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Paura e delirio a Montecitorio. Il premier furibondo: «Fanno tutti schifo». E Renato Farina, arrabbiato con Bossi, invoca «il pannolone».

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 ottobre 2011)

Entra in Aula quasi di corsa, alle 17. Quando esce, una manciata di minuti dopo, Silvio Berlusconi borbotta tra i denti: «Che schifo. Fanno tutti schifo». Colposo, preterintezionale o voluto che sia, l’Incidente con la «I» maiuscola travolge l’esecutivo sull’articolo 1 del rendiconto del bilancio. Nell’unico precedente della storia della Repubblica, 13 aprile 1988, il governo Goria s’era dimesso.

Ventiré anni fa, per il governo sostenuto dal pentapartito (il vicepresidente del Consiglio era Giuliano Amato) la bocciatura sul bilancio aveva rappresentato l’imbocco di una strada senza ritorno. In quell’esecutivo, coi galloni di ministro dei Trasporti, c’era anche Lillo Mannino, uno degli assenti che ieri pomeriggio ha fissato il voto al «290 a 290» che ha comportato la bocciatura del provvedimento. Un dettaglio, in fondo, se si pensa che alla votazione non hanno partecipato né Giulio Tremonti, che stava sull’uscio dell’Aula. Né Umberto Bossi, che parlava con una giornalista nel cortile di Montecitorio. Né Claudio Scajola, che poche ore prima aveva incontrato Berlusconi e Alfano avanzando ufficialmente la richiesta «di fare il vicesegretario del Pdl» (per sé), un pacchetto di ricandidature assicurate (per i suoi), più «la discontinuità» (magari con Gianni Letta premier).

Non è la sfortuna animata da quel numeretto (il 17) che coincide con l’orario della votazione. Il governo Berlusconi cade in un autentico trappolone. Marcano visita i veterodemocristiani Giuseppe Cossiga e Piero Testoni. Non ci sono i responsabili Francesco Pionati, Pippo Gianni, Paolo Guzzanti, Americo Porfidia e Mimmo Scilipoti.

Ma sono le assenze dei ministri a mandare su tutte le furie il Cavaliere. Manca Tremonti, che sta a pochi metri dalla pulsantiera. Manca Bossi, nelle stesse condizioni. «Che schifo. Fanno tutti schifo», ripete il premier tra i denti. I fotogrammi successivi alla votazione sono scene di autentico panico. Panico e rabbia. Rabbia e panico. Il giornalista-deputato Renato Farina, che si fionda in Transatlantico dopo aver notato l’assenza del Senatur, agita le braccia. E dice testualmente: «Gliel’ho detto a Rosi Mauro che a Bossi deve mettergli il pannolone». Esattamente così. Non una parola di più, non una di meno. A pochi metri da lui, il Pd si complimenta con il segretario d’Aula Roberto Giachetti, che aveva “nascosto” un paio dei deputati democratici (salvo farli rientrare all’ultimo) per far credere alla maggioranza di avere la votazione in pugno. «Mi aspetto che Berlusconi vada al Quirinale», dice Bersani. «Le dimissioni sono un atto dovuto», aggiunge Franceschini. Veltroni è fuori di sé dalla gioia: «Che vi avevo detto? Eccolo, l’Incidente. Significa che abbiamo fatto bene a insistere sul governo istituzionale».

La caduta è a dir poco rovinosa. E che sia la peggiore dall’inizio della legislatura lo dimostra l’autorevole voce che arriva in serata dal fortino del Pdl. Poche parole, soprattutto una: «dimissioni». Adesso, è il leimotiv che qualche big berlusconiano ammette a denti stretti, «Napolitano potrebbe far sapere al governo che deve lasciare». Perché? Semplice. Dal punto di vista politico, un governo “normale” non può non dimettersi di fronte alla bocciatura del rendiconto, che è un disegno di legge governativo che spiega come sono stati utilizzati i fondi pubblici. Dal punto di vista tecnico, mettere una pezza sarà complicato. Perché il governo, in ogni caso, dovrebbe tornare al Senato per rivotare l’articolo 1 bocciato dalla Montecitorio. «È un fatto senza precedenti», scandisce Gianfranco Fini dallo scranno più alto dell’Aula. Rispetto al quale, gli scenari elaborati dalla maggioranza si moltiplicano come schegge impazzite.

Una parte del Pdl, a cui dà voce Ignazio La Russa, sa che adesso c’è «l’ostacolo del Quirinale da aggirare». Di conseguenza, l’unico modo per porre rimedio è “provocare” un bis del 14 dicembre dell’anno scorso. «Non sottovaluto la gravità tecnica del voto. Ma non possono derivare le dimissioni chieste dall’opposizione», premette il ministro della Difesa. Che però aggiunge: «Credo sia corretto dimostrare subito con un voto di fiducia se il governo c’è o non c’è. Se c’è, allora si dimostrerà che quello delle opposizioni è abbaiare alla luna. Se la fiducia non c’è, le conseguenze politiche sono inevitabili».

È quello che nel poker è l’all in. Tutta la posta sul tavolo. Se si vince, si resta in campo. Altrimenti, partita chiusa. Ma, in questo caso, è impossibile fare i conti senza la fronda di Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo Economico, che aveva incontrato Berlusconi e Alfano prima del voto sul bilancio, presenta al premier e al segretario del Pdl la richiesta di «discontinuità». Però, stando all’autorevole tam tam della prima cerchia di dirigenti berlusconiani, l’ex democristiano tira fuori dal mazzo un’altra carta: «Voglio fare il vicesegretario del partito». L’incontro, a dispetto delle annotazioni di Denis Verdini («È andato bene, la sconfitta alla Camera è stata solo una casualità), non va benissimo. Soprattutto perché i deputati vicini ad Alfano, in serata, ammettono: «Sicuramente riconosceremo a Claudio un ruolo politico anche dentro il partito. Di certo non avrà tutto quello che chiede».

Una lettura, questa, che dà adito alla teoria dell’incidente preterintenzionale. Della serie, «volevano semplicemente dare un segnale, invece ci hanno portato oltre il baratro». Ma nel variopinto bouquet di richieste che «Claudio» avrebbe posto all’attenzione di «Silvio» ci sono anche altre ipotesi. Compreso quello di «un governo diverso, guidato da Gianni Letta, con la maggioranza allargata». Nel frattempo, quando (come anticipato dal Riformista di ieri) lo slittamento sine die della legge bavaglio diventa ufficiale, Berlusconi e il suo stato maggiore si infilano dentro l’ennesimo vertice. Decisivo, come saranno i giorni a venire. All’esperienza di uscire dalla Camera con il bilancio respinto, il governo Goria aveva risposto con le dimissioni. Tredici aprile 1988. Ventitré anni fa. Anzi, qualcosa in più.

Written by tommasolabate

12 ottobre 2011 at 10:03

Da Fitto a Lupi, da Stefy a Mara: il Partito di Angelino è già nato. E ha tanti nemici interni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 aprile 2011)

Una telefonata di Bossi. Ma soprattutto l’irritazione di Denis Verdini e degli ex An diLa Russae Gasparri. Tra l’investitura di Alfano e la marcia indietro di ieri, Silvio Berlusconi ha subito un pressing asfissiante. Perché, come ha confessato privatamente il ministro Raffaele Fitto, che di «Angelino» è uno degli amici più cari, «è partito il fuoco amico contro di noi».

Angelino Alfano

Probabilmente, nel momento in cui parla alla stampa estera dell’intenzione di non ricandidarsi a premier per lasciare spazio al suo Guardasigilli, il Cavaliere non immagina l’eco che avranno le sue parole. E mercoledì sera, quando le agenzie battono la notizia, si scatena un putiferio che va molto al di là delle «cene di corrente» che iniziano un’ora dopo che la Cameraha approvato la prescrizione breve.
Nella mastodontica macchina della comunicazione berlusconiana scelgono di “sgonfiare” il soufflé dell’investitura del «delfino» con due operazioni semplici semplici. La prima la mette in campo Paolo Bonaiuti, smorzando l’effetto delle parole del premier. La seconda è quella di far filtrare il malessere degli ex aennini, l’attivismo di Matteoli e la telefonata (che c’è stata) in cui «l’Umberto» ha invitato «Silvio» a correggere il tiro sulla sua successione. Tutto vero e soprattutto verosimile, visto che il «patto» tra il Senatur e il Cavaliere si scioglierà nel momento in cui il secondo non sarà più il leader.
Ma lo stop principale al tam-tam su Alfano leader arriva dal nocciolo duro del Pdl. A cominciare dal coordinatore Denis Verdini, che ieri ha chiesto e ottenuto da Berlusconi una retromarcia in grande stile. «Non ho mai detto che Angelino sarà il mio successore», scandisce infatti il premier durante il vertice di ieri a Palazzo Grazioli. Non solo. A queste parole, che saranno riferite ai cronisti dal capogruppo dei Responsabili Luciano Sardelli, il Cavaliere aggiunge una battuta: «Non avete visto di quante cose mi accusano i magistrati e la sinistra? Non voglio mica farmi accusare anche perché scelgo il mio successore…».

La battuta, in effetti, fa ridere lo stato maggiore del Pdl. Non Alfano, però. Perché, dice chi lo conosce bene, «Angelino non voleva mica l’endorsement. Ma il modo in cui Berlusconi ha corretto il tiro l’ha fatto rimanere molto male». In fondo, è lo stesso concetto ribadito privatamente dal ministro Fitto, uno degli uomini più vicini al guardasigilli: «Questa smentita non ci ha certo reso felici. Comunque, si vede che siamo già vittime del “fuoco amico”…».
Tra i tanti motivi per cui lo stato maggiore pidiellino teme l’ascesa di Alfano, ce n’è uno su tutti. Il Guardasigilli ha già creato un partito nel partito. Infatti, dentro il Pdl, c’è già un PdA. Il «partito di Angelino». Quella a cui il titolare della giustizia sta lavorando ormai da un anno è una vera e propria «rete». Con tanto di cabina di regia, di cui fanno parte i big che stanno lavorando per costruirne la leadership: da Fitto alla Gelmini, dalla Prestigiacomo a Frattini.
Maurizio LupiNel «partito di Alfano», un ruolo decisivo lo ricopre Maurizio Lupi, il vicepresidente della Camera che – sfruttando la scia di «Angelino» – ambisce al ruolo di capogruppo a Montecitorio. Certo, pensare di scalzare Fabrizio Cicchitto dopo l’approvazione della prescrizione breve sembra una mission impossible. Ma Lupi, un obiettivo, l’ha già raggiunto: è riuscito ad avvicinare Roberto Formigoni e l’ala ciellina del Pdl al Guadasigilli.
Oltre alla «cabina di regia» e al ruolo di Lupi, Alfano può già contare sul sostegno di tanti deputati del partito che, oltre ad avere radicamento sul territorio, si oppongono alla gestione di Verdini. Per fare qualche esempio, tra questi ci sono Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, molto forte in Piemonte. E poi, in ordine sparso, gente come il suo omonimo Gioacchino Alfano e Nunzia De Girolamo, che in Campania sono tra gli oppositori del ras Nicola Cosentino. Senza dimenticare che, tra i volti noti che potrebbero sposare l’alfanismo militante, spunta anche il nome di Mara Carfagna.
Fitto, Gelmini, Prestigiacomo, Frattini, Carfagna, Lupi. E poi Crosetto, Gioacchino Alfano, De Girolamo, Carfagna. La squadra degli Alfano boys dentro il Pdl sta cominciando a prendere forma. Ma «Angelino», a differenza dei suoi oppositori interni, ha molti amici anche fuori dal partito. La sua partecipazione ai meeting della fondazione bipartisan VeDrò gli ha consentito di stringere ottimi rapporti di amicizia con personalità come Enrico Letta (che di VeDrò è stato l’ispiratore) e Giulia Bongiorno. E non è tutto: nel settore in cui il Pdl è debolissimo – e cioè quello dei rapporti con la magistratura – Alfano è molto più “solido” di quanto non si pensi. Perché è vero, c’è la sua firma sia sul contestatissimo «lodo» respinto dalla Consulta che sulla riforma costituzionale della giustizia osteggiata dai magistrati. Ma, anche grazie Stefano Dambruoso, il suo uomo cerniera con le toghe, «Angelino» lavorerà per ridurre il più possibile le distanze (politiche) tra sé e le toghe.

Written by tommasolabate

15 aprile 2011 at 09:48

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