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Così cadde nel ’94. Allontanandosi in auto dopo il tradimento di Bossi: «Non è una resa. Io sono come Van Basten»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 dicembre 2010)

C’era una volta un «traditore», che Lui allora chiamava «il mio Umbertone», che poche sere prima aveva pasteggiato a sardine e pan carré, e brindato all’imminente caduta del governo con birra in lattina e coca cola. C’era una volta un inossidabile fedelissimo, che Lui allora chiamava «il mio Gianfranco», che pur di non bere il velenoso calice del Giuda continuava a ripetere «Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». C’era una volta l’Aula di Montecitorio, in cui la maggioranza dei deputati aspettava di votare tre mozioni di sfiducia. E soprattutto c’era una macchina che marciava spedita verso il Quirinale. Con un uomo, seduto dietro, che sussurrava: «Non pensate che sia una resa. Io sono come Van Basten». C’era una volta il 22 dicembre 1994. Il giorno della «caduta», che il manifesto dell’indomani avrebbe celebrato con l’ultima beffa all’unto del Signore. E un titolo natalizio: «Tu cadi dalle stelle».

Che fosse arrivato al de profundis, il Berlusconi I figlio del nordista «Polo della Libertà» (Forza Italia più Lega) e del sudista «Polo del Buongoverno» (Forza Italia più An), era chiaro da un mese. Da quando il Cavaliere, alle 21 del 21 novembre, a poche ore dall’inizio della Conferenza Onu sulla criminalità in programma a Napoli, viene informato del celeberrimo avviso di garanzia di cui avrebbe dato notizia, il giorno successivo, il Corriere della Sera. Dieci giorni e sarebbe successo di tutto: la guerra dichiarata di Berlusconi a Oscar Luigi Scalfaro («Il Presidente mi deve sostenere senza tentennamenti e ambiguità»), l’ispezione del guardasigilli Alfredo Biondi nelle stanze del Pool di Mani Pulite, la manifestazione di diecimila forzisti a favore del governo, la vittoria del centrosinistra al ballottaggio di un mini-turno di amministrative, le dimissioni di Tonino Di Pietro dalla magistratura, con quella toga tirata giù al grido di sì, «me ne vado, con la morte nel cuore». Ma visto che nemmeno una guerra mondiale può scoppiare senza un incidente, ecco che spunta, all’esame della Camera, la proposta del presidente Irene Pivetti di istituire una «commissione speciale sul riordino del sistema radiotelevisivo». Quel 15 dicembre del 1994, mentre Fabio Fazio sta consultando gli indici d’ascolto del suo Quelli che il calcio… e Roberto Saviano non è che un quindicenne spensierato (Mauro Masi, un anno dopo, sarebbe diventato lo spin doctor ombra del governo Dini), in sella al cavallo di Mamma Rai nasce un’altra maggioranza. Pds, Ppi e la Lega di Umberto Bossi votano la proposta della Pivetti, che esautora la commissione Cultura di Vittorio Sgarbi e trasforma l’Aula di Montecitorio in un ring. Forza Italia e An sono in minoranza.

Gianfranco Fini invita i suoi a fare il guardiani della rivoluzione del Cavaliere. «Gol-pe, gol-pe, gol-pe», urlano dai banchi di An. «Non partecipo a una votazione che fa nascere una nuova maggioranza che calpesta le regole», sbraita IgnazioLa Russa. LaPivetti è un bersaglio umano. Il ccd Ciocchetti le indirizza per posta prioritaria, scandendolo, un comprensibilissimo «ma vedi d’anna’ affanculo» a cui forzisti e finiani tributano lunghi applausi. Fa ancora meglio Gian Piero Broglia, pasdaran berlusconiano. «Sta zitta, buffona». E ancora: «Qua dentro c’è il primo tangentista della Seconda repubblica. Si chiama Umberto Bossi». Poco più tardi Sgarbi invocherà perla Pivetti«una perizia psichiatrica», da effettuarsi – testualmente – su «quel cervello completamente vuoto». Beccandosi in cambio due libri, quelli che il comunista Nappi gli tira in testa nelle stanze della commissione Cultura.

Dietro la rissa reale, degna dei giganti del wrestling che le tv del Biscione trasmettono ogni domenica mattina prima delle «bombe» pallonare dell’indimenticato Maurizio Mosca, c’è una sola verità. Bossi ha tradito, Berlusconi non ha più la maggioranza. L’Umbertone, però, ha un problema interno. Una parte dei suoi, «colombe» come oggi lo sono nel giro dei finiani che fa capo alla ditta «Moffa, Viespoli&co.», vuole evitare la rottura con Berlusconi. Il loro leader è Bobo Maroni, titolare del Viminale. Che finisce sotto processo accusato dai falchi in camicia verde, capitanati da Francesco Speroni, che fanno quadrato attorno al Senatur: «Berlusconi sta cercando di comprare i nostri parlamentari. Ma noi stiamo con Umberto». Lo stesso Umberto che la sera stessa riceve a casa sua, nella periferia romana, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione. L’accordo a tre per mandare a casa il Cavaliere di Arcore è sul tavolo. Insieme – nell’ordine – a due scatolette di sardine, pan carré, coca cola e birra in lattina, il menù che un Senatur con frigo vuoto sottopone al palato degli increduli commensali. Le mozioni di sfiducia sono pronte.

La crisi di governo è aperta. Al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro ha già avviato un giro di pre-consultazioni istituzionali. Sono i giorni in cui finisce sui giornali la leggenda della chiamata che parte dal Colle e arriva negli uffici della Procura di Milano. «Se dovete fare qualcosa, fate presto». Dall’altro capo del telefono c’è Francesco Saverio Borrelli. Berlusconi è nell’angolo. Tenta una controspallata di piazza ma i suoi «Club della libertà», nel corteo di Milano, non vanno oltre una decina di migliaia di effettivi. E si arriva al dibattito alla Camera. La penultima stazione del calvario del Berlusconi I. È il 21 dicembre. Alle 14, quando inizia la diretta televisiva da Montecitorio, il Cavaliere prende posto tra Maroni e Pinuccio Tatarella. Davanti a sé ha qualche decina di cartelle che leggerà in ventisei minuti contati e un bouquet di citazioni che comprende Jacques Maritain e Abramo Lincoln, don Sturzo e Pietro Calamandrei, Umberto Terracini e UgoLa Malfa. Ilsenso è uno solo: «Bossi è un traditore», impegnato (ma questo passaggio del testo non verrà mai letto) «in un furto con scasso per mere ambizioni di potere». La mozione di sfiducia della Lega? «Uno schiaffo alle regole e una clamorosa offesa al buonsenso e alla fiducia dei cittadini», e ancora «una truffa ai danni degli elettori», e quindi «una clamorosa violazione della Costituzione», «un messaggio devastante per la democrazia», come dire – e qui il pathos del premier raggiunge vette da Mortirolo – «care elettrici, cari elettori, le elezioni non contano un bel niente».

È Berlsconi che parla. Ma sembra l’Ezechiele del passo biblico «25, 17» che Tarantino mette in bocca a Samuel Jackson in Pulp fiction («E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno»). «Grande rapina», dice Silvio. «Grande scippo», insiste Silvio. «Ricettazione», «autentica truffa», accusa Silvio. Fini lo sostiene come il più fedele degli scudieri. «Oggi – scandisce il leader di An nel suo intervento – non finiscela Prima Repubblica. Oggi finiscela Lega». Le colombe di Maroni, però, hanno capitolato. Il Carroccio, che tradisce in blocco, ha la faccia del Bossi che vira la mano sinistra sull’avambraccio destro e che, guardando Fini, urla: «Tié». Il vecchio leghista Luigi Rossi, 84 primavere alle spalle, scavalca a destra (o a sinistra?) il Senatur. È lui a opporre al leader di An l’intervento più breve della storia del Parlamento. Una parola: «Vaffanculo». Mario Landolfi, finiano, risponde con due, di parole: «Taci, cadavere». Francesco Storace sale a quattro: «Rientra nel tuo sarcofago». Tutto inutile. Le dimissioni di Berlusconi sono già decise. L’appuntamento col Capo dello Stato è fissato per ventiquatt’ore dopo.

In omaggio all’adagio christiano (nel senso di Agatha) secondo cui «nella mia fine è il mio principio», «Silvio» prepara una videocassetta. Con una videocassetta, trasmessa dal Tg4 a gennaio, era sceso in campo. Con una videocassetta, inviata a tutte le televisioni a dicembre, saluta gli italiani chiedendo loro di scendere in piazza contro «il tradimento». Nel Transatlantico di Montecitorio si discute del «dopo». L’opzione Dini, che si materializzerà a inizio anno, non s’intravede neanche nei radar. Al netto della proposta del Pds («Serve un Ciampi bis», mette a verbale D’Alema), l’ipotesi è una sola, un «governo del Presidente». I nomi, invece, sono due: Carlo Scognamiglio, presidente del Senato. O Francesco Cossiga. Quest’ultimo si fa organizzare un incontro con Fini. L’appuntamento è a Palazzo Madama, nello studio del vicepresidente Romano Misserville, un post-missino che anni dopo avrebbe avuto il suo quarto d’ora di celebrità nel governo D’Alema bis. «Caro Gianfranco», scandisce l’ex capo dello Stato, «io non mi presto a formare alcun governo del ribaltone. Vorrei però sapere se da parte vostra c’è la disponibilità ad appoggiare un esecutivo da me presieduto che conduca alle elezioni». Fini, che pure ha un grande debito di riconoscenza nei confronti del Picconatore, scuote la testa: «Caro presidente, mi dispiace ma noi preferiamo Berlusconi. L’ho già detto a Mariotto Segni l’altro giorno: per Alleanza nazionale, Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». L’ex presidente della Repubblica non insiste più di tanto. Anche perché «Gianfranco» è irremovibile: «Per quanto mi riguarda, le uniche strade percorribili sono il Berlusconi bis o le urne. Ieri ho detto alla Camera chela Legaè finita. Mi sbagliavo. È Bossi che è finito. Con lui io e Silvio non prenderemo più neanche un caffè».

Mentre Fini e Cossiga sono ancora a colloquio, Papa Wojtyla sta scrivendo una lettera a François Mitterrand per chiedergli di «tornare alla fede», Boris Eltsin è alle prese con le polemiche per i raid aerei su Grozny, Alberto Tomba sta dominando lo slalom gigante dell’Alta Badia e il pentito della ‘ndrangheta Cesare Polifroni sta sostenendo di fronte ai magistrati che Riina voleva uccidere Claudio Martelli. Nel frattempo c’è quella macchina, che marcia spedita verso il Quirinale. A bordo ci sono Berlusconi e le sue dimissioni. In testa, il Cavaliere, ha molti pensieri. Uno su tutti : «Si è persa una grande occasione. È come se una squadra avesse comprato un campione da trenta goal l’anno e poi gli arbitri gli si fossero accaniti contro, guardandolo in cagnesco durante ogni partita e fischiandogli sempre il fallo contro. Allora anche la squadra l’ha abbandonato. A me è successo questo». Silvio bomber, come Van Basten. Silvio e la fedeltà di Fini. Silvio e il tradimento di Bossi, la fine di un amore perso che si sarebbe poi ritrovato, anni dopo. Come nei versi di Mariano Apicella a cui spesso lo chansonnier di Arcore ha prestato la sua voce. Ma se adesso ancora lo vuoi / per ritrovar l’amore basta poco lo sai / per ritornare a vivere come prima tu ed io / e per cancellare questo falso addio.

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24 ottobre 2011 at 17:24

A proposito di campagne, di acquisti e di campagne acquisti.

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Piccolo estratto della puntata di domenica 16 ottobre 2011 di Omnibus, su La 7. Also starring Luigi Amicone, Massimo Bordin, David Parenzo, Salvatore Merlo, Andrea Colombo. E Andrea Molino, ovviamente.

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19 ottobre 2011 at 11:33

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Pingitore story. «Vi racconto il Bagaglino, da Gabriella Ferri a Berlusconi»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo ottobre 2011)

Non ha la voce triste. Forse un po’ stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» – omettendo come tutti quelli “del settore” di specificare «per cento» – in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino. «Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell’intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall’estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell’autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s’è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte. «E pensare che anche l’ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall’ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c’era posto», ha ricordato l’altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell’economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall’altra parte del Tevere è cominciata l’ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant’Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all’epoca ha trentun’anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»). «Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c’era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po’ per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell’autunno del 1965, nasce – in onore di Anton Giulio Bragaglia – la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un’ingiunzione degli eredi dell’artista che era scomparso cinque anni prima. «Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all’egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del “lungo viaggio attraverso il fascismo”, fecero un’operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra». Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L’anno prima, la compagnia s’era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

DOVE STA ZAZA’. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all’estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C’era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali». Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un’azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d’accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D’altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982). Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell’Allenatore nel pallone, la pellicola di quell’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L’anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d’eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell’intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L’incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica. Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l’audience. Poi, nel 1993, quando l’economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo “tra color che son sospesi”». Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I “professori” ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L’anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all’apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L’INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima – Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie. Escono dall’anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull’efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant’anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c’è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all’apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell’agguato di via Fani. La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall’avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po’ la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti). Acqua passata. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall’estero. La morte dell’intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia… Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c’è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L’ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L’altra sera hanno rimandato I soliti ignoti…». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

La Russa risponde al Riformista. “Perché era meglio Zenga di Ranieri”

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lettera di Ignazio La Russa (dal Riformista del 23 settembre 2011)
Caro direttore, il Riformista, che mi ostino a comprare ogni giorno, negli ultimi tempi mi riserva sorprese mattutine che, se non fossero reiterate e quindi spia di una malcelata avversione preconcetta (ma perché?), mi lascerebbero di buon umore per il loro involontario umorismo.
Giorni fa, un articolo raccontava con dovizia di particolari e senza troppa cattiveria, che mio fratello maggiore Vincenzo (già parlamentare Dc e Udc e avvocato a Milano) sarebbe in pole position per candidarsi a sindaco nel mio paese natale, Paternò, in Sicilia, dove non risiede da 50 anni!
Nei giorni successivi un altro articolo, stavolta con maggiore cattiveria e calcolata ambiguità, candidava l’altro mio fratello, Romano, ad aspirante sindaco di Sesto San Giovanni (cosa che lui stesso ha inutilmente precisato essere priva di ogni attinenza al vero).
Manca all’appello mia sorella Emilia che, benché non impegnata in politica, potrebbe offendersi per essere trascurata dalle vostre attenzioni.
Oggi il Riformista ha cambiato scenario. Pur di riservarmi un titolo (grazie) scrive: “Difendiamo l’Inter dai La Russa”,dove però non ci si riferisce per fortuna alla mia famiglia ma a tutti coloro che, nel giudizio dell’articolista, sono “i cattivi consiglieri” di Moratti.
La mia unica colpa? L’avere ipotizzato che a Gasperini, ormai esonerato (certamente senza miei consigli) avrebbe potuto subentrare Walter Zenga, che, se non sbaglio, ha all’estero un percorso di vittorie di tutto rispetto e in Italia un passato da interista doc in campo e di buon allenatore del Catania in panchina.
Sul web in tanti hanno manifestato la mia stessa opinione. Solo l’articolista del Riformista è sicuro che questo semplice desiderio di molti sia stato un “cattivo consiglio” da cui addirittura “salvare” Moratti.
Scelto Ranieri, un buon interista dice “Viva Ranieri”, ma mancherà la controprova che fosse buona o cattiva l’idea Zenga.
La cattiva opinione del giornalista sulla proposta Zenga (chissà perché ritiene il suo nome una “provocazione”?) è invece, ovviamente, comprovata e inappellabile. Proprio come le fantomatiche candidature a sindaco dei miei fratelli.
Grazie direttore, con un sorriso e senza rancore.
Ignazio La Russa

risposta:
Mi creda, ministro La Russa, per chi come me dorme da anni sotto un poster di Walter Zenga è stata davvero dura bollare come <cattivo> un consiglio che segnalava il nostro <Uomo ragno> per il dopo Gasperini. Eppure, secondo me, quello non era un buon suggerimento per Moratti.
Basta seguire i parametri che lei stesso ha segnalato nella sua lettera: il percorso estero <di tutto rispetto> di Zenga (National Bucarest, Steaua Bucarest e Stella Rossa, solo per citare i club più noti in cui è stato) e quello di Ranieri (il Valencia rilanciato alla fine degli anni Novanta, il Chelsea riportato nel gotha del calcio inglese negli anni Duemila); i club allenati in Italia da Zenga (bene a Catania, male a Palermo) e quelli guidati da Ranieri (Cagliari, Napoli, Fiorentina, Parma, Juve e Roma). Che altro dire? In bocca al lupo a tutti noi, ques’anno ne abbiamo bisogno. (t.l.)

Written by tommasolabate

23 settembre 2011 at 08:41

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Claudio Amendola: “Gli italiani? Tecnicamente, un popolo di ladri. E Penati andrebbe espulso dal Pd”

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(anticipazione dell’intervista di Tommaso Labate a Claudio Amendola, su A in edicola oggi)

MANOVRA: AMENDOLA, NON VOGLIO PAGARE TASSE A POSTO DEI LADRI L’ATTORE SU ‘A’, ‘PENATI DOVREBBE DIMETTERSI’

(ANSA) – ROMA, 6 SET – ”Non avrei mai pagato il contributo di solidarietà previsto all’inizio nella manovra anti-crisi. E sapete perché? A me, che non ho mai evaso un centesimo, non va di pagare le tasse al posto dei ladri”: lo dice l’attore Claudio Amendola in un’intervista ad ‘A‘, il settimanale diretto da Maria Latella. Per Amendola, ”in un momento di grave crisi economica sarebbe giusto che chi ha il privilegio di avere di piu’, come il sottoscritto, paghi di piu’. Se fossimo in un Paese normale… Ma l’Italia non e’ un Paese normale. Altro che popolo di navigatori, sognatori, poeti. Siamo un popolo di truffatori. E’ una verita’ scomoda, ma e’ la verita’. E’ nessun politico ha mai avuto il coraggio di dirla”.

Amendola, da sempre schierato a sinistra, parla anche dell’inchiesta che coinvolge Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano: ”Dovrebbe dimettersi da consigliere regionale e il Pd lo avrebbe dovuto espellere subito dal partito. Io mi auguro che venga assolto e che possa essere riabilitato con mille scuse. Ma di fronte allecarte dell’inchiesta che si leggono sui giornali, non c’e’ garantismo che tenga”.

Written by tommasolabate

7 settembre 2011 at 09:56

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Situazione traffico ore 12.55. La macchinina multicolore dopo l’intervento pubblico del capo dei vigili.

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Adesso la macchinina multicolore – un po’ rossa, un po’ gialla, un po’ grigia, un po’ verde – si starebbe avvicinando ai 60 km/h, soglia da rivedere (al ribasso) dopo la discesa dei passeggeri dell’estero (due punti o giù di lì).

E l’intervento del capo dei Vigili Bobo Maroni potrebbe paradossalmente portare la macchinina a ulteriori accelerazioni.

Perché? Semplice. Al passeggero indeciso interessa salire a bordo di una macchinina multicolore che corre velocemente. E se il capo dei Vigili ammette che questa macchinina corre…

 

Written by tommasolabate

13 giugno 2011 at 11:56

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