tommaso labate

2.587 euro di viaggi, più di 10.000 in comunicazione, quasi 5.000 di consulenze. Al giorno. Le spese vive della Margherita morta di Lusi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 febbraio 2012)

Che cosa direste se un’azienda pubblica facesse volare cinque persone al giorno per tutti i giorni, Natale e Ferragosto compresi, da Roma a New York? È un esempio, se ne potrebbero fare mille altri. La realtà è che nel 2010, stando ai bilanci by Lusi, la Margherita ha speso in viaggi 2.587 euro. Al giorno.

Alla voce «spese di viaggi, trasferte, rimborsi spese, automezzi» del «rendiconto dell’esercizio 2010», il tesoriere Lusi iscrive la bellezza di quasi un milione di euro. Per la precisione 944.278,25 euro, 78.698 al mese e, per l’appunto, 2.587 al giorno. Cinque voli da Roma a New-York, insomma.

Non è l’unica stranezza su cui i magistrati della procura di Roma, che stanno indagando sull’ormai ex tesoriere della creatura rutelliana, si sono concentrati guardando il bilancio del 2010, lo stesso su cui Arturo Parisi aveva denunciato stranezze e «movimenti opachi».

Basta guardare voce per voce alle spese messe a bilancio dal tesoriere che nel 2001 aveva pensato di rifiutare la guida amministrativa della Margherita perché, parole sue, «al solo pensare ai suicidi di Mani Pulite mi tremavano le gambe». Nel 2010 il partito è politicamente defunto da ormai tre anni. Certo, a norma di legge, incassa quasi quindici milioni di euro (14.882.090,22) di rimborsi per le elezioni politiche e le tornate regionali del 2006. Eppure viaggia, compra giornali e riviste, consuma benzina, fa comunicazione, monta e smonta siti internet, elargisce denari a consulenti e telefona come una grande azienda coi bilanci in regola.

Luigi Lusi

Perché è vero, il diavolo si annida nei dettagli. Come quei 75.846,37 euro, centocinquanta milioni delle vecchie lire, che nel 2010 la Margherita polverizza in «giornali e riviste, cancelleria, materiale di consumo, carburante autovetture, ecc.». Così se ne vanno 6320 euro al mese, 207,79 al giorno.

Per non parlare delle «spese per attività di comunicazione, informazione e propaganda politica». Che, se tarate sull’attività di un partito che non esiste più, farebbero impallidire financo i Democratici e i Repubblicani degli Stati Uniti. Qui la somma annotata sul bilancio 2010 da Lusi lievita fino a sfiorare i quattro milioni di euro: 3.825.809,32, 318.817 euro al mese, 10.481 al giorno. Proprio così, venti milioni di vecchie lire al dì, esattamente lo stipendio di uno stra-pagato calciatore di serie A.

Alla luce delle notizie degli ultimi giorni, il bilancio supera i confini del paranormale quando si arriva alla voce «spese collaboratori, consulenze contabili e amministrative, revisori, legali, notarili e consulenze per la riorganizzazione delle strutture». A questa voce Lusi destina la bellezza di 1.634.277,23 euro. Sono 136.189 euro al mese, 4.477 euro al giorno. Tutto normale?

Chissà. Di certo c’è anche anche la Margherita, nel 2010, telefona, accende e spegne le luci, mette l’acqua sul fuoco. Esercizi che, evidentemente, vengono ripetuti più volte al giorno. E da più persone. Non si spiegherebbero altrimenti gli 868.797,89 euro che il tesoriere annota accanto alla voce «utenze». Si tratta di 72.400 euro al mese, 2.380 al giorno. Difficile dire quante persone fossero titolari di un’utenza pagata dalla Margherita. Di certo c’è che il transfuga (andò all’Udc) Renzo Lusetti, che insieme a Enzo Carra fece causa a Lusi (adesso entrambi saranno ascoltati dai pm romani), ha confidato agli amici: «Quando me ne sono andato, Lusi chiamò per dirmi che mi avrebbe “staccato” il telefonino. Infatti mi sono ritrovato a pagare una bolletta con la maggiorazione della mora…».

Ci sono anche le varie ed eventuali. Le spese postali, le spedizioni, i bollati, le fotocopie, le spese di rappresentanza e altre non meglio precisate «spese amministrative». Il tutto per la modica (sic!) cifra di 637.636,60 euro l’anno. Sta tutto là, nelle carte di un’inchiesta che sembra estendersi come la Fama dell’Eneide di Virgilio. E adesso? Alcuni degli ex ds spingono per l’espulsione di Lusi dal partito. E Bersani, in tandem con Casini, preme sull’acceleratore dell’approvazione di una norma che trasformi i partiti in «case di vetro». Al Senato c’è già una proposta di legge, firmata da D’Alia (Udc) e Follini (Pd), che va in questa direzione. Ma l’attenzione dei Democratici, adesso, è tutta concentrata sulle ultime righe che i revisori dei conti (Giovanni Castellani, Mauro Cicchelli, Gaetano Trocina) apposero in calce al rendiconto 2010 di Lusi. «Redatto», scrissero, «nel rispetto delle disposizioni di legge vigenti in materia, attendibile, atto a rappresentare la gestione economica e finanziaria». Di una grande azienda o di un partito defunto?

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3 febbraio 2012 at 11:21

La Margherita telefona, viaggia e mangia. Lusi e le spese vive di un partito morto. (Parte prima)

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di Tommaso Labate per Lettera43

(…) Già, perché Lusi dichiara che la Margherita, nel periodo tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2009, spende la bellezza di 123.690,39 euro in <giornali e riviste, cancelleria, materiale di consumo, carburante autovettura, ecc.>. Più di diecimila euro al mese, insomma. Ed è niente rispetto al milioncino di euro (per la precisione 948.680,63) che viene speso per non meglio precisati <collaboratori, consulenze e revisori>.

Anche se teoricamente è un partito defunto, la Margherita parla molto al telefono. Forse troppo. Almeno a giudicare dai 627.923,51 euro che Lusi mette a bilancio nel 2009 alla voce <spese telefoniche e di energia>. Parliamo, tanto per capirci, di 1720 euro al giorno, Natale e Ferragosto compresi.

Ma la ciliegina sulla torta, probabilmente, sono le trasferte. Già, perché nel 2009 la Margherita consuma 674.013,56 euro che il buon Lusi appunta alla voce <spese di viaggi, trasferte, alberghi e ristoranti, rappresentanza, rimborsi spese, automezzi>. Anche un partito morto ha diritto di mangiare e dormire bene. O no? (…)

L’ARTICOLO INTEGRALE LO TROVATE CLICCANDO QUI

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1 febbraio 2012 at 20:58

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Lusi, lo scout che sussurrava ai bonifici. E che nel 2001 diceva: «Se penso a Mani Pulite mi tremano le gambe»

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 febbraio 2011)

Quando Ds e Margherita confluirono nel Pd, il tesoriere della Quercia Ugo Sposetti scelse la metafora del matrimonio e inventò la storiella di «Luigino e Ughetta». Ma mai poteva immaginare, l’avrà scoperto ieri, quanto «Luigino», e cioè il tesoriere della Margherita Luigi Lusi, l’avesse preso in parola.

Sposetti la racontava così: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna. Ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».

Luigi Lusi

L’ha fatta, Luigi Lusi, la separazione dei beni. Eccome. E non solo separando gli averi della Margherita da quelli dei Ds. Ma tenendo per sé medesimo, «Luigino», 13 milioni di euro spalmati in 90 bonifici, destinati su un infinito asse tra l’Italia e il Canada.

Questa storia comincia, anzi finisce, il 16 gennaio scorso. Con un telefono che squilla. Francesco Rutelli, che è presidente della defunta (ma nemmeno troppo) Margherita, viene convocato dai magistrati della Procura di Roma che indagano su alcune operazioni finanziare giudicate «anomale» sia dalla Banca d’Italia che dalla Guardia di Finanza. Quando rientra dal colloquio, è la ricostruzione dei suoi uomini, lo scontro con l’uomo di fiducia di una vita rischia di degenerare in ben altro. Lusi prova a tenere il punto, difendendosi oltre i confini dell’indifendibile: «Questo lavoro l’ho sempre fatto gratis». Rutelli, che pare ben al di là dell’«incazzato e deluso» con cui s’è descritto ieri, gli risponde a brutto muso: «Adesso vai e spieghi tutto ai magistrati». Cosa che «Luigino» fa l’indomani. Presentandosi davanti ai pm romani e mettendo a verbale quello che ha spiegato ieri sera in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Ho parlato coi giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». C’è anche una casa di mezzo, a Campo de’ fiori. Ma questa volta il teorema dell’«a mia insaputa», croce di berlusconiani scajoli e tecnici malinconici, viene lasciato da parte.

Francesco Rutelli

Questa storia è destinata a riportare a galla gli odi e i rancori di un partito, la Margherita, costruito attorno a dirigenti che non si sono mai amati. Attorno a fratelli-coltelli e parenti-serpenti che hanno trovato un modo per stare insieme solo di fronte al terrore, teorizzato da molti di loro all’epoca della nascita del Pd, di finire ingoiati come un pesce rosso dallo squalo diessino. Rosy Bindi percorre un corridoio laterale di Montecitorio scandendo ogni singola sillaba? «Lusi? Af-fa-ri su-o-i. Io non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà». Il prodiano Giuliano Santagata, poco più in là, racconta: «Da parlamentare non versavo i contributi al partito perché i bilanci erano oscuri. Lo dissi anche a Lusi: “Ti do i soldi se mi fai vedere i bilanci. Ma lui…”».

Ma lui, «Luigino», di mostrare ’e ccarte non ha mai avuto voglia. All’ultima assemblea federale della Margherita è Arturo Parisi a provare per l’ennesima volta a scoperchiare il vaso di Pandora. «Altrimenti non voto il bilancio», disse l’ex ministro della Difesa. E Lusi, imperturbabile: «Il bilancio è stato già controllato da un comitato di tesoreria. Chiunque lo voglia vedere si alzi e venga a guardarlo qua sul tavolo. Ma da qui queste carte non si muovono». E così, a ragione, Parisi oggi rivela: «Mi accorsi di alcune voci opache, di somme consistenti in uscita». Era il maggio 2011. «Allora chiesi una sospensione ma venne rifiutata. Si decise di istituire una commissione di verifica. Che però», conclude il professore, «si riunì una sola volta ma andò deserta».

«Luigino», intanto, incassava. Chi se lo ricorda ai tempi della Margherita ne parla come di un «mastino, che rompeva le scatole anche per una ricevuta di taxi in più». Sono gli stessi che oggi, maramaldeggiando, aggiungono in calce alla dichiarazione anonima: «E adesso si capisce anche il perché…».

Arturo Parisi

Ex segretario generale degli scout Agesci, in prima fila nelle Acli, Lusi fa carriera con Rutelli. Quando nel 2008 gli chiedono conto dei contributi ricevuti dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo al partito, lui risponde: «Solo sponsorizzazioni irrisorie». Perché la risposta pronta, «Luigino», l’ha sempre avuta. «Nel 2001», raccontò una volta a Repubblica, «Rutelli mi chiamò e mi disse: “Vorrei tu facessi il tesoriere”. Io sono avvocato, avrei preferito occuparmi di giustizia nel partito». Quindi le ultime parole famose: «Mi tremarono le gambe perché pensai ai tesorieri coinvolti in Mani pulite, a quelli che si erano suicidati. Però gli risposi di sì, ma a due condizioni: che non si facessero debiti e che si rispettassero le regole del gioco». Quelle stesse che lui, lesto a imporre al Pd – era in guerra col tesoriere veltroniano Mauro Agostini – di mantenere la targhetta della Margherita davanti alla sede del partito e la suoneria margheritina al centralino, ha poi dimenticato. Pensando a quella casetta in Canadà che sembra sempre più lontana, adesso che i suoi gli chiedono indietro il maltolto, adesso che Bersani pensa a come espellerlo dal partito.

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1 febbraio 2012 at 12:23

Nel Pd nasce la frangia “Monti candidato premier nel 2013”. L’ultima guerra dei democrat inizia a colpi di sondaggi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 gennaio 2012)

Tra i componenti della segreteria di Bersani la voce maliziosa prende concretamente forma nel giorno in cui Mario Monti incassa la fiducia alla Camera sul milleproroghe, perdendo qualche pezzo (81 assenti e 5 astenuti, tutti del Pdl). «Qualcuno dei nostri dirigenti preme perché sia l’attuale presidente del Consiglio a guidare una coalizione col Terzo Polo alle elezioni del 2013». Ed evidentemente è un’analisi condivisa anche da Rosy Bindi, che aprendo l’ultima assemblea nazionale del partito ha messo le mani avanti prendendo le distanze da Super Mario e scandendo che «noi non siamo il governo Monti».

La foto di Vasto

I sospetti vanno essenzialmente nella direzione di Walter Veltroni ed Enrico Letta, che dentro il Pd hanno costituito una frangia iper-montiana. Il vicesegretario, con la sua associazione Trecentosessanta, ha organizzato un ciclo di seminari sul superamento dei concetti di destra e sinistra. All’appuntamento andato in scena ieri il sondaggista Nando Pagnoncelli ha illustrato, numeri alla mano, che il 42 per cento degli elettori del Pd considera «destra e sinistra» termini «ormai superati, che non spiegano più nulla o quasi». Una percentuale che, stando alle risposte degli elettori del Centro, arriva al 68 per cento. Non è tutto: a leggere la medesima rilevazione, il 48 per cento degli elettori del Pd è convinto che «oggi vale soprattutto la capacità dei leader» e che «il fatto che siano di destra o sinistra conta poco». Un numero che sale fino al 84 per cento quando a rispondere alle domande dell’Ipsos sono gli elettori centristi.

Mario Monti: una parte del Pd lavora per candidarlo premier alle elezioni 2013

Per i lettiani, insomma, è la prova che la foto di Vasto «deve essere destinata al dimenticatoio». E la pensano così anche i veltroniani visto che una delle teste d’uovo della corrente, il costituzionalista Stefano Ceccanti, intervenendo al seminario organizzato da Letta ha rotto il silenzio con una domanda significativa: «Pagnoncelli, secondo lei quanto varrebbe alle elezioni un’alleanza interamente identificata col governo Monti?».

I sospetti si nutrono anche di piccoli episodi, solo all’apparenza insignificanti. Come la storia del braccio destro di Veltroni Walter Verini, che da qualche giorno si porta appresso a mo’ di reliquia un’altra rilevazione di Pagnoncelli, che il sondaggista ha illustrato martedì scorso a Ballarò. Stando a quei numeri sono proprio gli elettori di Pd-Idv-Sel i più entusiasti dell’operato di Monti. Al punto che il 69 per cento degli intervistati preferirebbe un governo guidato da Super Mario piuttosto che uno presieduto dal «leader del mio partito» (24%). Una percentuale superiore ovviamente a quella degli elettori del blocco Pdl-Lega (il 32 preferisce il governo Monti, il 62 uno presieduto da Berlusconi o Bossi) ma anche a quella degli aficionados del Terzo Polo (60 pro Super Mario premier, 39 a sostegno dei leader di Fli-Udc-Api ed Mpa). «Voglio la copia di questo sondaggio per tenerla sempre con me», ha risposto entusiasta Verini quando gli hanno mostrato quei dati. «È la prova di quello che vado sostenendo da mesi…».

Enrico Letta

Il piano di Letta e Veltroni, stando a quello che ripetono i bersaniani, starebbe dentro una strategia in due mosse: stringere i bulloni di un’alleanza col Terzo Polo e puntare su Monti candidato premier alle prossime elezioni. Per questo, all’interno della segreteria di «Pier Luigi», c’è chi è già partito con la controffensiva. Come Matteo Orfini, che l’altro giorno ha affidato al Foglio un attacco frontale contro i «neoliberisti del Pd», che «rappresentano delle idee morte che a loro insaputa camminano ancora con noi». Il tutto a corollario della tesi, sostiene il giovane responsabile Cultura del Pd, secondo cui sarebbe meglio «smetterla subito di inseguire Casini».

Walter Veltroni

Anche Bersani prova a reagire. In un’intervista rilasciata ieri all’Unità, il segretario ha chiesto a Di Pietro di accantonare «furbizie» e «accuse di inciucio». «E lui sia coerente», gli hanno risposto all’unisono Tonino e Nichi Vendola, invocando il ritorno del cantiere del centrosinistra a tre punte. Un’opzione che però è stata stoppata sul nascere da Beppe Fioroni. L’ex ministro della Pubblica istruzione, intervenendo al convegno su Aldo Moro organizzato dalla rivista Il domani, l’ha detto chiaro e tondo: «Chiediamoci se è possibile appoggiare un governo e al tempo stesso progettare il futuro con forze politiche che stanno senza se e senza ma all’opposizione». La sua risposta è la stessa di quelli che lavorano per candidare Monti premier nel 2013. E cioè «no».

Lo strano caso del Dottor Silvio e di Mister B.

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(di Tommaso Labate, dal sito Lettera 43, 25 gennaio 2012)

I falchi del Pdl ormai lo chiamano «lo strano caso del Dottor Silvio e di Mister B». Che, in fondo, altro non è che la trasposizione dell’adagio italiano sul poliziotto buono e quello cattivo. Con la differenza che si tratta sempre della stessa persona. E cioè di lui, Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere versione Dottor Silvio

Perché è vero, è sempre esistito un Berlusconi pubblico e un Berlusconi privato. Ma la differenza rispetto al recentissimo passato è che il Cavaliere versione 2012 è l’esatto contrario del politico che la sparava grossa al riparo da sguardi indiscreti salvo poi gettare acqua sul fuoco quando si trattava di interventi pubblici.

L'ex premier versione Mister B.

Adesso, quando deve manifestare le sue idee sul governo Monti, l’ex presidente del Consiglio usa una strategia diametralmente opposta: incendiario in pubblico, pompiere in privato. Perché? Per l’articolo intero cliccare qui.

Written by tommasolabate

26 gennaio 2012 at 12:21

Un tir sfonda la porta del Palazzo e manda in tilt il governo. Forconi e autotreni spaccano i partiti aprendo la rissa tra “falchi” e “colombe”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 gennaio 2012)

Ascoltare le ragioni della protesta o fermarla subito? Tir e forconi spaccano Pdl e Pd, dividono il Terzo Polo e frantumano l’Idv. E, soprattutto, mandano in tilt un governo sempre più preoccupato.

A Palazzo Chigi, dopo che la rivolta dei forconi partita dalla Sicilia ha fatto proseliti in mezza Italia, cominciano a fare i conti con quello che al Viminale chiamano «effetto emulazione». Presidi in Calabria e blocchi in Piemonte, emergenza a Napoli, in Molise, in Lombardia. Una situazione resa ancor più grave dal contemporaneo sciopero dei taxi in molte città.
Il deputato del Pd Francesco Boccia, che nel 2007 gestì insieme a Enrico Letta la trattativa con quegli autotrasportatori che tennero in ansia per giorni il governo Prodi, riflette a voce alta: «Questa volta la situazione è diversa anche perché Ania e Cna, che sono le associazioni più importanti, sono rimaste fuori dalla protesta. Detto questo, credo che abbiamo tre giorni a disposizione. Dopodiché, l’emergenza si trasformerà in allarme rosso. E in qualche modo bisognerà intervenire per evitare che il Paese rimanga senza viveri o carburante…».

Boccia evita di pronunciare quelle stesse tre parole di cui si parla sempre di più, nelle ultime quarantott’ore, sul filo dei contatti tra le prefetture e il ministero dell’Interno. «Uso della forza». D’altronde, Anna Maria Cancellieri l’ha detto esplicitamente ieri, rompendo un silenzio durato forse troppi giorni: «Non saranno tollerati blocchi stradali». E ancora, sempre dalla viva voce del titolare del Viminale, «bisognerà stare molto attenti. Nel senso che fin dove si può tollerare, useremo tolleranza e dialogo». Però, «dobbiamo anche tenere presente i diritti dei cittadini».

A complicare la vita del governo sono le spaccature trasversali che stanno attraversando tutti i partiti. Non c’è forza politica che, nelle ultime ore, non si sia divisa sugli autotrasportatori. A cominciare dal Pdl. Dove Altero Matteoli si mette alla testa della corrente dei «falchi». «Le agitazioni in corso indette da una sola sigla sindacale sono, peraltro, irrazionali. Auspichiamo interventi risolutivi da parte delle autorità competenti», mette a verbale l’ex ministro dei Trasporti. Non la pensa così la deputata campana Nunzia De Girolamo, che affida a Twitter il suo invito al dialogo: «Aprire immediatamente un tavolo di confronto a palazzo Chigi con i rappresentanti di categoria degli autotrasportatori. In questi momenti è indispensabile il dialogo, altri ragionamenti non hanno alcun senso». Il cortocircuito è tale da seminare il seme dell’incertezza anche in alcuni veterani di Palazzo. Come Maurizio Gasparri. Che nella stessa intervista, rilasciata al sito Affariitaliani.it, invoca sia «l’intervento della polizia» che l’urgenza di un «confronto».

Neanche dentro il perimetro del Pd si vivono ore serene. Sin dall’inizio della protesta dei forconi in Sicilia Pier Luigi Bersani aveva chiesto «l’intervento dei prefetti». Ed Enrico Letta s’era addirittura spinto fino al definirsi «scioccato dall’appoggio del governatore siciliano» ai manifestanti. Tutti d’accordo sulla linea dura? Macché. «In mezzo a chi protesta ci saranno senz’altro mele marce o qualche mafioso che s’è infiltrato. Ma non possiamo fare finta che siano tutti dei criminali. E abbiamo il dovere di andare a vedere quello che sta succedendo», diceva il bersaniano Matteo Orfini a margine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Idea evidentemente respinta dal deputato Emanuele Fiano, uno dei massimi esperti di sicurezza del partito («Non è accettabile che la protesta seppur legittima di una categoria di lavoratori paralizzi il Paese. Serve l’intervento della Cancellieri») e dal responsabile dei Trasporti Matteo Mauri («In nessun caso sono ammissibili forme di violenza, di abuso, di illegalità»).

La vera novità sono le divisioni nel Terzo Polo. Tir di traverso e forconi in aria? «La protesta siciliana non sia sottovalutata perché fa emergere con concretezza la drammaticità della crisi al Sud» (Casini). Anzi no, «l’ha già fatto Sarkozy, ritiriamo la patente ai conducenti che bloccano le strade» (Linda Lanzillotta). «La questione si sta facendo seria. Credo che il numero dei blindati in giro per Roma sia il segnale dell’attenzione del governo», ammette il deputato spin-doctor Roberto Rao.

Gli autotreni investono anche l’Italia dei valori. Di Pietro si schiera con la Cancellieri. Mentre il capogruppo in commissione Finanze Francesco Barbato si dice «pronto a marciare su Roma con gli autotrasportatori». In fondo, è la stessa posizione di Mimmo Scilipoti: «È più che legittima la protesta». Dio li fa e poi li accoppia, Tonino gli offre un seggio, e loro poi prendono strade separate che – miracolo – s’incontrano sempre. Intanto, di fronte alla frammentazione nei partiti, l’atmosfera a Palazzo Chigi si fa sempre più cupa. E tornano quelle parole pronunciate da Boccia, come amplificate da un’eco: «Abbiamo tre giorni a disposizione». Forse anche meno.

Forconi, benzinai, tassisti. L’«allarme piazza» può portare il pacchetto Monti verso un Vietnam parlamentare.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 gennaio 2012)

Ci sono i «forconi» che paralizzano la Sicilia. E i tassisti che finiscono dentro una guerra civile. Senza dimenticare i benzinai, che annunciano una lunga serrata. Ieri sera, quando Monti sale al Quirinale con i tre decreti sulle liberalizzazioni, a Palazzo si materializza «l’allarme piazza».

Al tramonto, quando comincia l’ultimo countdown verso l’approvazione dei tre decreti sulle liberalizzazioni, tra i partiti iniziano a circolare i più oscuri presagi. E non si tratta soltanto di quelli che ormai hanno idealmente occupato i banchi dell’opposizione. Non si tratta di Antonio Di Pietro, che adesso si schiera coi tassisti archiviandoli bonariamente alla voce «poveri cristi». Né della Lega Nord, che con Giacomo Stucchi chiede a mezzo stampa a Monti se «esiste ancora la sua maggioranza». No, il malessere è anche altrove.

A Palazzo Chigi, ad esempio, non dev’essere piaciuta tanto l’iniziativa berlusconiana di presentare un pacchetto di liberalizzazioni alternativo proprio a poche ore da quello del governo. E anche dentro il Terzo Polo c’è chi, come il finiano Fabio Granata, lancia un grido d’allarme all’indirizzo dell’esecutivo: «Il movimento dei forconi, i tassisti, i farmacisti: se il governo non sta attento, il Paese rischia una deriva sociale esplosiva».

Dice proprio così Granata, uno dei parlamentari che s’è battuto di più contro l’ultimo berlusconismo. «Esplosiva». Senza considerare che anche il Pd, che pure ha incassato la cancellazione di ogni richiamo all’articolo 18 dalla bozza della riforma Fornero, ora pare assalito dai dubbi. «L’Italia ha drammaticamente bisogno di crescita economica», scandisce il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro. «Drammaticamente» Mentre il bersaniano Antonio Misiani, che è anche il tesoriere del partito, prende carta e penna per protestare contro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: «Consultazioni con Gasparri e Terzo Polo sulle liberalizzazioni alla vigilia del Consiglio dei ministri? Forse non sarebbe male se Catricalà chiarisse perché e di che cosa si tratta». A chiarire sarà prima il Pdl, precisando che il capogruppo al Senato non ha avuto alcun incontro con membri del governo. Ma il malessere nella maggioranza a tre punte, che deriva dalle possibili ricadute nell’opinione pubblica del pacchetto sulle liberalizzazioni, rimane. Anticipando uno scenario che un membro del governo Monti riassume così: «Dai partiti ci aspettiamo una conversione rapidissima dei decreti sulle liberalizzazioni, con un maxiemendamento su cui verrà posta la fiducia. Non vorremmo trovarci dentro un Vietnam parlamentare condizionato dalla piazza…».

Già, la piazza. Anzi, le piazze. Quali poteri stanno per dichiarare guerra al governo? Il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello dice a RadioRai che tra i protagonisti dei blocchi in Sicilia ci sono «esponenti riconducibili a Cosa nostra». E di «possibili infiltrazioni mafiose» parla anche il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso. Il finiano Granata non nega questo scenario ma avverte: «Dobbiamo dare alla gente un segnale di equità sociale. Capire che pagheranno anche i poteri forti come i petrolieri, non solo farmacisti e tassisti».

Ancora poche ore e i provvedimenti con le liberalizzazioni saranno approvati dal governo in un consiglio dei ministri che affronterà anche il tema dell’asta sulle frequenze televisive (e l’addio al beauty contest?). Poi inizierà la lunga maratona per la conversione dei decreti. Un Vietnam parlamentare di fronte a una piazza che ribolle. Sempre di più.

Venti di guerra tra i fratelli Berlusconi.

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di Tommaso Labate per Lettera43

Dalla guerra Milan-Mediaset al giallo Pato, passando per le voci sul commissariamento di Piersilvio a Cologno. Che cosa sta succedendo dentro la famiglia Berlusconi? C’è una sfida sotterranea in corso tra Marina e il fratello minore? Il pezzo lo trovate cliccando qui.

Written by tommasolabate

13 gennaio 2012 at 12:36

Cosentino, il radicale Turco e il Tribunale Montecitorio.

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Il deputato radicale Maurizio Turco scrive una e-mail per spiegare come mai, nel voto della giunta per le Autorizzazioni della Camera di cui è componente, ha deciso di dire no alla richiesta d’arresto nei confronti di Nicola Cosentino.

Toccherebbe far sapere all’onorevole Turco che la Camera dei Deputati non deve mica decidere se ci sono o meno prove sufficienti per condannare Cosentino. Ma solo se è perseguitato perché politico.

Prendete questo brano. Scrive Turco: <Oggi l’on. Cosentino viene accusato di condotte che non hanno, in sé, alcun rilievo penale e delle quali l’on. Cosentino ha fornito ampia ed esaustiva spiegazione nelle memorie depositate presso questa commissione e che, se vorrà, mi incaricherò di rendere pubbliche”.

Peccato che non spetti a Turco né a nessun suo collega deputato stabilire se la condotta di cui è accusato Cosentino abbia avuto o meno rilievo penale. Vale per tutti i cittadini, così per gli onorevoli. La Camera non è un Tribunale della Libertà costruito ad hoc per i parlamentari, sia chiaro. Deve esprimersi solo sull’esistenza o meno del fumus persecutionis. E regolarsi di conseguenza.

Se qualcuno volesse concedere ai deputati un grado di giudizio preliminare a cui i cittadini normali non hanno accesso, ecco, tutto questo sarebbe molto più grave dei prezzi del ristorante della Camera o dei viaggi in aereo gratis. Infinitamente di più.

(www.tommasolabate.com)

Written by tommasolabate

10 gennaio 2012 at 18:22

Alfonso Papa faccia a faccia con Lele Mora: «E’ irriconoscibile. Ma dice che Silvio gli è vicino»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 gennaio 2012)

«Lele Mora è irriconoscibile. Ha la barba lunga, non riesce a stare in piedi da solo, ha perso 35 chili. Ma mi ha detto che Silvio Berlusconi gli è stato e gli è vicino». Comincia così l’intervista rilasciata al Riformista da Alfonso Papa, che ieri ha incontrato Mora nel carcere milanese di Opera.

Alfonso Papa, accompagnato dalla radicale Annalisa Chirico, e Lele Mora. Faccia a faccia nel carcere dove l’ex manager dei divi è detenuto da mesi. Che cosa vi siete detti, onorevole?
Credo che Mora non sia oggettivamente in condizioni di mandare messaggi all’esterno. È depresso, dimagrito, sottoposto a una terapia farmacologica pesantissima, che costringe la struttura sanitaria del carcere di Opera a un monitoraggio costante. Essendo sottoposto da mesi a un isolamento totale, è provato nello spirito, oltre che nel corpo.

Gli amici del manager hanno avviato una raccolta fondi per sostenerlo. E sul Corriere della Sera del 28 dicembre, Pierluigi Battista ha parlato della ferocia contro il «detenuto antipatico». Mora le ha detto di sentirsi abbandonato?
Al contrario, Mora mi ha parlato della vicinanza e dell’affetto nei suoi confronti della famiglia e degli amici più cari. Tra questi ha citato espressamente il presidente Silvio Berlusconi.

Lei teme che possa ritentare il suicidio? Ha paura per le sue condizioni di salute?
Sono molto preoccupato per le sue condizioni. Così come temo per la sorte dei tanti detenuti del carcere di San Vittore, che ho visitato oggi. Persone che vivono in sei in celle di 15 metri quadrati. C’è bisogno di una grande riflessione culturale sull’emergenza carceri. Soprattutto perché il 42 per cento dei detenuti italiani per la nostra Costituzione sono «presunti non colpevoli», che stanno in galera per la carcerazione preventiva.

Da quando è uscito dal carcere, lei invoca l’amnistia, chiede che Pannella sia nominato senatore a vita, si occupa di emergenza carceri. Si sente ancora un esponente del Pdl?
Assolutamente sì. Nella mia vicenda personale ho sempre avuto la forte solidarietà e la vicinanza di tutto il Pdl, a cominciare dal presidente Berlusconi.

Che cosa ha pensato quando la Lega Nord, che aveva votato a favore del suo arresto, ha deciso di salvare il suo collega Milanese?
Una democrazia non ha bisogno né di eroi né di capri espiatori. E ciascun parlamentare si assume la responsabilità politica dei voti che dà. Non mi sento di aggiungere altro.

Lei è sotto accusa per lo scandalo della P4. Per 18 degli indagati sulla P3, tra cui Verdini e Dell’Utri, la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio.
Non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa sul mio caso, figuriamoci se commento gli altri. Sono stato un magistrato, ho servito e servo questo Stato, ho rispetto per le procedure.

Palazzo Chigi ha chiarito che i fondi statali dell’8 per mille saranno ripartiti tra emergenza carceri e Protezione civile. Non pensa che Monti in poche settimane abbia fatto più di Berlusconi?
Anche il governo Berlusconi era impegnato in un piano carceri e in una riforma della giustizia. Le note difficoltà oggettive di quell’esecutivo hanno impedito che quei provvedimenti arrivassero all’approvazione.

Tra pochi giorni tornerà a sedere sui banchi di Montecitorio. Voterà la fiducia al governo Monti?
Voterò la fiducia al governo solo nell’ambito di quelle che saranno le indicazioni del mio partito.

Written by tommasolabate

4 gennaio 2012 at 10:05