Tra pitoni e Nobel mancati. Who’s who del rimpasto
di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 maggio 2011)
Antonio Gentile, parlamentare calabrese del Pdl, è l’uomo che nel settembre 2002 propose Silvio Berlusconi per il Nobel per la pace. Per «il forte ruolo svolto a favore dell’ingresso della Russia nella Nato; per la cancellazione dei crediti che l’Italia vantava verso alcuni Paesi poveri; per aver interpretato la sua funzione istituzionale come un percorso limpido e coerente di mediazione dei conflitti internazionali; perché ha restituito all’Italia una vocazione diplomatica dispersa», disse all’epoca Gentile esaltando il Cavaliere.
Bruno Cesario, ex rutelliano campano passato coi Responsabili, ha fatto di più. Nel 2008, camminando per una via di San Giorgio a Cremano (provincia di Napoli), s’accorse che un pitone di tre metri e mezzo aveva appena assaltato un’automobile, provocando la fuga del conducente. E intervenne, coraggiosamente, frapponendosi tra il mastodontico rettile e l’autovettura e agevolando quindi l’intervento delle forze dell’ordine.
E visto che Gentile e Cesario sono andati entrambi a fare i sottosegretari al ministero dell’Economia,
si può ragionevolmente sostenere che i “pezzi pregiati” del rimpasto se li è accaparrati Giulio Tremonti.
Nove nomine, arrivate ieri a chiudere quel cerchio che s’era aperto il 14 dicembre con quel voto di fiducia che aveva consentito al Cavaliere di passare indenne attraverso le forche caudine di Montecitorio. Ma «ne faremo altre dieci», aggiunge il presidente del Consiglio per placare l’ira funesta di chi è rimasto lontano dall’agognato posto al sole.
Alla lotteria del rimpasto vengono premiati – oltre a Gentile e Cesario – gli ex finiani Roberto Rosso (Agricoltura), Luca Bellotti (sosia dell’allenatore Luciano Spalletti e centravanti della nazionale Parlamentari, al Welfare) e Catia Polidori (Sviluppo economico). Aurelio Misiti, eletto nelle liste dell’Italia dei valori, va alle Infrastrutture, l’ex pd Riccardo Villari ai Beni culturali, mentre la liberaldemocratica Daniela Melchiorre s’accasa – come la Polidori – al ministero guidato da Paolo Romani. Completa il quadro l’ex centrista (transitato da Fli) Giampiero Catone, da ieri sottosegretario all’Ambiente. Il più lesto a rivendicare che «ho parlato direttamente con Berlusconi delle mie competenze, spiegandogli che avrebbe potuto usarle nei tempi e nei modi per lui più opportuni». Un modo come un altro per precisare che «in questa storia ho fatto riferimento al premier, e solo a lui».
Caso chiuso? Tutt’altro. Nella war room dei Responsabili d’ogni credo i malumori si sprecano. Pino Galati, esponente di punta dei Cristiano popolari guidati da Mario Baccini, nonché marito della leghista Carolina Lussana (i testimoni di nozze furono Bossi&Casini), ha dato voce alla sua rabbia. «Prendiamo atto che gli impegni assunti dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non sono stati mantenuti», ha messo nero su bianco in una nota vergata a quattro mani (le altre due sono quelle di Baccini). Ma il vero ispiratore del comunicato al vetriolo – e qui arrivano i primi guai per il premier – sarebbe Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che ha Galati sotto la sua ala protettiva, ieri è uscito dall’inchiesta relativa agli appalti sui Grandi eventi. «Mi sono sempre proclamato totalmente estraneo a questa vicenda: la chiusura dell’inchiesta lo conferma in modo ufficiale e definitivo», ha scandito. Che cosa c’entra col rimpasto? Semplice. Con un peso (giudiziario) in meno sul groppone, l’ex ministro ligure tornerà alla carica sul partito. «E il segnale che ha ricevuto da Berlusconi con la “bocciatura” di Galati non è certo un bell’inizio», commentano nella sua cerchia ristretta.
Difficile circoscrivere l’area del disagio “responsabile”. Nel gruppetto di Noi Sud, dove la guerra fratricida per una poltrona tra Elio Belcastro e Antonio Milo s’è conclusa 0-0 (bocciati entrambi), c’è il sospetto che “il padre nobile” Enzo Scotti adesso punti al ministero delle Politiche comunitarie. E furibondo è anche Francesco Pionati, che al Riformista dice: «Tanto questi durano poco». Massimo Calearo, invece, andrà a fare il consigliere del premier per il commercio estero. Al contrario dell’ex finiana Maria Grazia Siliquini, che dopo il giro sulle montagne russe, si ritrova a fare la regina delle occasioni sprecate. Niente posto alle Poste (ha rifiutato), niente posto al governo. Con grande gioia dei suoi ex colleghi finiani, che nel giorno dell’ultimo botta e risposta tra «Silvio» e «Gianfranco» («Il premier è ossessionato da me, merita compassione», dice il presidente della Camera) trovano finalmente qualcosa di cui sparlare.
Tremonti successore? Il bluff di Silvio per rompere la pax leghista.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 maggio 2011)
Il bacio della morte (politica, naturalmente) sulle guance di «Giulio». E un modo per tentare di rompere il recente armistizio sottoscritto tra le «fazioni» in guerra all’interno del Carroccio.
Due obiettivi con un solo colpo. È quello che Silvio Berlusconi “spara” di fronte alle telecamere di Porta a porta quando ieri pomeriggio, a poche ore dall’approvazione della mozione della maggioranza sulla Libia, indica per la prima volta come “delfino” il suo più acerrimo nemico interno: Giulio Tremonti. «Se per il centrodestra sarà necessario che io mi ricandidi alla guida del governo, non mi tirerò indietro», è la premessa. Ma «se invece verranno fuori altre personalità, e ne abbiamo diverse, Tremonti in primis, io sarei felice di lasciare ad altri la conduzione del governo».
Ovviamente si tratta di un bluff. Non foss’altro perché, quando lo indica in pole position nella linea di successione a se stesso, il presidente del Consiglio è in preda all’ennesima crisi di nervi causata, a suo dire, dall’ultimo successore di Quintino Sella. «Ma lo sapete», aveva raccontato in mattinata, che «Giulio ancora non s’è degnato neanche di farmi vedere la bozza del decreto sullo sviluppo che sarà approvata domani (oggi, ndr) dal consiglio dei ministri?».
Nella sua cerchia ristretta giurano che la mossa di “benedire” il rivale per la successione sia stata elaborata tempo fa per «sovraesporlo». Fosse solo questo, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto in nemmeno mezz’ora. Basti pensare che le prime due reazioni alle parole di Berlusconi sull’incoronazione del superministro dell’Economia sono quelle dei suoi rivali diretti. Roberto Maroni mette a verbale che «Tremonti è un ottimo ministro e sarebbe un ottimo presidente del Consiglio». Angelino Alfano, che il Cavaliere aveva indicato come erede (in privato) salvo poi smentire (in pubblico), dice che «l’idea di Tremonti premier, se l’ha detta Berlusconi, è condivisibile».
Eppure, dietro la mossa di Berlusconi, c’è di più. Il Cavaliere sa che la stragrande maggioranza dei suoi tormenti delle ultime settimane – Libia compresa – derivano da un patto di non belligeranza sottoscritto dal gotha della Lega. E che la tregua imposta da Bossi nelle stanze di via Bellerio, che ha congelato le rivalità tra la fazione «Calderoli-Tremonti» e quella guidata da Roberto Maroni, era servita a ricompattare gli alti dirigenti del partito contro il premier.
Da qui la contromossa, che Berlusconi serve a freddo, poche ore dopo che l’Aula di Montecitorio ha fischiato la fine (momentanea) delle ostilità sulla Libia. Indicare «Giulio» alla succesione per riattizzare lo scontro interno alla Lega su chi deve stare in prima fila nel caso in cui le amministrative sanciscano la crisi della maggioranza. E spezzare quella trama bipartisan che tanto il ministro dell’Economia quanto il titolare dell’Interno stanno alimentando.
D’altronde, che Tremonti abbia contatti continui e costanti con i leader dell’opposizione (Fini compreso) non è un mistero per nessuno, men che meno per il premier. Quanto alla tela bipartisan di Maroni, basta citare che ieri il ministro dell’Interno ha ricevuto una delegazione del Pd (guidata da Walter Veltroni e Andrea Orlando) che gli aveva chiesto udienza dopo la valanga di arresti nel Pdl campano. Una mossa, questa, che ha innervosito i berluscones partenopei al punto tale che è dovuto intervenire il premier in persona per placarne i bollenti spiriti.
«Tremonti aizza la Lega», aveva titolato il Giornale? «E noi aizziamo Tremonti nella Lega», è la strategia del Cavaliere. È un gioco a carte scoperte. Come ha capito anche Bossi. «Berlusconi durerà a lungo. Tremonti? Io sono amico suo. Ma Silvio dice queste cose per allontanare il momento (dell’addio alla leadership) il più possibile», spiega il Senatur in serata. In tasca, però, il premier ha un’altra carta. Sapendo che l’eventuale esito negativo delle comunali di Milano potrebbe riaprire la crisi nella maggioranza, «Silvio» ha cominciato a sondare qualche malpancista del Carroccio. Non a caso, la corrente delle camicie verdi che puntano a confermare senza se e senza ma l’alleanza col Pdl è già nata. E ne fa parte, oltre ad alcuni bossiani del cerchio magico, anche Marco Reguzzoni. Proprio lui, l’uomo che aveva annunciato la «tregua» sulla Libia prima che l’accordo fosse raggiunto. L’uomo che adesso i vertici di via Bellerio vorrebbero spostare al governo (coi galloni di viceministro o sottosegretario) per lasciare la poltrona di capogruppo a un esponente più “affidabile”. Come il maroniano Stucchi, ad esempio.
Juke-box Montecitorio. Dal progetto “diarchia” di Walter all’effetto “Bin Laden” sul Pd calabrese.
1) Alla domanda sul “perché” Walter Veltroni abbia deciso di riaprire proprio adesso il fronte interno con l’intervista al Foglio, la maggior parte dei detrattori dell’ex segretario del Pd dà risposte che rimandano a un non meglio precisato (o forse sì) “sabotaggio”. Tutto questo mentre nel giro di “Walter” si inizia a sospettare che Bersani e Casini abbiano già trovato un accordo in vista delle prossime elezioni politiche. Pier 1 (Luigi) candidato premier di quella stessa Santa Alleanza che Pier 2 (Ferdinando) continua tatticamente a smentire. Pier 2 (sempre Ferdinando) al Quirinale per il dopo-Napolitano. Fosse questa la trama, si capirebbe perché Veltroni ha ricominciato a parlare bene di D’Alema (anche nell’intervista al Foglio). Obiettivo: tentare di ricostruire l’antica diarchia.
2) Il regista dell’omicidio di Osama Bin Laden è il capo del Pentagono Leon Panetta, che due anni fa fu mandato da Obama alla Cia proprio per mettersi sulle tracce del leader di Al Qaeda. Che cosa c’entra tutto questo con le elezioni amministrative? Semplice. Il cugino di secondo grado di Leon Panetta, Mimmo Panetta, è il candidato sindaco del Pd alle comunali di Siderno, ventimila e passa abitanti nel cuore della Locride. Domanda: ci sarà un “effetto Bin Laden” sul voto?
Alle radici (calabresi) Leon Panetta, nuovo numero uno del Pentagono.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 gennaio 2009)
Siderno, provincia di Reggio Calabria. «Dirò solo che Siderno è posta in un sito molto ameno, che i suoi territori sono ubertosi. Il paese è fornito di belli e decenti edifizi. Il commercio vi è florido. Gli abitanti ascendono al numero di circa quattromila cinquecento, nella maggior parte addetti alla coltura ed alla pastorizia. Fin dai tempi del P. Fiore, Siderno aveva fama di paese incivilito, poiché l’illustratore della Calabria la chiama terra civilissima. Debbo dunque supporre che al presente la civiltà siavi in progresso». (Niccola Falcone, in Biblioteca storica topografica delle Calabrie, 1846).
Gerace, provincia di Reggio Calabria. «Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia. (…) Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti…». (Edward Lear, in Diario di un viaggio a piedi, 1847).
Panetta Carmelo e il fratello Domenico, da Gerace, furono costretti ad abbandonarli, i panorami, le rocce, i santuari e i palazzi che avevano lasciato di sasso persino lo scrittore londinese Edward Lear. Forse lì non era cosa, sicuro di quelli non si campava. Panetta Carmelo aveva preso in moglie Prochilo Carmela, che come tutte le Carmele era detta «Carmelina» e quindi «Melina», da Siderno. Anche Domenico era maritato.
Partirono lo stesso, però. Prima per il mare sidernese. Poi per l’America, che però non era l’America degli altri, dei tanti, dei più. Non era l’America di New York, anche se la quarantena con vista sul fiume Hudson, a Ellis Island, rimaneva una tappa forzata.Per i Panetta bros. fu come una piccola conquista del West, visto che quella fu la direzione che decisero di prendere.
La fame. Il lavoro. La nostalgia. Come da copione. Domenico non ce la fece, gli mancava troppo la moglie, dissero. Carmelo no. Carmelo la portò con sé, la moglie. Tra l’altro Monterey, duecento chilometri a sud di San Francisco, non era troppo più grande dell’incivilita Siderno e lì c’era pure il mare. Lavorava nelle piantagioni di arachidi, la famiglia Panetta trapiantata in California. Anche se per quelli rimasti in Calabria, molto più semplicemente, «facevano noccioline americane». Il piccolo Leon vide la luce addì 28 giugno 1938. Avrebbe fatto strada, tanta. Senza rinunciare al dialetto dei padri. E sognando sempre le vacanze di Calabria. Panetta Leon, negli anni Cinquanta, era fanciullo sveglio ma dispettoso. Così lo ricordano i cugini, che se lo ritrovavano d’estate nella sempre più incivilita Siderno. Nel frattempo lo zio Carmelo, che faceva noccioline americane, era salito di grado, diventando per i nipotini «lo zio ricco d’America», non foss’altro perché era solito regalare biglietti da un dollaro. Oggi che è passato mezzo secolo, oggi che Leon è stato nominato da Barack Obama alla guida della Cia, la Riviera – settimanale locale che ha la redazione a Siderno – gli ha dedicato una paginata. Col più scontato degli occhielli, «Grandi calabresi», e il più ovvio dei titoli: «Mio cugino Leon».
Panetta Leon, nei campi di noccioline americane, avrebbe costruito la sua tempra da «duro». Scuole cattoliche, a Monterey. E la
passione per la politica, coltivata sin dal liceo. Poco italiano, come molti di cui ha condiviso la sorte di figlio di immigrati. American english fuori e dialetto calabrese a casa. Per l’università si sposta a Santa Clara, scienze politiche prima, giusprudenza poi. Le userà entrambe, le lauree. Nel 1964 entra nell’esercito come sottotenente; due anni dopo è già decorato, ha i galloni di tenente e si congeda. Per tornare a seguire la sua stella polare.
La politica. Panetta Leon si affianca ai repubblicani. Nel 1966 comincia come consulente legislativo del senatore californiano Thomas Kuchel. Nel ’69 viene scelto da un cavallo di razza, Robert H. Finh, «ministro del welfare» dell’amministrazione Nixon. La promozione, guadagnata sul campo, arriva con la nomina a direttore dell’ufficio Diritti civili della Casa Bianca. Ma con essa si materializzano i primi nemici. Per il suo impegno a favore di politiche che qui diremmo «di sinistra», Panetta entra nel mirino dei falchi nixoniani. Il pressing per silurarlo è asfissiante. Leon prima resiste, poi lascia. Torna a Monterey per fare l’avvocato. La spensieratezza delle vacanze sidernesi è ormai lontana. Panetta Leon entra nel Partito democratico che è il 1971, o giù di lì. La marcia di avvicinamento alla Casa Bianca durerà più di vent’anni. Fino al 17 luglio del 1994, giorno in cui il William Jefferson Clinton detto «Bill», quarantaduesimo presidente della Stati Uniti d’America, lo nomina capo di gabinetto della Casa Bianca. Come era stato per i diritti civili, anche Clinton diventa per Panetta una causa da servire. E quando scoppia il caso Lewinsky, il numero uno dello staff clintoniano torna in trincea. Il «nemico», in questo caso, è il procuratore speciale Kenneth Starr che carica sul presidente ben undici capi di accusa: cinque per reati di spergiuro, cinque per ostruzione della giustizia e uno per infrazione dei suoi doveri costituzionali.
Panetta Leon, tempra da calabrese, si presenta alla Cnn. E di fronte alle domande di Larry King, sotto gli occhi del paese intero, scandisce: «La diffusione del rapporto Starr, con tutti quei dettagli osceni, non mi era sembrata necessaria». Di più, «diffondere quella roba non è corretto né dal punto di vista legale né da quello morale». Ancora di più, «io credo che il Congresso dovrebbe sempre e comunque mettere in primo piano gli interessi della nazione. Questa volta non l’ha fatto». Nel rapporto Starr, anche Panetta è citato più volte. «La Lewinsky nel tuo ufficio, la Lewinsky davanti alla porta del tuo ufficio… Come hai reagito?», lo incalza Larry King. E Panetta: «La mia prima reazione è stata di salirmene in camera a mettere la testa sotto il cuscino. Quando si leggono queste cose, Larry, è terribile, vergognoso, indifendibile. È stato un colpo scoprire che il presidente andava facendo queste cose, prendendo questi rischi, mentre eravamo tutti impegnatissimi in questioni fondamentali. Stavamo trattando l’accordo coi repubblicani sul bilancio, preparando la campagna elettorale. E intanto succedeva tutto questo…». Leon sente che la sua fiducia è stata tradita. Ma la causa, «Clinton», viene prima di tutto il resto. «Bill è rimasto solo ma non si arrenderà», avrebbe scommesso un anno dopo Panetta. Scommessa vinta. Siderno è lontana. Il suo ricordo no.
Panetta Leon non dimentica il dialetto, né la gente delle sue origini (tra l’altro, narra la leggenda, a una delegazione di cittadini sidernesi capitò di essere ricevuta in pompa magna alla Casa Bianca). Lascia Washington, fonda con la moglie il Leon&Sylvia Panetta Institute for public policy e continua a tessere la sua trama. Da Bill a Hillary, clintoniano tra i clintoniani. Nel 2006 entra nella commissione Baker, il gruppo di studio nato per togliere gli Usa dal pantano iracheno. Quindi due anni e mezzo di oblio. Nell’ombra. Fino alla nomina a capo della Cia. «Grandi calabresi». «Mio cugino Leon».
Post scriptum. Nella hall of fame dell’incivilita Siderno c’è un altro Panetta. Francesco, atleta. Negli anni Ottanta veniva considerato uno dei massimi interpreti mondiali dei tremila siepi. In una calda notte del settembre ’88, la cittadinanza di Siderno puntò la sveglia alle 4 del mattino per assistere alla gara del suo Panetta alle Olimpiadi di Seul. Francesco, che viveva da tempo a Milano, fece la lepre. Duemila metri praticamente in testa. Poi il crollo. Nono. Lontano dal podio. Francesco, che era stato oro ai mondiali del 1987, corre davanti e arriva in fondo. Al contrario dell’omonimo Leon, che sta nell’ombra e finisce avanti. Ma l’importanza di chiamarsi «Panetta» e di esser riusciti a dar lustro alla terra d’origine è solo un caso. «Francesco» e «Leon» non sono parenti. Neanche alla lontana.
La Lega anti-raid sparge veleno su Mario Draghi.
di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)
Sembra l’anticamera di una crisi di governo. Alle 19.34, quando Bossi dice all’Ansa che «dopo le dichiarazioni di Berlusconi Gheddafi ci riempirà di clandestini», la maggioranza – almeno sulla politica estera – di fatto non esiste più.
Pare la sconfessione dei teorici del «gioco delle parti», di quelli secondo cui al Cavaliere serviva che il Carroccio “coprisse” per il centrodestra anche il fronte anti-bombe. E sembra anche la piena smentita indirizzata a chi, come Ignazio La Russa, si presenta ai microfoni del Tg3 per negare l’ennesima «lite» che sta per scoppiare dentro la maggioranza.
Fin qui le ipotesi. L’unica certezza è che le poche parole che il Senatur affida all’Ansa nel tardo pomeriggio di ieri seppelliscono l’ottimismo di maniera con cui il presidente del Consiglio aveva risposto alle domande sulla tenuta della coalizione a ventiquattr’ore dall’annuncio dei bombardamenti italiani sulla Libia. «Con Bossi è tutto a posto», aveva replicato il premier passeggiando per le vie della Capitale poche ore dopo il vertice italo-francese. «Comprendo le perplessità leghiste», aveva aggiunto, ma «non è stata una decisione facile. Ieri sera ho parlato con Calderoli, Maroni e Bossi. E anche oggi ci risentiremo».
Fatica sprecata. Perché il leader della Lega, ancor prima di ricevere la seconda telefonata del premier sulla crisi libica, seppellisce la strategia bellica del governo. Con un uno-due devastante. «Dopo le dichiarazioni di Berlusconi, Gheddafi ci riempirà di clandestini». E uno. «Le guerre non si fanno e comunque non si annunciano così. Berlusconi ci dirà pure che Gheddafi ci riempie di clandestini, ma io dico che non sono d’accordo sui bombardamenti. Se gli americani vogliono bombardare, che lo facciano loro». E due. Tutto dalla viva voce del ministro delle Riforme.
E pensare che, fino all’intervento a gamba tesa del Senatur, sembra di stare di fronte al remake del film già visto all’inizio della crisi libica. C’è la decisione («Sono costretto», ha confidato il premier ai suoi) di intervenire attivamente nella missione, che Berlusconi mette nero su bianco smentendo se stesso. C’è la “copertura” dell’opposizione, da cui si smarca soltanto l’Italia dei valori. E anche l’intervento del Quirinale, con Giorgio Napolitano che spiega come «l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa e confortata da ampio consenso in Parlamento». Ma in serata, dopo le parole di Bossi, nella cerchia ristretta del presidente del Consiglio l’allarme sale oltre il livello di guardia. Tanto è vero che gli sherpa di Palazzo Grazioli e di via Bellerio s’affrettano a far filtrare la notizia di un faccia a faccia tra «Silvio» e «Umberto» che avrà luogo prima del consiglio dei ministri di giovedì. Tra i più stretti consiglieri del premier c’è la certezza che «la situazione verrà ricomposta».
Ma il nervosismo sulle parole dell’alleato è alle stelle. Tanto che, nell’inner circle berlusconiano, c’è chi teme che il fuoco di fila leghista assomigli a «un avviso di sfratto». A questo punto della storia è necessario fare un passo indietro al giorno di Pasqua. Quando il Cavaliere, nella telefonata di auguri a Bossi, comincia a mettere il leader del Carroccio di fronte alla possibile svolta. «Umberto, neanche io vorrei bombardare», è il senso delle parole del premier. Ma, è il sottotesto, «siamo costretti a farlo. Con Gheddafi ancora in piedi, ci ritroveremo l’Italia sommersa dai clandestini». Sono parole che, al leader della Lega, non piacciono affatto. Anche perché, nel sancta sanctorum del Carroccio, qualcuno dei fedelissimi segnala al «capo» che la mossa rischia di sembrare «l’ennesimo asservimento alla strategia di Sarko». In fondo, è lo stesso meccanismo che porta i leghisti spargere veleno sull’ipotesi che dietro la «svolta sui raid ci sia anche il benestare che l’Eliseo darà a Mario Draghi per la corsa del numero uno di Bankitalia alla guida della Bce».
Veleni o non veleni, sui bombardamenti il Carroccio risponde come un sol uomo. Tolto il taciturno Roberto Maroni, che però da tempo manifesta perplessità sulla piega che sta prendendo l’affaire Libia, la Lega – come spiega Roberto Calderoli – «è contraria alla guerra e lo dirà in consiglio dei ministri». Una posizione che provoca la reazione stizzita di La Russa: «Calderoli? Ha informazioni incomplete».
L’unica certezza è che anche in questa partita Giulio Tremonti si muove dietro le quinte. Il ministro dell’Economia, che in un colloquio con Massimo Giannini di Repubblica ha smentito «i complotti» ma confermato la strategia rigorista, è il vero argine al decreto per il finanziamento della missione libica, che per adesso “regge” esclusivamente sul bilancio della Difesa. E si torna al via, come uno sfortunato lancio di dadi del Monopoli. A una maggioranza di «separati in casa» che, Gheddafi o non Gheddafi, si gioca la sopravvivenza alle elezioni di Milano.
Gasparri attacca: «Il Pdl in preda al tafazzismo. Ci sono troppi untorelli».
di Tommaso Labate (dal Riformista del 23 aprile 2011)
C’è Daniela Santanchè che attacca Letizia Moratti sul caso Lassini. C’è Giancarlo Galan che prende di mira Giulio Tremonti sulle colonne del Giornale. E c’è Maurizio Gasparri che allarga le braccia e dice al Riformista: «Si vede che la sinistra ci ha contagiato. Anche il Pdl ha preso questa benedetta malattia del tafazzismo». Non è tutto: «Io e altri», aggiunge il capogruppo al Senato, «cerchiamo di mettere pace, di distribuire gli “antibiotici” contro quest’infezione. Ma niente… Ci sono troppi untorelli in azione».
A Milano dovevate vincere a mani basse. E invece litigate su Lassini.
«Scusi, ma il caso Lassini non era già chiuso?»
Non per la Santanchè. Che, attaccando il sindaco di Milano, ha detto che su Lassini «decideranno gli elettori».
«Per noi il caso Lassini è chiuso. Dopo i manifesti sui giudici e le Br, il partito ha preso le distanze da Lassini e lui non solo ha ammesso l’errore, ma s’è ritirato dalla campagna elettorale. Tutto questo significa che il Pdl invita i cittadini milanesi a non votare quel candidato. La questione resta aperta solo da un punto di vista tecnico. Che cosa dobbiamo fare di più, un decreto legge per evitare che gli elettori scrivano il suo nome sulla scheda?»
E l’attacco di Santanchè alla Moratti?
«Io davvero non ci capisco più niente. Ciascuno di noi dovrebbe fare la campagna per il nostro candidato sindaco e invece c’è chi addirittura attacca Letizia…».
Tafazzismo puro.
«Lo ripeto: forse la sinistra ci ha trasmesso il virus di questa malattia. E pensare che c’è gente come me, come Cicchitto e come Quagliariello che convoca delle riunioni per parlare, per discutere tra di noi, per cercare di vedere se ci sono problemi, per evitare che ci si metta a fare delle interviste che creano solo danni. Io ho aperto una farmacia, distribuisco antibiotici contro questo tafazzismo. Ma nel Pdl ci sono un po’ di untorelli…».
«Non saranno certo dei poveri untorelli a spiantare Bologna», disse Berlinguer nel ’77 attaccando il Movimento.
«Io cito i Promessi Sposi di Manzoni: «Va, va, povero untorello. Non sarai tu quello che spianti Milano…». Solo che qua gli untorelli sono più di uno».
Infatti c’è anche l’attacco di Galan a Tremonti.
«Appunto. Vede, i litigi tra i ministri di spesa e quelli del Tesoro sono un tema vecchio quanto Adamo ed Eva. Nella prima Repubblica queste sfide erano una costante. Immaginate oggi che Tremonti assomma le deleghe dei dicasteri di Tesoro, Finanze, Bilancio e pure qualcosa delle vecchie Partecipazioni statali».
È una potenza.
«E invece no, forse è l’esatto contrario. Ma sapete quanti sono i fattori che condizionano l’operato del povero Giulio? L’Unione europea, la globalizzazione, il mercato interno. Basti pensare che, sul fronte dell’energia, tra Libia e Fukushima nelle ultime settimane è cambiato tutto».
Eppure l’attacco al «rigorista» Tremonti, pubblico o meno che sia, è diventato uno degli sport più praticati, nel centrodestra.
«Pure io ci ho discusso molte volte, con Tremonti. Ma c’è qualcuno che può pensare che Giulio chiuda i cordoni della borsa solo per il gusto di mettere in difficoltà il governo di cui fa parte?».
Evidentemente sì.
«Io dico che, invece che rilasciare interviste per incassare qualche applauso facile facile, ciascuno dovrebbe fermarsi un attimo e pensare che Tremonti ha mille parametri da rispettare».
Forse Tremonti ha un caratteraccio.
«Questo di sicuro. Soprattutto perché, qualsiasi cosa succeda, pensa che ci sia sempre un “grande disegno” contro di lui. E poi perché qualche volta non sa ascoltare».
Gasparri, lei ha provato a farglieli notare, questi difetti?
«Certo. Ma Giulio dà sempre risposte del tipo: “Perché, vuoi dire che io non sto ad ascoltare gli altri?”».
Che fatica il mestiere di paciere nel Pdl.
«Tutti dovremmo cercare di smussare gli angoli più spigolosi del nostro carattere. Anche io, che certe volte ero troppo esuberante, mi sono dato una calmata».
La ricetta della tranquillità pidiellina del “medico” Gasparri?
«Niente psicofarmaci né sonniferi, quelli fanno male. Però una bella tisana dovremmo berla tutti, soprattutto di questi tempi».
Dopo le amministrative, il Pdl cambierà forma?
«Io sono per fare i congressi, come dice il mio amico La Russa, che per aver espresso questa posizione è stato ingiustamente attaccato. E sapesse le risate che mi faccio quando leggo di esponenti del nostro partito che sui giornali invocano i congressi e nelle riunioni dicono l’esatto contrario…».
Fuori i nomi.
«Niente nomi. Ho detto che dobbiamo tutti darci una calmata e mi metto io ad attaccare gli altri?».
Pisanu, un autorevole senatore del gruppo che lei presiede, ha chiesto un governo che superi quello attuale. Per i finiani chiedeste l’espulsione…
«L’altro giorno ho letto una dichiarazione di Pisanu che diceva: “Resto nel Pdl finché mi sopportano”, e cose così. Quando l’ho incontrato gliel’ho detto: “Caro Beppe, guarda che io ti sopporto benissimo”. La differenza tra Pisanu e Fini è che il primo ha delle idee diverse, che io non condivido. Il secondo, invece, era uno che boicottava…».
In che senso scusi?
«Basta un esempio solo. L’anno scorso, quando la Polverini era in difficoltà nel Lazio, disse che non poteva fare campagna elettorale da presidente della Camera. Quest’anno, però, vedo che in giro per sostenere Fli ci va, eccome se ci va».
E Di Pietro citò i fratelli Craxi come testimoni. Dell’accusa.
Nell’intervista rilasciata oggi al Riformista, Antonio Di Pietro dice molte cose. Confida di sperare nel raggiungimento del quorum al referendum, sostiene che l’abolizione manu referendaria del legittimo impedimento provocherà lo scioglimento delle Camere, chiede di non essere più “bistrattato” dai “benpensanti” dell’opposizione.
Ma la vera novità del Tonino pensiero è un’altra. Per la prima volta dopo vent’anni, l’ex pm cita i fratelli Craxi come testimoni dell’accusa.
Domanda: secondo lei, i berluscones hanno superato anche il limite di quei politici della Prima Repubblica finiti con Tangentopoli?
Entrambi i fratelli Craxi, anche Stefania, hanno detto che questi sono peggio di quelli della Prima repubblica.
Di Pietro d’accordo coi fratelli Craxi? Sarebbe un inedito.
Con la differenza che io non uso le malefatte dei politici di oggi per giustificare quelle della classe politica di ieri. Però una cosa la devo dire: a differenza di vent’anni fa, oggi i delinquenti della politica hanno perso ogni pudore e ogni limite. Perché vede, ai tempi di Mani Pulite il politico lestofante aveva due strade: rispondere ai magistrati oppure darsi latitante. Adesso, con Berlusconi, non rispondono né scappano. Si fanno eleggere in Parlamento e approvano leggi contro i magistrati.
Il delitto perfetto sul piano nucleare. Basta un atomo per allontanare il battiquorum.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 aprile 2011)
«È stato un colpo da maestro. Diamo una prospettiva al nucleare e, visto che ci siamo, cancelliamo ogni possibilità che i referendum raggiungano il quorum». Ieri pomeriggio, quando la decisione del governo di cancellare il piano nucleare sta facendo il giro di tutti i mezzi d’informazione, un esponente dell’esecutivo racconta dietro la garanzia dell’anonimato un altro film. Possibile titolo: «Il delitto perfetto».
L’impresa non era delle più semplici. Anche per la presenza di mille variabili impazzite. A Berlusconi serviva dare una minima speranza agli investimenti sul nucleare dopo Fukushima, tenere insieme i tanti malpancisti del governo (a cominciare dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo), soddisfare l’immancabile pretesa tremontiana (nel senso di Giulio) di tenere chiusi i cordoni della borsa (il piano nucleare costa, eccome se costa), togliere il dossier dalla campagna elettorale delle amministrative e, last but non least, cancellare le minime speranze che il referendum sul legittimo impedimento raggiungesse il quorum, magari trainato dai quesiti anti-atomo. Cinque obiettivi. Raggiunti in un sol colpo ieri.
Quando il gruppo del Senato guidato da Maurizio Gasparri e dall’ex radicale (esperto, quindi, di referendum) Gaetano Quagliariello segnala al governo la presenza di un emendamento firmato da Francesco Rutelli (altro ex radicale) nelle discussione sul decreto omnibus, ecco che gli uffici di Palazzo Chigi si trovano di fronte all’occasione che aspettavano. Il colpo del «delitto perfetto» in grado di colpire tutti e cinque i bersagli. All’emendamento del leader dell’Api, che cancellava ogni traccia normativa sulla prevista realizzazione delle centrali, il governo esprime parere favorevole. C’è una triangolazione tra Paolo Romani e Giulio Tremonti, il raccordo con il gruppo del Pdl a Palazzo Madama «e il gioco», aggiunge la fonte governativa, «si conclude. Infatti nessuno ci vieta di ripresentare il piano l’anno prossimo, quando magari l’eco del disastro giapponese si sarà spenta…».
Ovviamente, anche il delitto perfetto del governo ha qualche limite. Perché con gli effetti collaterali del disastro giapponese il mondo dovrà fare i conti per molti anni a venire. D’altronde, come spiega Benedetto della Vedova dando una boccata di sigaro nel cortile di Montecitorio, «mi pare che di nucleare non si parlerà più». Ma è altrettanto vero, e il capogruppo dei finiani alla Camera lo riconosce, che «stavolta la maggioranza ha preso due piccioni con due fave».
Il secondo piccione di cui parla Della Vedova è, ovviamente, il referendum. Con l’approvazione dell’emendamento anti-atomo del decreto omnibus, il quesito che avrebbe trainato quelli sull’acqua e il legittimo impedimento scomparirà dalle schede della consultazione del 12 giugno. Domanda: ma c’era qualche minima speranza che, per la prima volta dopo un decennio, un referendum passasse il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto? La risposta poteva anche essere affermativa. Almeno a prendere per buono un sondaggio riservato commissionato da Federutility (la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici, interessata al quesito sull’acqua), che una settimana fa fissava la partecipazione al voto in una forbice tra il 48 e il 52 per cento. Speranze che, senza il traino del voto sull’atomo, ovviamente si riducono al lumicino. Con tanti saluti alla partita sul legittimo impedimento.
Con la mossa del Senato, il governo si garantisce una giornata con l’happy end. Con Paolo Romani, uno degli artefici della partita, che si concede il lusso di annunciare «un nuovo piano energetico entro l’estate». E con l’opposizione che, ieri, ha finito per dividersi. Perché quando arriva la notizia della cancellazione del piano per il nucleare, Pier Luigi Bersani esulta: «È una nostra vittoria». Al contrario di Antonio Di Pietro, che invece convoca una conferenza stampa per «denunciare il colpo di mano del governo sul referendum del legittimo impedimento». Il segretario del Pd, più tardi, aggiusterà il tiro. Prima con una dichiarazione alla stampa («La decisione del governo? È positivo ma non lo è abbastanza: perché è chiaro che vuole solo scappare dal confronto sul referendum»), poi con una battuta affidata ai fedelissimi: «Dal “governo del fare” erano diventati il governo del “faremo”. Adesso si sono trasformati nel governo del “non faremo più”». Anche Massimo D’Alema, come Di Pietro, lega la cancellazione del piano nuclerare al referendum: «Berlusconi vuole solo far fallire il quorum». Morale della favola: alla Camera, sulla riconversione del decreto omnibus, l’opposizione marcerà a ranghi separati. «Decideremo dopo averne parlato», dice l’udc Roberto Rao a metà pomeriggio. Ma i rutelliani voteranno a favore, visto che l’emendamento accolto dall’esecutivo era firmato dal loro leader. «Anche io sarei tentato di votare sì. Ma, visti i numeri della Camera, è irrilevante», scandisce il finiano Della Vedova. Il Pd ne parlerà alla ripresa dei lavori dopo Pasqua. «Se hanno cambiato idea è merito di Alberto Losacco», è la battuta di Dario Franceschini, che rimanda al «profetico» appello anti-atomo firmato giusto ieri dal suo fedelissimo sull’Unità. I dipietristi, invece, voteranno compatti contro. Opposizione divisa. «Delitto perfetto», insomma.
Dan Peterson, carezza di ferro in giacca di cammello.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 9 gennaio 2011)
«Sergent Slaughter è sulla schiena di Hulk Hogan!». Pausa. «Oooohhh! Le (incomprensibile, ndr) di Hulk Hogan sono già danneggiati». Urla. «Hulk Hogan è ko, e Hulk Hogan aspetta, s’è fatto un riposo, poteva controbattere in qualsiasi istante. Oooohhh!». I flash delle macchine fotografiche impazziscono. «Hulk Hogan si vede che sta sanguinando, Hulk Hogan… Non vi fate impressionare dal sangue eh? Ecco la fine, eccoci qua. Hulk Hogan non credo che possa sopravvivere a questo. Hulk Hogan scuote la testa e alza, impazzito il pubblico, alza Sergent Slaughter in aria. Grande mossa di Hulk Hogan ma vale poco».
È una domenica mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi del 1991. La televisione qualsiasi è sintonizzata su Italia 1, il bimbo qualsiasi si dimena sul divano qualsiasi, il papà qualsiasi sta facendo la barba, la mamma qualsiasi intima al bimbo qualsiasi di cambiare immediatamente canale ché quello non è un programma «per bambini». Ci pensa la voce che arriva dalla tv a rasserenare la domenica mattina qualsiasi della famiglia qualsiasi. «Bambini, non ripetete queste cose a casa, eh?». Ma non è una voce qualsiasi. È «un marchio di fabbrica», un italiano sapientemente mescolato con lo slang americano. Sullo schermo spunta una bandiera dell’Iraq, lo «sfregio» che i produttori degli Eroi del wrestling – nel bel mezzo della guerra del Golfo tra Usa e Saddam – hanno immaginato tra le mani del fanatico Sergent Slaughter. Tutto il resto sarebbe noia, come l’ultimo round tra l’italoyankee Rocky Balboa e il sovietico Ivan Drago di Rocky IV. Se non fosse per Dan Peterson. Che usa il microfono come von Karajan usava la bacchetta. E quasi “dirige” la riscossa di Hulk Hogan: «Hulk Hogan reagisce. Strappa bandiera dell’Iraq. No, no, no, amico mio. La grande reazione, la carica. Hulk Hogan dice: “Mi hai fatto tagli sulla testa ma io non ti credo”. Calcio in faccia. Uno, due , treeeee! Hulk Hogan vince. Ed è nuovamente coperto di sangue ma campione assoluto. Mai stato uno come Hulk Hogan. Non ci sono parole: immortale, mitico, fenomenale supercampione».
DUE LAUREE, UN SOLDO. Prima di diventare una leggenda per italiani qualsiasi che s’appassionavano agli sport americani avuti in dono dal Biscione berlusoniano, Dan Lowell Peterson era stato un allenatore di pallacanestro. Il cognome lo deve a un antenato norvegese che all’anagrafe faceva «Pedersen», arrivato chissà come nel Wisconsin per fare il taglialegna. Un secolo e mezzo prima che, nel 1936, il pronipote Dan nascesse, in un piccolo paesino dell’Illinois. Mamma fa la designer di moda e la maestra elementare, papà è un poliziotto, il nonno aveva tirato di boxe. Gioca bene a baseball ma sceglie la via del basket. Anche se lo sport preferito, strano ma vero, sono i libri. Quelli che gli consentono di mettere in bacheca due lauree: una in letteratura e arte, l’altra in psicologia. Per campare nell’America dei primi anni Sessanta, il venticinquenne Dan suona la chitarra al Club Jubilee di Chicago. Lo pagano 25 dollari a sera. Nel frattempo, arrotonda sulle panchine delle squadre di college. Fino a quando, approdato a Delaware, diventa un’istituzione del basket a stelle e strisce che rappresenta l’anticamera (lunga) dell’Nba. Salvo poi decidere, nel 1971, di fare un biglietto di sola andata. Per Santiago del Cile.
I SOSPETTI SULLA CIA. Quando nel 1973 sbarca in Italia, alla Virtus Bologna, sono tutti convinti di trovarsi di fronte a una spia della Cia. Il coach statunitense che allena la nazionale di basket di Allende salvo poi emigrare un secondo prima che Pinochet prenda il potere. A più d’uno i conti non tornano. Dan non si cura di loro ma guarda e passa. A Bologna vince la Coppa Italia (1974) e uno scudetto (1976). Poi va all’Olimpia Milano, che l’ha richiamato pochi giorni fa. Quattro scudetti (1982, 1985, 1986, 1987) , due coppe Italia (1986, 1987), una Korac (1985) e infine la Coppa dei Campioni (1987). C’è un frame che fotografa l’ingresso di Peterson nella leggenda. 1982, finale scudetto contro Pesaro, Milano è sotto di cinque punti. Il coach chiama a sé il Mike D’Antoni e gli fa: «Vuoi che proviamo la difesa a 1-3-1?». «Quanto tempo abbiamo?», chiede Mike. «Tre minuti», Dan. «No, ce la facciamo con la difesa a uomo», sentenzia la “colonna” delle scarpette rosse. Il coach, carezza di ferro in giacca di cammello, lo ascolta. Mike lo ripaga con il canestro decisivo. E il tricolore prende la via della bacheca dell’Olimpia.
«VIENI AL MILAN?». Fosse rimasto un “semplice” (virgolette d’obbligo) allenatore di
pallacanestro, probabilmente oggi Dan Peterson sarebbe a scaldare qualche panchina ai giardinetti. O, nella migliore delle ipotesi, bazzicherebbe i tavolini di qualche bar, deliziando i compari di tressette con qualche «sapete quella volta che D’Antoni…», oppure con un più semplice «vi racconto di quando Bob McAdoo…». Nel 1987, quando gli scade il contratto con l’Olimpia, il telefono di Dan squilla. Dall’altra parte del filo c’è Silvio Berlusconi. L’offerta è chiara. Che più chiara non si può. «Perché non vieni al Milan?». Peterson, ovviamente, trasecola. «Io faccio pallacanestro». Ma il Cavaliere, che ha il problema di gestire una squadra appena comprata ed ha esonerato Nils Liedholm, insiste. Niente da fare, Peterson declina dando involotariamente il «la» all’inizio dell’era Sacchi. Ancora oggi, a distanza di vent’anni e passa, ogni volta che incrocia Galliani, l’«amico Adriano» ritorna su quella scelta: «Dan, quella squadra avrebbe vinto anche con te in panchina».
ALLA CORTE DI RE SILVIO. Peterson decide comunque di entrare in una squadra berlusconiana. Ma non è il Milan. La Fininvest, per cui già commenta le partite del basket americano, gli offre il bastone del comando del palinsesto sportivo. Dan accetta. E così, il 3 settembre del 1987, eccolo nella mastodontica conferenza stampa in cui il Biscione lancia il guanto della sfida allo strapotere televisivo della Rai. Al suo fianco ci sono numerosi testimonial d’eccezione: dal pugile Damiani al cestista McAdoo, passando per gli eroi del wrestling Iron Sheik e “Hacksaw” Jim Dugan. Berlusconi annuncia: «Con le nostre 650 ore di sport, combatteremo le dirette di viale Mazzini». È la svolta a «stelle e strisce» che tanta fortuna porterà al Cavaliere. Grazie ai due americani di Cologno Monzese: Mike Bongiorno ai quiz, Dan Peterson allo sport. E «mamma butta la pasta».
LA PASTA E IL GANCIO. Dalla seconda metà degli anni Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta, Peterson è un pezzo dell’Italia da bere. È un amaro Ramazzotti dietro le mille luci di Milano, è una birra Tuborg che si rovescia al passare di due cosce lunghe, è una Coca cola bevuta in coro attorno a mille candele natalizie, una Ypsilon 10 che piace alla gente che piace, una Scavolini amata dagli italiani e un vespista che mangia le mele, un fornetto DeLonghi che «si pulisce da solo» e un dado Knorr che a furia di usarlo ci si «innamora in cucina». E’ tutto questo e anche di più, Peterson. Uno dei «numeri uno» del circo dei sogni, il pezzo inconsapevole di una «baracca» che si fonda sull’incremento del debito pubblico, il «fe-no-me-nale» testimonial del Lipton ice-tea. Il suo slang tiene l’«Italia qualsiasi» attaccata a una (finta) scazzottata di wrestling o a una (verissima) replica della sfida tra i Lakers di Los Angeles e i Celtics di Boston. Sincero fino al midollo, Peterson. «Anche nel mio gergo», dirà in un’intervista alla Gazzetta dello Sport nel giorno del suo settantesimo compleanno, «mi sono ispirato ai grandi commentatori americani. Il mio “mamma butta la basta”, che scandivo quando una partita era già decisa, l’ho preso da “mamma metti il caffè sulla stufa” di un mitico telecronista dei White Sox. Il “gancio cielo”, invece, l’ha inventato un mio amico del liceo che faceva le telecronache dei Milwaukee Bucks ai tempi di Jabbar». Dove c’è Peterson non c’è spazio per la «normalità». Non è un caso, infatti, che il suo ritorno sulla scena come coach dell’Olimpia sia stato salutato da tutti con un’ovazione. Allacciate le cinture. Si sogna ancora un po’. «Bambini, non ripetete queste cose a casa, eh?»
Habemus sondagges. Letizia e Lettieri giù, de Magistris in risalita, Fassino ok.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 19 aprile 2011)
Letizia Moratti tra il 46 e il 48 per cento, comunque sotto la soglia della vittoria al primo turno, a Milano. Va peggio Gianni Lettieri a Napoli, che oscilla attorno al 40. Al contrario dei democrat Piero Fassino e Virginio Merola, dati per vincenti subito a Torino e Bologna.
Nonostante i sondaggi arrivati ieri sulla sua scrivania, Bersani si guarda bene «dal parlare di spallata».
L’ultima infornata di rilevazioni demoscopiche dimostra, come d’altronde il segretario del Pd va ripetendo negli ultimi giorni, «che Berlusconi fa bene ad avere paura». I sondaggi, di cui però Bersani non si è mai fidato ciecamente, indicano che il centrosinistra, nella griglia di partenza delle amministrative “che contano”, è posizionato bene. Come un ciclista “succhiaruote”, pronto a sfruttare la scia del velocista per tentare di batterlo a pochi passi dal traguardo.
Stando ai foglietti planati ieri ai piani alti del quartier generale del Pd, a Milano Letizia Moratti non vincerebbe al primo turno. La forbice di consensi dell’ex ministro dell’Istruzione oscilla tra il 46 e il 48 per cento. Otto punti in più di Giuliano Pisapia, che al ballottaggio potrebbe contare sul sostegno del Terzo Polo.
Più difficile da decrittare la situazione di Napoli. A poco meno di un mese dal voto, la candidatura di Mario
Lettieri non è decollata. L’ex presidente dell’Unione industriali della Campania, stando ai dati in possesso del Pd, starebbe ben al di sotto del totale delle liste che lo sostengono: 40 per cento, decimo in più, decimo in meno. Il tutto mentre sia a Torino che a Bologna, sia Piero Fassino che Virginio Merola vincerebbero al primo turno senza soffrire troppo.
Eppure, nonostante la tentazione di rispolverare l’obamiano Yes, we can, Bersani vuole evita il muro contro muro col Cavaliere. «Non parliamo mica di spallata», ha ripetuto nelle ultime riunioni coi fedelissimi. L’obiettivo minimo, ovviamente non dichiarato, è evitare di cadere nel tranello del Cavaliere, «che polarizza lo scontro per trasformare la tornata nell’ennesimo referendum su se stesso». Perché questo, aggiunge, «è un voto per le città. Certo, se poi il centrodestra subisce una débâcle, allora dopo si tireranno le somme…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano, c’è una prospettiva che il Pd non può vedere nitidamente. Anche perché gli effetti collaterali del voto primaverile possono arrivare a intaccare anche i democrat. Come? Basta prendere il caso di Napoli. Dove l’eurodeputato dell’Italia dei valori Luigi de Magistris si sta avvicinando pericolosamente allo score del candidato del Pd Mario Morcone. Col risultato che, se il trend venisse confermato, potrebbe essere proprio l’ex pm di Why not? a sfidare Lettieri (l’uomo del Terzo Polo, Raimondo Pasquino, è stabile attorno al 10 per cento).
Il centrosinistra, a questo punto, deve fare i conti con la paura di vincere. Nell’intervista rilasciata ieri al Corriere della sera, Pier Ferdinando Casini ha quasi invocato la discesa in campo di Montezemolo e Marcegaglia, chiudendo nel contempo ogni spiraglio per la Santa Alleanza cara a Bersani. Emma Bonino, nella consueta intervista del lunedì mattina con Radio Radicale, ha invece preso di mira direttamente il Pd sulle elezioni nel capoluogo lombardo. «A parte la presenza di un candidato dei grillini che toglie voti a Pisapia in una operazione che trovo discutibile», ha argomentato la vicepresidente del Senato, «credo che i vertici del Pd non abbiano colto l’importanza di Milano dal punto di vista politico e del possibile mutamento di un sistema di potere costruito in tanti anni».
Anche Bonino, come Bersani, è convinta che non si possano trasformare le amministrative «in un referendum sul presidente del Consiglio». Quanto alle critiche, il segretario del Pd risponderà col calendario alla mano. «Pier Luigi», dicono nella sua cerchia ristretta, «ha già iniziato il suo tour in giro per le città del voto. E, negli ultimi giorni prima dell’apertura delle urne, chiuderà la campagna elettorale sia a Torino, sia a Bologna, sia a Milano».
Ieri, invece, il segretario del Pd era a Macerata, a sostenere il candidato sindaco. «Che è dell’Udc», spiegano i suoi, dedicando una punta di veleno a Casini. «Nelle Marche la Santa alleanza c’è. Eppure non ci pare che Pier abbia qualcosa da ridire…».
Santa Alleanza o meno, la madre di tutte le partite del 2011 sta per iniziare. Come nelle telecronache domenicali di Tutto il calcio minuto per minuto, anche in questo caso c’è un «campo centrale». Milano. «Io sono sicuro che la Milano democratica risponderà a Berlusconi nelle urne», è l’auspicio del leader del Pd. «E io sarò lì più di una volta».



