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La Lega anti-raid sparge veleno su Mario Draghi.
di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)
Sembra l’anticamera di una crisi di governo. Alle 19.34, quando Bossi dice all’Ansa che «dopo le dichiarazioni di Berlusconi Gheddafi ci riempirà di clandestini», la maggioranza – almeno sulla politica estera – di fatto non esiste più.
Pare la sconfessione dei teorici del «gioco delle parti», di quelli secondo cui al Cavaliere serviva che il Carroccio “coprisse” per il centrodestra anche il fronte anti-bombe. E sembra anche la piena smentita indirizzata a chi, come Ignazio La Russa, si presenta ai microfoni del Tg3 per negare l’ennesima «lite» che sta per scoppiare dentro la maggioranza.
Fin qui le ipotesi. L’unica certezza è che le poche parole che il Senatur affida all’Ansa nel tardo pomeriggio di ieri seppelliscono l’ottimismo di maniera con cui il presidente del Consiglio aveva risposto alle domande sulla tenuta della coalizione a ventiquattr’ore dall’annuncio dei bombardamenti italiani sulla Libia. «Con Bossi è tutto a posto», aveva replicato il premier passeggiando per le vie della Capitale poche ore dopo il vertice italo-francese. «Comprendo le perplessità leghiste», aveva aggiunto, ma «non è stata una decisione facile. Ieri sera ho parlato con Calderoli, Maroni e Bossi. E anche oggi ci risentiremo».
Fatica sprecata. Perché il leader della Lega, ancor prima di ricevere la seconda telefonata del premier sulla crisi libica, seppellisce la strategia bellica del governo. Con un uno-due devastante. «Dopo le dichiarazioni di Berlusconi, Gheddafi ci riempirà di clandestini». E uno. «Le guerre non si fanno e comunque non si annunciano così. Berlusconi ci dirà pure che Gheddafi ci riempie di clandestini, ma io dico che non sono d’accordo sui bombardamenti. Se gli americani vogliono bombardare, che lo facciano loro». E due. Tutto dalla viva voce del ministro delle Riforme.
E pensare che, fino all’intervento a gamba tesa del Senatur, sembra di stare di fronte al remake del film già visto all’inizio della crisi libica. C’è la decisione («Sono costretto», ha confidato il premier ai suoi) di intervenire attivamente nella missione, che Berlusconi mette nero su bianco smentendo se stesso. C’è la “copertura” dell’opposizione, da cui si smarca soltanto l’Italia dei valori. E anche l’intervento del Quirinale, con Giorgio Napolitano che spiega come «l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa e confortata da ampio consenso in Parlamento». Ma in serata, dopo le parole di Bossi, nella cerchia ristretta del presidente del Consiglio l’allarme sale oltre il livello di guardia. Tanto è vero che gli sherpa di Palazzo Grazioli e di via Bellerio s’affrettano a far filtrare la notizia di un faccia a faccia tra «Silvio» e «Umberto» che avrà luogo prima del consiglio dei ministri di giovedì. Tra i più stretti consiglieri del premier c’è la certezza che «la situazione verrà ricomposta».
Ma il nervosismo sulle parole dell’alleato è alle stelle. Tanto che, nell’inner circle berlusconiano, c’è chi teme che il fuoco di fila leghista assomigli a «un avviso di sfratto». A questo punto della storia è necessario fare un passo indietro al giorno di Pasqua. Quando il Cavaliere, nella telefonata di auguri a Bossi, comincia a mettere il leader del Carroccio di fronte alla possibile svolta. «Umberto, neanche io vorrei bombardare», è il senso delle parole del premier. Ma, è il sottotesto, «siamo costretti a farlo. Con Gheddafi ancora in piedi, ci ritroveremo l’Italia sommersa dai clandestini». Sono parole che, al leader della Lega, non piacciono affatto. Anche perché, nel sancta sanctorum del Carroccio, qualcuno dei fedelissimi segnala al «capo» che la mossa rischia di sembrare «l’ennesimo asservimento alla strategia di Sarko». In fondo, è lo stesso meccanismo che porta i leghisti spargere veleno sull’ipotesi che dietro la «svolta sui raid ci sia anche il benestare che l’Eliseo darà a Mario Draghi per la corsa del numero uno di Bankitalia alla guida della Bce».
Veleni o non veleni, sui bombardamenti il Carroccio risponde come un sol uomo. Tolto il taciturno Roberto Maroni, che però da tempo manifesta perplessità sulla piega che sta prendendo l’affaire Libia, la Lega – come spiega Roberto Calderoli – «è contraria alla guerra e lo dirà in consiglio dei ministri». Una posizione che provoca la reazione stizzita di La Russa: «Calderoli? Ha informazioni incomplete».
L’unica certezza è che anche in questa partita Giulio Tremonti si muove dietro le quinte. Il ministro dell’Economia, che in un colloquio con Massimo Giannini di Repubblica ha smentito «i complotti» ma confermato la strategia rigorista, è il vero argine al decreto per il finanziamento della missione libica, che per adesso “regge” esclusivamente sul bilancio della Difesa. E si torna al via, come uno sfortunato lancio di dadi del Monopoli. A una maggioranza di «separati in casa» che, Gheddafi o non Gheddafi, si gioca la sopravvivenza alle elezioni di Milano.
Gasparri attacca: «Il Pdl in preda al tafazzismo. Ci sono troppi untorelli».
di Tommaso Labate (dal Riformista del 23 aprile 2011)
C’è Daniela Santanchè che attacca Letizia Moratti sul caso Lassini. C’è Giancarlo Galan che prende di mira Giulio Tremonti sulle colonne del Giornale. E c’è Maurizio Gasparri che allarga le braccia e dice al Riformista: «Si vede che la sinistra ci ha contagiato. Anche il Pdl ha preso questa benedetta malattia del tafazzismo». Non è tutto: «Io e altri», aggiunge il capogruppo al Senato, «cerchiamo di mettere pace, di distribuire gli “antibiotici” contro quest’infezione. Ma niente… Ci sono troppi untorelli in azione».
A Milano dovevate vincere a mani basse. E invece litigate su Lassini.
«Scusi, ma il caso Lassini non era già chiuso?»
Non per la Santanchè. Che, attaccando il sindaco di Milano, ha detto che su Lassini «decideranno gli elettori».
«Per noi il caso Lassini è chiuso. Dopo i manifesti sui giudici e le Br, il partito ha preso le distanze da Lassini e lui non solo ha ammesso l’errore, ma s’è ritirato dalla campagna elettorale. Tutto questo significa che il Pdl invita i cittadini milanesi a non votare quel candidato. La questione resta aperta solo da un punto di vista tecnico. Che cosa dobbiamo fare di più, un decreto legge per evitare che gli elettori scrivano il suo nome sulla scheda?»
E l’attacco di Santanchè alla Moratti?
«Io davvero non ci capisco più niente. Ciascuno di noi dovrebbe fare la campagna per il nostro candidato sindaco e invece c’è chi addirittura attacca Letizia…».
Tafazzismo puro.
«Lo ripeto: forse la sinistra ci ha trasmesso il virus di questa malattia. E pensare che c’è gente come me, come Cicchitto e come Quagliariello che convoca delle riunioni per parlare, per discutere tra di noi, per cercare di vedere se ci sono problemi, per evitare che ci si metta a fare delle interviste che creano solo danni. Io ho aperto una farmacia, distribuisco antibiotici contro questo tafazzismo. Ma nel Pdl ci sono un po’ di untorelli…».
«Non saranno certo dei poveri untorelli a spiantare Bologna», disse Berlinguer nel ’77 attaccando il Movimento.
«Io cito i Promessi Sposi di Manzoni: «Va, va, povero untorello. Non sarai tu quello che spianti Milano…». Solo che qua gli untorelli sono più di uno».
Infatti c’è anche l’attacco di Galan a Tremonti.
«Appunto. Vede, i litigi tra i ministri di spesa e quelli del Tesoro sono un tema vecchio quanto Adamo ed Eva. Nella prima Repubblica queste sfide erano una costante. Immaginate oggi che Tremonti assomma le deleghe dei dicasteri di Tesoro, Finanze, Bilancio e pure qualcosa delle vecchie Partecipazioni statali».
È una potenza.
«E invece no, forse è l’esatto contrario. Ma sapete quanti sono i fattori che condizionano l’operato del povero Giulio? L’Unione europea, la globalizzazione, il mercato interno. Basti pensare che, sul fronte dell’energia, tra Libia e Fukushima nelle ultime settimane è cambiato tutto».
Eppure l’attacco al «rigorista» Tremonti, pubblico o meno che sia, è diventato uno degli sport più praticati, nel centrodestra.
«Pure io ci ho discusso molte volte, con Tremonti. Ma c’è qualcuno che può pensare che Giulio chiuda i cordoni della borsa solo per il gusto di mettere in difficoltà il governo di cui fa parte?».
Evidentemente sì.
«Io dico che, invece che rilasciare interviste per incassare qualche applauso facile facile, ciascuno dovrebbe fermarsi un attimo e pensare che Tremonti ha mille parametri da rispettare».
Forse Tremonti ha un caratteraccio.
«Questo di sicuro. Soprattutto perché, qualsiasi cosa succeda, pensa che ci sia sempre un “grande disegno” contro di lui. E poi perché qualche volta non sa ascoltare».
Gasparri, lei ha provato a farglieli notare, questi difetti?
«Certo. Ma Giulio dà sempre risposte del tipo: “Perché, vuoi dire che io non sto ad ascoltare gli altri?”».
Che fatica il mestiere di paciere nel Pdl.
«Tutti dovremmo cercare di smussare gli angoli più spigolosi del nostro carattere. Anche io, che certe volte ero troppo esuberante, mi sono dato una calmata».
La ricetta della tranquillità pidiellina del “medico” Gasparri?
«Niente psicofarmaci né sonniferi, quelli fanno male. Però una bella tisana dovremmo berla tutti, soprattutto di questi tempi».
Dopo le amministrative, il Pdl cambierà forma?
«Io sono per fare i congressi, come dice il mio amico La Russa, che per aver espresso questa posizione è stato ingiustamente attaccato. E sapesse le risate che mi faccio quando leggo di esponenti del nostro partito che sui giornali invocano i congressi e nelle riunioni dicono l’esatto contrario…».
Fuori i nomi.
«Niente nomi. Ho detto che dobbiamo tutti darci una calmata e mi metto io ad attaccare gli altri?».
Pisanu, un autorevole senatore del gruppo che lei presiede, ha chiesto un governo che superi quello attuale. Per i finiani chiedeste l’espulsione…
«L’altro giorno ho letto una dichiarazione di Pisanu che diceva: “Resto nel Pdl finché mi sopportano”, e cose così. Quando l’ho incontrato gliel’ho detto: “Caro Beppe, guarda che io ti sopporto benissimo”. La differenza tra Pisanu e Fini è che il primo ha delle idee diverse, che io non condivido. Il secondo, invece, era uno che boicottava…».
In che senso scusi?
«Basta un esempio solo. L’anno scorso, quando la Polverini era in difficoltà nel Lazio, disse che non poteva fare campagna elettorale da presidente della Camera. Quest’anno, però, vedo che in giro per sostenere Fli ci va, eccome se ci va».
Il delitto perfetto sul piano nucleare. Basta un atomo per allontanare il battiquorum.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 aprile 2011)
«È stato un colpo da maestro. Diamo una prospettiva al nucleare e, visto che ci siamo, cancelliamo ogni possibilità che i referendum raggiungano il quorum». Ieri pomeriggio, quando la decisione del governo di cancellare il piano nucleare sta facendo il giro di tutti i mezzi d’informazione, un esponente dell’esecutivo racconta dietro la garanzia dell’anonimato un altro film. Possibile titolo: «Il delitto perfetto».
L’impresa non era delle più semplici. Anche per la presenza di mille variabili impazzite. A Berlusconi serviva dare una minima speranza agli investimenti sul nucleare dopo Fukushima, tenere insieme i tanti malpancisti del governo (a cominciare dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo), soddisfare l’immancabile pretesa tremontiana (nel senso di Giulio) di tenere chiusi i cordoni della borsa (il piano nucleare costa, eccome se costa), togliere il dossier dalla campagna elettorale delle amministrative e, last but non least, cancellare le minime speranze che il referendum sul legittimo impedimento raggiungesse il quorum, magari trainato dai quesiti anti-atomo. Cinque obiettivi. Raggiunti in un sol colpo ieri.
Quando il gruppo del Senato guidato da Maurizio Gasparri e dall’ex radicale (esperto, quindi, di referendum) Gaetano Quagliariello segnala al governo la presenza di un emendamento firmato da Francesco Rutelli (altro ex radicale) nelle discussione sul decreto omnibus, ecco che gli uffici di Palazzo Chigi si trovano di fronte all’occasione che aspettavano. Il colpo del «delitto perfetto» in grado di colpire tutti e cinque i bersagli. All’emendamento del leader dell’Api, che cancellava ogni traccia normativa sulla prevista realizzazione delle centrali, il governo esprime parere favorevole. C’è una triangolazione tra Paolo Romani e Giulio Tremonti, il raccordo con il gruppo del Pdl a Palazzo Madama «e il gioco», aggiunge la fonte governativa, «si conclude. Infatti nessuno ci vieta di ripresentare il piano l’anno prossimo, quando magari l’eco del disastro giapponese si sarà spenta…».
Ovviamente, anche il delitto perfetto del governo ha qualche limite. Perché con gli effetti collaterali del disastro giapponese il mondo dovrà fare i conti per molti anni a venire. D’altronde, come spiega Benedetto della Vedova dando una boccata di sigaro nel cortile di Montecitorio, «mi pare che di nucleare non si parlerà più». Ma è altrettanto vero, e il capogruppo dei finiani alla Camera lo riconosce, che «stavolta la maggioranza ha preso due piccioni con due fave».
Il secondo piccione di cui parla Della Vedova è, ovviamente, il referendum. Con l’approvazione dell’emendamento anti-atomo del decreto omnibus, il quesito che avrebbe trainato quelli sull’acqua e il legittimo impedimento scomparirà dalle schede della consultazione del 12 giugno. Domanda: ma c’era qualche minima speranza che, per la prima volta dopo un decennio, un referendum passasse il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto? La risposta poteva anche essere affermativa. Almeno a prendere per buono un sondaggio riservato commissionato da Federutility (la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici, interessata al quesito sull’acqua), che una settimana fa fissava la partecipazione al voto in una forbice tra il 48 e il 52 per cento. Speranze che, senza il traino del voto sull’atomo, ovviamente si riducono al lumicino. Con tanti saluti alla partita sul legittimo impedimento.
Con la mossa del Senato, il governo si garantisce una giornata con l’happy end. Con Paolo Romani, uno degli artefici della partita, che si concede il lusso di annunciare «un nuovo piano energetico entro l’estate». E con l’opposizione che, ieri, ha finito per dividersi. Perché quando arriva la notizia della cancellazione del piano per il nucleare, Pier Luigi Bersani esulta: «È una nostra vittoria». Al contrario di Antonio Di Pietro, che invece convoca una conferenza stampa per «denunciare il colpo di mano del governo sul referendum del legittimo impedimento». Il segretario del Pd, più tardi, aggiusterà il tiro. Prima con una dichiarazione alla stampa («La decisione del governo? È positivo ma non lo è abbastanza: perché è chiaro che vuole solo scappare dal confronto sul referendum»), poi con una battuta affidata ai fedelissimi: «Dal “governo del fare” erano diventati il governo del “faremo”. Adesso si sono trasformati nel governo del “non faremo più”». Anche Massimo D’Alema, come Di Pietro, lega la cancellazione del piano nuclerare al referendum: «Berlusconi vuole solo far fallire il quorum». Morale della favola: alla Camera, sulla riconversione del decreto omnibus, l’opposizione marcerà a ranghi separati. «Decideremo dopo averne parlato», dice l’udc Roberto Rao a metà pomeriggio. Ma i rutelliani voteranno a favore, visto che l’emendamento accolto dall’esecutivo era firmato dal loro leader. «Anche io sarei tentato di votare sì. Ma, visti i numeri della Camera, è irrilevante», scandisce il finiano Della Vedova. Il Pd ne parlerà alla ripresa dei lavori dopo Pasqua. «Se hanno cambiato idea è merito di Alberto Losacco», è la battuta di Dario Franceschini, che rimanda al «profetico» appello anti-atomo firmato giusto ieri dal suo fedelissimo sull’Unità. I dipietristi, invece, voteranno compatti contro. Opposizione divisa. «Delitto perfetto», insomma.
Habemus sondagges. Letizia e Lettieri giù, de Magistris in risalita, Fassino ok.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 19 aprile 2011)
Letizia Moratti tra il 46 e il 48 per cento, comunque sotto la soglia della vittoria al primo turno, a Milano. Va peggio Gianni Lettieri a Napoli, che oscilla attorno al 40. Al contrario dei democrat Piero Fassino e Virginio Merola, dati per vincenti subito a Torino e Bologna.
Nonostante i sondaggi arrivati ieri sulla sua scrivania, Bersani si guarda bene «dal parlare di spallata».
L’ultima infornata di rilevazioni demoscopiche dimostra, come d’altronde il segretario del Pd va ripetendo negli ultimi giorni, «che Berlusconi fa bene ad avere paura». I sondaggi, di cui però Bersani non si è mai fidato ciecamente, indicano che il centrosinistra, nella griglia di partenza delle amministrative “che contano”, è posizionato bene. Come un ciclista “succhiaruote”, pronto a sfruttare la scia del velocista per tentare di batterlo a pochi passi dal traguardo.
Stando ai foglietti planati ieri ai piani alti del quartier generale del Pd, a Milano Letizia Moratti non vincerebbe al primo turno. La forbice di consensi dell’ex ministro dell’Istruzione oscilla tra il 46 e il 48 per cento. Otto punti in più di Giuliano Pisapia, che al ballottaggio potrebbe contare sul sostegno del Terzo Polo.
Più difficile da decrittare la situazione di Napoli. A poco meno di un mese dal voto, la candidatura di Mario
Lettieri non è decollata. L’ex presidente dell’Unione industriali della Campania, stando ai dati in possesso del Pd, starebbe ben al di sotto del totale delle liste che lo sostengono: 40 per cento, decimo in più, decimo in meno. Il tutto mentre sia a Torino che a Bologna, sia Piero Fassino che Virginio Merola vincerebbero al primo turno senza soffrire troppo.
Eppure, nonostante la tentazione di rispolverare l’obamiano Yes, we can, Bersani vuole evita il muro contro muro col Cavaliere. «Non parliamo mica di spallata», ha ripetuto nelle ultime riunioni coi fedelissimi. L’obiettivo minimo, ovviamente non dichiarato, è evitare di cadere nel tranello del Cavaliere, «che polarizza lo scontro per trasformare la tornata nell’ennesimo referendum su se stesso». Perché questo, aggiunge, «è un voto per le città. Certo, se poi il centrodestra subisce una débâcle, allora dopo si tireranno le somme…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano, c’è una prospettiva che il Pd non può vedere nitidamente. Anche perché gli effetti collaterali del voto primaverile possono arrivare a intaccare anche i democrat. Come? Basta prendere il caso di Napoli. Dove l’eurodeputato dell’Italia dei valori Luigi de Magistris si sta avvicinando pericolosamente allo score del candidato del Pd Mario Morcone. Col risultato che, se il trend venisse confermato, potrebbe essere proprio l’ex pm di Why not? a sfidare Lettieri (l’uomo del Terzo Polo, Raimondo Pasquino, è stabile attorno al 10 per cento).
Il centrosinistra, a questo punto, deve fare i conti con la paura di vincere. Nell’intervista rilasciata ieri al Corriere della sera, Pier Ferdinando Casini ha quasi invocato la discesa in campo di Montezemolo e Marcegaglia, chiudendo nel contempo ogni spiraglio per la Santa Alleanza cara a Bersani. Emma Bonino, nella consueta intervista del lunedì mattina con Radio Radicale, ha invece preso di mira direttamente il Pd sulle elezioni nel capoluogo lombardo. «A parte la presenza di un candidato dei grillini che toglie voti a Pisapia in una operazione che trovo discutibile», ha argomentato la vicepresidente del Senato, «credo che i vertici del Pd non abbiano colto l’importanza di Milano dal punto di vista politico e del possibile mutamento di un sistema di potere costruito in tanti anni».
Anche Bonino, come Bersani, è convinta che non si possano trasformare le amministrative «in un referendum sul presidente del Consiglio». Quanto alle critiche, il segretario del Pd risponderà col calendario alla mano. «Pier Luigi», dicono nella sua cerchia ristretta, «ha già iniziato il suo tour in giro per le città del voto. E, negli ultimi giorni prima dell’apertura delle urne, chiuderà la campagna elettorale sia a Torino, sia a Bologna, sia a Milano».
Ieri, invece, il segretario del Pd era a Macerata, a sostenere il candidato sindaco. «Che è dell’Udc», spiegano i suoi, dedicando una punta di veleno a Casini. «Nelle Marche la Santa alleanza c’è. Eppure non ci pare che Pier abbia qualcosa da ridire…».
Santa Alleanza o meno, la madre di tutte le partite del 2011 sta per iniziare. Come nelle telecronache domenicali di Tutto il calcio minuto per minuto, anche in questo caso c’è un «campo centrale». Milano. «Io sono sicuro che la Milano democratica risponderà a Berlusconi nelle urne», è l’auspicio del leader del Pd. «E io sarò lì più di una volta».
Si decide tutto a Milano.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 aprile 2011)
Angelino Alfano aveva appena definito «senza giustificazioni» il paragone giudici-Br. Le agenzie non hanno quasi tempo di darne notizia che Silvio Berlusconi sale sul palco per lanciare un attacco contro «i magistrati eversivi». Roma, ore 17.15, ieri. È l’inizio della campagna elettorale di un premier preoccupato. Soprattutto per il voto di Milano.
Le parole che il presidente del Consiglio scandisce dal palco del Palazzo dei congressi di Roma, dove ieri è andato in scena il meeting Al servizio degli italiani organizzato da Michela Vittoria Brambilla, fanno cadere il gelo anche sulle stanze (semi-deserte) del Quirinale, della Consulta, del Palazzo dei Marescialli e financo in quelle del ministero della Giustizia del “suo” Alfano.
Dopo che il guardasigilli aveva appena finito di stigmatizzare in una nota i manifesti apparsi a Milano contro le toghe, il Cavaliere torna all’attacco dei magistrati. «Bisogna accertare se c’è un’associazione a delinquere. Molti giudici seguono la sinistra e hanno un progetto eversivo», grida il premier prima di citare il 1993, in cui «vennero fatti fuori i socialisti, la Dc e i repubblicani». L’equazione che ha in testa è fin troppo scontata: «Hanno fatto fuori un leader come Craxi, oggi stanno cercando di far fuori Berlusconi». Sono tesi che quantomeno provocheranno, oltre al solito giro di reazioni dell’Anm, anche la replica istituzionale del Csm.
Non è tutto. Dal palco del palazzo dei Congressi, il premier ammette l’aspetto ad personam della norma sulla prescrizione breve («Devo essere tutelato»), definisce quello su Mediatrade «un processo risibile in un’atmosfera surreale», dà dello «sfigato» all’avvocato inglese Mills e conferma il forcing sulla restrizione delle intercettazioni: «In uno Stato che si definisce democratico, i cittadini non possono sentirsi spiati».
È il segnale che, nell’ottica del presidente del Consiglio, l’ora X della campagna elettorale per le amministrative è ormai scoccata. «E ditemi se non vale la pena di andare a votare», spiega tornando a evocare deliberatamente persino lo scioglimento anticipato della legislatura.
Nella tornata che si concluderà il 29 maggio con i ballottaggi, la posta in gioco è molto più alta delle
amministrazioni comunali di Milano e Bologna, Napoli e Torino. Berlusconi, ad esempio, sa che perdere Milano provocherebbe degli effetti collaterali incalcolabili per la tenuta della coalizione, a cominciare dagli scossoni del Carroccio. E così, da quando Letizia Moratti ha cominciato a manifestare i dubbi sulla vittoria al primo turno e i finiani hanno lasciato trapelare l’eventuale sostegno a Giuliano Pisapia al ballottaggio, il premier ha capito che l’unica strada da prendere era quella già battuta (con successo) in passato: polarizzare lo scontro.
Da qui la decisione di alzare ulteriormente i toni, all’indomani dell’appello bipartisan lanciato da Beppe Pisanu e Walter Veltroni dalle colonne del Corriere della sera. Per adesso, i berluscones della cerchia ristretta non temono alcun contraccolpo. Ma sanno benissimo che, dopo una sconfitta alle amministrative, la piattaforma messa nero su bianco dal presidente dell’Antimafia e dal segretario del Pd potrebbe essere l’unica in grado di coagulare consensi anche fuori dal Palazzo. Dalla Cei alla Confindustria, dagli immancabili «poteri forti» che il premier cita in continuazione a Luca Cordero di Montezemolo. Certo, anche con l’obiettivo di arginare l’inizio di una nuova discussione sul governo tecnico, il Cavaliere preferisce evocare lo spettro di elezioni anticipate («Ditemi voi se non è meglio andare a votare»). Ma che cosa succederebbe se, come argomentano nelle loro conversazioni riservate anche Fini e Casini, «Bossi e Tremonti voltassero gli voltassero le spalle?».
Ipotesi, dubbi, congetture. A cui si aggiungono quelli che Berlusconi nutre sulla sua stessa creatura, il Pdl. «Anche noi, come tutti i partiti, siamo caduti in una forse evitabile patologia», ha ammesso ieri il premier annunciando il ricambio generazionale. «Spalanchiamo le porte al nuovo». Dove per «nuovo» potrebbe intendersi la mossa di affidare ad Angelino Alfano (che si è tatticamente chiamato fuori dalla successione per la leadership del centrodestra) anche le “chiavi” del partito. Un partito di cui, a stretto giro, non farà più parte Beppe Pisanu. L’ex ministro dell’Interno, che potrebbe persino spingersi a votare contro la prescrizione breve al Senato, adesso è davvero sull’uscio. «Che cosa ci faccio nel Pdl? Cerco di cambiarlo, finché ci rimarrò», ha detto ieri il presidente della commissione Antimafia rispondendo alla domanda di uno studente di Oristano.
Da Fitto a Lupi, da Stefy a Mara: il Partito di Angelino è già nato. E ha tanti nemici interni.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 aprile 2011)
Una telefonata di Bossi. Ma soprattutto l’irritazione di Denis Verdini e degli ex An diLa Russae Gasparri. Tra l’investitura di Alfano e la marcia indietro di ieri, Silvio Berlusconi ha subito un pressing asfissiante. Perché, come ha confessato privatamente il ministro Raffaele Fitto, che di «Angelino» è uno degli amici più cari, «è partito il fuoco amico contro di noi».
Probabilmente, nel momento in cui parla alla stampa estera dell’intenzione di non ricandidarsi a premier per lasciare spazio al suo Guardasigilli, il Cavaliere non immagina l’eco che avranno le sue parole. E mercoledì sera, quando le agenzie battono la notizia, si scatena un putiferio che va molto al di là delle «cene di corrente» che iniziano un’ora dopo che la Cameraha approvato la prescrizione breve.
Nella mastodontica macchina della comunicazione berlusconiana scelgono di “sgonfiare” il soufflé dell’investitura del «delfino» con due operazioni semplici semplici. La prima la mette in campo Paolo Bonaiuti, smorzando l’effetto delle parole del premier. La seconda è quella di far filtrare il malessere degli ex aennini, l’attivismo di Matteoli e la telefonata (che c’è stata) in cui «l’Umberto» ha invitato «Silvio» a correggere il tiro sulla sua successione. Tutto vero e soprattutto verosimile, visto che il «patto» tra il Senatur e il Cavaliere si scioglierà nel momento in cui il secondo non sarà più il leader.
Ma lo stop principale al tam-tam su Alfano leader arriva dal nocciolo duro del Pdl. A cominciare dal coordinatore Denis Verdini, che ieri ha
chiesto e ottenuto da Berlusconi una retromarcia in grande stile. «Non ho mai detto che Angelino sarà il mio successore», scandisce infatti il premier durante il vertice di ieri a Palazzo Grazioli. Non solo. A queste parole, che saranno riferite ai cronisti dal capogruppo dei Responsabili Luciano Sardelli, il Cavaliere aggiunge una battuta: «Non avete visto di quante cose mi accusano i magistrati e la sinistra? Non voglio mica farmi accusare anche perché scelgo il mio successore…».
La battuta, in effetti, fa ridere lo stato maggiore del Pdl. Non Alfano, però. Perché, dice chi lo conosce bene, «Angelino non voleva mica l’endorsement. Ma il modo in cui Berlusconi ha corretto il tiro l’ha fatto rimanere molto male». In fondo, è lo stesso concetto ribadito privatamente dal ministro Fitto, uno degli uomini più vicini al guardasigilli: «Questa smentita non ci ha certo reso felici. Comunque, si vede che siamo già vittime del “fuoco amico”…».
Tra i tanti motivi per cui lo stato maggiore pidiellino teme l’ascesa di Alfano, ce n’è uno su tutti. Il Guardasigilli ha già creato un partito nel partito. Infatti, dentro il Pdl, c’è già un PdA. Il «partito di Angelino». Quella a cui il titolare della giustizia sta lavorando ormai da un anno è una vera e propria «rete». Con tanto di cabina di regia, di cui fanno parte i big che stanno lavorando per costruirne la leadership: da Fitto alla Gelmini, dalla Prestigiacomo a Frattini.
Nel «partito di Alfano», un ruolo decisivo lo ricopre Maurizio Lupi, il vicepresidente della Camera che – sfruttando la scia di «Angelino» – ambisce al ruolo di capogruppo a Montecitorio. Certo, pensare di scalzare Fabrizio Cicchitto dopo l’approvazione della prescrizione breve sembra una mission impossible. Ma Lupi, un obiettivo, l’ha già raggiunto: è riuscito ad avvicinare Roberto Formigoni e l’ala ciellina del Pdl al Guadasigilli.
Oltre alla «cabina di regia» e al ruolo di Lupi, Alfano può già contare sul sostegno di tanti deputati del partito che, oltre ad avere radicamento sul territorio, si oppongono alla gestione di Verdini. Per fare qualche esempio, tra questi ci sono Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, molto forte in Piemonte. E poi, in ordine sparso, gente come il suo omonimo Gioacchino Alfano e Nunzia De Girolamo, che in Campania sono tra gli oppositori del ras Nicola Cosentino. Senza dimenticare che, tra i volti noti che potrebbero sposare l’alfanismo militante, spunta anche il nome di Mara Carfagna.
Fitto, Gelmini, Prestigiacomo, Frattini, Carfagna, Lupi. E poi Crosetto, Gioacchino Alfano, De Girolamo, Carfagna. La squadra degli Alfano boys dentro il Pdl sta cominciando a prendere forma. Ma «Angelino», a differenza dei suoi oppositori interni, ha molti amici anche fuori dal partito. La sua partecipazione ai meeting della fondazione bipartisan VeDrò gli ha consentito di stringere ottimi rapporti di amicizia con personalità come Enrico Letta (che di VeDrò è stato l’ispiratore) e Giulia Bongiorno. E non è tutto: nel settore in cui il Pdl è debolissimo – e cioè quello dei rapporti con la magistratura – Alfano è molto più “solido” di quanto non si pensi. Perché è vero, c’è la sua firma sia sul contestatissimo «lodo» respinto dalla Consulta che sulla riforma costituzionale della giustizia osteggiata dai magistrati. Ma, anche grazie Stefano Dambruoso, il suo uomo cerniera con le toghe, «Angelino» lavorerà per ridurre il più possibile le distanze (politiche) tra sé e le toghe.
I colleghi lo temono. E lui, Giulio, confessa alla Bindi: “Rosy, non sai quanto ti invidio”
di Tommaso Labate (dal Riformista del 13 aprile 2011)
È la bionda Stefania Prestigiacomo, sua nemica giurata, ad aprire le danze: «Che cos’è, domani quello viene in consiglio dei ministri a varare qualche manovrina economica senza avvertire nessuno, come al solito?».
Sembra una di quelle rarissime classi disciplinate, in cui gli studenti stanno composti anche quando il maestro è assente. Mancano per l’appunto il maestro, Silvio Berlusconi, e un assente giustificato, Franco Frattini, impegnato in Lussemburgo con gli altri ministri degli Esteri. Il resto della squadra di governo è tutta al proprio posto, nell’Aula di Montecitorio, a “marcare” l’approvazione del processo breve caro al maestro. L’armonia dura fino a che la Presigiacomo non solleva i suoi dubbi sull’esame del documento di economia e finanza nonché sul Piano nazionale delle riforme, che oggi saranno al vaglio di un Consiglio dei ministri che si riunirà alla Camera. «Quello ci farà uno dei suoi soliti scherzi?», è il ritornello che la bionda titolare dell’Ambiente affida alle orecchie poco discrete di alcuni suoi colleghi.
Quello, che non ha certo bisogno di presentazioni, è Giulio Tremonti. L’uomo su cui si addensano sistematicamente i sospetti di mezzo governo, soprattutto dopo il ticket Berlusconi-Letta ha perso la sponda di Cesare Geronzi nel salotto buono della finanza nostrana. L’uomo del «rigore» e dei cordoni della borsa rigorosamente sigillati, insomma.
Quando «Stefy» e altri ministri ne parlano male, lui, l’ultimo successore di Quintino Sella a via XX
settembre, è impegnato nella prima delle tante chiacchierate «eterodosse» (la definizione, tra il perfido e l’ironico, è di un suo collega di governo) in cui s’è intrattenuto ieri. Che «Giulio» non sia contento di stare in Aula a «perdere tempo» si vede lontano un miglio. E così, quando incrocia Rosy Bindi, le sussurra in un orecchio: «Rosy, non sai quanto ti invidio». «E perché?», replica la pasionaria del Pd. «Perché rimpiango la legislatura passata, quando facevo il vicepresidente della Camera. Credimi», insiste Tremonti, «stavo molto meglio di oggi». «Perché avevi meno rogne, caro Giulio», è la controreplica della Bindi.
Che trami alle spalle del Cavaliere oppure no, resta il fatto che ogni mossa di Tremonti viene sempre vista con sospetto. E così, quando s’avvicina al “frondista” Claudio Scajola, suo acerrimo (ex?) nemico per una chiacchierata, Dagospia gli dedica l’apertura dell’home page. Titolo: «Gli ultimi giorni di Pompei». Sommario: «Di cosa confabulano per 22 minuti, oggi a Montecitorio, Tremonti o Scajola? Le conseguenze per il Cainano si potranno vedere in futuro, o anche domani».
Una cosa è certa. La full immersion di ieri alla Camera dimostra quello che Radiotransatlantico sostiene da tempo: tra i banchi dell’opposizione, Giulio Tremonti rimane una star. Di più, è l’unico esponente della maggioranza a essere apprezzato da Bersani, Fini, Casini e financo da Di Pietro, con cui “dialoga” attraverso il professor Vincenzo Fortunato, il suo capo di gabinetto che ha ricoperto lo stesso incarico per «Tonino».
Quale sarà il punto di caduta della «settimana incandescente» evocata da Gianni Letta non è dato saperlo. Ma se il castello di carte berlusconiano crollasse, l’unico nome per la guida di un governo di transizione sarebbe quello di Tremonti.
Alle 18.14, quando l’aria dell’emiciclo di Montecitorio gli dev’essere sembrata irrespirabile, «Giulio», versione ipersorridente, dribbla tutti i colleghi della maggioranza che gli capitano a tiro e raggiunge Enrico Letta nel cortile interno. I due chiacchierano per una decina di minuti. Fino a che, al tandem Tremonti-Letta jr., non si aggiunge Walter Veltroni, che quando vede il ministro dell’Economia abbandona il quasi ex finiano Andrea Ronchi alla compagnia di Marco Minniti.
«Giulio», «Walter» ed «Enrico» fanno giusto in tempo a tornare in Aula per godersi un piccolo momento storico. Alle 18.39, quando il pd Roberto Giachetti attacca Gianfranco Fini per non aver concesso la parola alle opposizioni dopo l’intervento di Angelino Alfano, dai banchi di Pdl e Lega arrivano applausi all’indirizzo del presidente della Camera. Sono i primi dopo oltre un anno. Poi ci sono i brusii di Palazzo. Su Ronchi e Urso, che starebbero pensando di anticipare l’addio a Fli. Sui Responsabili, che stanno per diventare un partito vero e proprio. Sulla prescrizione breve, la cui approvazione passa attraverso altri attimi di palpitazione. A Roma, nel bel mezzo del corridoio dei passi perduti, il centrodestra trattiene ancora il fiato. Se la passano meglio i pidiellini di Milano, dove una mozione di Nicole Minetti contro i parrucchieri abusivi ha passato tranquillamente il vaglio del Consiglio regionale.
Rissa di governo a Vinitaly. La rossa Brambilla fa infuriare Romano e poi brinda a Coca-Cola
di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 aprile 2011)
Doveva essere la “vera” cerimonia di battesimo di Saverio Romano da ministro dell’Agricoltura. A Verona, nella cornice di Vinitaly, la tradizionale esposizione fieristica del vino che la città scaligera ospita da oltre quarant’anni. Un giretto con l’abito blu tra gli stand, strette di mano coi viticoltori noti e meno noti, più un bel protocollo d’intesa da sottoscrivere col ministero del Turismo. Il comunicato stampa, come in ogni grande occasione che si rispetta, era stato servito alle agenzie sabato mattina, poco prima dell’evento. «Il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano e quello del turismo Michela Vittoria Brambilla firmeranno al Vinitaly di Verona un protocollo di intesa per la promozione del turismo enogastronomico», e via dicendo.
A rovinare il battesimo di Romano, trasformando la festa in una mezza crisi di governo, ci ha pensato la sua collega di esecutivo, la Brambilla. L’appuntamento per la firma del protocollo davanti ai cronisti è per le 11,45 di sabato. Il titolare dell’Agricoltura si presenta in anticipo e rifiuta di rilasciare dichiarazioni. «Aspettiamo Michela», è il senso del suo gentile rifiuto opposto ai cronisti. E invece non solo «Michela» si presenta in netto ritardo. Ma, in barba al cerimoniale, si mette a rilasciare interviste a tutte le tv che gli capitano a tiro. Romano, stando alla ricostruzione del dorso veneto del Corsera, si arrabbia di brutto. E dietro le quinte scoppia persino una rissa tra gli uffici stampa dei due dicasteri.
E visto che al peggio non c’è mai fine, come si presenta poi la Brambilla all’appuntamento con la conferenza stampa del protocollo d’intesa sui vini? Semplice, sorseggiando una Coca-Cola. Ch’è un po’ come farsi vedere con una bistecca ai ferri al convegno nazionale dei vegetariani. Peccato che sia finito così, l’evento del “responsabile” Romano con l’azzurra Brambilla. Bastava che bevessero «responsabilmente». Hanno finito per litigare.
«Manca il culatello di tua sorella». Alla Camera arriva l’opposizione slow food.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 aprile 2011)
Della «cipolla rossa di Breme», si sgola l’onorevole Zucchi Angelo del Pd, «se ne producono 600 quintali». E l’Aula di Montecitorio trattiene il fiato.
Gennaro Malgieri del Pdl urla: «Ma l’abbiamo già sentito!». Amedeo Laboccetta, sempre del Pdl, s’inalbera: «Ma che fa? Si mette a leggere di nuovo?». Il democratico Zucchi, pavese di Siziano, anni 56, non si cura di loro. Ma guarda e legge: «Il lardo di Colonnata rappresenta uno dei nostri prodotti dop più ambiti, (…) che tutto il mondo ci invidia». Quanto alla cipolla rossa di Breme, aggiunge, «la coltivano sei agricoltori. E ha una tradizione che si ritrova fin dal 906 dopo Cristo».
Nell’anno duemilaundici, per la precisione il 6 aprile, ieri insomma, Montecitorio si trasforma in un pensatoio che manderebbe in visibilio financo il più coriaceo seguace di Carlin Petrini. L’Aula dello slow food, insomma. Merito (o colpa) del raccordo Pd-Idv-Udc, che per rallentare l’approvazione del processo breve caro al Cavaliere produce un’inedita forma di ostruzionismo. Domenica sera Roberto Giachetti, segretario d’Aula dei Democratici, si rilegge l’articolo 32 comma 3 del Regolamento della Camera. È uno strumento normativo che ciascun deputato può usare per «precisare meglio» il proprio pensiero del giorno prima. E così, come da copione, tutti i protagonisti del dibattito del martedì tornano sulla scena. Con argomenti di alta cucina.
«Onorevole Giachetti, non può infliggerci oggi una lezione su Moby Dick di Herman Melville», ammonisce Rocco Buttiglione presiedendo l’Aula in assenza di Fini. Infatti Marina Sereni, del Pd, chiude con la letteratura e passa alla cucina. «Anch’io voglio avvalermi dell’art. 32 comma 3 per chiarire il mio pensiero di ieri (martedì, ndr)», dice la deputata fassiniana. Che, con la scusa di intervenire sul decreto sui piccoli comuni, attacca a parlare dei prodotti tipici dell’Umbria: «Penso al vino sagrantino di Montefalco, al tartufo nero di Norcia, allo zafferano di Cascia, ai prosciutti tipici di Preci. È ancora presto, non potete avere fame, colleghi!», insiste Sereni prima di intrattenere gli onorevoli colleghi sulla «straordinarietà dell’esperienza di Brunello Cucinelli e del cachemire prodotto in un borgo splendido come Solomeo».
Dai gruppi di Pdl e Lega s’alzano cori di insulti. Zucchi (Pd) cita la comunità ebraica di Mortara
(Pavia), che 600 anni addietro chiese e ottenne «di inventare un salame che non venisse dal maiale: così nasce il salame d’oca». «Onorevole Zucchi», lo incalza il pdl Maurizio Lupi dalla presidenza, «la ringrazio per la spiegazione dotta ed erudita sul salame d’oca».
Ma la sinfonia culinaria raggiunge vette inesplorate quando prende la parola il deputato marchigiano Massimo Vannucci (Pd), che si lamenta dell’assenza di un dettaglio dal resoconto stenografico del giorno prima: «Quando Ciccanti (Udc) parlava del prosciutto di Carpegna, dai banchi della lega è arrivato un grido: “Mettici anche il culatello!” Ciccanti ha risposto: “Di tua sorella, probabilmente”. Questo nel verbale non c’è». E Lupi, dalla presidenza: «Perché si vede che la sorella non aveva comprato il culatello». E Vannucci, di rimando: «Eh no! Altrimenti non si capisce. Lo faccio per l’onorevole Ciccanti! Io non so se la sorella del collega producesse culatello e quindi se l’onorevole Ciccanti si riferisse a questo». Pdl e Lega aumentano il volume delle loro proteste e citano gli appelli della scorsa settimana del capo dello Stato. Un altro deputato del Pd, Salvatore Margiotta, prende la parola e precisa: «Ho citato anch’io alcuni prodotti tipici della Basilicata. L’Aglianico del Vulture, i pecorini di Moliterno e di Filiano, i fagioli di Sarconi, le acque minerali del Vulture, l’olio Barile, i peperoni di Senise…Ma non voglio dire che i prodotti della Lucania sono migliori di altri che esistono nel nostro paese. Potrei fare un elenco infinito», conclude Margiotta: «Il tartufo d’Alba, il lardo di Colonnata, il Barolo e Brunello di Montalcino, tutti i prodotti dell’Umbria citati poc’anzi dalla collega Marina Sereni, nonché tutti quelli cui ha fatto riferimento il collega Zucchi, tra cui anche il salame di Mortara…». Morale della favola? Alle 21, quando il Riformista va in stampa, dell’approvazione del processo breve non c’è neanche l’ombra. C’è però Fabrizio Cicchitto, triste solitario y final. Che, temendo un altro blitz dei Franceschini boys, precetta tutti i “suoi” in vista di una probabile seduta notturna…
Montecitorio nel giorno di san Vincenzo. Tanoni&Melchiorre ritornano a corte.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 aprile 2011)
Alle 15 le agenzie di stampa danno notizia di una sua visita, insieme a Daniela Melchiorre, a Palazzo Grazioli. Alle 18, quando risponde al Riformista, dice: «Se incontro Berlusconi mica mi giro dall’altra parte». Ma un conto è vederlo per strada, altro è incontrarlo a casa sua. «Lei scriva che i Lib-dem abbandonano il Terzo polo e giovedì decidono dove andare».
Porta il nome scelto da Montezemolo&Della Valle per il loro treno, lo stesso di Bocchino e di Calvino. Dal primo ha preso la presunta rapidità, dal secondo la conclamata tenacia, dal terzo l’assoluta «leggerezza», quella che lo scrittore tratteggiò nella raccolta di Lezioni americane pubblicate dopo la sua morte. Ladies and geltlemen, Italo Tanoni. Penna bianca, come l’ex juventino Ravanelli, e cuore d’oro. Ieri, lui e Daniela Melchiorre – i Liberaldemocratici, insomma – hanno votato con la maggioranza sul conflitto d’attribuzione. Dopo mesi a progettare il Terzo Polo con Casini, Fini e Rutelli, ordunque, se ne tornano dal Cavaliere. «Ripeto: la nostra direzione si esprimerà giovedì», insiste lui. Disse di sé: «Il mio futuro è nel terzo polo» (al Messaggero, 11 novembre 2010). «Fuggiasco un mio compagno? Io sto nel terzo polo» (al Corsera, 19 novembre 2010). Qualche tentennamento di fronte ai taccuini di Antonello Caporale di Repubblica («L’Italia chiama e con Fini non mi sento in comunione», 2 febbraio scorso) quindi la scelta definitiva. Giovedì, domani. «Il Terzo Polo non è ancora nato perché Casini e Fini, giustamente, pensano a potenziare i loro partiti. Io e la Melchiorre, a differenza loro, non abbiamo il 4 per cento. Per cui dobbiamo allearci con qualcuno. E visto che nel centrosinistra c’è Vendola…». Meglio Berlusconi. «Però sul conflitto d’attribuzione abbiamo dato un parere tecnico, non politico», giura Tanoni. Ma mica perché sicuro che il premier a sua volta pensasse che Ruby fosse la nipote di Mubarak. No. «Ha deciso Daniela (Melchiorre, ndr) che è un magistrato. Quindi il suo è un parere tecnico. Fosse stato un medico – insiste il deus ex machina dei Libdem tradendo come sempre la cadenza marchigiana – le chiederei se prendere o meno l’aspirina quando ho l’influenza. Visto che è un magistrato, le chiedo come dobbiamo votare quando c’è un conflitto d’attribuzione». Morale della favola? Due voti in più per la maggioranza. Due pilastri in meno per l’opposizione in generale, e il Terzo Polo in particolare. «Però», conclude Tanoni, «amici come prima, eh? A Pier e a Gianfranco auguro le migliori fortune. Spero che prendano il 98 per cento alle elezioni, lasciando il 2 a me e Daniela». 
La notizia del giorno, alla Camera dei deputati, è il salto della quaglia dei Liberaldemocratici, che vanno a rafforzare la maggioranza berlusconiana. L’Aula di Montecitorio dice sì al conflitto d’attribuzione, i ministri al gran completo (mancano solo Berlusconi e Maroni) inseriscono la tesserina al posto giusto nel momento giusto e fila tutto via tranquillo. Per il Cavaliere, ovviamente. «Il premier ha fatto ancora shopping», si sgola Bersani. «Ad Arcore c’era di tutto, meno che l’interesse dello Stato», è il senso dell’applauditissimo (dall’opposizione) intervento di Pierluigi Castagnetti. «Il Parlamento crede che Ruby sia la nipote di Mubarak», sintetizza Antonio Di Pietro. E la finiana Flavia Perina, che forse sognava il remake di venerdì scorso, s’intristisce: «Cicchitto ha messo il valium nei condotti d’areazione».
Fuori dall’aula, Denis Verdini passeggia con La Russa. E Giulio Tremonti fa compagnia a Bossi, rimanendo un passo indietro ogni volta che il Senatur intrattiene i cronisti. «Tanto lo sapete che io non parlo», sorride maligno l’ultimo successore di Quintino Sella. Il sole splende alto, nel cortile interno del Palazzo. Un collega avvicina il dimissionario viceministro Alfredo Mantovano, che forse tornerà sui suoi passi. «Sei stato un grande. Con la tua scelta, hai anticipato una tendenza. Una mossa degna di Ugo La Malfa», è l’escalation oratoria dell’adulatore. Ma l’altro non coglie e gela l’interlocutore passando dal tu al lei: «La ringrazio, ma non sono ancora morto».
Ma anche un duro come Mantovano deve arrendersi di fronte all’irresistibile esuberanza di Mario Pepe, il regista dell’operazione “responsabili”. «Alfre’, guarda che nel futuro gabinetto Pepe tu sei ministro dell’Interno, te lo dico da mo’». E visto che il “gabinetto” in questione è decisamente di là da venire, ecco che Pepe suggerisce qualche soluzione per il breve periodo: «Alfre’, adesso col rimpasto ti mandiamo alle Politiche comunitarie. Così glieli spedisci direttamente in Europa, i migranti. E la tua Puglia è salva».
Salva come Ignazio La Russa, le cui cassanate (nel senso del calciatore Antonio) dell’altro giorno sono state sanzionate con una semplice «censura». L’ha graziato Gianfranco Fini in persona, il destinatario del «vaffa» del ministro della Difesa. Con una decisione che, evidentemente, non è piaciuta a Rosy Bindi, una delle vicepresidenti di Montecitorio. «Me ne sono uscita dalla riunione dell’ufficio di presidenza per non votare contro una scelta di Fini. Ma lo devo dire: con questa decisione, abbiamo creato un pericoloso precedente. Se l’è cavata con niente, La Russa», scandisce la pasionaria del Pd. Che, prima di scivolare via nel Transatlantico, aggiunge:«Non chiedete a me perché è andata a finire così. Chiedetelo a Fini».
