tommaso labate

Un tir sfonda la porta del Palazzo e manda in tilt il governo. Forconi e autotreni spaccano i partiti aprendo la rissa tra “falchi” e “colombe”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 gennaio 2012)

Ascoltare le ragioni della protesta o fermarla subito? Tir e forconi spaccano Pdl e Pd, dividono il Terzo Polo e frantumano l’Idv. E, soprattutto, mandano in tilt un governo sempre più preoccupato.

A Palazzo Chigi, dopo che la rivolta dei forconi partita dalla Sicilia ha fatto proseliti in mezza Italia, cominciano a fare i conti con quello che al Viminale chiamano «effetto emulazione». Presidi in Calabria e blocchi in Piemonte, emergenza a Napoli, in Molise, in Lombardia. Una situazione resa ancor più grave dal contemporaneo sciopero dei taxi in molte città.
Il deputato del Pd Francesco Boccia, che nel 2007 gestì insieme a Enrico Letta la trattativa con quegli autotrasportatori che tennero in ansia per giorni il governo Prodi, riflette a voce alta: «Questa volta la situazione è diversa anche perché Ania e Cna, che sono le associazioni più importanti, sono rimaste fuori dalla protesta. Detto questo, credo che abbiamo tre giorni a disposizione. Dopodiché, l’emergenza si trasformerà in allarme rosso. E in qualche modo bisognerà intervenire per evitare che il Paese rimanga senza viveri o carburante…».

Boccia evita di pronunciare quelle stesse tre parole di cui si parla sempre di più, nelle ultime quarantott’ore, sul filo dei contatti tra le prefetture e il ministero dell’Interno. «Uso della forza». D’altronde, Anna Maria Cancellieri l’ha detto esplicitamente ieri, rompendo un silenzio durato forse troppi giorni: «Non saranno tollerati blocchi stradali». E ancora, sempre dalla viva voce del titolare del Viminale, «bisognerà stare molto attenti. Nel senso che fin dove si può tollerare, useremo tolleranza e dialogo». Però, «dobbiamo anche tenere presente i diritti dei cittadini».

A complicare la vita del governo sono le spaccature trasversali che stanno attraversando tutti i partiti. Non c’è forza politica che, nelle ultime ore, non si sia divisa sugli autotrasportatori. A cominciare dal Pdl. Dove Altero Matteoli si mette alla testa della corrente dei «falchi». «Le agitazioni in corso indette da una sola sigla sindacale sono, peraltro, irrazionali. Auspichiamo interventi risolutivi da parte delle autorità competenti», mette a verbale l’ex ministro dei Trasporti. Non la pensa così la deputata campana Nunzia De Girolamo, che affida a Twitter il suo invito al dialogo: «Aprire immediatamente un tavolo di confronto a palazzo Chigi con i rappresentanti di categoria degli autotrasportatori. In questi momenti è indispensabile il dialogo, altri ragionamenti non hanno alcun senso». Il cortocircuito è tale da seminare il seme dell’incertezza anche in alcuni veterani di Palazzo. Come Maurizio Gasparri. Che nella stessa intervista, rilasciata al sito Affariitaliani.it, invoca sia «l’intervento della polizia» che l’urgenza di un «confronto».

Neanche dentro il perimetro del Pd si vivono ore serene. Sin dall’inizio della protesta dei forconi in Sicilia Pier Luigi Bersani aveva chiesto «l’intervento dei prefetti». Ed Enrico Letta s’era addirittura spinto fino al definirsi «scioccato dall’appoggio del governatore siciliano» ai manifestanti. Tutti d’accordo sulla linea dura? Macché. «In mezzo a chi protesta ci saranno senz’altro mele marce o qualche mafioso che s’è infiltrato. Ma non possiamo fare finta che siano tutti dei criminali. E abbiamo il dovere di andare a vedere quello che sta succedendo», diceva il bersaniano Matteo Orfini a margine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Idea evidentemente respinta dal deputato Emanuele Fiano, uno dei massimi esperti di sicurezza del partito («Non è accettabile che la protesta seppur legittima di una categoria di lavoratori paralizzi il Paese. Serve l’intervento della Cancellieri») e dal responsabile dei Trasporti Matteo Mauri («In nessun caso sono ammissibili forme di violenza, di abuso, di illegalità»).

La vera novità sono le divisioni nel Terzo Polo. Tir di traverso e forconi in aria? «La protesta siciliana non sia sottovalutata perché fa emergere con concretezza la drammaticità della crisi al Sud» (Casini). Anzi no, «l’ha già fatto Sarkozy, ritiriamo la patente ai conducenti che bloccano le strade» (Linda Lanzillotta). «La questione si sta facendo seria. Credo che il numero dei blindati in giro per Roma sia il segnale dell’attenzione del governo», ammette il deputato spin-doctor Roberto Rao.

Gli autotreni investono anche l’Italia dei valori. Di Pietro si schiera con la Cancellieri. Mentre il capogruppo in commissione Finanze Francesco Barbato si dice «pronto a marciare su Roma con gli autotrasportatori». In fondo, è la stessa posizione di Mimmo Scilipoti: «È più che legittima la protesta». Dio li fa e poi li accoppia, Tonino gli offre un seggio, e loro poi prendono strade separate che – miracolo – s’incontrano sempre. Intanto, di fronte alla frammentazione nei partiti, l’atmosfera a Palazzo Chigi si fa sempre più cupa. E tornano quelle parole pronunciate da Boccia, come amplificate da un’eco: «Abbiamo tre giorni a disposizione». Forse anche meno.

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Una Risposta

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  1. e se “minacciassimo” gli autotrasportatori di mettere tutto sui treni?
    Ma l’antiterrorismo che fa? gestiamo i caproni a Baghdad e in Afganistan non riusciamo a tenere
    a bada i mercenari capultrà come i camionisti e Tassisti chiamati a fare “ammuina” dal banana e da quel altro antica-patto di bossi?

    DONALFONSO

    24 gennaio 2012 at 15:28


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