tommaso labate

Archive for the ‘Articoli’ Category

Bersani anticipa la candidatura a premier con un tour per l’Italia. Nel Pd s’affaccia lo spettro della scissione.

with one comment

di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 febbraio 2012)

Il tempo della sfida a colpi di interviste, dicono i suoi, è finito. La risposta di Bersani a Veltroni su Monti, l’articolo 18 e il futuro del Pd arriverà tra pochi giorni. E non sarà su un giornale. Perché il segretario, di fatto, è pronto ad anticipare la sua candidatura a premier nel 2013. Con un «viaggio in Italia».

Forse l’intervista rilasciata domenica da Veltroni a Repubblica – in cui l’ex leader dei Democratici ha praticamente esplicitato l’ipotesi di replicare lo schema Monti anche nel 2013, oltre ad “aprire” alle modifiche dell’articolo 18 – sarà ricordata come l’«incidente di Sarajevo» che darà il la all’ultima guerra mondiale del Pd. Anche perché ormai dietro le quinte è rimasto ben poco. È tutto sulla scena. Bastava vedere la prima pagina dell’Unità di ieri, con quel titolo a caratteri cubitali, «Duello nel Pd». Oppure studiare come la mappa dei poteri interni al partito s’è modificata. Bersani, i suoi fedelissimi, probabilmente Rosy Bindi, quelli del Pd «modello Pse», insomma, da un lato. Walter Veltroni, Enrico Letta e i sostenitori del «progetto Monti bis», dall’altro. E in mezzo quell’enorme zona grigia di chi per i motivi più disparati – da Dario Franceschini a Massimo D’Alema, fino a Matteo Renzi – sta aspettando il momento giusto per posizionarsi sulla scacchiera.

Bersani non ha intenzione di farsi logorare. Perché sa benissimo, come ha sottolineato Veltroni via Twitter, che «il problema non è l’articolo 18». Il problema è «il giudizio su Monti». E il giudizio che dà «Pier Luigi» dell’esperienza dei Professori è molto diverso da quello di «Walter» o «Enrico». Infatti domenica, dopo aver smaltito la collera che gli derivava dalla lettura dell’intervista veltroniana, il segretario ha rotto gli indugi. «Qualcuno non s’è reso conto che questo Paese è ancora nei guai. Siamo in piena emergenza», è stato il ragionamento svolto prima di “autorizzare” la piccata replica di Stefano Fassina a Veltroni. E ancora: «Altro che modifiche all’articolo 18. Al di là di quanto dicono alcuni dei nostri», secondo riferimento alle parole dell’ex sindaco di Roma, «la situazione non è migliorata. Da una crisi del genere non si esce mica in tre mesi».

Da qui l’idea di passare dalle parole ai fatti. Di passare dal dibattito interno alimentato a colpi di documenti o interviste a una vera e propria campagna elettorale. Questione di ore, forse di giorni: sta di fatto che prima del week-end Bersani annuncerà le tappe di un suo «viaggio in Italia», che potrebbe cominciare già la settimana prossima. Chi ha visto i suoi appunti anticipa che il leader del Pd andrà di persona «nei luoghi della crisi»: dai paesini colpiti dalla recente alluvione in Liguria alle città più sensibili all’emergenza economica (Piombino, Torino, Venezia), passando per le industrie che rischiano la chiusura. Il senso della missione, che dice molto del giudizio che il leader del Pd dà dell’operato del governo Monti, è più o meno questo: «Andrò dove l’esecutivo non s’è fatto mai vedere».

Il «viaggio in Italia» di Bersani non è una semplice marcia d’avvicinamento alle amministrative di quest’anno o alle politiche dell’anno prossimo. No. Si tratta della mossa con cui il leader del Pd renderà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua intenzione di correre alla guida del centrosinistra alle elezioni del 2013. «E coi galloni di candidato premier», sottolineano i suoi. Una mossa che, ovviamente, è destinata a scatenare un putiferio.

Perché basta vedere l’incendio innescato dal botta e risposta Veltroni-Fassina su Monti e l’articolo 18 per comprendere il livello di tensione che c’è nel partito. Il deputato-economista lettiano Francesco Boccia, che teoricamente starebbe nella maggioranza bersaniana, difende «Walter»: «Gli attacchi di Fassina e Vendola a Veltroni sono stati indecenti. Questo significa giocare sporco, provare a estremizzare il conflitto sociale. Un esercizio molto pericoloso». «Il partito di Monti si farà, con o senza Monti», mette a verbale Beppe Fioroni. «Concordo con Veltroni: il punto cruciale è l’appoggio a Monti», ha commentato Marco Follini. Altro che «scricchiolii», come li chiama Pier Ferdinando Casini. Perché, spiega un membro della segreteria del Pd, «se in Parlamento arriva una riforma del welfare non sottoscritta pure dalla Cgil, in quel caso molti dei nostri non la voterebbero nemmeno con la fiducia». Se mai questo momento arrivasse, un minuto dopo al quartier generale del partito il dibattito sarebbe monopolizzato da un concetto molto semplice. Che non è «articolo 18». Ma «scissione».

Annunci

Written by tommasolabate

21 febbraio 2012 at 02:21

Monti premier o foto di Vasto. Il Pd (e anche Angelino Alfano) si gioca tutto a Palermo.

with one comment

di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 febbraio 2012)

Dal tramonto di «Roma 2020» all’ascesa di «Palermo 2012». Nei giorni in cui la Capitale ha visto sfumare il sogno olimpico, il capoluogo siciliano s’è guadagnato la finalissima di una partita che probabilmente segnerà le sorti della politica italiana. Perché stavolta non si tratta solo di delineare una semplice tendenza. Stavolta dalle urne palermitane potrebbe venir fuori, oltre al sindaco della città, anche l’assetto con cui i partiti si presenteranno alle elezioni del 2013.

L’ha capito benissimo Angelino Alfano, che la settimana scorsa s’è presentato da Pier Ferdinando Casini invocando il soccorso del Terzo Polo. Perché «le cose in Sicilia si stanno mettendo male». E soprattutto, ha aggiunto il leader del Pdl, «perché se perdo le amministrative sono morto, nel partito mi sbraneranno i falchi». Ma l’ha capito anche Pier Luigi Bersani. Consapevole che, tra le primarie del 4 marzo e le elezioni vere e proprie, la sua leadership si trova di fronte a un campo minato che non ammette remake del film andato in scena a Genova. Uno degli uomini più vicini al segretario del Pd la spiega così: «Cominciamo dalle primarie. Se vince la Borsellino diranno che è merito di Vendola. Se perde, invece, si dirà che è colpa nostra». E non è tutto. Se la Borsellino vince le primarie e perde le elezioni, «allora gli oppositori interni faranno a gara per sottolineare come il centrosinistra senza il Terzo Polo non va da nessuna parte. Non ci resta che sperare nel filotto. Rita che vince le primarie, Rita che diventa sindaco».

Forse sia i fedelissimi di Alfano sia i bersaniani difettano d’ottimismo. Ma una cosa è certa: tanto «Angelino» quanto «Pier Luigi» si aspettano che, da un’eventuale sconfitta di Palermo, possa scaturire un terremoto nei rispettivi partiti. Il che vorrebbe dire «licenziamento in tronco» nel caso del primo, la cui leadership è già ammaccata dal caso delle tessere false nel congresso; e l’apertura di un percorso che porterà al congresso anticipato nel caso del secondo. Con Casini che rimane alla finestra pronto ad accogliere tutti coloro (e ce ne sono, sia nel Pdl che nel Pd) che puntano a replicare la grande coalizione attorno a Monti anche nella prossima legislatura.

Che a Palermo si finirà a schifìo, per usare la sintesi di una video-ricostruzione che Pietrangelo Buttafuoco ha affidato al sito del Foglio, lo si capisce dalle intricatissime condizioni di partenza. E dal fatto che le formazioni ai blocchi di partenza dipenderanno dalle altrettanto intricate primarie del Pd del 4 marzo. Il tridente Bersani-Vendola-Di Pietro sostiene Rita Borsellino. I Democratici che spingono per mantenere in vita il patto regionale col governatore Raffaele Lombardo (da Giuseppe Lumia ad Antonello Cracolici) puntano invece sulla candidatura del trentenne Fabrizio Ferrandelli, che viene dall’Italia dei Valori. In pista c’è anche Antonella Monastra, consigliere comunale molto in vista in città, ex sostenitrice della Borsellino. E soprattutto un outsider di lusso, il deputato all’Assemblea regionale Davide Faraone, che conta sulla sponsorizzazione di Matteo Renzi (oggi il sindaco di Firenze sbarcherà a Palermo) e su una parte dei voti della Cgil.

In Sicilia dicono che, in caso di vittoria della Borsellino, l’ala “lombardiana” (nel senso di Raffaele) del Pd potrebbe abbandonare la casa madre (Cracolici, però, ha preventivamente smentito) per sostenere il candidato del Terzo Polo (il presidente del Coni regionale Massimo Costa?). Sia come sia, solo a quel punto il Pdl potrebbe dare il disco verde alla candidatura di Francesco Cascio. E non è tutto. La campagna delle primarie del centrosinistra è partita nel peggiore dei modi. Faraone, che a tutti gli effetti è l’unico iscritto al Pd della coalizione, ha denunciato i finanziamenti del partito nazionale alla campagna della Borsellino. E Renzi, oggi, potrebbe rilanciare quelle stessa accuse che, tra l’altro, hanno già fatto breccia tra i veltroniani.

Il sito Qdr.it (Qualcosa di riformista), pensatoio di riformisti vicini a «Walter», si chiedeva ieri: «Il Pd bara a Palermo? È vero che alle primarie il Pd finanzia la Borsellino contro Faraone, cioè una che non è del Pd contro uno che è del Pd?». Il tesoriere Antonio Misiani ha messo nero su bianco una smentita ufficiale. Ma l’;accenno di polemica è la spia che questa partita, che non è ancora neanche iniziata, può provocare un terremoto. E decidere, paradossalmente, quale partito tra Pdl e Pd franerà per primo. Aprendo definitivamente il dibattito sul replay nel 2013 di Monti a Palazzo Chigi.

Esorciccio a Sanremo. La Rai manda all’Ariston un commissario senza poteri.

leave a comment »

di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 febbraio 2012)

È come quando nei film americani arriva l’omino dell’Fbi a sottrarre le indagini allo sceriffo? Oppure una mossa a effetto, tipo l’Esorciccio interpretato da Ingrassia che arriva nel paesello a scacciare il demonio al grido «Aglio olio e peperoncino, esci fuori da questo lettino!»? La scelta della Rai di mandare un commissario a Sanremo sembra più «la seconda che hai detto».

Perché Antonio Marano, il «commissario» che il dg Lorenza Lei ha inviato a Sanremo per tentare di evitare pericolosi bis di Adriano Celentano, di fatto non avrà alcun potere sul Molleggiato. Che, contratto alla mano, potrà continuare a invocare chiusure di testate (Avvenire e Famiglia cristiana), offendere Aldo Grasso ed entrare a gamba tesa sulla Consulta. Perché? Semplice. Al massimo Celentano sarà accusato di aver violato il «codice etico» dell’azienda. E, per questo, potrà anche essere (virgolette d’obbligo) “processato” nei prossimi mesi. Ma nessuno ha accesso ai suoi testi. Soltanto il direttore della Rete, infatti, può intimargli l’altolà. Non a caso, l’ultima volta che il Molleggiato s’era presentato sul palco dell’Ariston coi galloni del superospite, al crepuscolo della legislatura berlusconiana 2001-2006, l’allora direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce aveva scelto di autosospendersi dall’incarico per quattro settimane pur di non assumersi la responsabilità della voce del verbo d’Adriano.

Lorenza Lei

Risultato? Coi «poteri d’intervento» Marano ha i titoli per approdare a bordo Ariston come il Montalbano di Camilleri, persino per presentarsi al grido di «Marano sono». Ma su Celentano e quello che dirà, nisba. È il segno che la Rai del presidente Paolo Garimberti («La Rai si dissocia da Celentano») e del dg Lorenza Lei («Di fronte alla situazione che si è venuta a creare…») ha trovato un parafulmine a cui mettere in conto eventuali remake del Celentano horror picture show di martedì?

Di certo c’è che l’arrivo di Marano nella città dei fiori ha trasformato il dietro le quinte sanremese nella Guerra dei Roses. Il direttore di RaiUno Mauro Mazza spiega che tra i compiti del commissario «c’è il coordinamento dell’offerta radiotelevisiva», che «è un lavoro che svolge quotidianamente», che – insomma – Marano «viene a darci una mano». Ma alla teoria del Marano-ti-dà-una-mano la macchina del Festival si ribella. Il direttore artistico Giammarco Mazzi è furibondo: «Voglio capire in che cosa consiste questo potere d’intervento. Perché per quel che mi riguarda il percorso artistico di questa edizione è già tracciato». E il travaso di bile dell’eterno ragazzo Gianni Morandi arriva a superare persino la sua soglia preferita, quella dei cento all’ora. «Ma ci voleva un comunicato stampa per annunciare l’arrivo di Marano? Quindi, se andremo male con gli ascolti, la colpa è di Marano?».

Gianni Morandi

Anche la politica si divide. Seguendo la direttrice di una strada coincidenza: gli ultras del governo Monti criticano Celentano. Al contrario degli scettici e degli oppositori dei Professori, che invece prendono di mira l’azienda di viale Mazzini. «Dopo Celentano di ieri, stamani ho comprato due copie di Avvenire e Famiglia Cristiana», scrive su Twitter il vicesegretario del Pd Enrico Letta. «Non si puó mai chiedere o auspicare la chiusura di un giornale. Mai», annota Walter Veltroni. E ancora, stavolta nel Pdl, «Celentano predicatore, è vergognoso quanto accaduto» (Maurizio Lupi), «Siamo al tramonto di un vecchio guru» (Roberto Formigoni). E infine, nel Terzo Polo, «Celentano sbaglia» (Rocco Buttiglione). Un po’ più critico, invece, il deputato-spin doctor dell’Udc Roberto Rao: «La Rai ha rinunciato ai diritti web sull’intervento di Celentano dopo averlo pagato a peso d’oro. Complimenti».

Chi è più morbido nel sostegno al governo, al contrario, attacca la Rai. «Il commissario servirebbe di più a viale Mazzini», dichiara il bersaniano Matteo Orfini (che pure non risparmia critiche a Celentano). «L’arte non si censura mai», aggiunge Vincenzo Vita, della sinistra del Pd. «Sono d’accordo con Celentano. Bisogna commissariare i dirigenti della Rai», s’infervora Antonio Di Pietro. Perché, aggiunge Beppe Giulietti, «non sanno manco fare i censori. Non lo sapevano quando l’hanno chiamato che finiva così?».

Sandro Bondi

Nella contesa s’affacciano i frati di Assisi, «fratello Adriano, che il Signore ti dia pace». E pure il berlusconiano Sandro Bondi, che giudica «commovente» il discorso «sulla fede e sulla morte» uscito dalla molleggiata bocca dell’Adriano nazionale. Certo, fosse stato ancora ministro della Cultura, sul pensiero di Bondi ci sarebbe stato da riflettere. Adesso no. Di fronte alla sua commozione si può piangere o ridere. O, alle brutte, mandargli un commissario traversito da Esorciccio. Magari per dirgli, come faceva Ciccio Ingrassia nella nota pellicola: «In nome di Mao ti espello!». Oppure, in maniera più argomentata: «Ascoltami! Con Mao o Maometto, alzati dal letto!».

Dal no di Monti al rischio Tar. Alemanno pensa ancora alle dimissioni?

leave a comment »

di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 febbraio 2012)

Quando si presenta davanti a Mario Monti per ascoltare il «no» del Professore alle Olimpiadi di Roma 2020, Gianni Alemanno è di fatto un sindaco dimissionario. Per sua stessa ammissione.

Gianni Alemanno

Perché lo ripete per tutta la mattinata, Alemanno, ai suoi. «Se Monti nega la garanzia alle Olimpiadi mi dimetto per protesta». E visto che l’orientamento dei Professori all’ora di pranzo è già definito, ecco che il sindaco convoca una conferenza stampa ad hoc per il grande annuncio. L’appuntamento è alle 17.30, in Campidoglio.

Poi, però, nella war room alemanniana prende corpo l’idea della frenata. Infatti il sindaco, quando abbandona Palazzo Chigi dopo il faccia a faccia col presidente del Consiglio, mette a verbale che no, niente dimissioni. «Assolutamente no». E, come a voler rimarcare il concetto, aggiunge: «Mi spiace deludere i miei oppositori».

Sembra il viatico verso un esito scontato. Roma perde le Olimpiadi ma Alemanno rimane al suo posto. Eppure alle 8 di sera, nel momento in cui il Riformista va in stampa, il tormentone è tutt’altro che archiviato. E infatti quella parola, «dimissioni», continua incessantemente a comparire su ogni singolo messaggio che viaggia dalla stanza del sindaco al Campidoglio alla Camera dei deputati. Non a caso Pier Ferdinando Casini, che evidentemente è a conoscenza dei tormenti di «Gianni», dice ai cronisti che «non chiederemo le sue dimissioni». E non è tutto. C’è anche la conferenza stampa delle 17.30, che si era trasformata un giallo degno della miglior Agatha Christie. Prima viene confermata, poi rinviata di mezz’ora e infine misteriosamente annullata. Per lasciar spazio a una nota in cui Alemanno si limita al compitino. Prendere atto «della decisione del governo», ringraziare «la città e il Coni» e, soprattutto, spiegare che «rispetto le queste considerazioni (dell’esecutivo, ndr) ma non le condivido».

Mario Monti

Dopo il tramonto, però, succede qualcos altro. Silvio Berlusconi fa sapere che, se fosse stato premier, avrebbe dato il via libera all’operazione a cinque cerchi. E il Pdl, seguendo un canovaccio concertato con il sindaco di Roma, inizia ad attaccare Monti con toni a dir poco sorprendenti. Fabrizio Cicchitto chiede al premier di riferire in Aula alla Camera «le ragioni di questa scelta, in modo che possiamo aprire un dibattito in merito». E pure Angelino Alfano protesta: «Il no alle Olimpiadi è un’occasione sprecata. Perché non può passare l’idea che l’Italia sia un paese senza fiducia e senza speranza nel futuro». È un fuoco di fila con un unico obiettivo: il governo dei Professori. «La decisione di rinunciare a sostenere la città di Roma per Olimpiadi del 2020 ha il gusto amaro tipico delle grandi occasioni perdute», dice Beatrice Lorenzin. «La scelta del presidente Monti è estremamente amara non solo per i giovani atleti del nostro Paese, ma soprattutto per tutti i giovani italiani che, nonostante il periodo di crisi, tentano in tutti i modi di declinare la vita in positivo», aggiunge la leader dei giovani pidiellini Annagrazia Calabria. Il tutto mentre Alemanno si presenta di fronte ai microfoni del Tg5 per rettificare parzialmente il comunicato di metà pomeriggio. E tornare all’attacco: «In questo modo non si scommette sul futuro non solo di Roma ma di tutta l’Italia». E ancora: «Ci domandiamo adesso quale sia il progetto di sviluppo di questo governo».

Rosella Sensi

Ricapitolando, il Pdl prende di mira Monti, che paradossalmente viene difeso dai leghisti («In questo momento di crisi la candidatura di Roma alle Olimpiadi sarebbe stata come l’overdose per un tossicodipendente»). E Alemanno non abbandona l’idea del «colpo a effetto». Quale? Annunciare presto (o solo minacciare) le dimissioni da sindaco, scaricando sul governo il tramonto di un sogno olimpico che comunque si sarebbe infranto nel settembre del 2013. E puntare a guadagnare tempo. Perché, come il sindaco sa benissimo, tra pochi giorni il Tar potrebbe nuovamente cancellare con un tratto di penna la sua giunta, di nuovo per il mancato rispetto delle quote rosa. Tra l’altro una delle due donne della sua squadra, Rosella Sensi, ha di fatto perso il suo dossier di competenza (le Olimpiadi, appunto). Con il passo indietro, insomma, «Gianni» bloccherebbe sul nascere l’ennesima sconfessione (come farebbe il Tar ad annullare la giunta di un sindaco dimissionario?), uscirebbe dall’angolo in cui è confinato da sondaggi choc (tutte le rilevazioni lo danno sicuro perdente alla prossime comunali) e prenderebbe fiato. Magari facendosele politicamente respingere dal Pdl, le dimissioni.

Dal pesto genovese alla cassata siciliana. Ecco il nuovo psicodramma Pd

leave a comment »

di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 febbraio 2012)

Marta Vincenzi commette l’errore filologico di paragonarsi a Ipazia, matematica egiziana uccisa dai cristiani nel quinto secolo dopo Cristo. Perché, nel suo sfogo post primarie, il sindaco di Genova sembrava più l’Ezechiele 25,17 di Quentin Tarantino. Un misto di «giustizia, grandissima vendetta e furiosissimo sdegno», insomma.

Marta Vincenzi

Passando dalla celluloide al pugilato è come se George Foreman, dopo la sconfitta a sorpresa di Kinshasa contro Mohammed Alì, si fosse svegliato la mattina dopo scazzottando a destra e a manca gli organizzatori del match. Così il primo cittadino di Genova, Marta Vincenzi, dopo le primarie che hanno premiato il candidato di Sel Marco Doria, si presenta di fronte alla tastiera del computer, apre Twitter, indossa i guantoni e attacca il suo partito. Testualmente: «Il rischio di una città che muore e non vuole riconoscerlo è lì. Nel voto a Doria come voto anticasta. Nel tutti uguali. Nel non riconoscere l’onesta fatica del riformismo vero. Nell’agitarsi dei gruppi di potere dentro e a fianco del Pd». E ancora: «Dovevo dargli una mazzata subito invece che aspettare che si rassegnassero».

Marco Doria

Lo sfogo prosegue. E «ho cercato di nobilitare la guerra che mi hanno fatto dipingendo le primarie come utili». E «speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007». E «comunque a Ipazia è andata peggio», visto che – sottotesto – lei era morta. «Oggi le donne riescono a non farsi uccidere quando perdono», scrive Vincenzi. Che, tra una riflessione sulle donne in politica che tradisce un po’ di sfiducia nei confronti della corsa palermitana di Rita Borsellino («Da maggio non ci sarà più un sindaco donna in nessuna grande città italiana») e un attacco ai partiti locali («Ma con qualche assessorato si risolverà tutto, vedrai»), ricorda implicitamente che gli assassini di Ipazia erano cristiani. E quindi chiama in causa don Gallo, prete no global e sponsor di Doria: «A proposito, chissà dove sarebbe stato don Gallo al tempo di Ipazia». Il tutto mentre Roberta Pinotti, l’altra candidata del Pd, sostenuta dall’area vicina a Dario Franceschini e da un pezzo di mondo cattolico, preferisce il basso profilo: «Leccate le ferite, si guarda avanti con serenità. Il lavoro e le idee delle primarie a disposizione per vincere».

A più di cinquecento chilometri dalla tastiera del computer di Vincenzi, Bersani offre una spiegazione criptica delle puntate precedenti. «Se si va con più candidati del Pd alle primarie, se ne accetta l’esito». Traduzione: il Pd ha perso a causa della presenza di due pedine sulla stessa scacchiera. Un concetto che il segretario esplicita meglio nel pomeriggio, quando dice che «sarebbe un bene se selezionassimo prima il candidato da schierare alle primarie».

Pier Luigi Bersani

Che cosa vuol dire? Semplice. Vuol dire che Bersani ha provato fino all’ultimo a convincere Vincenzi a ritirarsi dalla competizione. «Cerchiamo un terzo nome», era stato il suo appello rivolto sia al sindaco che a Pinotti. Niente da fare. Le resistenze del primo cittadino, infatti, hanno creato tra «Marta» e «Pier Luigi» una frattura talmente profonda che alle 7 di ieri pomeriggio i due non si erano neanche sentiti per telefono.

Il caso Genova presenta al Pd un conto ancora più salato delle altre primarie andate a male. Il segretario provinciale Victor Rasetto e quello regionale Lorenzo Basso rimettono il proprio mandato. Col secondo che, insieme all’area di cui fa parte (quella di Enrico Letta), sottoscrive in via riservata la lettura secondo cui «a Genova è andata in scena una contesa tra ex Ds». Lo stesso tema sollevato sul Futurista dal sindaco di Bari Michele Emiliano, che in vista delle elezioni del 2013 auspica «una lista civica nazionale dei migliori, aperta anche al Terzo Polo», in cui si può valutare persino la candidatura a premier «di Corrado Passera».

Michele Emiliano

E i cahiers de doléances non si esauriscono qui. Il Pd viene attaccato da tutte le parti. Ed è tutto fuoco amico. «Se il candidato del Pd perde alle primarie non vanno cambiate le regole, va cambiato il candidato», annota Matteo Renzi. «Si perde se si sottovaluta il giudizio dei genovesi sul governo della città», aggiunge Enrico Letta. Il tutto mentre sulle prossime primarie, quelle di Palermo, pende come una spada di Damocle la mozione di sfiducia presentata da un pezzo di partito contro il segretario regionale Giuseppe Lupo.

Rita Borsellino

Bersani intanto prende carta e penna per rispondere al post scriptum dell’editoriale domenicale in cui Eugenio Scalfari, su Repubblica, l’aveva chiamato in correità per un documento che il tridente Orlando-Orfini-Fassina starebbe preparando con l’obiettivo di rifondare il Pd partendo dal Pse. «Non c’è nessun documento», mette a verbale il segretario. Che pure, su neoliberismo e capitalismo, ricorda come questa discussione, prima del Pd, sia stata affrontata «anche dal Times e da Benedetto XVI». E Genova, intanto, rimane un’idea come un’altra. Ma la sconfitta, stavolta, è più dolorosa.

Dall’articolo 18 al caso Lusi. Venti di guerra tra «i due Pd».

leave a comment »

di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 febbraio 2012)

Dall’articolo 18 al caso Lusi, passando per l’«operazione 2013» con cui un pezzo di partito – i principali indiziati sono Veltroni e Letta – punterebbe a lanciare la candidatura a premier di Mario Monti alle prossime elezioni. Il Pd sembra sull’orlo di una guerra civile. E Bersani scende in campo.

Finora il segretario del Pd aveva preferito rimanere alla larga dalle polemiche interne. Pur sapendo che – come aveva spiegato ai fedelissimi – «c’è un pezzo del partito che lavora contro la segreteria». Da ieri, però, lo scenario è cambiato. E il leader democratico ha deciso di cambiare registro, tra l’altro in concomitanza con l’apertura del tavolo sulla riforme e la legge elettorali («Nessun inciucio col Pdl, se son rose fioriranno», ha chiarito in serata alla trasmissione Otto e mezzo).

Intervistato da Goffredo de Marchis di Repubblica, Bersani ha diramato l’avviso ai naviganti. E sapendo che c’è un pezzo di partito che lavora per tirare la volata a una nuova premiership di Monti l’ha detto chiaro e tondo: «Non si può andare avanti in campagna elettorale proponendo governissimi. Anzi». E ancora: «Lo stesso percorso di certe leggi che stiamo approvando adesso ci dice che una vera opera di riforme e di ricostruzione devi farla chiedendo un impegno al corpo elettorale».

Lo schema di Bersani è semplice. Mantenere l’impianto bipolare del sistema politico e arrivare al 2013 pronto per la sfida elettorale contro il centrodestra. D’altronde, insiste, «il percorso è il solito. Il patto di coalizione e qualche mese prima dell’appuntamento elettorale, né troppo presto né troppo tardi, le primarie». A cui, è il sottotesto, «Pier Luigi» ha intenzione di partecipare, tra l’altro coi galloni del “predestinato” alla vittoria finale.

Ma questo schema va bene all’ala iper-montiana del Pd? Tutt’altro. Letta e Veltroni, insieme ai rispettivi colonnelli, continuano a insistere sulla fine della «foto di Vasto» e a caldeggiare l’addio definitivo al centrosinistra versione short con Di Pietro e Vendola. E, nell’attesa che il confronto governo-sindacati sulla riforma del welfare entri nel vivo, teorizzano la possibilità di rinunciare all’articolo 18. Al contrario, i fedelissimi di Bersani vogliono chiudere ogni spiraglio all’alleanza col Terzo Polo (l’ha detto chiaramente il responsabile Cultura Matteo Orfini in un’intervista rilasciata al Foglio quasi due settimane fa). E preparano la trincea per difendere ad oltranza le posizioni di Susanna Camusso.

Il divorzio tra «i due Pd» è visibile anche sui giornali legati al partito. Europa, diretta da Stefano Menichini, sostiene l’operato del governo Monti con pochissimi se e qualche piccolo ma. Al contrario l’Unità del direttore Claudio Sardo serve per colazione ai Professori un quotidiano tocco di un fioretto che, all’occorrenza, si trasforma in sciabola. Sabato scorso, lo strappo del presidente del Consiglio sull’articolo 18 è stato salutato con col titolo «I cattivisti», a corredo di una foto della coppia Monti-Fornero. E persino sul maltempo, lunedì, il quotidiano fondato da Gramsci ha bacchettato – in un editoriale che partiva sempre dalla prima pagina – «il governo degli assenti».

Anche a prescindere dall’Unità, le continue perplessità dei bersaniani sul governo sono ormai sul banco imputati. Il giovane deputato Andrea Martella, vicino a Veltroni, la mette così: «Chiunque si mostra timido nel sostegno al governo Monti fa un regalo a Berlusconi. Perché se noi ci dividiamo, lui ne approfitta per mettere il cappello sull’operato dell’esecutivo e per compattare i suoi». È l’ennesimo piccolo segnale di una guerra che è uscita dai “dietro le quinte” per arrivare sulla scena. Come nel caso del “cinguettio” con cui Francesco Boccia ha commentato l’intervista rilasciata domenica dal bersaniano Orfini a Fabrizio d’Esposito del Fatto quotidiano (titolo: «Governo liberista, avrà le piazze contro»). Il deputato-economista vicino a Enrico Letta, dribblando ogni eufemismo, l’ha scritto su Twitter: «Il compagno Orfini sul Fatto propone due nuove ossessioni: “Monti Liberista” e le “Piazze contro”. Che altro manca per tornare al Pci?».

Ma il detonatore in grado di anticipare la resa dei conti interna è il caso Lusi. Un dossier che, potenzialmente, può scatenare una contesa dagli effetti collaterali incalcolabili. Un pezzo degli ex ppi, come dimostrano le frasi consegnate ieri dal senatore Lucio D’Ubaldo al Riformista («L’espulsione di Lusi dal partito? Fuori da ogni logica e violando lo statuto»), non ha gradito il cartellino rosso sventolato sotto gli occhi dell’ex tesoriere della Margherita. E quest’ultimo, in una piccola conversazione con l’Agi, ha cominciato a parlare a nuora perché alcune suocere non ancora identificate intendano: «Ne esco a pezzi ma ho fatto un patto coi pm. La verità verrà fuori». Quale verità? E soprattutto, quali suocere?

Da un sondaggio devastante e alle voci su Gabrielli capo della Polizia. Il mistero Alemanno sull’emergenza neve.

leave a comment »

di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 febbraio 2012)

I sondaggi riservati sul testa a testa Zingaretti-Alemanno alle comunali dell’anno prossimo. E le voci sulla successione a Manganelli alla guida della polizia italiana. Che cosa c’entrano con la neve a Roma?

Gianni Alemanno

Ci sono calamità naturali che segnano il corso della politica. Nel 2002, in Germania, un’alluvione consentì al cancelliere uscente Gerhard Schroeder di raggiungere e superare lo sfidante Edmund Stoiber, il leader della Csu che pareva a un passo dal vincere le elezioni. Allo stesso modo, nel 2005, le inadempienze della Casa Bianca di fronte all’uragano Katrina sancirono l’inizio della rottura tra gli americani e l’allora presidente George W. Bush. Seppure il caso non sia nemmeno lontanamente paragonabile con i due precedenti, anche dietro la pessima gestione dell’emergenza neve a Roma sembra esserci l’ombra di un calcolo politico errato. Che, a questo punto, rischia di compromettere la carriera di Gianni Alemanno.

Nicola Zingaretti

Perché, in questa storia, ci sono domande all’apparenza semplici che ancora non hanno una risposta. Perché giovedì scorso, durante il vertice con la Protezione civile, Alemanno rifiuta ogni sostegno dichiarandosi «pronto» a far partire il «piano neve» del Comune? E ancora: perché, a tre giorni dai primi fiocchi di neve sulla Capitale, la situazione politica è degenerata al punto tale da aprire uno scontro tra il Campidoglio e il governo?

Giovedì, quando si aspetta per l’indomani una Capitale imbiancata, Alemanno è un sindaco che ha appena annunciato la sua ricandidatura alle elezioni del 2013. Ma sa che i sondaggisti che hanno misurato il suo testa a testa contro l’altro competitor sicuro, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, sono più che pessimisti. Tutte le rilevazioni riservate e non, quelle commissionate dal Pdl e quelle del Pd, danno sempre lo stesso risultato. Contro Zingaretti Alemanno non ha alcuna chance. Le proporzioni? Basta guardare un sondaggio commissionato qualche giorno fa dalla Rai e finora rimasto nel cassetto, i cui risultati però arrivano tanto alle orecchie di «Nicola» quanto a quelle di «Gianni». La rilevazione è impietosa: a un anno dalle amministrative, nel testa a testa Zingaretti batterebbe Alemanno 68% a 32%.

Eppure ci sono fenomeni improvvisi come la neve, che possono contribuire a cambiare (seppur leggermente) il corso degli eventi. Giovedì Alemanno deve essersi ricordato di come, nel dicembre 2008, la gestione della piena del Tevere (in collaborazione, neanche troppo pacifica, con Guido Bertolaso) aveva coinciso con il picco, mai più nemmeno sfiorato, della sua popolarità tra i romani. E infatti prova un impossibile remake di quel film.

Venerdì mattina, qualche ora il vertice con la Protezione civile in cui aveva opposto agli uomini di Franco Gabrielli il suo ghe pensi mi, il sindaco è nella sala delle bandiere del Campidoglio. Presenzia, insieme ad alcuni cardinali, alla conferenza stampa di presentazione del convegno Gesù nostro contemporaneo. È sereno, Alemanno. Infatti, quando dalla vetrata che affaccia su piazza del Campidoglio si intravedono i primi fiocchi di neve, sussurra tra i denti una parola: «Finalmente».

La prima ora di nevicata è tutta all’insegna dell’autocelebrazione. Arrivano la foto del Campidoglio imbiancato su Twitter e le dichiarazioni rassicuranti, in cui c’è un implicito riconoscimento del ruolo della Protezione civile: «Abbiamo mobilitato tutto il possibile, ci sono già 550 mezzi in posizione. La protezione civile comunale è già in movimento». Non solo. Il sindaco aggiunge che l’unica «criticità» è sulla Cassia bis, una strada su cui la competenza è anche della Provincia. Da lì in poi, siamo nel primo pomeriggio di venerdì, su Twitter una serie di utenti che si riveleranno finti esalta inspiegabilmente l’operato di Alemanno condannando quello di Zingaretti.

Franco Gabrielli

Ma visto che l’emergenza finirà per bloccare davvero la città di Roma, ecco che domenica – di fronte alle polemiche per una città paralizzata – il sindaco ha bisogno di un «piano B». E Franco Gabrielli diventa il bersaglio giusto al momento giusto. «La Protezione civile, dopo Bertolaso, non esiste più. Sono dei passacarte», scandisce Alemanno. «Gabrielli sfugge ai confronti pubblici con me», insiste. Perché quel pezzo del centrodestra di cui fanno parte anche Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, che pure prenderebbe volentieri le distanze da «Gianni», decide di sostenerlo nel suo testa a testa contro il capo della Protezione civile? Semplice. Perché dentro il perimetro del Pdl più d’uno sospetta che Gabrielli sia in corsa per succedere ad Antonio Manganelli alla guida della Polizia italiana. Il sindaco di Roma, che insieme a fior di berluscones caldeggia la candidatura del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, arriva quasi a dirlo domenica in diretta tv a La 7, dov’è ospite di Luca Telese e Nicola Porro alla trasmissione In onda.  È un’allusione, quasi impercettibile, della serie “anche Gabrielli deve prendere i voti”. Dietro cui si nasconde l’epilogo di un calcolo errato, di una storia cominciata male e finita peggio. Sotto la neve, a Roma, nel febbraio del 2012.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: