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S’avanza uno strano Passera. In campo per il Polo della Nazione di Casini.

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di Tommaso Labate per Lettera 43

Quando Pier Ferdinando Casini ha dichiarato in diretta tivù a Otto e mezzo che «nel Polo della Nazione ci saranno anche i ministri del governo Monti», in realtà aveva in mente un nome su tutti. Quello di Corrado Passera.
Sono finiti in tempi in cui valeva la profezia di Roberto Maroni, convinto già da novembre che fosse Silvio Berlusconi il king maker che avrebbe benedetto la corsa alla premiership dell’ex numero uno di Intesa San Paolo…

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Written by tommasolabate

20 aprile 2012 at 08:58

Lusi, lo scout che sussurrava ai bonifici. E che nel 2001 diceva: «Se penso a Mani Pulite mi tremano le gambe»

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 febbraio 2011)

Quando Ds e Margherita confluirono nel Pd, il tesoriere della Quercia Ugo Sposetti scelse la metafora del matrimonio e inventò la storiella di «Luigino e Ughetta». Ma mai poteva immaginare, l’avrà scoperto ieri, quanto «Luigino», e cioè il tesoriere della Margherita Luigi Lusi, l’avesse preso in parola.

Sposetti la racontava così: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna. Ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».

Luigi Lusi

L’ha fatta, Luigi Lusi, la separazione dei beni. Eccome. E non solo separando gli averi della Margherita da quelli dei Ds. Ma tenendo per sé medesimo, «Luigino», 13 milioni di euro spalmati in 90 bonifici, destinati su un infinito asse tra l’Italia e il Canada.

Questa storia comincia, anzi finisce, il 16 gennaio scorso. Con un telefono che squilla. Francesco Rutelli, che è presidente della defunta (ma nemmeno troppo) Margherita, viene convocato dai magistrati della Procura di Roma che indagano su alcune operazioni finanziare giudicate «anomale» sia dalla Banca d’Italia che dalla Guardia di Finanza. Quando rientra dal colloquio, è la ricostruzione dei suoi uomini, lo scontro con l’uomo di fiducia di una vita rischia di degenerare in ben altro. Lusi prova a tenere il punto, difendendosi oltre i confini dell’indifendibile: «Questo lavoro l’ho sempre fatto gratis». Rutelli, che pare ben al di là dell’«incazzato e deluso» con cui s’è descritto ieri, gli risponde a brutto muso: «Adesso vai e spieghi tutto ai magistrati». Cosa che «Luigino» fa l’indomani. Presentandosi davanti ai pm romani e mettendo a verbale quello che ha spiegato ieri sera in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Ho parlato coi giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». C’è anche una casa di mezzo, a Campo de’ fiori. Ma questa volta il teorema dell’«a mia insaputa», croce di berlusconiani scajoli e tecnici malinconici, viene lasciato da parte.

Francesco Rutelli

Questa storia è destinata a riportare a galla gli odi e i rancori di un partito, la Margherita, costruito attorno a dirigenti che non si sono mai amati. Attorno a fratelli-coltelli e parenti-serpenti che hanno trovato un modo per stare insieme solo di fronte al terrore, teorizzato da molti di loro all’epoca della nascita del Pd, di finire ingoiati come un pesce rosso dallo squalo diessino. Rosy Bindi percorre un corridoio laterale di Montecitorio scandendo ogni singola sillaba? «Lusi? Af-fa-ri su-o-i. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà». Il prodiano Giuliano Santagata, poco più in là, racconta: «Da parlamentare non versavo i contributi al partito perché i bilanci erano oscuri. Lo dissi anche a Lusi: “Ti do i soldi se mi fai vedere i bilanci. Ma lui…”».

Ma lui, «Luigino», di mostrare ’e ccarte non ha mai avuto voglia. All’ultima assemblea federale della Margherita è Arturo Parisi a provare per l’ennesima volta a scoperchiare il vaso di Pandora. «Altrimenti non voto il bilancio», disse l’ex ministro della Difesa. E Lusi, imperturbabile: «Il bilancio è stato già controllato da un comitato di tesoreria. Chiunque lo voglia vedere si alzi e venga a guardarlo qua sul tavolo. Ma da qui queste carte non si muovono». E così, a ragione, Parisi oggi rivela: «Mi accorsi di alcune voci opache, di somme consistenti in uscita». Era il maggio 2011. «Allora chiesi una sospensione ma venne rifiutata. Si decise di istituire una commissione di verifica. Che però», conclude il professore, «si riunì una sola volta ma andò deserta».

«Luigino», intanto, incassava. Chi se lo ricorda ai tempi della Margherita ne parla come di un «mastino, che rompeva le scatole anche per una ricevuta di taxi in più». Sono gli stessi che oggi, maramaldeggiando, aggiungono in calce alla dichiarazione anonima: «E adesso si capisce anche il perché…».

Arturo Parisi

Ex segretario generale degli scout Agesci, in prima fila nelle Acli, Lusi fa carriera con Rutelli. Quando nel 2008 gli chiedono conto dei contributi ricevuti dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo al partito, lui risponde: «Solo sponsorizzazioni irrisorie». Perché la risposta pronta, «Luigino», l’ha sempre avuta. «Nel 2001», raccontò una volta a Repubblica, «Rutelli mi chiamò e mi disse: “Vorrei tu facessi il tesoriere”. Io sono avvocato, avrei preferito occuparmi di giustizia nel partito». Quindi le ultime parole famose: «Mi tremarono le gambe perché pensai ai tesorieri coinvolti in Mani pulite, a quelli che si erano suicidati. Però gli risposi di sì, ma a due condizioni: che non si facessero debiti e che si rispettassero le regole del gioco». Quelle stesse che lui, lesto a imporre al Pd – era in guerra col tesoriere veltroniano Mauro Agostini – di mantenere la targhetta della Margherita davanti alla sede del partito e la suoneria margheritina al centralino, ha poi dimenticato. Pensando a quella casetta in Canadà che sembra sempre più lontana, adesso che i suoi gli chiedono indietro il maltolto, adesso che Bersani pensa a come espellerlo dal partito.

Written by tommasolabate

1 febbraio 2012 at 12:23

Il renzismo in 18 parole. Da Agnoletti a Zero: l’alfabeto secondo Matteo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo novembre 2011)

Diciotto parole chiave per conoscere il renzismo. Dal passato scout agli uomini chiave del suo Big bang.

A come Agnoletti, Marco. Fiorentino, classe ’73, è una delle figure centrali del renzismo. Portavoce e capo ufficio stampa del Comune di Firenze, Agnoletti va anche oltre i confini del semplice consigliere. È l’ombra di Renzi. Spesso Matteo lo usa come capro espiatorio di fronte ai giornalisti in cerca di interviste. «Le interviste le decide l’Agnoletti, mica io. Prendetevela con lui». Memorabile la volta in cui, di fronte alle telecamere di Mtv, il sindaco di Firenze disse: «La Meloni ha una portavoce bona. Io c’ho l’Agnoletti». Al contrario di Renzi, arriva al Pd dal blocco Pds-Ds, a cui si avvicinò negli anni Novanta partecipando, insieme a Sandra Bonsanti, alle iniziative pre-girotondine di Libertà e giustizia. È stato anche portavoce del segretario toscano (e dalemiano) del Pd Andrea Manciulli. Ed è pure juventino.

B come Berlusconiani. Tra i berlusconiani della prima cerchia c’è chi non ha dimenticato la confidenza fatta dal Cavaliere dopo il  noto incontro di Arcore: «A noi servirebbe uno come Renzi. Anzi, proprio lui». «Da Renzi mi sentirei rappresentata», disse Barbara Berlusconi a Vanity fair. Nel Pdl c’è chi teme Matteo e chi lo sottovaluta. Chi lo teme, lo denigra («Su Renzi ha ragione Bersani. Sembra un piccolo demagogo che ricicla idee degli anni ’80», Maurizio Gasparri). Chi non ne ha paura, invece, lo esalta («Preferisco la sinistra costruttiva di Renzi al partito ottocentesco di Bersani», Jole Santelli)

C come Campo Dall’Orto, Antonio. Altro che Baricco. Il guru di Mtv Italia e “dg television” di Telecom Italia Media è, forse, il vero ideologo della Leopolda. E ora che l’epopea di Steve Jobs ha sdoganato l’aggettivo «visionario», Renzi lo considera proprio così. «Un visionario».

D come De Gasperi. Tra De Gasperi e gli U2 è il secondo libro scritto da Renzi. Quando uscì, nel 2006, destò la curiosità di Prodi. Che chiese all’autore: «Che casso c’entra De Gasperi con gli U2?». Risposta: «Un casso, appunto. Perché oggi, per un giovane, è politicamente più formativo un testo di Bono che non un saggio di De Gasperi».

E come Età.  Renzi, oggi, ha 36 anni e mezzo. Nel 2004, quando venne eletto presidente della Provincia di Firenze, ne aveva 29. E visto che al congresso della Margherita del 2007 Matteo veniva ancora osannato dai rutelliani come un «formidabile ventenne», il popolare Beppe Fioroni, dietro le quinte di Cinecittà, sbottò: «Sono anni che ce lo spacciano per ventenne. Ma quando c… li compie trent’anni?». Li aveva già compiuti. Da due anni.

F come Family day. In pochi lo ricordano. Ma, nel 2007, Renzi non fu solo un tenace sostenitore del Family day di piazza San Giovanni. Ma arrivò addirittura a sostenere che la contro-manifestazione del Coraggio laico, a piazza Navona, era stata un «incrocio a metà strada tra l’amarcord dei reduci e l’ostinazione degli ideologici». (Vedi anche la voce U, Unioni civili).

G come Giorgio Gori. Ex direttore di Canale 5, inventore di Magnolia, è un altro dei «visionari» della truppa Renzi. Non solo. Pare che sia proprio Gori il più acceso sostenitore della «discesa in campo» per la premiership. Più dello stesso Matteo.

I come Inciucio. Inflazionato fino a pochi anni fa e poi caduto in disgrazia, il termine «inciucio» è stato riporato in auge alla Leopolda. Proprio da Renzi. Che, ricordando il 1998, l’ha affibbiato, tanto per cambiare, a Massimo D’Alema. La sentiremo ancora, questa parola, da Matteo. Soprattutto alle primarie.

J come Josep Guardiola. Dopo che l’allenatore del Barcellona gli ha fatto visita a Palazzo Vecchio, l’equazione “Guardiola uguale amico di Renzi” è entrata nel circuito mediatico. Ma come nasce l’amicizia tra i due? Nel gennaio scorso, a Piercarlo Presutti, capo dello sport dell’Ansa, viene in mente di intervistare Renzi sui quarant’anni appena compiuti da Guardiola. L’intervista, piena di elogi, viene ripresa dalla Gazzetta dello Sport e finisce nella rassegna stampa del Barcellona. Manuel Estiarte, ex leggenda della pallanuoto mondiale, oggi portavoce di “Pep”, la segnala al mister. Poi telefona a Palazzo Vecchio per ringraziare e fissare un incontro.

K come Kennedy, Bob. «È stato il simbolo della politica fatta di passione ed entusiasmo», dice Renzi. Che però dimentica una cosa: il fratello di Jfk stava già nel pantheon di Veltroni.

L come Leopolda. Che sia la Mecca di rottamatori e big-banghisti lo sanno tutti. In pochi, però, ricordano che fu il luogo dell’unica iniziativa della campagna elettorale fiorentina in cui, a sostenere Renzi, da Roma era venuto Pier Luigi Bersani.

M come Manes, Vincenzo. Presidente dell’Aeroporto di Firenze e numero uno di Intek spa, una società di partecipazioni industriali, finanziarie e di servizi con ottomila dipendenti tra Europa e Asia. È considerato la mente finanziaria del renzismo.

N come Nemici. Ne ha talmente tanti che bisogna prenderne uno a caso. Stefano Fassina, ad esempio. «La linea sulla politica economica del Pd non può darla uno che non ha nemmeno i voti del suo condominio», dice Renzi. E l’altro, di rimando, sulla sua bacheca Facebook: «Renzi è un portaborse miracolato dall’insipienza dell’allora gruppo dirigente del Pd fiorentino, uno che non ha mai spedito un curriculum in vita sua, mai fatto un colloquio di lavoro, mai temuto la fine di un contratto a tempo determinato».

P come Pontassieve. Renzi non è sindaco di se stesso. Perché abita lì, nel piccolo comune a 11 chilometri a Firenze. Il primo cittadino di Pontassieve, Marco Mairaghi, è un anti-renziano doc. Infatti, vuole organizzare il contro-big bang.

R come Rutelli, Francesco. L’allora leader della Margherita è l’uomo che ha lanciato Matteo Renzi. Un giorno di qualche anno fa, Rutelli disse al suo spin doctor Michele Anzaldi: «Televisioni, radio, giornali. Dobbiamo lanciare Renzi, farlo “uscire” ovunque». Missione compiuta. Anche se dall’ottimo investimento Rutelli ci ha guadagnato il più classico pugno di mosche. Anzi, di Api.

S come Scout – Camminiamo insieme. È la rivista ufficiale degli scout dell’Agesci che vanno dai 16 ai 21 anni. I «rover» e le «scolte», insomma. Renzi l’ha diretta a lungo, fino al 2003.

U come Unioni civili. Il loro riconoscimento, adesso, sta nelle cento idee del Wiki-Pd renziano. Ma quando il centrosinistra di governo provò la strada dei «Dico», Matteo si esprimeva così: «Più volte ci siamo detti che un provvedimento come i Dico semplicemente non scalda i cuori e l’interesse di nessuno se non la cerchia autoreferenziale dei protagonisti della politica».

V come Vicedisastro. È il neologismo che sta alle radici dell’avventura dei Rottamatori. Nel 2009, quando Veltroni si dimise lasciando la segreteria al suo numero due, Franceschini, Renzi disse in un’intervista alla Stampa: «Se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione».

Z come Zero, volumi. C’è una frase che il sindaco di Firenze ripete ogni qual volta si parla di palazzi, palazzine e palazzinari. «A Firenze abbiamo attuato un piano strutturale a volumi zero». Alla Leopolda l’avrà ribadito sei o sette volte. Forse otto.

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