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La “dittatura” a Deauville, l’accordone a Montecitorio. E il premier prepara il bunker.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 maggio 2011)

Stavolta non si tratta di un’intervista a un tiggì della Rai o di Mediaset. Né di un’ospitata da Vespa o di una telefonata furibonda all’Infedele o a Ballarò. Né di uno sfogo privato fatto trapelare dai suoi. Stavolta, l’affermazione secondo cui in Italia «abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra», Silvio Berlusconi l’ha detta a Barack Obama.

Potrebbe essere il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’inizio della fine dell’«Impero». Due minuti di colloquio ripresi dalle telecamere a circuito chiuso del G8 di Deauville, che tra l’altro provocano un ritardo nell’inizio dei lavori del summit.
Silvio Berlusconi si avvicina al presidente degli Stati Uniti, di cui aveva salutato l’elezione riassumendo il senso delle sue reazioni in un aggettivo, «abbronzato». Quindi, con l’aiuto dell’interprete, il presidente del Consiglio (che conosce bene il francese, ma non l’inglese) dice a Barack Obama che «abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale». Però, aggiunge testualmente, «in Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici “di sinistra”». E ancora: «Io ho subito ventuno processi».
Il presidente degli Stati Uniti d’America sembra cogliere la gravità delle parole del presidente del Consiglio italiano. Le immagini testimoniano di un Obama che, nell’ascoltare il suo interlocutore, scuote impercettibilmente la testa. Però, tolto l’«how are you?» iniziale, non replica. Neanche con un sussurro. Nemmeno quando Berlusconi, stando al servizio del Tg1 delle 20, gli racconta «della nuova maggioranza» su cui si regge l’esecutivo (in pillole, è come spiegare all’inquilino della Casa Bianca dell’esistenza di Mimmo Scilipoti nello scacchiere politico nostrano).
Ma è davvero il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’«inizio della fine»? In vista di una possibile presa di distanze da parte del Quirinale e del Csm, alle parole del Cavaliere reagiscono l’Associazione nazionale magistrati e tutta l’opposizione. «Berlusconi sta perdendo il senso delle dimensioni», mette a verbale Pier Ferdinando Casini. «Il governo deve andare a casa. Il premier chiederà a Obama un intervento della Nato contro i pm?», scandisce Bersani. Ma il vero segnale l’allarme, che dimostra l’effetto boomerang dell’ultima trovata del presidente del Consiglio, sta nel silenzio dei berluscones. Nessun fuoco di copertura, nessuna difesa d’ufficio organizzata, nessuna controffensiva. Prima dell’inizio dei telegiornali di prima serata, tolte due dichiarazioni di Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, dalle parti del Pdl non si sente che silenzio. È il segno che stavolta, anche per i falchi, la misura potrebbe essere colma. Senza dimenticare che, come spiegano da via Bellerio, il video ripreso dalle telecamere del G8 ha imbarazzato talmente tanto i vertici del Carroccio da non poter escludere «una presa di posizione di Bossi».
Ma i segnali d’allarme, per il Cavaliere, vanno ben al di là dell’effetto (in Italia) delle sue parole Oltralpe. Primo, perché il Pdl che s’avvicina all’appuntamento coi ballottaggi sembra un esercito che marcia diviso per colpire altrettanto. Mentre gli ex di Alleanza Nazionale lavorano alla costruzione della loro «cosa», tra gli ex forzisti volano gli stracci. A Roberto Formigoni, che aveva anticipato la sua decisione di correre per la leadership, ha risposto Fabrizio Cicchitto, dai microfoni del Tg3. «Escludo passi indietro di Berlusconi», ha spiegato il capogruppo del Pdl a Montecitorio. Di conseguenza, ha aggiunto riservando un colpo di sciabola al governatore della Lombardia, «non so a quali primarie si riferisca».
Ma è soprattutto la triangolazione Lega-Terzo Polo-Pd a preoccupare le truppe berlusconiane asserragliate a Palazzo Grazioli. Casini, che oggi chiuderà insieme a Massimo D’Alema la campagna elettorale del ballottaggio di Macerata, ha ammesso ai microfoni di Mattino Cinque (intervistato da Maurizio Belpietro) che sono in atto colloqui tra il Carroccio e il resto delle opposizioni per cambiare la legge elettorale. Una boutade? Tutt’altro. Anche perché, stando a quanto risulta al Riformista, all’ufficio legislativo della Camera dei deputati è arrivato, nelle ultime quarantott’ore, la richiesta di un parere tecnico su una nuova versione del Mattarellum. In cui la quota proporzionale, che nella vecchia legge elettorale era fissata al 25% degli eletti, verrebbe estesa al 50. Metà dei parlamentari sarebbero eletti con i collegi uninominali; l’altra metà con il proporzionale. Fermo restando che l’elezione dei Senatori avverrebbe, come vuole la Costituzione, su base regionale.
Una bozza del genere accontenterebbe tutti: dal Pd ai finiani, dai casiniani alla Lega. Che, in questo caso, potrebbe ragionevolmente immaginare di presentarsi da sola in tutto il Nord eleggendo quantomeno lo stesso numero di parlamentari di questa legislatura.
Impossibile risalire all’origine di questa richiesta che ha raggiunto l’ufficio legislativo della Camera. Ma una cosa è certa: si tratta dei primi vagiti di un post che potrebbe iniziare da lunedì. Con buona pace di un premier che, mettendo in conto le sconfitte di Milano e Napoli, ha già deciso di asserragliarsi in una sorta di bunker. Ripetendo quello che ieri ha anticipato a Obama: «Abbiamo una nuova maggioranza…».

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Written by tommasolabate

27 Mag 2011 at 10:29

Alle radici (calabresi) Leon Panetta, nuovo numero uno del Pentagono.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 gennaio 2009)

Siderno, provincia di Reggio Calabria. «Dirò solo che Siderno è posta in un sito molto ameno, che i suoi territori sono ubertosi. Il paese è fornito di belli e decenti edifizi. Il commercio vi è florido. Gli abitanti ascendono al numero di circa quattromila cinquecento, nella maggior parte addetti alla coltura ed alla pastorizia. Fin dai tempi del P. Fiore, Siderno aveva fama di paese incivilito, poiché l’illustratore della Calabria la chiama terra civilissima. Debbo dunque supporre che al presente la civiltà siavi in progresso». (Niccola Falcone, in Biblioteca storica topografica delle Calabrie, 1846).

Gerace, provincia di Reggio Calabria. «Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia. (…) Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti…». (Edward Lear, in Diario di un viaggio a piedi, 1847).

Panetta Carmelo e il fratello Domenico, da Gerace, furono costretti ad abbandonarli, i panorami, le rocce, i santuari e i palazzi che avevano lasciato di sasso persino lo scrittore londinese Edward Lear. Forse lì non era cosa, sicuro di quelli non si campava. Panetta Carmelo aveva preso in moglie Prochilo Carmela, che come tutte le Carmele era detta «Carmelina» e quindi «Melina», da Siderno. Anche Domenico era maritato.

Partirono lo stesso, però. Prima per il mare sidernese. Poi per l’America, che però non era l’America degli altri, dei tanti, dei più. Non era l’America di New York, anche se la quarantena con vista sul fiume Hudson, a Ellis Island, rimaneva una tappa forzata.Per i Panetta bros. fu come una piccola conquista del West, visto che quella fu la direzione che decisero di prendere.

La fame. Il lavoro. La nostalgia. Come da copione. Domenico non ce la fece, gli mancava troppo la moglie, dissero. Carmelo no. Carmelo la portò con sé, la moglie. Tra l’altro Monterey, duecento chilometri a sud di San Francisco, non era troppo più grande dell’incivilita Siderno e lì c’era pure il mare. Lavorava nelle piantagioni di arachidi, la famiglia Panetta trapiantata in California. Anche se per quelli rimasti in Calabria, molto più semplicemente, «facevano noccioline americane». Il piccolo Leon vide la luce addì 28 giugno 1938. Avrebbe fatto strada, tanta. Senza rinunciare al dialetto dei padri. E sognando sempre le vacanze di Calabria. Panetta Leon, negli anni Cinquanta, era fanciullo sveglio ma dispettoso. Così lo ricordano i cugini, che se lo ritrovavano d’estate nella sempre più incivilita Siderno. Nel frattempo lo zio Carmelo, che faceva noccioline americane, era salito di grado, diventando per i nipotini «lo zio ricco d’America», non foss’altro perché era solito regalare biglietti da un dollaro. Oggi che è passato mezzo secolo, oggi che Leon è stato nominato da Barack Obama alla guida della Cia, la Riviera – settimanale locale che ha la redazione a Siderno – gli ha dedicato una paginata. Col più scontato degli occhielli, «Grandi calabresi», e il più ovvio dei titoli: «Mio cugino Leon».

Panetta Leon, nei campi di noccioline americane, avrebbe costruito la sua tempra da «duro». Scuole cattoliche, a Monterey. E la Panetta Clintonpassione per la politica, coltivata sin dal liceo. Poco italiano, come molti di cui ha condiviso la sorte di figlio di immigrati. American english fuori e dialetto calabrese a casa. Per l’università si sposta a Santa Clara, scienze politiche prima, giusprudenza poi. Le userà entrambe, le lauree. Nel 1964 entra nell’esercito come sottotenente; due anni dopo è già decorato, ha i galloni di tenente e si congeda. Per tornare a seguire la sua stella polare.

La politica. Panetta Leon si affianca ai repubblicani. Nel 1966 comincia come consulente legislativo del senatore californiano Thomas Kuchel. Nel ’69 viene scelto da un cavallo di razza, Robert H. Finh, «ministro del welfare» dell’amministrazione Nixon. La promozione, guadagnata sul  campo, arriva con la nomina a direttore dell’ufficio Diritti civili della Casa Bianca. Ma con essa si materializzano i primi nemici. Per il suo impegno a favore di politiche che qui diremmo «di sinistra», Panetta entra nel mirino dei falchi nixoniani. Il pressing per silurarlo è asfissiante. Leon prima resiste, poi lascia. Torna a Monterey per fare l’avvocato. La spensieratezza delle vacanze sidernesi è ormai lontana. Panetta Leon entra nel Partito democratico che è il 1971, o giù di lì. La marcia di avvicinamento alla Casa Bianca durerà più di vent’anni. Fino al 17 luglio del 1994, giorno in cui il William Jefferson Clinton detto «Bill», quarantaduesimo presidente della Stati Uniti d’America, lo nomina capo di gabinetto della Casa Bianca. Come era stato per i diritti civili, anche Clinton diventa per Panetta una causa da servire. E quando scoppia il caso Lewinsky, il numero uno dello staff clintoniano torna in trincea. Il «nemico», in questo caso, è il procuratore speciale Kenneth Starr che carica sul presidente ben undici capi di accusa: cinque per reati di spergiuro, cinque per ostruzione della giustizia e uno per infrazione dei suoi doveri costituzionali.

Panetta Leon, tempra da calabrese, si presenta alla Cnn. E di fronte alle domande di Larry King, sotto gli occhi del paese intero, scandisce: «La diffusione del rapporto Starr, con tutti quei dettagli osceni, non mi era sembrata necessaria». Di più, «diffondere quella roba non è corretto né dal punto di vista legale né da quello morale». Ancora di più, «io credo che il Congresso dovrebbe sempre e comunque mettere in primo piano gli interessi della nazione. Questa volta non l’ha fatto». Nel rapporto Starr, anche Panetta è citato più volte. «La Lewinsky nel tuo ufficio, la Lewinsky davanti alla porta del tuo ufficio… Come hai reagito?», lo incalza Larry King. E Panetta: «La mia prima reazione è stata di salirmene in camera a mettere la testa sotto il cuscino. Quando si leggono queste cose, Larry, è terribile, vergognoso, indifendibile. È stato un colpo scoprire che il presidente andava facendo queste cose, prendendo questi rischi, mentre eravamo tutti impegnatissimi in questioni fondamentali. Stavamo trattando l’accordo coi repubblicani sul bilancio, preparando la campagna elettorale. E intanto succedeva tutto questo…». Leon sente che la sua fiducia è stata tradita. Ma la causa, «Clinton», viene prima di tutto il resto. «Bill è rimasto solo ma non si arrenderà», avrebbe scommesso un anno dopo Panetta. Scommessa vinta. Siderno è lontana. Il suo ricordo no.

Panetta Leon non dimentica il dialetto, né la gente delle sue origini (tra l’altro, narra la leggenda, a una delegazione di cittadini sidernesi capitò di essere ricevuta in pompa magna alla Casa Bianca). Lascia Washington, fonda con la moglie il Leon&Sylvia Panetta Institute for public policy e continua a tessere la sua trama. Da Bill a Hillary, clintoniano tra i clintoniani. Nel 2006 entra nella commissione Baker, il gruppo di studio nato per togliere gli Usa dal pantano iracheno. Quindi due anni e mezzo di oblio. Nell’ombra. Fino alla nomina a capo della Cia. «Grandi calabresi». «Mio cugino Leon».

Post scriptum.  Nella hall of fame dell’incivilita Siderno c’è un altro Panetta. Francesco, atleta. Negli anni Ottanta veniva considerato uno dei massimi interpreti mondiali dei tremila siepi. In una calda notte del settembre ’88, la cittadinanza di Siderno puntò la sveglia alle 4 del mattino per assistere alla gara del suo Panetta alle Olimpiadi di Seul. Francesco, che viveva da tempo a Milano, fece la lepre. Duemila metri praticamente in testa. Poi il crollo. Nono. Lontano dal podio. Francesco, che era stato oro ai mondiali del 1987, corre davanti e arriva in fondo. Al contrario dell’omonimo Leon, che sta nell’ombra e finisce avanti. Ma l’importanza di chiamarsi «Panetta» e di esser riusciti a dar lustro alla terra d’origine è solo un caso. «Francesco» e «Leon» non sono parenti. Neanche alla lontana.

Written by tommasolabate

27 aprile 2011 at 12:50

Pubblicato su Ritratti

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