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«Tavolone» in Parlamento, modifiche e fiducia sul maximendamento. Il Pd trova l’accordo con Pdl e Terzo Polo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 dicembre 2011)

La svolta arriva dopo un colloquio riservato tra Dario Franceschini e Fabrizio Cicchitto. Quando il capogruppo pd dice: «Dobbiamo accettare il coordinamento con Pdl e Udc».

Montecitorio, interno giorno. Dentro il Pd si moltiplicano i mugugni per il testo definitivo della manovra presentata domenica sera da Mario Monti e da alcuni dei suoi ministri. Il deputato torinese Stefano Esposito, esponente della sinistra interna e fedelissimo del segretario, annuncia sulla sua pagina Facebook che «a caldo, così com’è la manovra non la voto». Il franceschiniano Antonello Giacomelli, uomo-macchina della corrente di Area democratica, è un po’ più cauto. Ma ugualmente perplesso: «Era difficile chiedere a Monti di fare in pochi giorni qualcosa di più approfondito. Però è netta la sensazione di una timidezza su alcune misure che si trasforma in forte determinazione su altre». Traduzione: il governo è stato timido con chi “ha di più” e determinato sulle pensioni.

Idea che Bersani sottoscrive in pieno. Nel tragitto che lo separa da un corridoio laterale all’aula di Montecitorio, quando mancano pochi minuti all’intervento del presidente del Consiglio, il leader del Pd fa a tempo a dire tre cose. Senza girarci troppo intorno. «Questo decreto si poteva fare molto meglio». E uno. «Sono necessarie delle modifiche». E due. «In linea di principio, noi siamo contrari al ricorso alla fiducia. Però vediamo che succede…». E tre.

Ma per comprendere il senso della svolta che potrebbe maturare a stretto giro, bisogna andare oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano. E, di conseguenza, alla riunione di Montecitorio tra i vertici del partito e i componenti degli uffici di presidenza dei gruppi di Camera e Senato. Franceschini, che ha parlato col capogruppo dei Pdl, Cicchitto, apre alla proposta di Casini di dar vita a un coordinamento parlamentare a tre (Pd-Pdl-Terzo Polo). La sua proposta, sponsorizzata anche dalla pattuglia di Walter Veltroni e da quella di Enrico Letta, è semplice: «Questo decreto va prima modificato e poi messo in sicurezza. Non possiamo arrivare in Aula senza una regia politica, col rischio che gli emendamenti di Lega e Italia dei valori comportino qualche stravolgimento. Dobbiamo trovare un accordo con Pdl e Terzo Polo, fare un maxi-emendamento e poi approvarlo con la fiducia».

Ovviamente si tratta di un percorso a ostacoli. Primo, perché Bersani, che teme di rimanere scoperto a sinistra a causa delle mosse della Cgil, vuol far di tutto per evitare «la foto di gruppo» con Berlusconi e Casini. Secondo, perché anche Berlusconi avrebbe difficoltà ad accettare un «coordinamento politico». La soluzione, individuata nel corso dei colloqui con Casini, su cui gli ambasciatori di Pd (Franceschini) e Pdl (Cicchitto) si sono trovati d’accordo, è dar vita a un «tavolone tecnico». Una specie di raccordo parlamentare tra le tre forze principali che sostengono il governo Monti.

Sembra un paradosso. Ma l’aspetto più semplice di tutta la partita riguarda le modifiche al decreto varato domenica dal consiglio dei ministri. Visto che i tempi sono strettissimi, ciascuna delle parti ha proposto all’altra le sue modifiche. Stando a quanto risulta al Riformista, una bozza d’intesa c’è già. Il Pd vuole un intervento sulla previdenza e chiederà il blocco dell’indicizzazione a partire dalle pensioni superiori ai 1400 euro (e non solo fino a quelle di 960 euro, come previsto dal decreto Salva-Italia). Il Pdl, invece, chiede che venga stravolta la parte relativa al ripristino dell’Ici. Alfano l’aveva già detto durante il colloquio di sabato con Monti: «Per l’Ici sulla prima casa, duecento euro di detrazione sono pochissimi. Dobbiamo e possiamo fare di più». Rimane l’Udc, che pretende «più misure a favore delle famiglie». Come finanziare questi interventi? Il primo accordo che potrebbe venir fuori dal «tavolone a tre» sarà chiamato a rispondere proprio a questa domanda. E la soluzione più condivisa, al momento, è quella che va nella direzione di un ulteriore aumento della tassazione sui capitali scudati. Magari elevando al 5 per cento l’una tantum sui soldi rientrati con lo scudo fiscale (adesso è all’1,5 per cento). Ci sono altre strade, ovviamente. Come quella suggerita dal deputato-economista del Pd Francesco Boccia «di tassare i prelievi in contanti oltre i mille euro». D’altronde, «chi non ha nulla da nascondere può evitare di pagare cash, giusto?».

La partita, ovviamente, è solo al fischio d’inizio. «Se la Cgil sale sulle barricate, per noi diventerà difficile “reggere”», dice uno dei componenti della segreteria del partito. Che, ovviamente, non condivide l’entusiasmo della minoranza interna. Né la gioia di chi, come l’esponente di Modem Paolo Gentiloni, stenderebbe un tappeto rosso sotto la camminata di Mario Monti. «Il premier è un fuoriclasse della politica. Domenica ha fatto una telefonata a Berlusconi, una a Bersani et voilà. Il decreto è arrivato, migliore di come ce lo aspettavamo».

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Il carneade Milo vota. Sfuma il delitto perfetto di Montezemolo e Casini.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 ottobre 2011)

Silvio Berlusconi incassa la fiducia. 316 sì, 301 no. Ma questa è la storia di un delitto (quasi) perfetto, stile Omicidio sull’Orient Express di Agatha Christie. Che sfuma quando un parlamentare semisconosciuto che si chiama Antonio Milo fa il suo ingresso nell’Aula di Montecitorio.

Montezemolo, Casini, Franceschini. Si muovono ciascuno per conto proprio, come i tanti killer del noto giallo della Christie. Ma hanno un obiettivo comune: quello di far cadere il governo Berlusconi. Il primo perché vuole finalmente entrare dalla porta principale, e stavolta a sorpresa, nel gioco della politica. Il secondo e il terzo perché sperano che sia l’opposizione a dettare i tempi dello scioglimento anticipato della legislatura (l’Udc) o ad aprire l’ultimo spiraglio per un governo d’emergenza (il Pd).

La partita del presidente della Ferrari è diversa da quella dell’opposizione. Da giorni si diceva che fosse a contatto con «due partecipanti alle cene di Scajola» (Fabrizio d’Esposito lo aveva scritto sul Fatto quotidiano). E ieri è arrivata la prova. Poco prima che iniziasse il voto sulla fiducia, il sottosegretario Aurelio Misiti l’ha confidato a qualche collega della maggioranza: «Questa notte Montezemolo ha contattato Giustina Destro e Fabio Gava, convincendoli a voltare le spalle al Cavaliere». Non è tutto. «L’ex presidente di Confindustria ha preso contatti con altri parlamentari. Di sicuro con Catia Polidori, che a quando mi risulta gli ha detto “no, grazie”». Sono le 11.30 di ieri mattina. Un’ora dopo, Destro e Gava avrebbero disertato il voto di fiducia, mandando in ansia le truppe di Berlusconi. Al contrario della Polidori e (guarda caso) dello stesso Misiti, che nel pomeriggio sarebbero stati promossi da sottosegretari a viceministri.

All’una di notte, quindi, undici ore prima che l’Aula di Montecitorio si esprima sulla fiducia al governo, Berlusconi ha già perso Destro e Gava. Ma ci sono altre tre pedine che stanno per saltare il fosso: Luciano Sardelli, Antonio Milo e Michele Pisacane. Gli stessi che consentono l’ingresso nel “giallo” di Casini e Franceschini.

È Sardelli, come si dice in gergo, a «fare l’operazione». L’ex capogruppo dei Responsabili ha già preso contatti da giorni con i suoi ex colleghi dell’Udc, ai quali affida le proprie speranze di riportare nell’opposizione sia Milo che Pisacane. Nella notte tra giovedì e venerdì, quando l’operazione comincia a sembrare «fattibile», Casini sente i vertici del Pd. E visto che comunque l’opposizione non riuscirebbe mai a raggiungere il numero dei parlamentari della maggioranza, ecco che il campo di gioco diventa un altro. «Non si tratta di battere Berlusconi. Ma di fargli mancare il numero legale», spiegano alcuni deputati. Perché hanno una certezza, tutti quelli che si muovono sullo scacchiere anti-Silvio: «Se l’assenza del numero legale spinge il premier a richiedere la fiducia a inizio della prossima settimana, abbiamo tutto il week-end per convincere Scajola a staccare la spina».

Il piano, effettivamente, è ben congegnato. Nottetempo, Casini avverte Franceschini. Che a sua volta, ieri mattina, invita tutti i suoi a rimanere fuori dall’Aula. Gli addetti al pallottoliere dell’opposizione lo dicono e lo ripetono, come a voler alimentare le speranze sulla riuscita del blitz: «Se Gava, Destro, Sardelli, Milo e Pisacane non entrano in Aula, allora è fatta. Niente numero legale, niente fiducia».

All’inizio della prima chiama, c’è un’unica ansia che li tormenta. La delegazione dei Radicali, che già ieri l’altro aveva “disobbedito” (virgolette d’obbligo) all’ordine di scuderia di disertare il discorso di Berlusconi, è riunita per decidere il da farsi. Nel partito ci sono due linee: Bonino vorrebbe seguire le orme del resto dell’opposizione, Pannella invece crede che «Emma» sia troppo appiattita sul Pd. Dei sei deputati radicali, una è in Africa (Elisabetta Zamparutti). Gli altri sono divisi tra chi vorrebbe partecipare al voto di fiducia (Bernardini, Coscioni, Turco) e chi spinge per l’Aventino tattico (Beltrandi e Mecacci). Tutti loro, ovviamente, sapevano che il voto era previsto per mezzogiorno. Eppure convocano la loro riunione in ritardo, come a voler monitorare quello che sarebbe successo tra il Transatlantico e l’emiciclo.

A mezzogiorno e un quarto, i berlusconiani tremano. La loro maggioranza, dopo l’uscita

Aurelio Misiti

del tridente Versace-Destro-Gava, è ferma a 314. Sardelli ha appena respinto l’ultimo pressing del Cavaliere in persona. Mancano Milo e Pisacane. I monitor del Transatlatico e del cortile sembrano quelli di Wall street. Capanelli di gente accalcata, fogli di carta che volano, speranze, delusioni, paure. Poi Milo risponde alla «chiama» e vota la fiducia. Franceschini scuote la testa, Bersani rimane impietrito. L’operazione sfuma, perché il «numero 315» virtuale ha appena scongiurato il blitz. Poi la scena sarà tutta dei Radicali, che fanno il loro ingresso in Aula tra gli insulti dei deputati del Pd (particolamente scatenate Giovanna Melandri e Rosa Villecco Calipari). «Quando gli str.. sono str.., galleggiano senz’acqua», s’infuria Rosy Bindi. «Macché, con l’ingresso di Milo i numeri li avevano già», ribatte l’ex radicale Roberto Giachetti, segretario d’Aula del Pd. Quindi, sui titoli di coda, si presenta nell’emiciclo anche Pisacane. Era inutile che stesse tra i congiurati, visto che la congiura era appena fallita. Niente Omicidio sull’Orient Express. Solo urla. Quelle tra Francesco Pionati e il suo ex collega dell’Udc Angelo Cera. «Angelo, ora gli devi trovare un posto in lista a Sardelli, che sennò a quello non resta che andare a zappare». «Ma stai zitto, France’. Tu con quello ci mangiavi fino a poco tempo fa». 316 a 301. E la ruota impazzita ricomincia a girare.

Written by tommasolabate

15 ottobre 2011 at 16:14

La notte del Cavaliere. L’incubo del «314» prende forma.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

«È il mio ultimo desiderio. Venitemi a prendere e portatemi in barella alla Camera. Voglio sentire l’applauso mentre dico “no”». La voce di Mirko Tremaglia, al telefono, si sentiva appena.

Quando aderì alla Repubblica di Salò aveva appena diciassette anni. Adesso che di anni ne ha ottantacinque, Mirko Tremaglia vive da mesi chiuso in casa, nella sua Bergamo. L’emozione che ha scandito i suoi momenti più appassionanti dell’ultimo decennio è la stessa che lo accompagna da quando, nel 2000, perse il figlio Marzio. La stessa con cui due giorni fa, al telefono con i colleghi finiani, ha espresso il suo desiderio: «Venitemi a prendere con un’ambulanza. È l’ultima cosa che chiedo alla politica. Voglio sentire quell’ultimo applauso dell’Aula mentre voto contro Berlusconi». Difficile accontentarlo. «Non ce la può fare, gliel’abbiamo detto tutti», spiega Fabio Granata.

Con Tremaglia fuori campo, il pallottoliere dell’opposizione – quello dei «no» al governo Berlusconi – è destinato a fermarsi a quota 305. Compresi gli antiberlusconiani dell’ultim’ora, l’ex diccì Calogero Mannino detto «Lillo» e l’onorevole fashion Santo Versace. Una cifra, questa, che tiene conto del presidente dell’Aula Gianfranco Fini che non voterà e dell’assenza fisiologica di Antonio Gaglione.

Con l’opposizione ferma a 305, tutti coloro che nella maggioranza vogliono rifilare un siluro all’indirizzo del Cavaliere hanno più frecce nel loro arco. Il perché lo spiega uno dei tanti anonimi scajoliani che agitano nervosamente la vigilia a Palazzo: «La fiducia deve passare senza problemi. Il nostro gioco è sfruttare qualche assenza tattica per far sì che il governo rimanga al di sotto della maggioranza assoluta». Semplice. D’altronde lo dice anche Giorgio Stracquadanio, fedelissimo del Cavaliere: «Finiremo a 314». Come il 14 dicembre del 2011. «D’altronde è un numero aritmeticamente affascinante», insiste il deputato azzurro, «che ci rimanda alla perfezione del pi greco…».

Sarebbe un colpo da maestro, quasi degno della vecchia scuola democristiana. In fin dei conti, «Claudio» dovrebbe spostare le sue pedine come se si muovessero «a sua insaputa». È Scajola stesso, infatti, a far filtrare la notizia di aver convinto il “falco” Roberto Antonione, «che voleva votare contro la fiducia, a esprimersi a favore». Però, nella sua corrente, i nomi dei fab five che potrebbero portare il Cavaliere dai 319 voti assicurati ai 314 previsti (321 è il totale, che scende a 318 con gli infortunati Porfidia e Franzoso, e il carcerato Papa) circolano. A cominciare da Giustina Destro, per continuare con Fabio Gava, entrambi veneti. E poi Paolo Russo e Pietro Testoni. Più il classico «mister X», dietro cui si potrebbe celare chiunque.

Giustina Destro e Giorgio Napolitano

Perché è tutto un gioco a chi mette più paura al prossimo suo. Tutto un cercare le risposte più disparate alla più classica delle domande: per conservare il seggio conviene tenere in vita il governo? Franco Frattini, appoggiato a una colonna del Transatlantico, si sbilancia con qualche collega: «Gli scajoliani stanno tradendo Scajola. Almeno sei di loro, tra cui Abbrignani e Cicu, hanno trattato la ricandidatura con Verdini». Verità? Menzogna? Chissà. Di certo c’è che in serata, sia Pier Ferdinando Casini che il finiano Carmelo Briguglio mandano in rete dichiarazioni degne del più oscuro dei presagi di Eschilo. «L’intenzione di Berlusconi è quella di andare a votare non ricandidando metà dei parlamentari che gli votano la fiducia: uomo avvisato, mezzo salvato. Se poi gliela votano lo stesso…». Oltre i puntini di sospensione dell’ex presidente della Camera c’è una semplice considerazione: «Non serve Einstein per capire che metà dei parlamentari del Pdl resterà a casa. Basta guardare i sondaggi: il premio di maggioranza non ci sarà». Un film che agli occhi dello scajoliano ignoto ha senz’altro la gradevolezza di un horror. Una pellicola a cui cui Denis Verdini prova a rispondere in serata, assicurando ai microfoni del Tg1 che «domani (oggi, ndr) allargheremo la maggioranza».

Il Palazzo si svuota prima del tramonto. Mentre Scajola e compagnia sono appena stati avvistati a piazza San Lorenzo in Lucina, colti sul fatto mentre siglavano un fantomatico «patto del the». «Avete mai visto Vite vendute con Yves Montand?», chiede Stracquadanio. «Era la storia di un alcuni lavoratori che guidavano camion carichi di dinamite. Erano persone impaurite, perché trasportare dinamite è pericoloso. Poi, però, ci si abitua a tutto. Solo che basta una buca e….». E bum. Anche se per la fine del film ci vuole ancora un po’. L’inizio dell’ultimo giro di boa potrebbe materializzarsi oggi, se il governo tornerà a casa con uno score inferiore a 315.

Written by tommasolabate

14 ottobre 2011 at 11:35

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