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Ciascuno per i fatti suoi, con gli scatoloni in mano. L’effetto Lehman Brothers si abbatte sul Pdl.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 maggio 2011)

C’è un direttore d’orchestra che abbandona le bacchette. E gli orchestrali che iniziano a suonare ciascuno per i fatti propri, senza alcuna guida. Ma non si tratta del momento in cui la Filarmonica di Vienna, verso la fine del tradizionale concerto di capodanno, attacca con la Marcia di Radetzky e tutti applaudono. No, qua di applausi non v’è nemmeno l’ombra.

A poche ore dalla riapertura delle urne, Silvio Berlusconi sembra un uomo solo senza comando. «Sofferente», come l’ha definito ieri Franco Frattini. La spia di una situazione pressoché inedita s’era intravista ieri l’altro, quando i “sussurri” (virgolette d’obbligo) del premier a Obama sulla «dittatura dei giudici di sinistra» erano rimasti praticamente senza fuoco di copertura. Falchi a riposo, dichiarazioni zero, spalle scoperte. Ieri, quando il presidente del Consiglio ha replicato lo show internazionale sulla «patologia» della giustizia italiana, la stessa scena s’è ripetuta. «Chi non mi difende si vergogni», ha scandito il Cavaliere. Non l’hanno difeso neanche i suoi. «Sulle parole di Berlusconi non rispondo», ha spiegato il Guardasigilli Angelino Alfano. E tolto un Sandro Bondi ormai votato all’understatement («Bene Berlusconi che parla con altri capi di governo») e soprattutto con un piede già fuori dalla tolda di comando del Pdl, attorno alle urla del «capo» c’è stato soltanto silenzio. Niente Cicchitto, niente Quagliariello, niente Gasparri. Nulla, manco due righe di Capezzone, che ieri s’è disturbato giusto per denunciare «il clima infame» che, a suo dire, avrebbe prodotto il rogo nella sede del comitato di Lettieri a Napoli.

Il berlusconismo sembra a un passo dallo scioglimento. Basta guardare la calviniana leggerezza con cui Franco Frattini, intervistato da Mario Ajello sul Messaggero, ha fatto il disegnino della fine dell’Impero. «Questo leader (Berlusconi, ndr) deve indicare il momento politico per passare la mano», ha spiegato il titolare della Farnesina. Il Pdl? «È vero. Ci sono le correnti ma non c’è il partito». E ancora: «Stavolta, se non riusciamo a strutturarci come si deve, molti di noi torneranno alle professioni che avevano un tempo e amici come prima». Sembra di rivedere l’immagine dei dipendenti che abbandonavano scatoloni alla mano il quartier generale della Lehman Brothers appena fallita.

E non finisce qui, come scandiva Corrado lanciando la pubblicità durante la Corrida. Roberto Formigoni, che è uscito dai blocchi anticipando una sua candidatura alla leadership del Pdl, si prepara ad aprire il fuoco di fila (sulla candidatura sbagliata di Letizia Moratti) qualora Milano finisse nelle mani del centrosinistra. Allo stesso modo il blocco di Liberamente (Alfano, Gelmini, Frattini) partirà lancia in resta per ridiscutere la posizione del potentissimo coordinatore Denis Verdini. Magari stringendo un patto di ferro con chi, come Claudio Scajola, prepara la sua grande rentrée in un condominio che potrebbe essere già sfollato. Senza dimenticare che gli ex di An sono ormai proiettati verso la ricostruzione di quella «destra senza Fini» che sancirà lo scioglimento anticipato della creatura del Cavaliere.

Lo scenario apocalittico è sotto gli occhi di tutti. Infatti, mentre una buona parte di cittadini italiani si appresta a ritornare ai seggi, il governatore del Lazio Renata Polverini ha intonato il de profundis della sua stessa maggioranza nel consiglio regionale. E mica ha fatto sfoggio di eufemismi, l’ex leader dell’Ugl, nel commentare il passaggio di due eletti nella sua lista civica nel gruppo pidiellino della Pisana. No. Ha parlato di «atto di ostilità», «autolesionismo politico», «coalizione finita».

Detto in due parole «Renata», che con la sua lista contende i candidati a sindaco di Sora (Frosinone) e Terracina (Latina) al Pdl, è stata sconfessata. Alemanno la sostiene, gli ex forzisti la attaccano. «Rispettiamo gli elettori, bando alle polemiche», ha messo a verbale ieri sera Maurizio Gasparri. Come un pugno arrivato dopo il gong. O, peggio, come un velocista al Giro d’Italia che finisce fuori tempo massimo durante il tappone di montagna. Manca la gigantesca scritta game over, certo. Ma l’orchestra s’è già sciolta.

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27 Maggio 2011 at 23:57

La “dittatura” a Deauville, l’accordone a Montecitorio. E il premier prepara il bunker.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 maggio 2011)

Stavolta non si tratta di un’intervista a un tiggì della Rai o di Mediaset. Né di un’ospitata da Vespa o di una telefonata furibonda all’Infedele o a Ballarò. Né di uno sfogo privato fatto trapelare dai suoi. Stavolta, l’affermazione secondo cui in Italia «abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra», Silvio Berlusconi l’ha detta a Barack Obama.

Potrebbe essere il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’inizio della fine dell’«Impero». Due minuti di colloquio ripresi dalle telecamere a circuito chiuso del G8 di Deauville, che tra l’altro provocano un ritardo nell’inizio dei lavori del summit.
Silvio Berlusconi si avvicina al presidente degli Stati Uniti, di cui aveva salutato l’elezione riassumendo il senso delle sue reazioni in un aggettivo, «abbronzato». Quindi, con l’aiuto dell’interprete, il presidente del Consiglio (che conosce bene il francese, ma non l’inglese) dice a Barack Obama che «abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale». Però, aggiunge testualmente, «in Italia abbiamo quasi una dittatura dei giudici “di sinistra”». E ancora: «Io ho subito ventuno processi».
Il presidente degli Stati Uniti d’America sembra cogliere la gravità delle parole del presidente del Consiglio italiano. Le immagini testimoniano di un Obama che, nell’ascoltare il suo interlocutore, scuote impercettibilmente la testa. Però, tolto l’«how are you?» iniziale, non replica. Neanche con un sussurro. Nemmeno quando Berlusconi, stando al servizio del Tg1 delle 20, gli racconta «della nuova maggioranza» su cui si regge l’esecutivo (in pillole, è come spiegare all’inquilino della Casa Bianca dell’esistenza di Mimmo Scilipoti nello scacchiere politico nostrano).
Ma è davvero il clamoroso sussurro che anticipa di pochi giorni l’«inizio della fine»? In vista di una possibile presa di distanze da parte del Quirinale e del Csm, alle parole del Cavaliere reagiscono l’Associazione nazionale magistrati e tutta l’opposizione. «Berlusconi sta perdendo il senso delle dimensioni», mette a verbale Pier Ferdinando Casini. «Il governo deve andare a casa. Il premier chiederà a Obama un intervento della Nato contro i pm?», scandisce Bersani. Ma il vero segnale l’allarme, che dimostra l’effetto boomerang dell’ultima trovata del presidente del Consiglio, sta nel silenzio dei berluscones. Nessun fuoco di copertura, nessuna difesa d’ufficio organizzata, nessuna controffensiva. Prima dell’inizio dei telegiornali di prima serata, tolte due dichiarazioni di Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello, dalle parti del Pdl non si sente che silenzio. È il segno che stavolta, anche per i falchi, la misura potrebbe essere colma. Senza dimenticare che, come spiegano da via Bellerio, il video ripreso dalle telecamere del G8 ha imbarazzato talmente tanto i vertici del Carroccio da non poter escludere «una presa di posizione di Bossi».
Ma i segnali d’allarme, per il Cavaliere, vanno ben al di là dell’effetto (in Italia) delle sue parole Oltralpe. Primo, perché il Pdl che s’avvicina all’appuntamento coi ballottaggi sembra un esercito che marcia diviso per colpire altrettanto. Mentre gli ex di Alleanza Nazionale lavorano alla costruzione della loro «cosa», tra gli ex forzisti volano gli stracci. A Roberto Formigoni, che aveva anticipato la sua decisione di correre per la leadership, ha risposto Fabrizio Cicchitto, dai microfoni del Tg3. «Escludo passi indietro di Berlusconi», ha spiegato il capogruppo del Pdl a Montecitorio. Di conseguenza, ha aggiunto riservando un colpo di sciabola al governatore della Lombardia, «non so a quali primarie si riferisca».
Ma è soprattutto la triangolazione Lega-Terzo Polo-Pd a preoccupare le truppe berlusconiane asserragliate a Palazzo Grazioli. Casini, che oggi chiuderà insieme a Massimo D’Alema la campagna elettorale del ballottaggio di Macerata, ha ammesso ai microfoni di Mattino Cinque (intervistato da Maurizio Belpietro) che sono in atto colloqui tra il Carroccio e il resto delle opposizioni per cambiare la legge elettorale. Una boutade? Tutt’altro. Anche perché, stando a quanto risulta al Riformista, all’ufficio legislativo della Camera dei deputati è arrivato, nelle ultime quarantott’ore, la richiesta di un parere tecnico su una nuova versione del Mattarellum. In cui la quota proporzionale, che nella vecchia legge elettorale era fissata al 25% degli eletti, verrebbe estesa al 50. Metà dei parlamentari sarebbero eletti con i collegi uninominali; l’altra metà con il proporzionale. Fermo restando che l’elezione dei Senatori avverrebbe, come vuole la Costituzione, su base regionale.
Una bozza del genere accontenterebbe tutti: dal Pd ai finiani, dai casiniani alla Lega. Che, in questo caso, potrebbe ragionevolmente immaginare di presentarsi da sola in tutto il Nord eleggendo quantomeno lo stesso numero di parlamentari di questa legislatura.
Impossibile risalire all’origine di questa richiesta che ha raggiunto l’ufficio legislativo della Camera. Ma una cosa è certa: si tratta dei primi vagiti di un post che potrebbe iniziare da lunedì. Con buona pace di un premier che, mettendo in conto le sconfitte di Milano e Napoli, ha già deciso di asserragliarsi in una sorta di bunker. Ripetendo quello che ieri ha anticipato a Obama: «Abbiamo una nuova maggioranza…».

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27 Maggio 2011 at 10:29

Se Milano scarta l’Asso-Silvio, è l’ora del tris di jack. Tremonti, Maroni, Alfano: una poltrona per tre.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 maggio 2011)

Giulio Tremonti, il favorito.

Se le partite di Milano e Napoli toglieranno l’asso-Berlusconi dal tavolo, scatterà l’ora del «tris di jack». Giulio Tremonti, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Tre cavalli di razza che sembrano già sintonizzati sul pomeriggio del 30 maggio. Basta vedere come si tengono lontani dal ring elettorale.

Mentre il gotha del blocco Pdl-Lega s’affanna in ordine sparso a tirar fuori dal cilindro dicasteri da decentrare (a Milano e Napoli), multe da condonare (Milano) e case abusive da non abbattere (Napoli), i tre ministri simbolo del governo Berlusconi si tengono ben lontani dalla rissa. Basta vedere come si sono mossi negli ultimi giorni, sempre a debita distanza da quelle «paure» e dagli spettri di «zingaropoli islamiche» agitati ora dal Cavaliere ora dal Senatùr. Rispetto a Giuliano Pisapia, che ormai è il bersaglio fisso anche dei berluscones moderati, Maroni s’è limitato a dire: «Il suo programma prevede iniziative non condivisibili in materia di moschee e cose del genere. Ma la sua elezione non mi fa paura».

Quanto ad Angelino Alfano, ieri ha rimarcato come non mai la sua distanza da una coalizione che

Angelino Alfano

continua a puntare l’indice – soprattutto in campagna elettorale – contro i magistrati. «I parlamentari collusi con la criminalità se ne devono andare, non ho dubbi su questo. Anzi, se i partiti hanno la forza di cacciarli è meglio», ha scandito il Guardasigilli intervenendo a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci, usando parole che gli sono valse l’elogio incondizionato del procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso («Una delle qualità che riconosco ad Alfano è quella di percepire al volo le priorità»), che pure non ha risparmiato una stilettata all’indirizzo della maggioranza («Impossibile dialogare con chi ci insulta»).

Il terzo cavallo di razza è Giulio Tremonti, che tolta una sortita bolognese (insieme a Bossi) per il candidato leghista Manes Bernardini, non solo s’è chiamato come sempre fuori dalla mischia. Ma ieri, fanno notare dal centrodestra napoletano, «ha rifilato una bella mazzata a Gianni Lettieri», che a Napoli corre contro Luigi de Magistris. In che modo? Semplice. Il ministro dell’Economia è l’azionista di Fintecna. Di conseguenza, c’è anche la sua «manina» dietro il piano di esuberi di Fincantieri che prevede la chiusura dello stabilimento di Castellammare di Stabia, definito «inaccettabile» persino dal pidiellino presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro (anche Lettieri, per la cronaca, ha preso malissimo la notizia).

Maroni, Alfano e Tremonti. Il tris di jack si tiene lontano dagli schizzi di fango di una campagna elettorale ad alzo zero per giocarsi la poltrona di Palazzo Chigi, sempre se i ballottaggi provocheranno la resa dei conti nel centrodestra. Nei briefing tenuti coi fedelissimi negli ultimi giorni, Gianfranco Fini ha spiegato che «la situazione» della maggioranza assomiglia moltissimo ai giorni prima del 14 dicembre. Con la differenza che nessuna «compravendita» potrà mettere al riparo Berlusconi dall’eventuale sconfitta di Letizia Moratti. Nel Terzo Polo, infatti, scommettono sul Carroccio che stacca la spina al Cavaliere. E sull’ascesa di Tremonti, che guiderebbe il governo con una maggioranza allargata. «In quel caso», spiega Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, «il ministro dell’Economia potrebbe puntare su un programma di riforme basato su economia e lavoro, finanziandolo con quello che lui stesso ha risparmiato fino ad oggi». Nel senso che, «mentre finora s’è tenuto il bancomat nascondendo il Pin anche a Berlusconi, se andasse a Palazzo Chigi Tremonti potrebbe investire sul Paese gestendone in prima persona il rilancio». È lo scenario di un centrodestra de-berlusconizzato, con maggioranza allargata (a Terzo Polo e pezzi di Pd) e un governo di decantazione senza scadenza. Per tenere lontane le urne.

Bobo Maroni, Pier Luigi Bersani

È lo scenario che, però, non piace a Pier Luigi Bersani. A differenza di alcuni suoi autorevoli colleghi di partito (Walter Veltroni su tutti) il segretario del Pd, che considera Tremonti «il corresponsabile del malgoverno del paese», ha in testa un altro piano. Il cui punto di caduta sarebbero le elezioni anticipate, a novembre. Se il Carroccio togliesse l’ossigeno al Cavaliere dopo il voto, il leader democratico tirerebbe fuori dal suo mazzo la carta Maroni. Giusto il tempo di approvare i decreti finali del federalismo caro a Bossi e poi si andrebbe tutti alle urne. Con la Lega che, favorita dall’approvazione della madre di tutte le sue riforme, sarebbe agevolata anche correndo da sola in tutto il Nord.

E il terzo jack? Angelino Alfano entrerà in partita solo nel caso più improbabile: quello di un «passo indietro» di Berlusconi, che ne favorirebbe l’ascesa. Quest’ultimo è lo scenario meno battuto, perché soggetto a un numero indefinito di variabili. Tra tante incognite c’è una sola certezza: a prescindere dal governo che sarà in carica nel caso di showdown, l’«epocale riforma costituzionale della giustizia» del premier uscirà dai radar del Palazzo. Anche se quell’esecutivo sarà guidato dal suo primo firmatario. Lo stesso che infatti ieri se n’è tornato a casa con un bel plauso firmato da Pietro Grasso.

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24 Maggio 2011 at 09:50

Il grande incubo del Pd al Sud.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 maggio 2011)

Meno male che esiste la Basilicata. Perché altrimenti – viste le macerie lasciate dai democrat in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania – nel Sud Italia quel Pd partito alla reconquista del Nord si troverebbe al lumicino.

In Sicilia, l’unica regione che non è stata interessata dall’ultima tornata elettorale, le divisioni che si sono prodotte dentro il Pd sul sostegno al governatore Lombardo sono lontane dall’essere ricomposte.

In Calabria, invece, l’uscita di scena di Agazio Loiero e il lungo periodo di commissariamento del partito regionale hanno finito di fatto per svuotare tanto le piazze quanto le urne del Pd. Transizioni mal gestite, rancori personali, faide correntizie. Lasciando perdere la débâcle delle ultime regionali, tutto questo (e anche di più) si ritrova plasticamente riprodotto nell’ormai celebre caso Cosenza. Dove il sindaco uscente Salvatore Perugini passa dall’elezione al primo turno del 2006 (24.346 voti, pari al 53,83 per cento) a un misero terzo posto (6.664 voti, 15,60 per cento). Tra i candidati arrivati al ballottaggio – Enzo Paolini del centrosinistra e Mario Occhiuto sostenuto dall’Udc e dal centrodestra – i democrat sosterranno il primo. Con buona pace di chi, come il consigliere regionale espulso dal Pd Nicola Adamo, sostenitore di Perugini al primo turno, ha salutato l’imminente arrivo di Bersani a Cosenza con cotanto bigliettino: «Apprezzo il segretario, che a livello nazionale ha dato un’indicazione corretta. Ma Cosenza rappresenta una specificità. Occhiuto e Paolini sono due candidati di centrodestra. Il secondo era il candidato di Dell’Utri, non ha nulla a che fare col centrosinistra».

Tolte le fisiologiche difficoltà del Pd pugliese, che derivano in buona parte dalle lacerazioni prodotte dal «caso Tedesco», e l’encomiabile eccezione della Basilicata, in cui si riproduce da anni il modello di un partito vincente, rimane il dramma della Campania. Che deriva principalmente dallo sperpero di consensi che il Pd ha subito a Napoli negli ultimi tre anni.

Andrea Orlando, il giovane responsabile Giustizia del partito che Bersani ha mandato nel capoluogo campano dopo il caos primarie, sta provando a risollevare il Pd provinciale. «È vero, in città abbiamo lasciato per strada parecchi consensi. Però siamo al ballottaggio a Marano e Casoria, abbiamo vinto a Melito, mentre a Pozzuoli siamo rimasti fuori dal secondo turno per una decina di voti».

Ma il partito regionale è nel caos. Qualcuno cerca di cavarsela ostentando il “successo” (virgolette d’obbligo) di Benevento, che però va ascritto alle divisioni di un centrodestra che s’è spaccato in due tronconi. Altri citano la riconferma schiacciante di Enzo De Luca a Salerno, che però è una vittoria personalissima di un sindaco che ha preteso l’assenza del simbolo del Pd dalle liste. Il resto è noia. Il Pd si perde per strada Caserta e gran parte dei comuni circostanti. Quanto a Napoli, la flessione del partito negli ultimi anni è un’immagine che farebbe impallidire persino quella del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg.


Le cifre? Alle comunali napoletane del 2006, Ds e Margherita sommavano 155.893 voti. Pari al 31,27 per cento dei votanti. Alle politiche del 2008, le neonate liste del Pd arrivarono a 182.252 preferenze, 34,99 per cento. Nel 2009, l’anno in cui Enzo Amendola è stato eletto segretario regionale, il trend s’è invertito. Alle regionali del 2010, a Napoli il Pd ha preso 101.439 voti (25,42 per cento). Alle comunali della settimana scorsa, il crollo verticale: 68.018 voti (16,59 per cento). Morale della favola? Diciotto punti percentuali persi in tre anni. Una performance degna del conte Mascetti interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei, che non accontentandosi di aver dilapidato il patrimonio proprio, s’era divorato anche quello della moglie.

Progetti per la risalita? Piani d’emergenza? Per adesso tutto è appeso all’elezione di Luigi de Magistris, che ha escluso ogni apparentamento. «La mia candidatura è alternativa a Lettieri ma anche al bassolinismo», ha scandito l’eurodeputato dell’Italia dei valori intervistato da Repubblica tv. «Quindi un apparentamento formale con il Pd», ha aggiunto l’ex pm, «non era giusto. E io non ci credo per nulla». Sono le condizioni ideali, in fondo, con cui l’ex pm potrà dire di aver vinto comunque e perso mai. Come a dire “se vinco vinco io, se perdo hanno perso gli altri”.

Gli altri, nel senso del Pd, provano a marciare uniti. Umberto Ranieri, responsabile Mezzogiorno, domenica farà un’iniziativa con de Magistris. Il resto della ciurma, seppur impegnato ventre a terra per l’elezione dell’ex pm, ha già la mente proiettata al dopo voto. C’è già un evento, annunciato per giugno, di cui si stanno occupando la responsabile scuola Annamaria Parente e il segretario Enzo Amendola. «Il nuovo progetto della Formazione Politica destinato a 2000 ragazze e ragazzi, con meno di 35 anni, provenienti dalle regioni del sud e delle isole con esperienza amministrativa, dirigenti di partito e impegnati nell’associazionismo e nel sindacato», recita il comunicato sulla kermesse. Pare il remake dell’iniziativa Mezzogiorno di fuoco, organizzata dai big del Pd meridionale – also starring Michele Emiliano – qualche mese fa. Il fuoco è rimasto. Peccato che il mezzogiorno del Pd meridionale si sia trasformato in mezzanotte.

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21 Maggio 2011 at 12:34

Referendum e voto a novembre. La strategia Pd per tentare il kappaò.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 19 maggio 2011)

Colpire Silvio Berlusconi al ballottaggio di Milano. Affondarlo al referendum sul legittimo impedimento del 12 giugno. La strategia di Pier Luigi Bersani di tendere al Cavaliere lo stesso tranello in cui Bettino Craxi cadde nel 1991 – anticipata ieri dal Riformista – ha incassato ieri il via libera del partito. Durante la riunione coi segretari regionali del Pd, il leader ha ribadito la necessità di alzare il livello dello scontro sui quesiti. Anche perché, è il senso del ragionamento di “Pier Luigi”, l’eventuale sconfitta di Berlusconi sarebbe senza appello.

Ovviamente la partita è complicatissima. Perché manca il traino del referendum sul nucleare (su cui però deve ancora esprimersi la Cassazione). E soprattutto perché il quorum è un obiettivo che manca ormai da un decennio. Eppure Bersani ci crede. «Dobbiamo provarci», ha spiegato ieri nella riunione coi segretari regionali. «È necessario incrociare la campagna dei ballottaggi con quella dei referendum», ha insistito prima che la sua linea venisse ratificata all’unanimità. C’è addirittura un piano di mobilitazione ad hoc, elaborato dalla war room del Nazareno proprio dopo la «svolta» impressa dal segretario sui quesiti: manifesti, gazebo, manifestazioni locali, concerti, spot radiofonici. Tutto per spingere oltre la soglia del 50 per cento più uno la percentuale dei votanti al referendum.

Sull’accelerazione nella strategia referendaria il centrosinistra si trova compatto. Anche perché, come ha spiegato ieri Antonio Di Pietro, «questa scelta rappresenta anche un’apertura alle istanze del Movimento di Beppe Grillo». D’altronde lo ha detto anche il candidato sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: «È fondamentale – ha incalzato Pisapia – che i cittadini decidano su temi così importanti. L’esito del referendum di giugno è decisivo». L’eventuale vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli potrebbe trainare il quorum. «Una vittoria di Pisapia nel capoluogo lombardo, in termini di affluenza, “vale” almeno quanto l’impossibile riammissione del quesito sul nucleare», ragionava ieri il deputato dalemiano Antonio Luongo conversando con alcuni colleghi su una panchina del cortile di Montecitorio. Sembra una mission impossible. Però è chiaro che, se riuscisse, sarebbe il colpo del ko definitivo per il Cavaliere. «Nell’ultimo anno il premier ha “retto” nascondendosi dietro la certezza che il paese reale, al contrario del Palazzo, sta con lui», ragionano ai piani alti del Pd. «Una sconfitta al referendum, persino un quorum mancato di pochissimo, gli toglierebbero la sua arma principale», aggiungono.

Ma dopo? Che cosa succederebbe se il «piano Bersani» riuscisse? Gli ambasciatori che stanno tenendo il filo dei colloqui tra Pd e Carroccio stanno già mettendo nero su bianco i termini del «dopo-Silvio». Calcolando che il premier, per tenere la Lega nella maggioranza, arriverebbe al passo indietro (in favore di Tremonti), a quel punto ai democrat non rimarrebbe che una strada. Le elezioni anticipate a novembre. Con uno schema che, a quel punto, il Senatùr non potrebbe rifiutare. Quale? Al Nord, il Pd si candiderebbe in alleanza solo con Vendola (e Di Pietro?), senza il Terzo Polo. Lasciando insomma che il Carroccio, che a quel punto si presenterebbe da solo, riesca a riportare a Montecitorio quantomeno la stessa pattuglia di parlamentari che ha oggi. Al Centro e al Sud, invece, Bersani potrebbe testare un’alleanza più larga, quel «centrosinistra allargato» di cui parla da tempo. È un po’ lo stesso schema del Berlusconi del ’94 (Polo della libertà al Nord, Polo del Buon governo al Sud). Solo che, stavolta, quelle geometrie variabili che portarono il Cavaliere al potere, potrebbero segnarne la fine.

Written by tommasolabate

19 Maggio 2011 at 12:32

Due cosette su de Magistris, il Pd campano e le “patacche” del Riformista.

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(dal Riformista del 17 maggio 2011)

Correggendo leggermente il noto aforisma di Brecht, noi del Riformista ci sedemmo dalla parte della ragione. E non solo perché gli altri posti erano occupati. Quanto perché il 26 aprile scorso aprimmo il giornale rilevando – sotto il titolo “Profondo Napoli”che il Pd sarebbe rimasto fuori dal ballottaggio partenopeo.

Avevamo sostenuto, citando un sondaggio attribuito alla Lorien Consulting, che Luigi de Magistris era in netto vantaggio su Mario Morcone. Strano ma vero, per motivi rimasti misteriosi, dopo ben due giorni di silenzio la società in questione aveva smentito seccamente la paternità di una rilevazione che, stando ai dati che arrivano da Napoli, si rivela praticamente esatta.

Al quartier generale del Pd campano l’avevano presa male, accusando il Riformista di distribuire (testualmente) “patacche”.

Oggi ci permettiamo di fargli notare che mentre noi non distribuiamo “patacche”, loro assomigliano a quell’imprenditore d’insuccesso citato da Michael Douglas in Wall street: “Sono talmente vincenti che se si mettessero a produrre bare la gente smetterebbe di morire”. (t.lab)

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17 Maggio 2011 at 00:27

“Sembra che facciano la gara contro di me”. Il premier incassa l’ultima doccia gelata della Lega

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

Letizia Moratti col premier

Ha passato una giornata intera a rilasciare interviste, il Cavaliere. Alla partenopea Radio Kiss Kiss ha annunciato l’intenzione di stoppare gli abbattimenti delle case abusive. Al Gr1 ha giurato che non punta al Colle. Al Tg5, invece, ha raccontato che l’asticella per considerare le elezioni «un successo» è «strappare una grande città» alla sinistra. Il tutto (anche) per nascondere l’ennesima doccia gelata che ieri è arrivata dal Carroccio.

Nella ristrettissima cerchia delCavaliere hanno il problema di «evitare una rissa interna» a poche ore dall’apertura dei seggi. D’altronde, è quella stessa «rissa» che il premier ha cercato di scongiurare in mille modi, arrivando persino a negare il sostegno telefonico al candidato sindaco delPdl di Gallarate (che, tra l’altro, fa Bossi di cognome) «solo per evitare di urtare la suscettibilità di Umberto, che passa là giornate intere per lanciare la volata alla sua Giovanna Bianchi Clerici».
Ma la misura, per chi conosce bene gli sbalzi d’umore del presidente del Consiglio, è praticamente colma. Soprattutto da quando, ieri, Roberto Calderoli s’è preso la briga di annunciare il rinvio di una settimana del raduno leghista di Pontida, spostato al 19 giugno per consentire a Umberto Bossi di fare «un annuncio epocale».
La «svolta» che ha in mente il Senatur, per il quale sarà necessario un passaggio in Cassazione, riguarda una proposta di legge di iniziativa popolare per il decentramento di alcuni ministeri. «Pensate a quanto il responsabile Saverio Romano sarebbe contento di fare le valigie e spostarsi con tutto il suo dicastero qui a Milano», scherza un autorevole esponente del Carroccio.
La voglia di scherzare, dalle parti del premier, non c’è più. E non tanto perché il decentramento dei ministeri sarebbe una prospettiva talmente lontana da rendere inimmaginabile un parallelo con l’attuale compagine di governo. Quanto perché «Silvio» ha ormai capito che l’alleanza con la Lega – e con essa la maggioranza parlamentare che sostiene il governo – è ormai appesa a un filo. Senza la vittoria di Milano, l’esecutivo è a rischio. E, come nella war room berlusconiana hanno ormai capito, un eventuale successo di Lettieri a Napoli – paradossalmente – finirebbe solo per complicare le cose. «Ve l’immaginate il premier vincente grazie ai voti di Cosentino e sconfitto a casa sua? Pensate a questa scena e provate a capire come potrebbe prenderla l’elettorato della Lega», riflette l’autorevole fonte del Carroccio di cui sopra.
A quarantott’ore dall’apertura dei seggi, i margini di manovra sono ridotti al minimo. Berlusconiha alzato l’asticella

Matteo Salvini

 dello scontro milanese dando man forte alle accuse della Moratti a Pisapia? Il leghista Matteo Salvini, esponente di spicco del Carroccio meneghino (tra l’altro “papabile” per la poltrona di vicesindaco) s’è presentato ai microfoni di Un giorno da pecora per “infilzarla”: «Su Pisapia la Moratti è stata bugiarda». Berlusconi annuncia lo stop alla demolizione delle case abusive a Napoli? «Il premier dovrà parlarne con la Lega. Personalmente, indipendentemente da dove siano collocati gli immobili, sono contrario a fermare abbattimenti già disposti di costruzioni abusive», ha replicato a stretto giro Roberto Calderoli.
Sono due segnali di quanto nel retropalco ci sia rimasto ben poco. Ormai è tutto sotto gli occhi della platea: Berlusconi e la Lega marciano su due binari separati. «A volte sembra quasi che la campagna elettorale la stiano facendo contro di me», ha confidato mercoledì il Cavaliere riferendosi ai continui “smarcamenti” del Carroccio rispetto alla “linea”del centrodestra. La giornata di ieri gli ha dato ragione. Al punto che, nel giro dei berluscones milanesi, si sta addirittura arrivando a sospettare un boicottaggio elettorale ai danni della Moratti. «E se i militanti della Lega non andassero alle urne?», riflette a voce alta un big del Pdl lombardo.

Umberto Bossi

È il segno che, da lunedì, si va in mare aperto. Pubblicamente il presidente del Consiglio continua a ripetere, come ha fatto ieri intervenendo telefonicamente a un’iniziativadel candidato torinese Michele Coppola, che «abbiamo alla Camera una nuova maggioranza coesa, che ci permetterà di fare quello che non abbiamo potuto fare finora per lo statalismo di Fini e Casini». Ma lontano da microfoni e taccuini, il premier ha un’altra verità: «Se non vinciamo Milano, questi faranno cadere il governo a Pontida». D’altronde, l’intervento con cui Bossi ha concluso la giornata politica di ieri dà forza ai più oscuri presagi dei berluscones. «Bisogna parlare di programmi e non di quello che ruba la macchine», ha scandito il Senatur a Gallarate, stroncandola Moratti. E aggiungendo, come se non fosse stato sufficientemente chiaro in precedenza,  che«se non servono a guadagnare voti, meglio non farle certe mossi. Se si comincia a tirar fuori cose personali non si finisce più».

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13 Maggio 2011 at 11:25

Quel “patto dei congiurati” sul federalismo fiscale.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 maggio 2011)

Tremonti Casini BersaniOrmai la partita è tutta in chiaro. Basta ascoltare le parole che Gianfranco Fini ha detto ieri a Milano, lasciando intendere che in caso di ballottaggio i voti di Fli non saranno di certo convogliati verso Letizia Moratti: «Penso che saranno proprio i milanesi», ha scandito il presidente della Camera, «a essere decisivi per la definizione del futuro rapporto tra Pdl e Lega».
Al di là di qualsiasi forzatura, la frase che la seconda carica dello Stato ha pronunciato nel capoluogo lombardo durante la presentazione del suo libro L’Italia che vorrei è la rappresentazione plastica dei desiderata di tutta l’opposizione. Se Letizia Moratti non si riconferma nella sua seggiola a Palazzo Marino, l’entrata in crisi della maggioranza sarebbe cosa fatta. In fondo, l’ha ripetuto anche ieri Pier Luigi Bersani, alla testa di un Pd che adesso ha concentrato la sua comunicazione pre-elettorale sulla distanza tra il “popolo leghista” e il Cavaliere. «I leghisti sono un po’ a disagio. Siamo al governo del ribaltone, siamo il teatrino della politica, siamo il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti», ha scandito il segretario del Pd a margine di un comizio a Pavia. E ancora, sempre dalla viva voce del leader dei Democratici: «Sono tre mesi che dico che a Milano si vince. Mi prendevano per un matto tre mesi fa, ma io lo ribadisco».

Che la battaglia di Milano sia diventata lo spartiacque di tutta la legislatura lo dimostra anche la mole di Maroni Finicontatti sotterranei che, a meno di due settimane dalle amministrative, il gotha leghista (compreso il “non tesserato” Giulio Tremonti) sta intrattenendo con i vertici dell’opposizione. Da Fini a Bersani, passando per Casini o Enrico Letta, non c’è alto dirigente della minoranza che, al di là dei toni “da campagna elettorale”, non stia cercando di tessere col Carroccio quella tela che s’era di fatto interrotta il 14 dicembre scorso.

Nelle agende di ciascuno di coloro che Berlusconi ha già privatamente bollato come «congiurati» c’è anche una giornata segnalata con la penna rossa: il 21 maggio prossimo, praticamente a metà strada tra il primo turno delle amministrative e i ballottaggi. Entro quella data, infatti, il Parlamento dovrà prorogare di sei mesi la legge delega sul federalismo fiscale. Significa, spiegano anche nella cerchia ristretta del Carroccio elaborando un’efficace traduzione dal “politichese”, «che si riapriranno le danze sul federalismo». Dai giri di valzer nella “bicameralina” alle votazioni in Aula. A cominciare da quelle sui decreti mancanti (i primi saranno su «premi e sanzioni» per le amministrazioni locali e sulle funzioni di Roma capitale) per proseguire sulle norme che verranno riscritte. E su questo, come spiega la fonte leghista, «noi trattiamo con tutti e su tutto. D’altronde, la proroga annunciata da Roberto Calderoli due mesi fa venne scelta per andare incontro alle richieste del Pd e del Terzo Polo». Il deputato-economista Francesco Boccia, uno degli esponenti democratici che segue più da vicino il dossier sul federalismo fiscale, lo spiega senza troppi giri di parole: «Il federalismo fiscale potrebbe essere l’unico fatto “politico” tout-court di questa legislatura». Ed è ovvio, aggiunge il deputato vicino a Enrico Letta, che «su questo terreno potrebbero registrarsi significativi cambiamenti all’interno del quadro politico».

Ovviamente, il voto sul rinnovo della legge delega non prevede alcuna sorpresa dell’ultim’ora. Non foss’altro perché praticamente tutte le forze politiche sono d’accordo (quantomeno) sulla tabella di marcia. Ma la vera «svolta», la stessa che nei colloqui tra la Lega e l’opposizione è tutt’altro che sottotraccia, riguarda le prospettive nel caso in cui Milano passasse al centrosinistra. Col federalismo fiscale di nuovo al centro dell’agenda politica, ci sarebbe «un’ora X» in cui un’altra maggioranza avrebbe modo di testarsi. «E i voti sulla riforma più cara al Carroccio», è l’analisi svolta anche dal Terzo Polo, «sarebbero senz’altro un’occasione migliore dell’eventuale voto di fiducia sulla nuova maggioranza», ventilato da Fini all’indomani della nota del Quirinale sull’infornata di nuovi sottosegretari.
Ovviamente, se riuscisse a passare senza graffi attraverso le forche caudine del voto, Berlusconi si rafforzerebbe. E l’opposizione, a cominciare dal Pd, rischierebbe di finire inghiottita dalle dispute sul futuro del centrosinistra, a cominciare da quella sulla leaderhip («Su questo io ci sono, ma dobbiamo sentire anche gli altri», ha detto ieri Bersani intervistato da Porta a porta»). Ma se la tornata delle amministrative non sorridesse al Pdl, a quel punto la legislatura sarebbe a una svolta. E i voti finali sul federalismo potrebbero sancire il «patto dei congiurati» che segnerebbe anche la storia del berlusconismo.

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10 Maggio 2011 at 08:19

Tra pitoni e Nobel mancati. Who’s who del rimpasto

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 maggio 2011)

Antonio Gentile, Pdl

Antonio Gentile, parlamentare calabrese del Pdl, è l’uomo che nel settembre 2002 propose Silvio Berlusconi per il Nobel per la pace. Per «il forte ruolo svolto a favore dell’ingresso della Russia nella Nato; per la cancellazione dei crediti che l’Italia vantava verso alcuni Paesi poveri; per aver interpretato la sua funzione istituzionale come un percorso limpido e coerente di mediazione dei conflitti internazionali; perché ha restituito all’Italia una vocazione diplomatica dispersa», disse all’epoca Gentile esaltando il Cavaliere.

Bruno Cesario, ex rutelliano campano passato coi Responsabili, ha fatto di più. Nel 2008, camminando per una via di San Giorgio a Cremano (provincia di Napoli), s’accorse che un pitone di tre metri e mezzo aveva appena assaltato un’automobile, provocando la fuga del conducente. E intervenne, coraggiosamente, frapponendosi tra il mastodontico rettile e l’autovettura e agevolando quindi l’intervento delle forze dell’ordine.

E visto che Gentile e Cesario sono andati entrambi a fare i sottosegretari al ministero dell’Economia,

Bruno Cesario

si può ragionevolmente sostenere che i “pezzi pregiati” del rimpasto se li è accaparrati Giulio Tremonti.

Nove nomine, arrivate ieri a chiudere quel cerchio che s’era aperto il 14 dicembre con quel voto di fiducia che aveva consentito al Cavaliere di passare indenne attraverso le forche caudine di Montecitorio. Ma «ne faremo altre dieci», aggiunge il presidente del Consiglio per placare l’ira funesta di chi è rimasto lontano dall’agognato posto al sole.

Alla lotteria del rimpasto vengono premiati – oltre a Gentile e Cesario – gli ex finiani Roberto Rosso (Agricoltura), Luca Bellotti (sosia dell’allenatore Luciano Spalletti e centravanti della nazionale Parlamentari, al Welfare) e Catia Polidori (Sviluppo economico). Aurelio Misiti, eletto nelle liste dell’Italia dei valori, va alle Infrastrutture, l’ex pd Riccardo Villari ai Beni culturali, mentre la liberaldemocratica Daniela Melchiorre s’accasa – come la Polidori – al ministero guidato da Paolo Romani. Completa il quadro l’ex centrista (transitato da Fli) Giampiero Catone, da ieri sottosegretario all’Ambiente. Il più lesto a rivendicare che «ho parlato direttamente con Berlusconi delle mie competenze, spiegandogli che avrebbe potuto usarle nei tempi e nei modi per lui più opportuni». Un modo come un altro per precisare che «in questa storia ho fatto riferimento al premier, e solo a lui».

Luca Bellotti

Caso chiuso? Tutt’altro. Nella war room dei Responsabili d’ogni credo i malumori si sprecano. Pino Galati, esponente di punta dei Cristiano popolari guidati da Mario Baccini, nonché marito della leghista Carolina Lussana (i testimoni di nozze furono Bossi&Casini), ha dato voce alla sua rabbia. «Prendiamo atto che gli impegni assunti dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non sono stati mantenuti», ha messo nero su bianco in una nota vergata a quattro mani (le altre due sono quelle di Baccini). Ma il vero ispiratore del comunicato al vetriolo – e qui arrivano i primi guai per il premier – sarebbe Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che ha Galati sotto la sua ala protettiva, ieri è uscito dall’inchiesta relativa agli appalti sui Grandi eventi. «Mi sono sempre proclamato totalmente estraneo a questa vicenda: la chiusura dell’inchiesta lo conferma in modo ufficiale e definitivo», ha scandito. Che cosa c’entra col rimpasto? Semplice. Con un peso (giudiziario) in meno sul groppone, l’ex ministro ligure tornerà alla carica sul partito. «E il segnale che ha ricevuto da Berlusconi con la “bocciatura” di Galati non è certo un bell’inizio», commentano nella sua cerchia ristretta.

Difficile circoscrivere l’area del disagio “responsabile”. Nel gruppetto di Noi Sud, dove la guerra fratricida per una poltrona tra Elio Belcastro e Antonio Milo s’è conclusa 0-0 (bocciati entrambi), c’è il sospetto che “il padre nobile” Enzo Scotti adesso punti al ministero delle Politiche comunitarie. E furibondo è anche Francesco Pionati, che al Riformista dice: «Tanto questi durano poco». Massimo Calearo, invece, andrà a fare il consigliere del premier per il commercio estero. Al contrario dell’ex finiana Maria Grazia Siliquini, che dopo il giro sulle montagne russe, si ritrova a fare la regina delle occasioni sprecate. Niente posto alle Poste (ha rifiutato), niente posto al governo. Con grande gioia dei suoi ex colleghi finiani, che nel giorno dell’ultimo botta e risposta tra «Silvio» e «Gianfranco» («Il premier è ossessionato da me, merita compassione», dice il presidente della Camera) trovano finalmente qualcosa di cui sparlare.

Written by tommasolabate

6 Maggio 2011 at 10:59

Tremonti successore? Il bluff di Silvio per rompere la pax leghista.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 maggio 2011)

Berlusconi Bossi TremontiIl bacio della morte (politica, naturalmente) sulle guance di «Giulio». E un modo per tentare di rompere il recente armistizio sottoscritto tra le «fazioni» in guerra all’interno del Carroccio.
Due obiettivi con un solo colpo. È quello che Silvio Berlusconi “spara” di fronte alle telecamere di Porta a porta quando ieri pomeriggio, a poche ore dall’approvazione della mozione della maggioranza sulla Libia, indica per la prima volta come “delfino” il suo più acerrimo nemico interno: Giulio Tremonti. «Se per il centrodestra sarà necessario che io mi ricandidi alla guida del governo, non mi tirerò indietro», è la premessa. Ma «se invece verranno fuori altre personalità, e ne abbiamo diverse, Tremonti in primis, io sarei felice di lasciare ad altri la conduzione del governo».
Ovviamente si tratta di un bluff. Non foss’altro perché, quando lo indica in pole position nella linea di successione a se stesso, il presidente del Consiglio è in preda all’ennesima crisi di nervi causata, a suo dire, dall’ultimo successore di Quintino Sella. «Ma lo sapete», aveva raccontato in mattinata, che «Giulio ancora non s’è degnato neanche di farmi vedere la bozza del decreto sullo sviluppo che sarà approvata domani (oggi, ndr) dal consiglio dei ministri?».
Nella sua cerchia ristretta giurano che la mossa di “benedire” il rivale per la successione sia stata elaborata tempo fa per «sovraesporlo». Fosse solo questo, l’obiettivo sarebbe stato raggiunto in nemmeno mezz’ora. Basti pensare che le prime due reazioni alle parole di Berlusconi sull’incoronazione del superministro dell’Economia sono quelle dei suoi rivali diretti. Roberto Maroni mette a verbale che «Tremonti è un ottimo ministro e sarebbe un ottimo presidente del Consiglio». Angelino Alfano, che il Cavaliere aveva indicato come erede (in privato) salvo poi smentire (in pubblico), dice che «l’idea di Tremonti premier, se l’ha detta Berlusconi, è condivisibile».
Eppure, dietro la mossa di Berlusconi, c’è di più. Il Cavaliere sa che la stragrande maggioranza dei suoi tormenti delle ultime settimane – Libia compresa – derivano da un patto di non belligeranza sottoscritto dal gotha della Lega. E che la tregua imposta da Bossi nelle stanze di via Bellerio, che ha congelato le rivalità tra la fazione «Calderoli-Tremonti» e quella guidata da Roberto Maroni, era servita a ricompattare gli alti dirigenti del partito contro il premier.
Da qui la contromossa, che Berlusconi serve a freddo, poche ore dopo che l’Aula di Montecitorio ha fischiato la fine (momentanea) delle ostilità sulla Libia. Indicare «Giulio» alla succesione per riattizzare lo scontro interno alla Lega su chi deve stare in prima fila nel caso in cui le amministrative sanciscano la crisi della maggioranza. E spezzare quella trama bipartisan che tanto il ministro dell’Economia quanto il titolare dell’Interno stanno alimentando.
D’altronde, che Tremonti abbia contatti continui e costanti con i leader dell’opposizione (Fini compreso) non è un mistero per nessuno, men che meno per il premier. Quanto alla tela bipartisan di Maroni, basta citare che ieri il ministro dell’Interno ha ricevuto una delegazione del Pd (guidata da Walter Veltroni e Andrea Orlando) che gli aveva chiesto udienza dopo la valanga di arresti nel Pdl campano. Una mossa, questa, che ha innervosito i berluscones partenopei al punto tale che è dovuto intervenire il premier in persona per placarne i bollenti spiriti.
«Tremonti aizza la Lega», aveva titolato il Giornale? «E noi aizziamo Tremonti nella Lega», è la strategia del Cavaliere. È un gioco a carte scoperte. Come ha capito anche Bossi. «Berlusconi durerà a lungo. Tremonti? Io sono amico suo. Ma Silvio dice queste cose per allontanare il momento (dell’addio alla leadership) il più possibile», spiega il Senatur in serata. In tasca, però, il premier ha un’altra carta. Sapendo che l’eventuale esito negativo delle comunali di Milano potrebbe riaprire la crisi nella maggioranza, «Silvio» ha cominciato a sondare qualche malpancista del Carroccio. Non a caso, la corrente delle camicie verdi che puntano a confermare senza se e senza ma l’alleanza col Pdl è già nata. E ne fa parte, oltre ad alcuni bossiani del cerchio magico, anche Marco Reguzzoni. Proprio lui, l’uomo che aveva annunciato la «tregua» sulla Libia prima che l’accordo fosse raggiunto. L’uomo che adesso i vertici di via Bellerio vorrebbero spostare al governo (coi galloni di viceministro o sottosegretario) per lasciare la poltrona di capogruppo a un esponente più “affidabile”. Come il maroniano Stucchi, ad esempio.

Written by tommasolabate

5 Maggio 2011 at 09:33

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