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Lusi, lo scout che sussurrava ai bonifici. E che nel 2001 diceva: «Se penso a Mani Pulite mi tremano le gambe»

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 febbraio 2011)

Quando Ds e Margherita confluirono nel Pd, il tesoriere della Quercia Ugo Sposetti scelse la metafora del matrimonio e inventò la storiella di «Luigino e Ughetta». Ma mai poteva immaginare, l’avrà scoperto ieri, quanto «Luigino», e cioè il tesoriere della Margherita Luigi Lusi, l’avesse preso in parola.

Sposetti la racontava così: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna. Ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».

Luigi Lusi

L’ha fatta, Luigi Lusi, la separazione dei beni. Eccome. E non solo separando gli averi della Margherita da quelli dei Ds. Ma tenendo per sé medesimo, «Luigino», 13 milioni di euro spalmati in 90 bonifici, destinati su un infinito asse tra l’Italia e il Canada.

Questa storia comincia, anzi finisce, il 16 gennaio scorso. Con un telefono che squilla. Francesco Rutelli, che è presidente della defunta (ma nemmeno troppo) Margherita, viene convocato dai magistrati della Procura di Roma che indagano su alcune operazioni finanziare giudicate «anomale» sia dalla Banca d’Italia che dalla Guardia di Finanza. Quando rientra dal colloquio, è la ricostruzione dei suoi uomini, lo scontro con l’uomo di fiducia di una vita rischia di degenerare in ben altro. Lusi prova a tenere il punto, difendendosi oltre i confini dell’indifendibile: «Questo lavoro l’ho sempre fatto gratis». Rutelli, che pare ben al di là dell’«incazzato e deluso» con cui s’è descritto ieri, gli risponde a brutto muso: «Adesso vai e spieghi tutto ai magistrati». Cosa che «Luigino» fa l’indomani. Presentandosi davanti ai pm romani e mettendo a verbale quello che ha spiegato ieri sera in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Ho parlato coi giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». C’è anche una casa di mezzo, a Campo de’ fiori. Ma questa volta il teorema dell’«a mia insaputa», croce di berlusconiani scajoli e tecnici malinconici, viene lasciato da parte.

Francesco Rutelli

Questa storia è destinata a riportare a galla gli odi e i rancori di un partito, la Margherita, costruito attorno a dirigenti che non si sono mai amati. Attorno a fratelli-coltelli e parenti-serpenti che hanno trovato un modo per stare insieme solo di fronte al terrore, teorizzato da molti di loro all’epoca della nascita del Pd, di finire ingoiati come un pesce rosso dallo squalo diessino. Rosy Bindi percorre un corridoio laterale di Montecitorio scandendo ogni singola sillaba? «Lusi? Af-fa-ri su-o-i. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà». Il prodiano Giuliano Santagata, poco più in là, racconta: «Da parlamentare non versavo i contributi al partito perché i bilanci erano oscuri. Lo dissi anche a Lusi: “Ti do i soldi se mi fai vedere i bilanci. Ma lui…”».

Ma lui, «Luigino», di mostrare ’e ccarte non ha mai avuto voglia. All’ultima assemblea federale della Margherita è Arturo Parisi a provare per l’ennesima volta a scoperchiare il vaso di Pandora. «Altrimenti non voto il bilancio», disse l’ex ministro della Difesa. E Lusi, imperturbabile: «Il bilancio è stato già controllato da un comitato di tesoreria. Chiunque lo voglia vedere si alzi e venga a guardarlo qua sul tavolo. Ma da qui queste carte non si muovono». E così, a ragione, Parisi oggi rivela: «Mi accorsi di alcune voci opache, di somme consistenti in uscita». Era il maggio 2011. «Allora chiesi una sospensione ma venne rifiutata. Si decise di istituire una commissione di verifica. Che però», conclude il professore, «si riunì una sola volta ma andò deserta».

«Luigino», intanto, incassava. Chi se lo ricorda ai tempi della Margherita ne parla come di un «mastino, che rompeva le scatole anche per una ricevuta di taxi in più». Sono gli stessi che oggi, maramaldeggiando, aggiungono in calce alla dichiarazione anonima: «E adesso si capisce anche il perché…».

Arturo Parisi

Ex segretario generale degli scout Agesci, in prima fila nelle Acli, Lusi fa carriera con Rutelli. Quando nel 2008 gli chiedono conto dei contributi ricevuti dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo al partito, lui risponde: «Solo sponsorizzazioni irrisorie». Perché la risposta pronta, «Luigino», l’ha sempre avuta. «Nel 2001», raccontò una volta a Repubblica, «Rutelli mi chiamò e mi disse: “Vorrei tu facessi il tesoriere”. Io sono avvocato, avrei preferito occuparmi di giustizia nel partito». Quindi le ultime parole famose: «Mi tremarono le gambe perché pensai ai tesorieri coinvolti in Mani pulite, a quelli che si erano suicidati. Però gli risposi di sì, ma a due condizioni: che non si facessero debiti e che si rispettassero le regole del gioco». Quelle stesse che lui, lesto a imporre al Pd – era in guerra col tesoriere veltroniano Mauro Agostini – di mantenere la targhetta della Margherita davanti alla sede del partito e la suoneria margheritina al centralino, ha poi dimenticato. Pensando a quella casetta in Canadà che sembra sempre più lontana, adesso che i suoi gli chiedono indietro il maltolto, adesso che Bersani pensa a come espellerlo dal partito.

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Written by tommasolabate

1 febbraio 2012 a 12:23

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