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«Salva Fininvest in cambio di Grilli a Bankitalia». Il patto saltato tra Silvio e Giulietto. Che adesso rischia il posto.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 luglio 2011)

Berlusconi, Draghi, Tremonti

Che cosa c’entra l’accantonamento della norma “salva Fininvest” con la successione a Draghi in Bankitalia e col destino di Tremonti? «Io e Giulio avevamo un patto», rivela Berlusconi ai suoi.
In questi giorni di silenzio forzato, a cui è “costretto” per non turbare quei mercati finanziari che evidentemente non hanno fiducia in lui, il Cavaliere ha deciso di togliere l’ultima coltre di mistero da quel “trucchetto normativo” che ha messo a rischio la tenuta del governo prima che l’ondata di speculazioni sull’Italia lo riportasse a un passo dal baratro.
Nelle sue confessioni, affidate ad autorevoli interlocutori del governo e della maggioranza, il presidente del Consiglio parla espressamente di «patto». Ovviamente, si tratta della sua (ennesima) versione dei fatti. Ma dice proprio così: «Io e Giulio avevamo un patto. Era stato lui a garantirmi l’approvazione di quel comma che i giornali e la sinistra hanno spacciato per “salva Fininvest”».
Dopo la condanna del tribunale civile e la “resa” certificata dalla dichiarazione di ieri l’altro di Niccolò Ghedini («Fininvest pagherà e non c’è nessuna ipotesi di legge allo studio»), l’affaire del comma ad aziendam sembra consegnato alla storia. Ma c’è un elemento di novità. E riguarda quello che – a sentire il premier – c’era dall’altra parte della bilancia. «Prima che la manovra approdasse in consiglio dei ministri», è la sintesi degli sfoghi berlusconiani, «Tremonti mi chiese di prendere una decisione definitiva sull’orientamento del governo nella scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia. Naturalmente, nella sua testa c’era e c’è soltanto un nome: quello di Vittorio Grilli…».
L’approvazione di una norma che proteggesse Fininvest dal risarcimento alla Cir di

Vittorio Grilli

Carlo De Benedetti, da un lato. Il via libera di Palazzo Chigi all’ascesa del direttore generale del Tesoro verso la guida di Bankitalia, dall’altro. Un provvedimento caro a Berlusconi, da un lato. La decisione che stava in cima ai desiderata di Tremonti, dall’altro. Il «patto Silvio-Giuletto», insomma. Di cui il presidente del Consiglio, dettaglio di non poco conto, ormai parla al passato. Significa, come ripetono nella sua cerchia ristretta, «che se Grilli ha bisogno (come ha bisogno) del disco verde del premier per ambire al dopo Draghi, allora è meglio che ci metta una pietra sopra».

Fabrizio Saccomanni

Vendetta? Ritorsione? Affronto? A prescindere dal nome che si darà all’orientamento del presidente del Consiglio sulla nomina del prossimo governatore di Bankitalia, l’unica certezza è che la strada del “candidato di Tremonti” verso la scrivania più prestigiosa di Palazzo Koch pare definitivamente sbarrata. Di conseguenza, se Grilli finisse davvero fuori gioco, alla ripresa autunnale la successione a Draghi sarebbe nel segno della continuità. Con Fabrizio Saccomanni, uomo di fiducia del futuro presidente della Bce, in pole position per il ruolo di governatore. E Ignazio Visco proiettato dalla vicedirezione alla direzione generale.
Ma il veto di Berlusconi a Grilli rappresenta soltanto un aspetto – seppur non secondario – di quello che potrebbe essere l’ultimo chilometro del tormentato viaggio comune di «Silvio» e «Giulietto». Tutto è legato a una domanda, lo stessa che circola intistentemente negli ambienti più vicini al Cavaliere: la settimana prossima, quando la manovra sarà approvata, Tremonti sarà ancora al suo posto, alla guida al ministero dell’Economia?
E qui bisogna fare un passo indietro. La storia delle possibili dimissioni dell’ultimo

Lorenzo Bini Smaghi

successore di Quintino Sella prende corpo il 5 luglio. Quando, in alcune chiacchierate a margine della presentazione del libro di Fabio Corsico e Paolo Messa sulle fondazioni bancarie (presenti, tra gli altri, Giuliano Amato, Romano Prodi e Gianni Letta), Tremonti lascia intendere che sta per lasciare il governo Berlusconi. Della serie, «una volta approvata la manovra, io mi dimetto. E poi…». Verosimilmente, oltre i puntini di sospensione del ministro dell’Economia, c’era lo scenario di un esecutivo che non avrebbe retto all’uscita di scena del suo componente più autorevole, anche agli occhi dell’Europa e dei mercati internazionali.
Negli ultimi giorni, a causa dei boatos sull’inchiesta che ha travolto Marco Milanese, la situazione sembra essersi capovolta. Ieri, Tremonti ha implicitamente negato l’ipotesi delle dimissioni. E il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore ha esplicitamente smentito che il ministro dell’Economia sia iscritto nel registro degli indagati. «Non basta il cambio di un ministro, serve il cambio di tutto il governo», ha scandito Pier Luigi Bersani. Eppure, a Palazzo, c’è un’atmosfera che accredita l’ipotesi di un’uscita di scena di Tremonti. Si tratta di dettagli piccoli o meno piccoli, per adesso. Piccoli come la scelta di una quindicina di deputati del Pdl (compreso il vicecapogruppo Simone Baldelli) di sottoscrivere un’interpellanza del Pd (primo firmatario Francesco Boccia) che chiede al governo di impegnarsi a favore del «divieto assoluto di vendita di titoli allo scoperto». O meno piccoli come i contatti continui tra il premier e il principale candidato al ministero di via XX settembre nel caso in cui Tremonti abbandonasse: Lorenzo Bini Smaghi.

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14 luglio 2011 at 06:00

“Cretino!”, “bugiardo!”. La farsa finale del Silvio IV, con Scilipoti cerimoniere.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 luglio 2011)

Per Fruttero&Lucentini «il cretino è imperturbabile», «la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai di dubitare di sé». Basta togliere le firme di Fruttero&Lucentini, metterci quella di Tremonti et voilà: Renato Brunetta.

Niente dietro le quinte, nessun retroscena. E non c’entrano nemmeno gli aggeggi malefici con cui Nanni Loy confezionava Specchio segreto o Candid Camera. No. Succede durante una conferenza stampa del governo. Ed era tutto davanti a tutti, pronto perché una telecamera – in questo caso di Repubblica tv – lo cogliesse per certificare la «dichiarazione di fine lavori» del  Berlusconi IV.

Martedì Brunetta, ministro sì ma senza portafoglio, s’incarica di illustrare la manovra economica per la parte riguardante il pubblico impiego. Qualche sedia più in là Giulio Tremonti, superministro con un portafoglio gonfio di dossier che manco il caveau di Fort Knox, ne celebra le gesta oratorie. Partendo da una sobria analisi del verbo brunettiano – «Questo è il tipico intervento suicida» – e ostentando una capacità di sintesi superiore financo a quella di Fruttero&Lucentini. Quattro parole: «È proprio un cretino». Sottoposte, alla fine, anche al vaglio di qualche presente. Come Maurizio Sacconi («Maurizio, ma hai sentito quello che sta dicendo?», chiede Giulietto), che acconsente («Non lo seguo nemmeno»).

Ieri mattina, quando Repubblica ha appena mandato in rete il video-remake tremontiano del Cretino in sintesi di Fruttero&Lucentini, sembra di vivere in un’altra era. La Procura di Napoli ha appena chiesto l’arresto di Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia. Quest’ultimo, però, viene assolto da Brunetta, che sceglie invece di prendersela con il primo caso mondiale di «violazione della privacy» (sic!) avvenuto nel bel mezzo di una conferenza stampa. Il tutto mentre un altro membro del governo, Guido Crosetto, spiega che un cretino in giro c’è. Ma si chiama Tremonti («Io condivido totalmente le parole espresse dal ministro dell’Economia. Mi differenzio solo ed esclusivamente sul fatto che le avrei rivolte nei suoi confronti»), mica Brunetta.

C’è un aurea regola non scritta secondo cui laddove volano i «cretino!» c’è anche qualche «bugiardo!». E così, quando si presenta nella Sala del Mappamondo della Camera per fare da autorevole spalla alla presentazione del libro di Mimmo Scilipoti (Il re dei peones, Falzea editore), ci pensa Silvio Berlusconi in persona a far entrare sulla scena il secondo protagonista collettivo del giovedì nero del suo governo. Il «bugiardo», appunto. L’inviata di La7 gli chiede lumi sulla vera storia della norma salva Fininvest, la stessa per cui Giulio Tremonti aveva invitato a rivolgersi altrove («Chiedete a Letta»). E il Cavaliere, col candore di un’educanda navigata, replica: «Non l’ho scritta io», «è stata discussa durante il consiglio dei ministri», anzi proprio «Tremonti non ha ritenuto di portarla al voto». Lo sbugiardatore pubblico della (a suo dire) cretinaggine di Brunetta, a sentire il premier, avrebbe mentito sulla paternità del comma che salvava la sua azienda (azienda del premier, ovviamente). E i leghisti, che avevano espresso il loro disappunto pubblico sul comma poi ritirato, lo stesso che il premier dice di voler ripresentare perché «sacrosanto»? Il Cavaliere ne ha anche per loro. «Calderoli mi ha chiesto», spiega il premier, «“perché non me l’hai detto (che c’era la norma, ndr), che l’avrei scritta meglio io e l’avrei pure sostenuta?”».

A controsbugiardare lo sbugiardatore intervengono, in tandem, i leghisti. La salva Fininvest? «Non sapeva niente nessuno», giura Umberto Bossi. E Calderoli, furibondo col premier: «Ribadisco ancora una volta di non aver mai né letto né visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa». Morale della favola? Non avendo più alcuno da sbugiardare, dopo aver letto del caos scatenato dalle sue stesse parole, il premier capisce che è l’ora di sbugiardare se stesso. Con una nota: «Quanto mi viene attribuito da alcune agenzie di stampa in merito all’operato del ministro Tremonti non corrisponde al mio pensiero né alla verità dei fatti».

Tremonti, Brunetta, Crosetto, Sacconi, Milanese, Berlusconi, ancora Tremonti, Bossi, Calderoli, ancora Berlusconi. Violenti come Le Iene di Tarantino, comici come quelle di Mediaset. Il cuore pulsante della maggioranza vede il sipario che cala al ritmo di due parole: «cretino» e «bugiardo». Con buona pace del povero Scilipoti, che s’era illuso di calamitare su di sé l’attenzione delle masse come all’epoca del 14 dicembre. Per la presentazione del suo libro, nell’ordine: ha disseminato la Sala del Mappamondo della Camera con decine di copie del suo quotidiano la Responsabilità, che nell’ultimo numero ospita un’intervista a tale Jay Maggistro, una a Pippo Franco e un commento dal titolo «Le otturazioni in amalgama sono un pericolo reale»; ha detto di aver fatto 22mila visite nelle favelas in Brasile; ha confessato che esiste una sala lettura di una città carioca che «porta il mio nome». Ma, ahilui, non ha dato del «cretino» a nessuno.

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8 luglio 2011 at 08:30

Il cavillo che fece dire a Giulio: «Silvio, io non mi chiamo Alfano, chiaro?»

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Altro che “semplice” minaccia di dimissioni. Venerdì scorso, quando s’è ritrovato il comma salva Fininvest «nella mia manovra», Giulio Tremonti è andato ben oltre: «Silvio, devi capire che io non mi chiamo Alfano, è chiaro?».
Il primo capitolo di questa storia, che nonostante il ritiro dell’ennesima norma salvapremier potrebbe non essere arrivata all’epilogo, è stato scritto venerdì scorso. Il giorno del consiglio nazionale del Pdl che ha incoronato Angelino Alfano segretario del partito. Lo stesso in cui l’eterna sfida tra «Silvio» e «Giulietto» ha raggiunto, probabilmente, il suo punto massimo. Con una differenza: nel merito, questa volta, anche il fior fiore dei berlusconiani ortodossi era più d’accordo con l’ultimo successore di Quintino Sella che non col Cavaliere. «Anche se», è la magra consolazione del titolare dell’Economia, «so che nessuno lo ammetterà mai».
La sfida inizia nel momento in cui si spengono le luci dell’auditorium romano, che ha appena finito di ospitare l’assise pidiellina. Da Palazzo Chigi, infatti, «una manina» ha appena elaborato un ritocco alla manovra economica licenziata il giorno prima dal consiglio dei ministri. Ma non è un dettaglio. No. In quelle poche righe, inserite in calce all’articolo 37 del testo, c’è la norma che salverebbe Fininvest dall’esborso di 750 milioni che finirebbero nelle casse della Cir di Carlo De Benedetti se la sentenza civile sul lodo Mondadori – attesa a giorni – desse torto a Cologno Monzese.
Impossibile far luce sull’esecutore materiale, che probabilmente è un tecnico di Palazzo Chigi. Improbabile risalire all’ispiratore, anche se a via XX settembre sospettano ora di Niccolò Ghedini ora di Angelino Alfano, che smentiscono. Facile però, nell’ottica tremontiana, intercettare «il mandante»: Silvio Berlusconi.
Quando viene avvertito della presenza della norma “salva Fininvest” nella sua manovra, «Giulietto» va su tutte le furie. E dà il la a un duello che durerà quasi quarantott’ore. Che continua anche domenica, quando il Colle fa sapere di non aver ancora ricevuto il testo approvato da Palazzo Chigi venerdì. In quelle ore succede di tutto. Compreso che Tremonti, a colloquio con il presidente del Consiglio, minacci la sua uscita di scena. Il senso del ragionamento che il titolare dell’Economia oppone al Cavaliere è, in fondo, semplicissimo: «Io devo fare una manovra di rientro dal debito. E, perché possa iniziare a “tagliare”, ho bisogno di cominciare dai costi della politica. E tu che fai? Mi chiedi di salvare la tua azienda?». Da qui al j’accuse finale, che rimanda al vecchio «scudo» che portava la firma del Guardasigilli (prima che la Consulta lo bocciasse), il passo è brevissimo: «Silvio, guarda che io non mi chiamo Alfano, chiaro?».
La sfida si accende. Tremonti contro Berlusconi. Berlusconi contro Tremonti. Ed è una via di mezzo tra la Cavalleria rusticana e una Sfida all’ok corral. Il Cavaliere insiste, cita i «gravi danni che la magistratura potrebbe provocare alle mie aziende». Ma il ministro dell’Economia, nel corso di ripetuti colloqui, resiste. «Non posso mettere la faccia su questa norma. Se però insisti», scandisce nel week-end, «te ne assumi per intero la responsabilità. Altrimenti, levo il disturbo e mi sostituisci con chi ti pare, Bini Smaghi compreso».
Il premier, ovviamente, insiste. E quando lunedì, dopo che il Sole 24 ore porta alla luce il «trucchetto salva Fininvest» e il Quirinale chiede spiegazioni, Tremonti torna a farsi sentire. Con un messaggio chiaro: «O va via quel comma o va via il sottoscritto». A quel punto, l’ultimo successore di Quintino Sella si sente con le spalle coperte. Anche perché, è la lettura che ne danno i suoi, crede che il Cavaliere sia davvero isolato.
La partita, però, non è ancora arrivata al fischio finale. Ieri mattina, sfruttando l’assist del maltempo, Tremonti annulla la conferenza stampa di presentazione della manovra. Il ritornello, che accompagna il suo rientro nella Capitale, si ripete sempre uguale a se stesso: «O la norma salva Fininvest o io». Berlusconi prima si sfoga, accusando il titolare dell’Ecomomia di «aver tradito». Poi, dopo aver vagheggiato coi fedelissimi sul fatto che «riproporremo questa norma sacrosanta in Parlamento», si arrende. L’ultimo comma dell’articolo 37 scompare dai radar. L’aggettivo con cui Palazzo Chigi accompagna il ritiro della leggina salva Fininvest – «era una norma giusta» – è il tassello che rende possibile la ricomposizione del quadro. Quello che rende chiara ed evidente l’assunzione di responsabilità da parte del premier. Anche se, scommette uno dei fedelissimi del premier a partita chiusa, «dopo questo scontro temo che il Presidente e Tremonti non si rivolgeranno la parola mai più». E dice proprio così, «mai più».

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6 luglio 2011 at 11:37

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«Che cos’è questa pagina bianca?» L’allarme della Lega sugli omissis di Tremonti

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 giugno 2011)

La partita sulla manovra è ancora tutta da giocare. Ieri sera, quando l’ultima bozza di Tremonti è arrivata all’ufficio legislativo del Carroccio alla Camera, gli sherpa leghisti – di fronte all’articolo sulle pensioni – si sono fermati: «Che cos’è questa pagina bianca?».
La stessa scena si è ripetuta quando i consiglieri dei ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa si sono imbattuti nel comma 7 dell’articolo 21 dell’ultima versione cartacea della manovra. Nelle pagine della bozza, insomma, dove c’è scritto chiaro e tondo – sotto il titolo «Fondo sperimentale di riequilibrio» – che la “loro” Sicilia, insieme alla Sardegna, sarà chiamata a pagare un contributo pesante per i prossimi anni. Il taglio di compensazione dell’Irpef per i comuni delle due isole sarà ridotto di un miliardo per il 2013 e di due miliardi per il 2014. Il taglio alle provincie siciliane e sarde, stando al testo, sarà di 400 milioni per il 2013 e 800 per il 2014.
L’obiezione, in fondo sacrosanta, è che le lacrime e il sangue da versare sull’altare della «manovrona» da qualche parte dovranno stare. La stessa obiezione, però, si ferma di fronte ai tanti omissis di cui è corredato un testo che, a meno di colpi di scena, questa mattina sarà licenziato dal Consiglio dei ministri.
E qui si torna all’atmosfera di panico che si respira nelle stanze di Montecitorio occupate dalla Lega nord. Quelle in cui gli sherpa del Carroccio, che nella lettura dell’ultima bozza di Tremonti erano arrivati a pagina 31, hanno trattenuto il fiato di fronte a una pagina bianca, che correda il capitolo sugli «Interventi in materia previdenziale». «Nel testo che abbiamo noi, non ci sono cifre», s’è sentito dire ieri pomeriggio il capogruppo Reguzzoni. «C’è soltanto scritto che le norme decisive sulle pensioni sono “in attesa di definizione”». Circostanza che ha scatenato una guerra di nervi all’interno di una maggioranza che, adesso, è tornata a tremare. Un autorevole esponente del Carroccio, vicino al ministro Calderoli, la mette così: «La manovra che Giulietto ci ha illustrato ieri non arriva mica a coprire i 47 miliardi previsti. Significa che da via XX settembre stanno ancora giocando a nascondere le carte». Il ragionamento della fonte, lo stesso che tutto il (litigioso) gotha della Lega sottoscriverebbe in trenta secondi, prosegue così: «Se il grosso della manovra arriverà dalle pensioni o coi condoni, noi ci chiamiamo fuori e tanti saluti». Una “lettura” che fa pendant con la profezia messa a verbale martedì pomeriggio da Umberto Bossi, subito dopo il supervertice di Palazzo Grazioli: «Il governo non è al sicuro finché la manovra non sarà approvata».
Non è un caso se Giorgio Napolitano, parlando ieri coi giornalisti al rientro dalla cerimonia all’Università di Oxford, ha scelto di fare una premessa: «Vedremo che cosa arriverà dal governo». Di certo c’è che, e il capo dello Stato l’ha detto senza giri di parole, «chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani». E ancora, sempre dalla viva voce del presidente della Repubblica: «Il 7 giugno c’è stato un documento molto puntuale della Commissione Europea, che riconosceva che lo sforzo fatto rende credibile la vigilanza dei conti fino al 2012». Ma in quello stesso documento, ha sottolineato l’inquilino del Quirinale, c’è scritto che per Bruxelles «occorrono misure addizionali per il 2013-2014».
Ma da dove arriveranno i 47 miliardi rimane un mistero. Il deputato-economista Francesco Boccia, che il Pd ha messo dietro il delicatissimo dossier, scuote la testa: «Il testo della manovra che circola da giorni è solo un depistaggio». E «depistaggio», in fondo, è la stessa parola che rimbalzava ieri tra i banchi di una maggioranza che – a dispetto della tregua di martedì – ancora non si fida di Tremonti.
Ai collaboratori più stretti, il titolare dell’Economia ha confidato che «ho la certezza che l’Unione europea approverà la mia manovra». Ma del testo definitivo, ancora non c’è traccia. Nell’ultima notte che accompagnerà la manovra da via XX settembre a Palazzo Chigi, la maggioranza trattiene il fiato. La Lega, che non pare accontentarsi dell’alleggerimento dei tagli per i comuni virtuosi e della sanatoria sulle quote latte, è in trincea sulle pensioni. Il blocco siciliani del governo (da Alfano a La Russa, da Prestigiacomo a Romano) minaccia la ressa sui tagli ai comuni delle Isole.
Veti incrociati e veleni che fanno da contorno alla clamorosa caduta che la maggioranza ha subito ieri in Aula sulla legge comunitaria. «Sono segnali preoccupanti», ha detto il Cavaliere ai suoi. Lo stesso Berlusconi che non dà per chiusa nessuna partita. Nemmeno quella sulla possibile successione a Tremonti.

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30 giugno 2011 at 09:50

La grande imboscata contro Tremonti. Il Cav. ha già sondato Bini Smaghi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 giugno 2011)

Questa è la storia di una grande imboscata. Il capitolo finale di un duello che difficilmente si concluderà col segno X. Silvio Berlusconi contro Giulio Tremonti. La novità delle ultime ore, che rimbalza dall’inner circle del Cavaliere, evoca già l’ipotesi di un cambio della guardia a via XX settembre: «Berlusconi ha già sondato il possibile successore di Giulietto: Lorenzo Bini Smaghi».
Sembra un episodio uscito dalla vecchia serie tv Ai confini della realtà. Soprattutto considerando che i paletti imposti dall’Europa con il nuovo Patto di stabilità, per il nostro Paese, non cambiarebbero al cambiare del ministro che dovrà apporre la sua firma sulla manovra. Ma, stavolta, non si tratta di un telefilm. Bensì del «tranello» che un Berlusconi affetto da “Tremontite acuta” sta per tendere al “nemico Giulietto”.
Il capitolo finale del duello tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia viene girato in più location e spalmato in più date. Venerdì, il set è Bruxelles. Sabato si “gira” a Torre in Pietra, al matrimonio di Mara Carfagna. Domenica, invece, il protagonista è apparentemente un comprimario, Guido Crosetto. Il sottosegretario che, a cominciare da una telefonata con l’Ansa, attacca le bozze tremontiane della manovra economica archiviandole alla voce «roba che andrebbe analizzata da uno psichiatra». Ieri, invece, la scena principale è a via Bellerio, Milano. Dove Umberto Bossi, a conclusione della segreteria politica del Carroccio, rifila il suo siluro a “Giulietto”: «La Lega», è la sintesi del ragionamento del Senatur, «non può appoggiare una manovra che preveda tagli ai comuni senza compensazioni».
La chiave del “giallo”, la stessa che spinge privatamente il Cavaliere a osare laddove non aveva

Lorenzo Bini Smaghi

mai osato («Stavolta, se Giulio minaccia le dimissioni, finisce che le accetto») è nella scena di Bruxelles. Stando all’autorevole versione che circola ai piani alti di Palazzo Chigi, venerdì Berlusconi avrebbe offerto a Bini Smaghi un posto nel governo. Il senso dell’invito che il premier avrebbe rivolto al membro del board della Bce suona più o meno così: «Lei entrerebbe nella mia squadra per dare maggiore autorevolezza all’esecutivo in un momento cruciale per l’Italia?». La proposta di «Silvio», che in quel momento pare voler “ridimensionare” il frontman Tremonti, pare orientata alla copertura della casella, ancora vacante, del ministero delle Politiche comunitarie. Un ruolo di seconda fascia, soprattutto per un pezzo da novanta del calibro di Bini Smaghi. Che, infatti, rifiuta. Ma visto che la proverbiale ostinazione del Cavaliere non si ferma di fronte a nessun ostacolo, ecco che i berlusconiani che accolgono il Capo al ritorno da Bruxelles non danno per chiusa alcuna porta. Anzi. «Stavolta non subiremo i ricatti di Tremonti. Anche perché possiamo sostituirlo», dice uno della cerchia ristretta del premier evocando Bini Smaghi. Parole che fanno pendant con la sibillina dichiarazione che il premier aveve rilasciato venerdì in conferenza stampa: «Non posso dire nulla su quello che sarà il nuovo impegno professionale di Lorenzo Bini Smaghi perché ne stiamo trattando».
A tenere protetta “l’imboscata” contribuisce non poco la partita sulla successione di Mario Draghi. Ma è un equivoco, visto che Bini Smaghi sembra ormai fuori dalla short list per Palazzo Koch. Sia come sia sabato, durante il matrimonio della Carfagna, il premier fa capire a qualche commensale di avere un possibile «sostituto» di Tremonti. E lascia anche intendere che secondo lui, “Giulietto”, ha ormai perso «l’appoggio incondizionato di Bossi».
Il puzzle prende forma domenica, con le accuse che Crosetto rivolge pubblicamente a Tremonti. Le bozze della manovra? «Andrebbero analizzate da uno psichiatra». E il ministro? «Vuol solo far saltare banco e governo». Al ministero dell’Economia, alla fine del week-end, fiutano che qualcosa non torna. Della serie, se un sottosegretario dà praticamente del “matto” al ministro più potente del governo, e senza che il premier prenda le distanze, un motivo ci sarà.
Quel motivo lo si trova a via Bellerio. Dove, ieri pomeriggio, Bossi ha chiuso la riunione della segreteria del Carroccio anticipando l’aut aut che oggi opporrà Tremonti: «La Lega non accetta una manovra che abbia tagli agli enti locali senza compensazioni».
L’opposizione fiuta quello che sta per succedere. «Tremonti? Non lo vedo allegrissimo», dice Bersani. «L’unica cosa certa è che c’è un’imboscata al ministro dell’Economia. Dal prossimo Cdm uscirà il nuovo ministro?», mette nero su bianco l’economista-deputato del Pd Francesco Boccia.
Sono tutte analisi che hanno un fondamento. A cui mancano però quei “dettagli” (virgolette d’obbligo) che i berlusconiani della cerchia ristretta attribuiscono al «Capo». Quella chiacchierata di venerdì con Bini Smaghi. E l’ombra del membro del board del Bce sul ministero dell’Economia, insomma.

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28 giugno 2011 at 07:38

Se cade Letta sono rimasti in due, due ministri e due briganti, sulla strada da Pontida a Palazzo Chigi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 giugno 2011)

«Il governo cade? Non ho la sfera di cristallo». Quando offre in pasto ai cronisti l’ennesima vagonata di punti interrogativi sulla sopravvivenza dell’esecutivo, probabilmente Roberto Maroni sa già dell’arresto di Luigi Bisignani, di cui le agenzie hanno appena dato notizia. Sono le 12.30 di una giornata che alimenta le voci sulla corsa dell’outsider al dopo-Silvio.
Il perché lo racconta molte ore più tardi un ministro del governo, che dietro la garanzia d’anonimato affida al Riformista l’atmosfera da allarme rosso che si respira alla corte di Re Silvio: «Vedete, in condizioni normali Berlusconi è in grado di sopravvivere a dieci raduni di Pontida consecutivi. Ma se il caso Bisignani finisse per mettere in seria difficoltà Gianni Letta, allora il Cavaliere rischierebbe di finire in un pericolosissimo vicolo cieco».
Le tante incognite che s’addensano sull’eminenza grigia del berlusconismo – alimentate dalle prime rivelazioni che Bisignani avrebbe reso ai pm («Informavo Gianni Letta dei colloqui con Alfonso Papa») – portano a due certezze. L’inchiesta sulla P4 può togliere dal risiko del post-Silvio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Riducendo a due, nel caso di un crollo del governo, i candidati per Palazzo Chigi: Giulio Tremonti, il nemico numero uno di Letta. E Roberto Maroni, l’outsider.
Ma questa storia sarebbe incompleta senza un “dettaglio” (virgolette d’obbligo) tutt’altro che trascurabile. La dichiarazione il cui il titolare del Viminale, a margine di un convegno organizzato dai poliziotti della Uil, sembra voler chiudere la sfida a colpi di sciabola contro il superministro dell’Economia. «Sono convinto che la riforma fiscale si debba fare. È una scelta coraggiosa, e in questo momento ci vuole coraggio», ribadisce Maroni. «E sono soddisfatto», aggiunge, «che Tremonti abbia aderito a questa richiesta».
Morale della favola? Dopo giorni di botte e risposte, di veline e veleni, di mosse e contromosse, nel giorno in cui l’inchiesta di Napoli rischia di travolgere il berlusconismo ortodosso «Giuletto» e «Bobo» si stringono (per un attimo) idealmente la mano. E il segno che Maroni continua a “bombardare” politicamente la maggioranza si manifesta quando, nel giro di pochi minuti, prima annuncia di aver chiesto a Berlusconi e Tremonti «un miliardo di euro per il 2011 sulla sicurezza». E subito dopo riapre il dossier libico: «Basta soldi per i bombardamenti». Perché «fino a quando continueranno le bombe, continueranno le partenze e noi dovremmo assistere i profughi».
L’arresto di Bisignani. La domenica di Pontida. La fiducia sul decreto sviluppo. La “verifica” in Parlamento. Senza dimenticare la sentenza, attesa per inizio luglio, sul Lodo Mondadori, che portebbe comportare un tracollo finanziario per «l’Impero» di Cologno Monzese. I cinque gironi infernali a cui è costretto il Cavaliere possono portare all’ascesa delle stesse due persone: Maroni e Tremonti. Con pensantissime ricadute in casa Lega. Perché, come spiegano nel Carroccio, «se c’è un punto in cui il titolare del Viminale e il principale sponsor leghista di Tremonti (Roberto Calderoli, ndr) convergono, quella è l’inimicizia nei confronti del cerchio magico di bossiani, che infatti premono tutti perché rimanga in piedi l’alleanza con Berlusconi». Di conseguenza, se il premier entra in crisi, si trascina tutto il cerchio magico. E anche in questo caso rimarrebbero in piedi loro due. «Giulietto» e «Bobo», «Bobo» e «Giulietto».
Per andare dove? Per fare cosa? Chissà. Una cosa è certa. Nell’ipotetica corsa a Palazzo Chigi, l’ultimo successore di Quintino Sella è favorito per la supermanovra economica con cui l’Italia deve “coprirsi” per i prossimi tre anni. Maroni, invece, ha un altro vantaggio. Sembra il premier «su misura» per quell’unico «governo di scopo» che l’opposizione potrebbe sostenere con l’obiettivo di cambiare la legge elettorale e andare a elezioni anticipate (con una riforma che agevolerebbe la corsa solitaria della Lega, ovviamente). Non a caso, nei conciliaboli da Transatlantico tra big di Pd e Terzo Polo, il nome più quotato è quello del titolare del Viminale. Punti interrogativi, incognite, dubbi. Che si cominceranno a decrittare a Pontida.

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16 giugno 2011 at 11:39

Il sorpasso. Dai sondaggi il dramma del Cavaliere: Pd primo partito.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 giugno 2011)

L’allarme rosso ha la forma di un foglietto di carta, che venerdì è passato da Palazzo Grazioli allo stanzone del Pdl che attende il neo-segretario Alfano. Sul foglietto c’è scritto: Pd 29,2 per cento, Pdl 27,5 per cento.
Fossero veri i dati in possesso dei vertici berlusconiani (Ipsos), per la prima volta il Partito democratico avrebbe sorpassato il Popolo delle libertà. E le “sorprese” contenute nella rilevazione demoscopica non sono finite. Basta guardare il capitolo sulla popolarità dei leader. Crolla quella di Silvio Berlusconi (l’asticella è ferma al 26,9 per cento), cresce quella del leader democratico Pier Luigi Bersani (45 per cento).
Sull’asse che unisce la war room del presidente del Consiglio e il sancta sanctorum pidiellino di via dell’Umiltà, il morale è sotto i tacchi. E al dramma dei numeri si aggiunge la paura per quello che potrebbe succedere la settimana prossima se, come gli sherpa del Cavaliere cominciano a sospettare, la percentuale degli italiani che si recherà alle urne «sarà tale da superare il quorum». Che a quel punto determinerebbe la validità della consultazione referendaria.
Chi ha avuto occasione di confrontarsi col «Capo» nelle ultime quarantott’ore giura che «Berlusconi è disperato». I numeri dei sondaggi, che hanno orientato tutte le sue mosse dal 1994, stavolta lo stanno spingendo verso un cul de sac.
C’è un esempio che vale più di molti altri. Come spiega un ministro a lui vicino, «durante la sua ormai lunga carriera da presidente del Consiglio, in ogni momento di grave difficoltà il Presidente ha minacciato il ricorso alle elezioni anticipate». Stavolta, invece, «della minaccia di “provocare” lo scioglimento anticipato della legislatura non c’è traccia da nessuna parte». Niente. La solita arma fine-di-mondo, che Berlusconi usava puntualmente per mettere paura all’opposizione, è scomparsa da tempo da qualsiasi radar.
Il perché sta nel «foglietto di carta» di cui sopra, nel capitoletto dedicato al «testa a testa» tra centrosinistra e centrodestra. La forbice tra le due coalizioni vede lo schieramento trainato dal Pd in vantaggio di 9 punti rispetto a quello “capitanato” dal Pdl. Un vantaggio che, nel caso in cui il «Terzo Polo» si schierasse col Nuovo Ulivo (Pd, Sel, Idv), salirebbe addirittura a 17 punti percentuale.
E non è tutto. Il primo «sondaggio riservato» del dopo-amministrative fa paura al Cavaliere anche perché alle difficoltà di un Pdl al 27,5 per cento si accompagna una sostanziale “tenuta” del Carroccio. La Lega, infatti, rimane comunque ancorata alla doppia cifra (poco più del 10%). Uno score, spiegano da via Bellerio, che ovviamente «crescerebbe a dismisura qualora la nostra strada si separasse da quella di Berlusconi».
Alla débâcle post-elettorale dei berluscones si accompagna un centrosinistra trainato dall’effetto-amministrative. Pd al 29.2, Sinistra e libertà al 9, Italia dei valori al 6, Udc al 5.5. E, al di là delle cifre attribuite ai singoli partiti, nel sondaggio in questione si annota che la percentuale degli italiani convinti che «sarà il centrosinistra a vincere le prossime elezioni» (42%) è superiore a quella degli elettori che scommettono su una riconferma dell’attuale maggioranza berlusconiana (solo il 31,9% degli interpellati è convinto che, se si votasse domani, il centrodestra rivincerebbe le elezioni).
Tolta la nomina di Alfano a segretario, nel Pdl le contromosse sembrano toppe peggiori del buco. Intervistato da Repubblica, Claudio Scajola ha invitato a «buttare via» la creatura politica del Cavaliere. «Serve una casa dei moderati che ci riunifichi all’Udc», è l’opinione dell’ex ministro. Non quella di Fabrizio Cicchitto, però. «Il Pdl va rinnovato, non smontato», ha messo a verbale il capogruppo a Montecitorio.
La proposta di Scajola, tra l’altro, è stata respinta al mittente dal Terzo Polo. Con un coro di niet che ha raggiunto la vetta massima con un caustico commento che Enzo Carra ha pubblicato sul suo blog. «In case pagate da ignoti, noi dell’Udc non vogliamo abitarci», ha scritto il deputato centrista evocando lo scandalo di Affittopoli che l’anno scorso costrinse Scajola a dimettersi dal governo.
Intanto Alfano ha affidato a un’intervista al Corriere della sera il suo manifesto sulla forma-partito del Pdl. Primarie e congressi sì, «e subito». Correnti «no». Sembra di rivivere, anche nell’utilizzo dei termini, lo stesso calvario attraversato dal Pd fino all’anno scorso. Con una differenza. Nell’eterogeneo mondo del berlusconismo, ci sono big che ancora non hanno mostrato le loro carte. Uno su tutti, Giulio Tremonti.
Il ministro dell’Economia, che nei desiderata del Cavaliere dovrebbe “accontentarsi” di un posto da vicepremier (insieme a Roberto Calderoli) e in cambio sotterrare l’ascia di guerra, ha liquidato i cronisti che gli chiedevano di Alfano facendo ricorso al «cuius regio, eius religio». Significa che il suddito deve conformarsi alla religione del principe dello Stato in cui vive. Ma nel gruppetto (bipartisan) di parlamentari con cui si confronta spesso, c’è chi giura che l’ultimo successore di Quintino Sella ha timore di finire risucchiato dentro «una nuova Democrazia cristiana», come si configurerebbe quel partito «che ha Alfano alla segreteria». Da qui i rumors, che si faranno sempre più insistenti, sulla possibilità che «Giuletto» abbandoni il Pdl con un gesto plateale. Magari all’indomani dei referendum.

Written by tommasolabate

5 giugno 2011 at 10:04

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