per il bene comune», è stata la sintesi degli incontri con le parti sociali. E poi, rivolto ai cronisti: «Grazie per l’attenzione e la pazienza con cui avete seguito questa gestazione». Nulla di più. S’è voltato e s’è incamminato verso la notte decisiva. Quella in cui l’ultimo rebus sull’esecutivo sarà risolto. Quello in cui gli interrogativi su Letta, Amato, Casini e la natura tecnica o semi-tecnica del Monti I troveranno risposta certa.

Written by tommasolabate

16 novembre 2011 at 10:28

«Pochi mesi» o «fino al 2013»? Nel Pd c’è tensione sulla durata del governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 novembre 2011)

Gli ultimi ad arrendersi sono stati Veltroni e Letta, i più convinti sostenitori della teoria secondo cui «i politici sarebbero dovuti entrare nel governo d’emergenza». Nel braccio di ferro sotterraneo andato in scena dentro il Pd, per ora passa la linea di Bersani: «I ministri saranno solo tecnici». Ma c’è tensione sul voto anticipato.

E dire che il tira e molla all’interno dei Democratici va avanti da venerdì scorso. Da prima, cioè, che anche Mario Monti manifestasse la sua preferenza ad avere nella squadra qualche politico di peso. «Walter» ed «Enrico», che negli ultimi giorni sembrano gli esponenti del Pd meglio sintonizzati con le antenne del Colle e con quelle del premier incaricato, l’avevano spiegato al segretario: «Pier Luigi, guarda che Monti preferisce averli, i ministri politici».

Bersani ha ascoltato le ragioni dell’ex leader e quelle del suo vice. Poi, citando i veti che arrivavano da Berlusconi, ha impresso lo stop: «Non possiamo mica muoverci da soli». Una spiegazione che, nel pomeriggio di sabato, «Pier Luigi» aveva opposto anche al premier in pectore: «Noi ci sentiamo garantiti da lei, presidente. Non abbiamo bisogno di altro».

Per il Pd, insomma, la partita dei ministri politici si può considerare chiusa. Lo dice Massimo D’Alema, rispondendo alle domande di Lucia Annunziata a In mezz’ora: «Per noi deve essere un governo tecnico, senza uomini dei partiti. Ma questo non è un disimpegno. Daremo il sostegno a Monti con tutte le nostre energie». Lo conferma anche uno dei principali esponenti della minoranza interna, Beppe Fioroni: «Al 99,9 per cento siamo tutti d’accordo sul governo esclusivamente tecnico. E questo, secondo me, può anche essere un segnale di forza. Il dibattito sui ministri politici rischiava solo di incasinarci la vita». Come ha capito perfettamente anche Mario Monti. Che in serata, al termine del primo giro di consultazioni, ha ribadito la volontà di avere dei politici in squadra precisando però che «capirei i loro no».

Eppure, nonostante il tormentone sulla natura del governo sia destinato a eclissarsi, dentro il Pd la tensione rimane alta. Colpa dei sospetti incrociati che circolano tra i Democratici sulle reali intenzioni di sostenere il governo fino alla fine della legislatura. Sul punto Monti ha rotto tutti gli indugi e tolto ogni residuo di ambiguità: «L’orizzonte temporale in cui il futuro governo si colloca è da oggi alla fine della legislatura». Certo, ha precisato, «è ovvio che il Parlamento può decidere in qualunque momento che l’esecutivo non è più degno della sua fiducia». Ma attenzione. «Se però venisse prefissata una data al di qua del 2013», ha scandito l’ex commissario europeo, «questo toglierebbe credibilità all’orizzonte del governo. E non lo accetterei».

Basta confrontare le parole del prossimo presidente del Consiglio con quelle messe a verbale dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina per intercettare la buriana che tornerà a soffiare al Nazareno. Ventiquattr’ore prima della conferenza stampa di Monti, Fassina ha rilasciato un’intervista uscita ieri sul Quotidiano nazionale. Per dire, senza troppi giri di parole, che «questo governo dovrà risolvere le emergenze, calmare le pressioni internazionali e poi portare il Paese al voto». La tempistica? «Qualche mese dovrebbe essere sufficiente».

La posizione di Fassina, ovviamente, non piace né a Veltroni né a Letta, né a Franceschini e nemmeno alla Bindi, tutti ormai sintonizzati sul voto nel 2013. «Dobbiamo smetterla con il gioco dei veti incrociati», spiega il veltroniano Giorgio Tonini. «E soprattutto, visto che in ballo ci sono le sorti del Paese, dobbiamo affidarci a quello che vogliono Monti e il presidente della Repubblica Napolitano. Siamo nelle loro mani». Nessuno, e men che meno Tonini, si spinge fino a una chiamata in correità di Bersani, di cui Fassina è uno dei fedelissimi. D’altronde, dentro il partito, in tanti hanno riconosciuto la «generosità» dimostrata dal segretario nel favorire l’esecutivo Monti scartando il ricorso alle urne. Però i punti interrogativi rimangono. Al pari dei sospetti su chi, puntando sui sondaggi che danno il Pd a un passo dal 30 per cento (come quello di Termometro politico, pubblicato ieri dalla Stampa), potrebbe spingere per chiudere la legislatura nel giro di pochi mesi.

E il totoministri? In attesa dell’incontro tra Monti e la delegazione del Pd, le voci sui “papabili” si sono arrestate. Non quelle su Giuliano Amato, che pare sempre più in pole position per un posto nella squadra.

Written by tommasolabate

15 novembre 2011 at 12:30

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