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Pd inquieto, bersaniani in allarme: «Dentro il partito, c’è chi punta a Monti candidato premier alle elezioni»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 novembre 2011)

«L’Italia ce la farà». Applausi. «Berlusconi deve andare a casa. O ci va da solo o ce lo manderemo noi, in Parlamento o alle elezioni». Applausi. «Il Pd è il primo partito del Paese e non sarà mai una ruota di scorta». Pier Luigi Bersani parla di fronte a una San Giovanni gremita. Piazza piena, sondaggi pure. Ma, dietro il palco, c’è un partito inquieto.

Ore 17.32. Alla fine della manifestazione sul palco salgono tutti. O quasi. Da Enrico Letta a Dario Franceschini, da Rosy Bindi a Beppe Fioroni. C’è pure Massimo D’Alema. Che un’oretta prima, interpellato dai cronisti su Matteo Renzi, se l’era cavata con una stroncatura a effetto: «Un fenomeno mediatico costruito dalla stampa».

Il sindaco di Firenze, che era entrato nel backstage di piazza San Giovanni nel primo pomeriggio, accompagnato dalle urla di una decina di contestatori, aveva già guadagnato la stazione Termini per una commemorazione di Giorgio La Pira. Non ha seguito il discorso di Bersani, «altrimenti faccio tardi a un appuntamento molto importante per tutti i fiorentini», e col segretario non s’è manco incrociato. Con Franceschini sì, si sono visti. E giusto perché il capogruppo, che ha atteso i cronisti terminassero l’assedio a Mister Big Bang, gli è andato incontro armato di battuta fulminante: «Oh, io sono venuto qua per avere un autografo di Renzi. Non è che torno a casa a mani vuote?».

Ma, nonostante dalla guerra a distanza tra Pier Luigi e Matteo sia passata solo una settimana, a creare tensione all’interno del partito non è il sindaco di Firenze. Bensì il modo in cui gestire l’uscita di scena di Berlusconi. Ufficialmente il segretario continua a tenere la barra dritta nella direzione del governo d’emergenza. Ma alcuni passaggi del suo intervento dal palco tradiscono la ferma volontà di arrivare quanto prima all’appuntamento con le urne. Anche in pieno inverno. «Siamo favorevoli a un governo di emergenza o di transizione», scandisce il leader. Ma «a condizione che sia composto da persone autorevoli, che non sia un ribaltone, e che non viva sul cabotaggio di un voto che arriva o no». Dietro di lui, però, il gotha democratico la pensa in maniera diversa. Da Massimo D’Alema, che nell’intervista rilasciata l’altro giorno al Messaggero ha fatto l’elogio del governo Monti evitando di adombrare date di scadenza. A Walter Veltroni, che continua a puntare sul 2013 e insiste sul medesimo obiettivo del suo “grande nemico”. Passando anche per Enrico Letta, che in privato continua a teorizzare che l’Europa e i mercati non prenderebbero affatto bene le elezioni anticipate.

Ugo Sposetti, deputato pd e tesoriere ds, scuote la testa: «Non vorrei che fossimo noi, il vero Partito delle libertà. Perché qui mi sa che ognuno fa come gli pare…». Franco Marini, altro veterano della politica, riduce a due le ipotesi: «Con tutto l’affetto per il mio corregionale Gianni Letta, che conosco da una vita, qui siamo a un bivio. O ci si rende conto che il problema vero è l’economia, e si fa in modo di arrivare a un governo guidato da una personalità autorevole anche in Europa, come Mario Monti. Oppure, se Berlusconi decide per il voto anticipato, prepariamoci per un esecutivo che gestisca la breve transizione. In questo caso potrebbe toccare al presidente del Senato, Renato Schifani».

Ma il “tema Monti” non è soltanto un esercizio che riguarda i prossimi giorni. No. Tra i fedelissimi di Bersani, infatti, c’è chi comincia a intravedere lo spettro dell’ex commissario europeo come candidato premier di una grande alleanza che vada da Vendola a Casini. Il ragionamento, che negli ultimi giorni è stato svolto alla presenza del segretario, suona più o meno così: se D’Alema, Veltroni, Letta e compagnia insistono sull’alleanza col Terzo Polo, non possiamo escludere che qualcuno di loro («O tutti insieme», maligna un giovane bersaniano) si alzi e proponga la candidatura di Monti alla guida della «Santa Alleanza». Magari con la scusa dell’emergenza, sicuramente con l’idea di togliere dal bouquet di ipotesi la sfida fratricida delle primarie (Bersani-Renzi-Vendola). Monti candidato premier di un fronte che va dall’Udc a Sel, insomma, sarebbe la quadratura del cerchio di chi – da tempo – va alla ricerca di una via di mezzo tra «nuovo Prodi» e «papa straniero».

I collaboratori di Bersani negano che il tema sia mai stato oggetto di discussioni interne. Ma, all’interno della cerchia di bersaniani doc, lo spettro è stato avvistato. «Qualcuno potrebbe provarci», sussurra il responsabile Giustizia Andrea Orlando. Mentre Matteo Orfini lo dice molto più chiaramente: «Monti sarebbe una soluzione dignitosa per un governo d’emergenza. Ma come candidato premier sarebbe improponibile». E si torna davanti al palco di piazza San Giovanni, ad ascoltare la fine dell’intervento di Bersani. E quell’appaluso scrosciante che dà il la all’ultimo all’ultimo week-end tranquillo della politica italiana. Berlusconi è chiuso nel suo bunker. E il segretario del Pd ripete: «Adesso tocca a noi».

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Written by tommasolabate

6 novembre 2011 at 16:25

Per trattare col Pd, Angelino prepara un bavaglio per la legge-bavaglio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 marzo 2011)

L’annuncio del primo atto della trattativa con l’opposizione, l’eliminazione della «norma transitoria sul processo breve», l’ha affidato domenica ai microfoni di Lucia Annunziata. Il secondo atto, invece, Angelino Alfano l’ha riservato a pochissimi interlocutori. Perché riguarda la «legge bavaglio».

Sulla mission impossible di mandare avanti l’«epocale» (il copyright è di Silvio Berlusconi) riforma della giustizia, Angelino Alfano sa di giocarsi il tutto per tutto. E sa, perché lui stesso l’ha confidato anche ad alcuni interlocutori dell’opposizione, di avere «moltissimi nemici invisibili» anche all’interno del blocco Pdl-Lega.

Per avere la prova dell’ostracismo sotterraneo che il ministro della Giustizia ha cominciato a subire all’interno del suo stesso schieramento basta guardare a quello che è successo (o meglio che non è successo) ieri pomeriggio a Montecitorio. Quando, alla scadenza della presentazione per gli emendamenti sul processo breve, nessun pidiellino della commissione Giustizia s’è preso la briga di dar seguito alla promessa fatta da Alfano di fronte alle telecamere di In mezz’ora presentando un emendamento soppressivo della norma transitoria sull’ammazza-processi. Niente di niente. Sicuramente si tratta di una bolla di sapone, visto che il relatore del provvedimento Maurizio Paniz s’è preso la briga di dire alle agenzie di stampa che «presenterò io domani (oggi, ndr) la norma soppressiva». Ma tanto è bastato perché, dalle opposizioni, partisse la corsa ai sospetti. «Indipendentemente da quello che farà il relatore», ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Giustizia Donatella Ferrante, «emerge il dato politico che il gruppo del Pdl non segue il ministro Alfano». «Questo ritardo denuncia o grande confusione o ancora tattica», ha messo a verbale il braccio destro di Casini Roberto Rao mentre il dipietrista Federico Palomba ha archiviato il tutto alla voce «ennesima buffonata del Pdl».

Vista l’aria che tira è comprensibile che Alfano tenga per sé (e per pochissimi eletti) le prossime carte che giocherà sul tavolo della trattativa con l’opposizione. Tra queste ce n’è una che gli sta molto a cuore, non foss’altro perché l’ha già anticipata al capo dello Stato: la cancellazione dai radar del Parlamento del testo sulle intercettazioni uscito dal Senato. Proprio così, della «legge bavaglio» che di recente Berlusconi ha promesso di voler riportare a galla.

La mossa è azzardata, ovviamente. Ma il guardasigilli sa che, se non gioca qualche jolly a inizio partita, il cammino della riforma si farà sempre più in salita. Al quartier generale nazionale del Pd hanno capito la sua strategia. E dopo che Pier Luigi Bersani ha chiuso il varco di fronte a tutte le tentazioni «di Aventino» che pure ci sono tra i suoi, il principale partito dell’opposizione ha deciso di «vedere il punto».

Non è un caso se ieri mattina s’è materializzata una proposta di riforma della giustizia firmata dal Pd. Sotto una headline con i richiami alla Carta del ’48 («Il programma fondamentale del Partito democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana»), il partito di Bersani ha confezionato una proposta articolata in tre capitoli. Il primo sulle emergenze (la giustizia civile, l’organizzazione e le carceri), il secondo sui tempi del processo penale e sulle «garanzie» per l’imputato, il terzo sull’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario «con particolare riferimento a Csm e sezione disciplinare». Una novità? Tutt’altro, visto che si trattava del «pacchetto giustizia» del Pd elaborato a maggio dell’anno scorso, che un’idea di Bersani e del responsabile Giustizia Andrea Orlando ha trasformato in un giochino. «E infatti nessuno s’è accorto che si trattava di proposte che abbiamo presentato già nel 2010», sghignazzava il segretario ieri sera.

Ma tutto questo è il segno che qualcosa si sta muovendo. A prescindere dai tiri di fioretto tra Alfano e l’opposizione. L’ultima sfida è andata in scena ieri, in un convegno sull’Antimafia convocato in una delle sedi della Camera dei deputati. «Se il governo dice che quella della giustizia è una riforma epocale, per coerenza dovrebbe togliere tutte le leggi che non si possono proprio definire epocali», ha detto dal palco Andrea Orlando. E ancora, sempre diretto al guardasigilli (che era in sala), sempre dalla viva voce del responsabile Giustizia del Pd: «Serve una riforma della giustizia e non della magistratura. E attraverso una legislazione ordinaria non costituzionale». «Al Pd dico: occhio che il “benaltrismo” non diventi la fase terminale di un grande ammalato che è il riformismo. Perché col “benaltrismo” muore il riformismo», ha replicato a stretto giro il ministro della Giustizia. Uno che, oltre all’eliminazione dell’ammazza-processi, ha già in mente “ben altro”. A cominciare dall’accantonamento della legge bavaglio, appunto. Che presto potrebbe diventare definitivo.

Written by tommasolabate

15 marzo 2011 at 14:10

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