tommaso labate

La rivoluzione senza sòle.

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Ero uno di quelli che storceva il naso rispetto al clamore suscitato sistematicamente da lui e dai suoi marchingegni. C’era una sola persona che poteva convincermi a entrare nella sua grande chiesa. M’ha convinto, l’anno scorso. E sono entrato. E non mi sono pentito.

Due cose.

1) In un mondo di truffatori, di imbonitori, di wannemarchi che spaziano dalla politica all’economia, da New York a Pechino via Roma, Steve Jobs ha pensato, progettato e venduto soltanto cose di cui la gente non s’è mai lamentata. Idee comprese. È questa, oggi, la vera rivoluzione: non fregare il prossimo coi suoi stessi soldi.

2) Ha vissuto per 56 anni. Ma anche fosse campato fino a centocinquanta, non avrebbe mai acquistato pagine dei quotidiani per mandare affan..lo la classe politica.

(www.tommasolabate.com)

Written by tommasolabate

6 ottobre 2011 at 11:18

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Pingitore story. «Vi racconto il Bagaglino, da Gabriella Ferri a Berlusconi»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo ottobre 2011)

Non ha la voce triste. Forse un po’ stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» – omettendo come tutti quelli “del settore” di specificare «per cento» – in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino. «Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell’intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall’estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell’autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s’è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte. «E pensare che anche l’ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall’ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c’era posto», ha ricordato l’altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell’economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall’altra parte del Tevere è cominciata l’ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant’Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all’epoca ha trentun’anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»). «Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c’era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po’ per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell’autunno del 1965, nasce – in onore di Anton Giulio Bragaglia – la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un’ingiunzione degli eredi dell’artista che era scomparso cinque anni prima. «Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all’egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del “lungo viaggio attraverso il fascismo”, fecero un’operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra». Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L’anno prima, la compagnia s’era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

DOVE STA ZAZA’. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all’estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C’era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali». Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un’azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d’accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D’altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982). Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell’Allenatore nel pallone, la pellicola di quell’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L’anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d’eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell’intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L’incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica. Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l’audience. Poi, nel 1993, quando l’economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo “tra color che son sospesi”». Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I “professori” ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L’anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all’apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L’INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima – Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie. Escono dall’anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull’efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant’anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c’è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all’apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell’agguato di via Fani. La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall’avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po’ la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti). Acqua passata. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall’estero. La morte dell’intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia… Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c’è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L’ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L’altra sera hanno rimandato I soliti ignoti…». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

Alfano vola a Bruxelles col suo piano segreto: «In primavera la costituente del Ppe italiano»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 settembre 2011)

«Ora Angelino sa che non c’è neanche un minuto da perdere», dice chi gli sta vicino. In segreto il neo segretario del Pdl ha pianificato un viaggio a Bruxelles per incontrare il gotha del Ppe. Martedì prossimo.

Forse, come Alfano ha detto nelle ultime settimane a più d’un amico, «qualcuno mi prese poco sul serio, a luglio». Tre mesi fa, nel suo primo discorso pronunciato di fronte alla platea che applaudiva la sua nomina a segretario, l’aveva detto senza giri di parole: «Dobbiamo fare un partito serio», «rivolgerci al popolo dei moderati italiani che non se n’è andato a sinistra», «ragionare nella prospettiva del Ppe».

Tutto questo succedeva meno di novanta giorni fa. Eppure, da allora, sembra passata un’eternità. La crisi economico-finanziaria che ha colpito (anche) l’Italia, le pressioni di Bruxelles e della Bce su Silvio Berlusconi, le manovre economiche fatte e disfatte, un governo perennemente sotto scacco, una maggioranza sistematicamente in crisi d’identità e quella «creatura» nata su un predellino – il Pdl – ormai trasformata in un coacervo di correnti e correntine l’una contro l’altra armate.

Negli ultimi mesi, «Angelino» ha lavorato nell’ombra. Di fronte al pressing arrivato da più parti, soprattutto da quella degli ex di An, s’è limitato a ribadire che «il candidato del 2013 sarà ancora Berlusconi». Tattica, soltanto tattica. Perché nel frattempo, come spiegano a via dell’Umiltà, il segretario ha tessuto una tela che potrebbe portarlo «entro la primavera prossima» ad archiviare la stagione del Pdl e a battezzare quel Partito popolare ispirato al Ppe.

Il primo frutto di questo lavoro, Alfano lo raccoglierà martedì prossimo. Quando lascerà Roma per raggiungere Bruxelles e incontrare il gotha dei Popolari europei. «Negli ultimi tempi, è venuto parecchie volte. Ma questa sarà la prima da quando non è più ministro della Giustizia», spiega l’europarlamentare pidiellino Mario Mauro, uno dei suoi ambasciatori all’estero che ha lavorato di più all’agenda di martedì. In agenda l’ex guardasigilli ha senz’altro un colloquio con Wilfried Martens, l’ex premier belga che da oltre vent’anni ricopre la carica di presidente del Ppe. E poi un incontro col capogruppo all’Europarlamento Joseph Daul e anche una chiacchierata con lo spagnolo Antonio Lopez, segretario generale del partito. Fin qui gli incontri segretamente già fissati all’interno di un calendario che potrebbe prevedere anche qualche sorpresa dell’ultim’ora. Tipo un faccia a faccia informale col presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Non è tutto: all’interno della europattuglia dei pidiellini, qualcuno aveva provato a incastrare nell’agenda di «Angelino» anche un incontro con Martin Schulz (l’uomo del berlusconiano «kapò», tanto per capirci), che sarà il prossimo presidente del Parlamento. Ma, a meno di colpi di scena, per questa volta non sarà possibile (il capogruppo socialista, a inizio settimana, sarà prima a Berlino e poi a Vienna).

Martedì andrà a mani vuote, Alfano, all’incontro con i pezzi da novanta del Ppe? Tutt’altro. Per capire quale sarà il contenuto del bagaglio a mano del segretario del Pdl è necessario spostare l’attenzione su una riunione pressoché carbonara che s’è tenuta ieri a Roma. Mentre l’attenzione di tutti era concentrata sulla sfida Berlusconi-Tremonti su Bankitalia e sui risultati della mozione di sfiducia contro Saverio Romano, alcuni big del berlusconismo si sono ritrovati attorno a un tavolo insieme ai responsabili delle fondazioni che gravitano attorno ai partiti (italiani) che stanno nel Ppe. Al summit erano presenti, tra gli altri, il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’ex titolare del dicastero dei Beni culturali Sandro Bondi, il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Non solo: c’era anche la fondazione Liberal, che fa riferimento all’Udc di Casini. Il risultato? «Un piano d’azione in due punti che Alfano porterà qui a Bruxelles e sottoporrà al Ppe», spiega l’europarlamentare Mario Mauro. «Una road map», aggiunge sorridendo, «che ci terrà impegnati almeno da qui alla primavera dell’anno prossimo».

Il punto numero uno sottoscritto dalle fondazioni riguarda l’elaborazione di «un documento programmatico» che sarà presentato al prossimo congresso del Ppe, in programma a Marsiglia il 7 e l’8 dicembre prossimi. Al testo, di cui Alfano parlerà con Martens e compagnia martedì, lavoreranno quattro gruppi di lavoro che si dedicheranno ad altrettanti dossier: economia, società, cultura e politica estera.

Ma è il secondo punto della road map quello che sta più a cuore ad «Angelino». Anche perché riguarda il battesimo della «costituente del Ppe italiano», che Alfano ha fissato «entro la primavera del 2012». Ancora pochi mesi, insomma, e il Pdl – se il piano di Angelino va a buon fine – potrebbe finire nella naftalina. «L’obiettivo, ovviamente, è agganciare l’Udc di Casini», spiega l’eurodeputato Mauro. Il monito di Bagnasco alla politica, la riunione delle associazioni cattoliche in programma a Todi, una legislatura che rischia lo scioglimento anticipato a causa del referendum. «No», ripetono nella cerchia ristretta del segretario, «non c’è più neanche un minuto da perdere».

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30 settembre 2011 at 08:40

Tra un «codardo» e l’«amnistia!» arriva anche il «cornutazzo». E Romano chiude il suo d-day tra le braccia di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 settembre 2011)

Finisce 315 a 294 per lui, anche perché i Radicali disertano il voto. Poi Saverio Romano raggiunge Berlusconi e dà un seguito ai versi che la sua corregionale Marcella Bella cantava in una vecchia hit: «Io e Silvio ci siamo abbracciati».

Tornerai / più importante che mai / E staremo abbracciati / tutto il tempo che vuoi, cantavano a due voci Marcella e Gianni Bella nel 1977. E Romano, subito dopo la votazione che lo mantiene in sella al governo nonostante sia accusato di reati di mafia: «Non vado a festeggiare. C’è da lavorare alle riforme».

Si sente, eccome se si sente, che «Saverio» s’è appena distolto dall’abbraccio col Cavaliere. «Io e Berlusconi ci siamo abbracciati», scandisce. «Abbiamo fatto i conti. 315 voti a favore, più gli assenti giustificati» ed eccola là, la cifra magica, «la maggioranza è di 325». Umberto Bossi lancia l’ennesimo messaggio a quella base leghista che più d’un indicatore dà per «inferocita». «Oggi è andata benissimo», spiega il Senatur lasciando seguire all’ingiustificato moto d’orgoglio (che di padano, almeno ieri, aveva ben poco) il mantra recitato nelle ultime settimane: «Non so se arriviamo al 2013». In fondo, è la stessa analisi che Gianfranco Fini, abbandonando la presidenza dell’Aula dopo l’ennesima fase concitata della seduta, affida ai suoi: «Vedo aria da campagna elettorale». La stessa, identica, di Pier Ferdinando Casini. Che, però, aggiunge a mo’ di postilla: «Stendiamo un velo pietoso su quello che sta succedendo oggi».
Oggi, e cioè ieri, Saverio Romano si presenta in Transatlantico in tempo per l’inizio della discussione. La scena, per qualche decina di minuti, lo vede solitario ai banchi del governo. Davanti a lui i deputati di Fli stendono il Pornostafo apparso sul Fatto quotidiano, una rivisitazione by Vauro del Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Con tanto di nota a margine: Patonza da Volpedo. L’ora delle «parole forti» sarebbe scoccata subito dopo le 16, con l’inizio degli interventi.

Si sprecano i «cialtroni», compreso quello che Mimmo Scilipoti destina ai deputati dell’opposizione. Il primo «venduto» se lo becca Silvano Moffa, a cura dei suoi ex colleghi finiani. L’adesivo del «codardo», invece, finisce idealmente dietro la giacchetta di Bobo Maroni. Testualmente, dalla voce di Antonio Di Pietro: «Chiedo amareggiato al ministro Maroni, che si vanta di aver condotto una dura lotta alla mafia e oggi codardo fugge, perché non si presenta in Parlamento». Il titolare del Viminale si materializza a metà seduta e si fionda alla buvette per chiacchierare con Giulio Tremonti, mentre l’ultimo successore di Quintino Sella sorseggia soddisfatto un flute di prosecco con gli immancabili auricolari del telefonino posizionati su entrambe le orecchie. È la stessa persona, «Giulietto», che poco prima, incrociando per caso Gianni Alemanno alla Camera, l’aveva accolto con tanto di saluto romano.

«La parola» che in Aula tutti aspettano, profondissima spia di vergognoso disonore, la pronuncia il pdl Manlio Contento. Romano mafioso? «Macché. Un boss di mafia disse che è un cornutazzo». E tutti pensano all’indice e all’anulare di una mano a caso, all’inequivocabile gesto che il cinematografico Mimì Matallurgico (interpretato da Giancarlo Giannini) di Lina Wertmüller si vide opporre da una manica di mafiosi prima di emigrare al nord «ferito nell’onore».
A quel punto, però, l’autodifesa di Romano era già agli atti. «Quello che un tempo era l’ordine giudiziario ormai ha soverchiato il Parlamento e ne vuole condizionare le scelte», dice. E i giudici? «Il trono deve evitare di schiacciare il leone, però è sotto gli occhi di tutti che il leone oggi ha già una zampa sul trono». Esopo? No, «sir Francis Bacon».

Si viaggia verso il voto a scrutino palese. A un certo punto, gli altoparlanti dei monitor al plasma disseminati tra cortile e Transatlantico sembrano sul punto di esplodere. «Vogliamo l’amnistia!», si sgola la radicale Elisabetta Zamparutti. «Non partecipiamo al voto perché intendiamo esprimere la nostra sfiducia nei confronti di un’intera classe dirigente». E così, di fronte a un Pd mai così presente (manca solo Marianna Madia, che ha partorito da due giorni), i sei radicali si sfilano. Franceschini medita di espellerli dal gruppo. «Questi si cacciano senza se e senza ma», s’infervora Rosy Bindi. «Ricordiamoci che siamo in un partito “democratico” dove le decisioni si prendono democraticamente e non perché uno si alza e sceglie da solo», ribatte Roberto Giachetti, segretario d’Aula del gruppo Pd, che radicale è nato e cresciuto. 315 a 294, con il repubblicano Nucara che tiene fede alla promessa di votare a favore della sfiducia. Romano e il Cavaliere, in quel momento, erano nascosti chissà dove. Abbracciati.

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29 settembre 2011 at 10:23

La Lega “salva” Romano. E il boss Mandalà attacca sul suo blog: «Il Carroccio mercanteggia»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 settembre 2011)

La Lega “salva” Saverio Romano. E Nino Mandalà, il boss di Villabate con cui il ministro – secondo un pentito – avrebbe “collaborato”, attacca il Carroccio. Sul suo blog.

L’argomento è di quelli che tormentano il sonno di molti onorevoli deputati. E la domanda, che segretamente passa di coscienza in coscienza nei corridoi di Montecitorio, è sempre la stessa: perché Papa sì e Milanese no?
Alla vigilia del voto sulla mozione di sfiducia nei confronti di Saverio Romano, il ministro accusato di reati di mafia che sarà salvato (come Milanese) dai voti iper-padani di Bossi e compagnia, il boss di Villabate Nino Mandalà annota sul suo blog (http://ninomandala.blogspot.com/). Papa e Milanese? «Due storie uguali (o forse quella di Milanese è un tantino meno uguale), due morali diverse, che confermano una consuetudine ormai consolidatasi nel nostro Parlamento, la consuetudine all’incoerenza».
Mandalà non è un boss qualsiasi. E il padre del boss che avrebbe confidato al collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso di avere «nelle mani» i politici «Saverio Romano e Totò Cuffaro». E che cosa scrive ieri alle ore 12.25 Mandalà della Lega, il partito che consentirà a Romano di rimanere alla guida del ministero dell’Agricoltura come se nulla fosse? Questo scrive sul suo blog, riferendosi (apparentemente?) alla doppia morale usata dal Carroccio su Papa e Milanese: «Ahimé, pare che dobbiamo arrenderci all’evidenza: la Lega ha mercanteggiato la propria coscienza al banco dei pegni della Camera e ha riscattato l’onorevole Milanese reputando che le sue quotazioni valessero più di quelle dell’onorevole Papa ai fini dei risultati da portare a casa!». Non è tutto. Qualche riga più in giù, sempre all’interno dello stesso post, Mandalà manda un altro siluro all’indirizzo di Senatur e compagnia. Sotto forma di domanda retorica: «È credibile una Lega in preda a convulsioni moralistiche a singhiozzo, che obbediscono a calcoli di ragioneria spicciola piuttosto che a obiettive considerazioni di carattere morale, in una vicenda in cui la morale dovrebbe essere l’unica categoria alla quale ispirarsi?».
Coscienza. Riscatto. Credibilità. Morale. Tutte voci del verbo del boss di Villabate. Che ovviamente, a quel Romano che avrebbe avuto (secondo il pentito Lo Verso) «in mano», non fa alcun riferimento. Messaggio in codice? Avviso ai naviganti? Chissà.
Di certo c’è che in uno sfogo che lo fa sembrare uno degli indignados, veicolato a mezzo blog a poche ore dal voto di Montecitorio su Romano, Mandalà castiga anche il presidente del Consiglio. «È credibile un Presidente del Consiglio che, vicende pecorecce a parte di cui può non importarci, (…) ha determinato un tale declino dell’Italia che Obama si può permettere impunemente e ingiustamente di ignorare il ruolo fondamentale avuto dal nostro Paese nella vicenda libica senza che le nostre Istituzioni abbiano un sussulto d’orgoglio?». E ancora, sempre Mandalà: «È credibile un presidente del Consiglio che è ridotto ad annaspare elemosinando la stampella dall’onorevole Scilipoti, pur provenendo dalla più ampia maggioranza mai realizzata nella storia parlamentare italiana?».
Più che un boss mafioso, sembra il tribuno di una plebe qualsiasi, Mandalà. «È credibile un Pd che non è capace di proporre una strategia degna di questo nome in alternativa a quella del governo? (…) È credibile un Di Pietro che evoca scenari apocalittici ipotizzando strumentalmente la prospettiva di un selciato sporco di sangue allo stesso modo in cui con la sua nota disinvoltura seminò Tangentopoli di imputati più o meno innocenti e provocò tante tragedie, il quale, mentre tuona contro il nepotismo e il malaffare, non dimentica che i figli sono ”pezz’e core” e catapulta il suo di figlio in politica?».
È credibile Mandalà? A chi scrive Mandalà? Mistero. A poche ore dal voto su Saverio Romano, intanto, l’unica voce della maggioranza che s’è levata a favore della sfiducia è quella del leader repubblicano Francesco Nucara. «Romano farebbe bene a dimettersi prima, visto il tipo di reato di cui è accusato. Ritengo che in questo caso dovrò votare la sfiducia». A dimettersi, il ministro “responsabile” non ci pensa proprio. Nel suo libro intervista con Barbara Romano, La mafia addosso, ha scritto: «La mafia addosso è come una maglietta fradicia di sudore che non ti appartiene». Passi per la ricerca dell’originalità a tutti i costi. Ma attenzione. Ci saranno state persone colpite improvvisamente dalla banalissima tegola che cade da un tetto. Ma vi è mai capitato di trovarvi inconsapevolmente a indossare una maglietta bagnata dall’altrui sudore? «È credibile», per dirla con Mandalà, un esempio del genere?

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27 settembre 2011 at 08:10

Milanese adesso parla in codice. E Giulio finisce sotto tiro.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 settembre 2011)

Ma come? La salvezza di Milanese non doveva coincidere con quella di Tremonti? Al contrario, nel giorno in cui il suo ex braccio destro viene salvato dal carcere, i berluscones avviano l’attacco finale contro «Giulietto». Pubblicamente. Con dichiarazioni a tappeto.

Non è vero che i conti non tornano. «È vero», come spiega uno smaliziato berlusconiano della prima cerchia del Cavaliere, «il contrario. I conti tornano perfettamente». Marco Milanese, da ex braccio destro di Tremonti, rischia di diventare il suo più grande accusatore. Nel partito del premier si sprecano le richieste di ridurre il potere del titolare dell’Economia «spacchettando il dicastero di via XX settembre». Come suggerisce – da ieri – anche Daniela Santanché. E il premier, a sentire i suoi confidenti delle ultime ore, è pronto a qualsiasi passo pur di provocare le dimissioni del suo ministro più odiato. Qualsiasi passo. Persino, come gli è balenato in testa negli ultimi giorni, «quello di tenere Giulio al Bilancio», promuovendo il collega che Tremonti odia di più – Renato Brunetta – «al Tesoro». Una suggestione, nulla di più. Destinata a rimanere tale soltanto perché, come più d’uno ha fatto notare al Cavaliere, «Bossi, che detesta Brunetta, si rivolterebbe come una furia».

Fin qui il gioco politico. La guerra tra chi sta con Berlusconi e chi con Tremonti. Che, parlando con un amico poche ore dopo il voto su Milanese, ha messo le mani avanti col fare di chi ha capito benissimo quello che si muove attorno a lui: «Tanto non mi dimetto. Non mi muovo da dove sto». È una guerra che, come in un classico caso di eterogenesi dei fini, sta portando tutta l’ala critica nei confronti del premier a schierarsi dalla parte di «Giulietto». Gianni Alemanno, che su Repubblica di ieri ha escluso una ricandidatura di «Silvio» nel 2013, lo dice chiaramente: «Tremonti ha sbagliato a disertare il voto su Milanese? Secondo me, no». Come lo dice Alessandra Mussolini, da tempo lontana dal berlusconismo ortodosso di Daniela Santanché e compagnia: «Con la sua assenza, Tremonti ha marcato una distanza, sapendo che le opposizioni volevano farci cadere e che c’era molta tensione sul voto. Dobbiamo accendere un cero a Sant’Antonio».

Ma fuori dal gioco politico, c’è una partita a scacchi dall’esito imprevedibile. Che collega i Palazzi della politica alle stanze delle procure. Il primo tassello di un puzzle scombinato è proprio Marco Milanese. Un uomo che, dopo essere stato salvato dall’Aula di Montecitorio, ha cambiato la propria posizione sulla scacchiera. Sembra parlare solo per messaggi in codice, ormai, l’ex braccio destro di Tremonti. Ieri, durante un’intervista a Klauscondicio, ha evocato «il tema» a cui probabilmente il superministro si riferiva quando, mesi fa, accusò Berlusconi di volerlo stritolare con la macchina del fango. Dice Milanese: «Certe dicerie sul rapporto tra me e Tremonti non mi hanno ferito assolutamente. Anche perché non ci sarebbe nulla di male, se non fossero inventate di sana pianta». Fin qui tutto, o quasi, nella norma. Ma il passaggio chiave dell’intervista a Klaus Davi è un altro: «Se fosse vero», dice sempre riferendosi alle dicerie di cui sopra, «non avrei timore a dirlo». E ancora, quasi a chiarire il concetto: «Ribadisco, anche fosse vero, non avrei timore a dirlo».

Passa qualche ora e Milanese si sottopone alle domande di Giuseppe Cruciani alla Zanzara, su Radio 24: «Penso ogni giorno a Papa (il deputato del Pdl arrestato a luglio, ndr) e vorrei andarlo a trovare ma non bisogna dimenticare che io sono un teste nel suo procedimento sulla P4». E le cordate nella Guardia di Finanza, che sono al centro di quell’inchiesta? «Sono solo ambizioni e legittime aspirazioni. Cordata è un termine sbagliato», dice adesso.

Tra i berlusconiani ortodossi c’è persino chi si sorprende dello stupore altrui. Chi si domanda retoricamente: «Ma pensate davvero che Milanese, dopo essere stato salvato dalla Camera, sia lo stesso uomo di prima?». E se non è lo stesso Milanese di prima, quale sarà la sua nuova parte in commedia? Il finiano Benedetto Della Vedova, riferendosi alle polemiche di giovedì sull’assenza di Tremonti da Montecitorio, dice: «Su di lui stanno usando un linguaggio da cosca». E Angiola Tremonti, intervistata a Un giorno da pecora su Radio Due, manda un consiglio al fratello: «Mandi tutti al diavolo. Che ci azzecca con questa gente?». Ma lui niente. Da dov’è, per adesso, non di muove. A Washington, dov’è in corso il vertice del Fondo monetario, parla di crisi («L’epicentro è in Europa, la situazione stavolta è complicata») e dice che «tocca alla Germania trovare una soluzione». Il ritorno in Italia, per lui, non sarà dei più semplici.

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24 settembre 2011 at 10:06

La Russa risponde al Riformista. “Perché era meglio Zenga di Ranieri”

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lettera di Ignazio La Russa (dal Riformista del 23 settembre 2011)
Caro direttore, il Riformista, che mi ostino a comprare ogni giorno, negli ultimi tempi mi riserva sorprese mattutine che, se non fossero reiterate e quindi spia di una malcelata avversione preconcetta (ma perché?), mi lascerebbero di buon umore per il loro involontario umorismo.
Giorni fa, un articolo raccontava con dovizia di particolari e senza troppa cattiveria, che mio fratello maggiore Vincenzo (già parlamentare Dc e Udc e avvocato a Milano) sarebbe in pole position per candidarsi a sindaco nel mio paese natale, Paternò, in Sicilia, dove non risiede da 50 anni!
Nei giorni successivi un altro articolo, stavolta con maggiore cattiveria e calcolata ambiguità, candidava l’altro mio fratello, Romano, ad aspirante sindaco di Sesto San Giovanni (cosa che lui stesso ha inutilmente precisato essere priva di ogni attinenza al vero).
Manca all’appello mia sorella Emilia che, benché non impegnata in politica, potrebbe offendersi per essere trascurata dalle vostre attenzioni.
Oggi il Riformista ha cambiato scenario. Pur di riservarmi un titolo (grazie) scrive: “Difendiamo l’Inter dai La Russa”,dove però non ci si riferisce per fortuna alla mia famiglia ma a tutti coloro che, nel giudizio dell’articolista, sono “i cattivi consiglieri” di Moratti.
La mia unica colpa? L’avere ipotizzato che a Gasperini, ormai esonerato (certamente senza miei consigli) avrebbe potuto subentrare Walter Zenga, che, se non sbaglio, ha all’estero un percorso di vittorie di tutto rispetto e in Italia un passato da interista doc in campo e di buon allenatore del Catania in panchina.
Sul web in tanti hanno manifestato la mia stessa opinione. Solo l’articolista del Riformista è sicuro che questo semplice desiderio di molti sia stato un “cattivo consiglio” da cui addirittura “salvare” Moratti.
Scelto Ranieri, un buon interista dice “Viva Ranieri”, ma mancherà la controprova che fosse buona o cattiva l’idea Zenga.
La cattiva opinione del giornalista sulla proposta Zenga (chissà perché ritiene il suo nome una “provocazione”?) è invece, ovviamente, comprovata e inappellabile. Proprio come le fantomatiche candidature a sindaco dei miei fratelli.
Grazie direttore, con un sorriso e senza rancore.
Ignazio La Russa

risposta:
Mi creda, ministro La Russa, per chi come me dorme da anni sotto un poster di Walter Zenga è stata davvero dura bollare come <cattivo> un consiglio che segnalava il nostro <Uomo ragno> per il dopo Gasperini. Eppure, secondo me, quello non era un buon suggerimento per Moratti.
Basta seguire i parametri che lei stesso ha segnalato nella sua lettera: il percorso estero <di tutto rispetto> di Zenga (National Bucarest, Steaua Bucarest e Stella Rossa, solo per citare i club più noti in cui è stato) e quello di Ranieri (il Valencia rilanciato alla fine degli anni Novanta, il Chelsea riportato nel gotha del calcio inglese negli anni Duemila); i club allenati in Italia da Zenga (bene a Catania, male a Palermo) e quelli guidati da Ranieri (Cagliari, Napoli, Fiorentina, Parma, Juve e Roma). Che altro dire? In bocca al lupo a tutti noi, ques’anno ne abbiamo bisogno. (t.l.)

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23 settembre 2011 at 08:41

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Gasp paga (anche) colpe non sue. Moratti ci fa Tarzan, sorvola sui La Russa e prende Ranieri.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 settembre 2011)

Dispiace. All’interista ortodosso, formidabile sintesi tra la boria da triplete e la depressione da 5 maggio, dispiace che uno con la faccia e i modi che ricordano Gigi Simoni venga licenziato. Dispiace che Gian Piero Gasperini – l’allievo del profeta Galeone, l’uomo di cui José Mourinho disse «è il migliore» – debba abbandonare la panchina senza aver vinto, unico nella storia della Beneamata, neanche una partita ufficiale.

Certo, la fatal Novara, la difesa a tre, il trequartista più quotato dalla piazza (Sneijder) costretto a vagare in mezzo al campo alla ricerca di se stesso: Gasperini ha dato un contributo all’avvicinamento al baratro. S’è accanito su un cadavere. Ma non può essere accusato di omicidio. Perché l’Inter è per tre quarti la stessa squadra – più vecchia di due anni – di un ciclo finito. Perché il restante quarto ancora «in palla» – vedasi Eto’o – è stato ceduto sull’altare delle regole di un fair play finanziario di là da venire. Perché, insomma, Moratti ha fatto come il titolare di un ristorante che ha applicato il divieto di fumo prima dell’approvazione della legge Sirchia, perdendo anzitempo quei clienti che avrebbe dovuto conservare.

Perso «Gasp», adesso è il tempo di salvare Moratti. Di salvarlo dalla sua storica bestia nera, i «consiglieri». A cui s’è aggiunto un esterno, diciamo così, «di lusso». Il ministro Ignazio La Russa, sulla cui fede nerazzurra non si può dubitare, ha suggerito al presidente di ingaggiare Walter Zenga. Consiglio scontato, come indicare Marina Berlusconi per il Pdl del dopo-Silvio. Consiglio carico di provocazione, come segnalare la Terry De Nicolò del «racchie, rimanete a casa» per un corso sull’autostima destinato a giovani fanciulle. All’Inter, invece, serve l’unico ingrediente che può sopperire a un organico non più di lusso. La solidità. Per cui, il suggerimento migliore per il suo presidente lo si trova nello scrigno di perle Alberto Sordi. Mora’, facce Tarzan. Attàccati alla liana, vola sugli improvvisati consiglieri e prendi un allenatore solido. Come Claudio Ranieri, che infatti è a un passo dalla firma del contratto.

post scriptum: poco prima delle 22, quando il Riformista era già andato in stampa, Ranieri ha firmato il contratto che lo legherà all’Inter per due anni.

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22 settembre 2011 at 09:24

La roulette russa su Milanese. Per Tremonti è «un referendum su Silvio». Quarantasei maroniani provano il «colpaccio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 settembre 2011)

Marco Milanese

Dal fortino di Tremonti, che ieri ha incontrato Confindustria e banche, arriva il “Giulio pensiero” sull’ora X, a cui mancano ventiquattr’ore. «Il voto su Milanese? È un referendum su Silvio».

L’ultimo successore di Quintino Sella, ovviamente, si tiene alla larga dal dire anche solo mezza parola sulla sorte del suo ex braccio destro. Però una cosa è certa. Anche Tremonti, adesso, sa che la posta in gioco nella roulette russa del voto sull’arresto di Milanese non riguarda più il suo futuro al ministero di via XX settembre. Ma quello dell’intero governo. Non a caso, giurano i deputati con cui ha scambiato qualche battuta negli ultimi giorni, «Giulietto» pensa dell’«ora X» – fissata per domani a mezzogiorno – più o meno la stessa cosa che Pier Ferdinando Casini ha teorizzato con qualche collega. «È un referendum su Berlusconi», ha confidato Tremonti. Un ritornello che, nella versione che il leader udc ha affidato ai fedelissimi, suona più o meno così: «Primo, bisogna vedere se la Camera darà il via libera all’arresto di Milanese. E poi guardare lo scarto tra i sì e i no. Se la differenza sarà significativa, Silvio non potrà non trarne le conseguenze…».

La partita è nelle mani della Lega, che oggi si riunirà in assemblea per decidere come muoversi. È

Bobo Maroni e Giulio Tremonti

probabile che l’esito della riunione dei parlamentari del Carroccio non vada al di là della «libertà di coscienza» già evocata da Umberto Bossi la settimana scorsa. Ma nell’ala maroniana del gruppo leghista, la tentazione di votare a favore dell’arresto non ha ancora trovato un argine.

Nessuno, men che meno il titolare del Viminale, si muoverà col piglio di chi vuole sconfessare platealmente il Senatur. Ma basta mettere insieme alcuni indizi per scoprire che Maroni, in realtà, ha in mente di passare dalle parole ai fatti per evitare che la Lega, come ripete sistematicamente da molti mesi a questa parte, «non muoia appresso al berlusconismo». Indizio numero uno: la settimana scorsa, quando tutti i big del Carroccio sono scesi pubblicamente in campo per difendere la moglie di Bossi, Manuela Marrone, dall’ormai celebre articolo di Panorama, il ministro dell’Interno è stato praticamente l’unico pezzo da novanta del partito a evitare dichiarazioni. E tutto questo è niente, e siamo all’indizio numero due, rispetto al silenzio che Maroni ha opposto al coro sulla «secessione» che s’è levato dallo stato maggiore del Carroccio dopo il discorso del Senatur di domenica. E non è finita. È stato proprio Roberto Maroni l’ospite che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri al Quirinale prima di lanciare il suo durissimo monito contro le frasi pronunciate da Bossi a Venezia («Chi parla di secessione è fuori dalla storia e dalla realtà»).

Berlusconi e Bossi

È vero. Pubblicamente il ministro dell’Interno dice, come ha fatto ieri in un’intervista alla Prealpina, che «il governo arriverà fino al 2013» e che i maroniani non esistono. «L’unico sono io. E mi riconosco in Bossi», ha aggiunto. Ma dei 46 deputati leghisti (su un totale di 59) che ormai si riconoscono nel titolare del Viminale (tanti furono a fine giugno quelli che sottoscrissero la richiesta di sostituire il capogruppo Marco Reguzzoni, esponente del «cerchio magico»), la stragrande maggioranza è pronta a riporre nelle sue mani la scelta sul voto di Milanese.

Radiotransatlantico dà – forse frettolosamente – per già decisa la partita su Milanese. Pd, Idv,

Bersani e Casini

Terzo Polo sono per l’arresto. Dai 46 maroniani e da un gruppo di pidiellini che saranno protetti dal voto segreto arriverebbero gli altri voti che mancano per dare il via libera alla richiesta dei pubblici ministeri di Napoli. Ma fossero vere la lettura attribuita a Tremonti («È un referendum su Berlusconi») e l’analisi che Casini ha confidato ai suoi («Guardiamo lo scarto») allora tutto dipenderà dai numeri in Aula. Con una vittoria schiacciante dei «sì», il governo del Cavaliere si avvicinerebbe al baratro. Perché, come spiega Pier Luigi Bersani, «il caso Milanese può, insieme ad altri mille fattori, causare la crisi». I mille fattori evocati dal leader del Pd riguardano la crisi economico-finanziaria. Ma ce n’è un altro, di fattore, che potrebbe accelerare lo showdown: il voto, in programma la settimana prossima, sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Un altro appuntamento che Roberto Maroni – che ha intensificato i suoi colloqui con Angelino Alfano – ha già annotato sulla sua agenda. Con la penna rossa.

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21 settembre 2011 at 10:33

I Responsabili azzannano Bossi. Secessione e ampolla? «Tutt’ strunzat’»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 settembre 2011)

Mimmo Scilipoti

L’acqua dell’ampolla retta dalle paterne mani che benedice la filiale Trota. La voce del Senatur che scalda il padano popolo al grido «secessione». L’effigie del glorioso Alberto da Giussano che ondeggia al vento di mille bandiere. E l’onorevole berlusconiano Pepe Mario da Bellosguardo (Salerno) che sibila suadente: «Tutt’ strunzat’».

Una cosa è certa. Se non fosse stato per il campano onorevole Pepe Mario da Bellosguardo, che prima del 14 dicembre dell’anno scorso radunò certosinamente quella pattuglia parlamentare che la Storia avrebbe archiviato alla voce «Responsabili», a quest’ora Bossi e compagnia non solo non avrebbero i ministeri giocattolo di Monza. Ma neanche quelli veri di Roma. Anche per questo, forse, all’esercito che consente al blocco Pdl-Lega di rimanere al governo – fatto di meridionali incalliti, cresciuti a pane e Prima Repubblica – la secessione invocata dal Senatur a Venezia non filerà via liscia come una serata con Terry De Nicolò o Barbara Guerra. No.

Se nel testo che l’Umberto ha messo in scena da venerdì a domenica ci fossero «cose serie» e non «strunzat’», allora – ragiona Mario Pepe – «Bossi avrebbe dovuto mollare il governo d’Italia e la poltrona da ministro già domenica sera». E visto che non l’ha fatto, aggiunge, «vuol dire che quelle parole sulla secessione sono solo chiacchiere. Chiacchiere che ha raccontato al suo popolo per farlo stare buono». Alla chiosa del suo ragionamento Pepe s’avvicina con passo felpato. Lentamente e con incedere elegante, come l’uomo del Vecchio frac dell’omonima canzone di Modugno. «Volete la verità?», chiede retoricamente il deputato campano. «Mi sa che questi della Lega stanno messi male. E sta messo male pure il loro popolo. E poi che r’è?», che cos’è, «’st’ampolla? Tutti riti triti e logori. Questi non fanno paura a nessuno».

Luciano Sardelli

E non fanno paura neanche a Luciano Sardelli, cinquantaseienne pediatra di San Vito dei Normanni (Brindisi), eletto a Montecitorio con l’Mpa di Raffaele Lombardo e approdato anch’egli all’ombra di Iniziativa Responsabile, di cui ha indossato anche i galloni di capogruppo. «Ma facciamogli dire quello che vuole, a Bossi. Tanto siamo alle solite. Dice sempre le stesse cose», scandisce Sardelli. Che però, in calce al «nulla di nuovo sotto il sole», aggiunge una sua adamantina verità. «A me un alleato di governo come Bossi va benissimo. Primo, perché nei fatti ci garantisce di governare come si deve. E secondo, perché ha finalmente dimostrato che noi del Sud abbiamo vinto la battaglia, mentre la Lega ha perso». Ma come? L’Umberto urla alla secessione e Sardelli canta vittoria per il Sud? «E certo», risponde il deputato pugliese, autore (per le Edizioni Koiné) del libro – a metà tra il saggio e il romanzo – Una storia poco onorevole. «Politicamente la Lega è fi-ni-ta. Oggi che hanno in tasca il federalismo, non gli è rimasto nulla da dire. E visto che non si possono inventare nulla di nuovo, tornano a questa vecchia storiella della secessione. Di fronte a tutto questo, lo sa che cosa faccio io, Luciano Sardelli, che pure qualche anno fa teorizzavo la nascita di un grande partito del Sud?». Che cosa fa? «Niente, non faccio un bel niente. L’epoca dei partiti territoriali non c’è più». Meglio, conclude il deputato-pediatra, tuffarsi (responsabilmente) a capofitto nell’impresa di «costruire un grande partito popolare, che lotti per una società più giusta». E prima che gli si faccia notare che – rispondendo al suo alleato Bossi – la sua voce sembra quasi quella di «uno di sinistra», Sardelli chiarisce: «Ovviamente mi riferivo a una forza politica che lavora per una società “solidale”, non “pauperistica” come la vorrebbe Vendola». Ispirata alla vita e al pensiero di? Risposta secca: «Don Sturzo!».

Scilipoti Domenico detto Mimmo, messinese di Barcellona Pozzo di Gotto, deputato agopuntore

Mario Pepe

ormai sistematicamente preceduto dalla sua stessa fama, all’inizio prova a difendere il Senatur. Testualmente: «Non credo che Bossi volesse dire quello che ha detto», sottolinea nell’estremo tentativo di non aprire una falla tra i Responsabili e la Lega. Prova a mediare, Scilipoti. Imbocca una strada diplomatica a metà tra il Kissinger dei tempi del Vietnam e il conduttore Jocelyn quando faceva Giochi senza frontiere su Raiuno. Poi, però, cede: «La secessione dei leghisti? Da italiano impegnato in politica io combatto per tre cose: più Stato, più patria, più famiglia. Voglio ricordare che, nel processo di unificazione di questa Italia, il Meridione ha pagato il contributo più alto. Tre milioni di morti. Che stessero dalla parte giusta o da quella sbagliata, sta di fatto che sono morti», dice tutto d’un fiato Scilipoti. Che aggiunge: «Spero che Bossi chiarisca bene quello che voleva dire». Altrimenti? «Gli risponderemo il 21 ottobre, all’Auditorium dell’Eur, al congresso del mio movimento, “Responsabilità nazionale”».

Francesco Nucara e Silvio Berlusconi

L’onorevole Francesco Nucara, leader del Pri eletto col Pdl, la Prima repubblica l’ha vista per davvero. «Bersani e Casini aiutino Berlusconi a liberarsi di Bossi, che oggi è il vero male dell’Italia», prova a dire con una battuta il deputato calabrese. Poi si tuffa nella storia: «Il Senatur vuole staccarsi dal Sud? Ma lo sa che dei 300mila baby pensionati che ci sono nel Paese, 111mila vengono dal suo Nord?». Quindi ripara sulla cronaca: «Se ci fosse una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Umberto Bossi, il sottoscritto voterebbe a favore». E, infine, azzanna: «Massi’, chiediamo al governo di trasformare Varese in provincia autonoma. Così la smettono, quelli come Bossi, di romperci i coglioni». E dice proprio così. «Coglioni».

Written by tommasolabate

20 settembre 2011 at 12:53