tommaso labate

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Bersani va al corteo. Ma c’è tensione dentro il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 settembre 2011)

Alle 16 di ieri, quando Pier Luigi Bersani annuncia la sua partecipazione allo sciopero generale della Cgil, un pezzo del partito scende sul piede di guerra. Da Veltroni a Letta, da Fioroni a Renzi: tutti contro la decisione del segretario di schierare i Democratici con la Camusso.

Massimo D’Alema sceglierà la piazza di Genova, approfittando della concomitanza con un dibattito nel capoluogo ligure che aveva in agenda da due mesi. E in piazza ci sarà anche Rosy Bindi, per protestare contro l’articolo 8 della manovra e soprattutto perché – dice – «è un dovere esserci» e dire «al governo che così non va». Non solo: manifesteranno dietro le bandiere della Cgil anche Stefano Fassina e Sergio Cofferati, l’ex ministro Cesare Damiano e Paolo Nerozzi. E altri ancora.
Ma, stavolta, la frattura interna al Pd sulla scelta di partecipare allo sciopero della Cgil va ben oltre il solito giochino del «chi va / chi non va» alle manifestazioni del sindacato di corso d’Italia. Soprattutto perché, stavolta, a finire sott’accusa sono, nell’ordine: la decisione di Bersani di prendere parte alla manifestazione di Roma; e il comunicato con cui il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, ufficializza la «presenza» del Pd ai cortei.
Il segretario, che sin da subito aveva guardato con attenzione allo sciopero indetto dal sindacato della Camusso («Dobbiamo essere ovunque si protesti contro questa manovra», aveva scandito giovedì nella sua relazione al coordinamento del partito), ha preso la decisione di scendere in piazza solo ieri. Soprattutto dopo aver ascoltato i rappresentanti degli enti locali che minacciavano la restituzione delle deleghe al governo. Arrivando a quell’incontro è scattata la molla che ha convinto il leader pd a sciogliere ogni riserva. «Certo che ci sarò, ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra», ha spiegato Bersani. E ancora, sempre dalla viva voce del segretario: «Il governo? Sono irresponsabili, non ho altra definizione. Chiederemo alla Camera lo stralcio dell’articolo 8». La nota di Fassina, altro tassello contestato da un pezzo di partito, era arrivata poco prima. «Il governo Berlusconi deve andare via per il bene del Paese», aveva messo nero su bianco il responsabile economico del Pd. «Le mobilitazioni di lavoratori, giovani e pensionati vanno sostenute. Per questo – conclusione – saremo allo sciopero generale indetto dalla Cgil».
E il pezzo del partito che si oppone? Walter Veltroni, per adesso, sceglie il silenzio. Ma basta ascoltare uno degli esponenti democratici a lui più vicini, Giorgio Tonini, per capire che aria tiri dalle parti dell’ex segretario. «Capisco le ragioni della Cgil ma non le condivido. Questo sciopero è sbagliato in sé», spiega il senatore. E la scelta del Pd di essere presente? Tonini mette da parte qualsiasi eufemismo e lo dice con nettezza: «Il compito del Pd, che il partito non sta svolgendo come si deve, non è quello di schierarsi con un sindacato che scende in piazza da solo. Ma incalzare il governo, portarlo su strade come quelle indicate da Romano Prodi nel suo editoriale sul Messaggero di domenica». Riforme di lungo periodo e «severe decisioni a effetto immediato», insomma.
Anche Beppe Fioroni, il deputato del Pd più vicino alla Cisl targata Bonanni, scende in campo contro Bersani: «La Cgil, ovviamente, è libera di fare le scelte che ritiene più oppurtune. Ma non non possiamo andarle sempre dietro». Perché, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «la nostra bussola dovrebbe essere l’invito alla responsabilità che ci è arrivato l’altro giorno da Giorgio Napolitano. Non possiamo fare come quei surfisti che provano a cavalcare l’onda della piazza, salvo poi rischiare di venirne travolti».
L’area del dissenso va oltre i confini di quel Movimento democratico di cui sia Veltroni che Fioroni fanno parte. Lo schieramento di piazza del Pd non piace a Enrico Letta, anche se lui e il suo braccio destro Francesco Boccia scelgono la strada del silenzio. E non piace a chi, come Marco Follini, dice che «chi allinea il Pd alla Cgil non fa un buon servizio». Dissente, anche se tace, pure Matteo Renzi. Ma la posizione del sindaco di Firenze è nota: «Non possiamo andare dietro la Cgil».
Ma Bersani è convinto di essere sulla strada giusta. «I sondaggi dimostrano che la presenza del Pd nei luoghi dove si protesta contro la manovra è riuscita ad “assorbire” anche il caso Penati», dicono i fedelissimi del segretario. Ma la giornata di oggi è destinata, in un senso o nell’altro, a lasciare un segno nella storia dell’opposizione che verrà. E non tanto per la distinzione tra Vendola («Sarò in piazza») e Casini («Lo sciopero è del tutto sbagliato»). Quanto perché l’opposizione delle altre forze sociali alla mossa della Cgil non si riassorbirà in poco tempo. Basta leggere, e nemmeno troppo tra le righe, l’intervista che il leader della Cisl Bonanni ha rilasciato al settimanale A di Maria Latella: «Questo sciopero è stato deciso per regalare una passerella a leader politici senza più nessuna credibilità».

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6 settembre 2011 at 11:06

Profumo di Montezemolo: s’avanza un «quarto polo» che punta sulle urne nel 2012.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 settembre 2011)

Non può essere solo una coincidenza. Infatti non lo è. Ieri l’altro, mentre a Labro Alessandro Profumo dava la sua disponibilità a entrare in politica bacchettando Pdl e Pd, nel direttivo di Confindustria riunito a Milano la parola e l’aggettivo più gettonati – che accompagnavano la stroncatura senz’appello della manovra (e delle manovre) del governo – erano «elezioni» e «anticipate».

Da Labro, il paese in provincia di Rieti dov’è in corso la festa dell’Api di Francesco Rutelli, a Milano, dov’è andato in scena l’ultimo consiglio direttivo di Confindustria, ci sono più di cinquecento chilometri. Eppure, giovedì, era come se fossero due località confinanti. Comunicanti. Nella riunione nel capoluogo lombardo, la stessa in cui il gotha degli industriali giudicava la manovra (e anche il governo) «debole» e «inadeguata», più d’uno ha teorizzato l’imminente default dell’attuale sistema politico italiano. Una possibile sintesi dell’aria che tirava e tira in Confindustria potrebbe essere la seguente: «I balletti sulla manovra dimostrano che il governo non è in grado di superare lo scoglio della manovra e di rispondere con efficacia alla richiesta di rigore che arriva da Bruxelles. E del centrosinistra, ovviamente, non ci fidiamo». Di conseguenza, non si può escludere che «la primavera del 2012 possa essere il momento dell’appuntamento con le elezioni anticipate».

Se a Milano gli industriali mettevano nero su bianco i sintomi (secondo loro) della malattia, a Labro si materializzava quello che (secondo loro) è il medicinale per curarlo. L’annuncio della disponibilità di Profumo, unito all’evergreen di un Montezemolo che pare definitivamente arrivato alla decisione di fare il «passo in avanti», possono essere – agli occhi di quelli che Berlusconi chiama «i poteri forti» – le mosse in grado di scombinare il sistema. Di ridurre (non si sa di quanto) il blocco sociale del centrodestra del Cavaliere. E di “tentare” quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che teme il remake del film del 1994, segnato dal fallimentare protagonismo della «gioiosa macchina da guerra».
Montezemolo e Profumo, racconta chi li conosce bene, non hanno molte cose in comune. Ma c’è un aspetto, non trascurabile, che potrebbe portarli a una convivenza pacifica sotto uno stesso tetto (politico). «Mentre Luca è uno che per forza deve fare il numero uno», dice un amico di entrambi, «Profumo ha sempre avuto l’umiltà di mettersi a disposizione di un progetto, senza per forza voler fare il “capo”». E a dispetto dei rumors che li danno lontani anni luce, aggiunge la fonte, «non è da escludere che le loro strade possano incrociarsi molto presto». Magari «possono insieme sostenere i quesiti del Mattarellum. Ma entrambi sono sicuri che si voterà con l’attuale Porcellum, che consente comodi ingressi in Parlamento anche a chi non ha grandi coalizioni alle spalle».

Sotto l’ombrello del Terzo Polo del tridente Casini-Fini-Rutelli, come ha teorizzato ieri Italo Bocchino («Se Profumo scenderà in campo, lo farà con noi», ha detto ad Affaritaliani) e come vorrebbe Bruno Tabacci? Non è detto. Non a caso il leader dell’Udc, che aveva commentato a caldo con entusiasmo la disponibilità dell’ex ad di Unicredit a «darsi da fare», ieri ha smorzato i toni: «La candidatura di Profumo? Si tratta di un dibattito prematuro. Stiamo parlando – ha aggiunto Casini – di persone fuori della politica che oggi esprimono una disponibilità. Il compito del Terzo Polo è quello di intercettarle. Ma parlare oggi di incarichi e posti banalizza tutto e sarebbe anche controproducente per noi».

Morale della favola? L’operazione «quarto polo», che potrebbe avere in Montezemolo e Profumo due  dei protagonisti («Ma altri industriali sono pronti a farsi avanti», mormorano fonti di Confindustria), nasce da lidi che poco hanno a che fare con la politica. A Cernobbio, al forum Ambrosetti, ieri non si parlava d’altro. Manovra inadeguata, governo incapace, e tandem Montezemolo-Profumo. Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria, ai microfoni di Radio 24: «La politica ne trarrebbe beneficio. Quindi ben venga Profumo e ben venga Montezemolo un domani». Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo: «Profumo? Persone di grande competenza e autorevolezza internazionale possono portare nella politica risorse intellettuali e umani utilissime. Di lui penso stra-bene». Lascia un segno nel dibattito anche chi, nel centrosinistra, vigila sulle mosse di chi si muove a destra del Pd. «È una buona notizia se Profumo si impegna in politica», mette a verbale Enrico Letta. «Quello di Profumo sarebbe un apporto prezioso», aggiunge il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (che ha in giunta uno degli sponsor del banchiere, Bruno Tabacci, e che sta dialogando con tutto quel mondo che tra il perimetro del centrosinistra e quello del centrodestra). Ma al quartier generale del Pd, la mossa dell’ex autorevole sostenitore (la moglie di Profumo, Sabina Ratti, è stata candidata all’assemblea nazionale con Rosy Bindi) non è piaciuta affatto. E qualcuno ricorda quelle parole di Bersani, che a fine luglio – all’inizio dell’inchiesta su Penati – aveva affidato ai fedelissimi la più tetra delle profezie: «In giro c’è qualcuno che vuole riportarci tutti al 1993. Qualcuno che, sapendo che l’originale è alla frutta, è alla ricerca di un nuovo Berlusconi».

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3 settembre 2011 at 09:57

Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

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2 settembre 2011 at 09:32

«Spacchettare Tremonti». In Aula il battesimo del tandem Maroni-Alfano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 agosto 2011)

Il rebus Tremonti, adesso, ha una soluzione. Spacchettare il suo ministero, lasciandogli solo il Bilancio.

Alle 14 di ieri, quando il Palazzo che attende «l’informativa» di Silvio Berlusconi è ancora deserto, il contenuto del foglietto su cui stanno lavorando nelle stanze del governo rimbalza fino al Transatlantico di Montecitorio. Tremonti lascia l’esecutivo? Oppure il Cavaliere scarica Tremonti? C’è una terza via, anche se assomiglia a una strettoia. «Spacchettare» il superdicastero dell’Economia lasciando che l’attuale inquilino si occupi soltanto di tenere i conti a posto e il pallottoliere in ordine.
Il copyright della trovata, stando a un informato retroscena del Corriere della Sera di quasi due settimane fa (firmato da Francesco Verderami), apparteneva a Bobo Maroni. E la novità che ha permesso l’accelerazione in questa direzione – oltre all’indebolimento di Tremonti per l’inchiesta su Marco Milanese – è dovuta all’intervento di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl, che qualche ora più tardi si sarebbe sottoposto col discorso in Aula al battesimo del fuoco da leader di partito, da una parte. Il ministro dell’Interno, che l’avrebbe applaudito a scena aperta e gli avrebbe financo spedito un bigliettino di complimenti, dall’altro. «Angelino» e «Bobo» compongono il tandem che, a sentire i berlusconiani della vecchia guardia, in autunno potrebbe decidere di rivoltare il centrodestra come un calzino. I successori di Berlusconi e Bossi, insomma. Quelli che spingono il premier (contro il parere del Senatur, di Letta e di Tremonti) a presentarsi in Parlamento per «mettere la faccia» sull’emergenza. Gli stessi che, nel giro di pochi giorni, potrebbero costringere «Giulietto» ad accomodarsi nel cantuccio del Bilancio, lasciando ad altri i dossier di Finanze e Tesoro.
Ad altri chi? Sprofondato su un divanetto di Montecitorio, sorridente come una Pasqua per lo sblocco dei Fondi Fas per il Mezzogiorno («E guardate che interventi per la Calabria», ripete a voce alta mostrando un elenco di piccole e grandi opere), il sottosegretario alle Infrastrutture Aurelio Misiti confida: «Ormai la strada mi pare tracciata. Tremonti si occuperà dei conti mentre il resto potrebbe finire momentaneamente sotto l’interim del presidente del Consiglio». Messo così il lodo Alfano-Maroni, che nulla ha a che vedere con la giustizia, risolverebbe il tema della collocazione di «Giuletto» e quello del suo depotenziamento. «E vedrete che Tremonti ci starà», conclude il sottosegretario.
Qualche ora dopo, sono le 17.30, l’Aula di Montecitorio inizia a trattenere il fiato. La fila nobile dei banchi del governo è praticamente al gran completo. La neofita Bernini, poi Carfagna, quindi Prestigiacomo e Romani. E ancora, sempre da sinistra a destra, Giulio Tremonti, che arriva in tempo utile per prendere posto a fianco della seggiola che attende il Cavaliere. Bobo Maroni, invece, è in leggero ritardo. Lo stesso che gli costerà uno sforzo da vecchio spot dell’Olio Cuore: prendere a due mani la sedia che un commesso si preoccupa di passargli, posizionarla a pochi metri dal premier e sedercisi sopra. «Silvio», nel frattempo, è entrato sulla scena. Sono le 17,33. «Sono qui per fare il punto…», esordisce Berlusconi. Tremonti ha le mani giunte. Tolta la sua voce, l’emiciclo pare il set di un film muto. Nei banchi del governo, gli smartphone in azione sono soltanto due: quello in dotazione a Raffaele Fitto e quello del sottosegretario Luca Bellotti, che smanettano per un po’ e poi li mettono da parte.
Man mano che la ricetta di un dottore che non azzecca garbugli si sgonfia del tutto – e succede quando Berlusconi passa dal «paese è solido» al «non sto qui a negare la crisi» – l’Aula si arroventa. Quando il premier chiude, Maroni si sbraccia per toccargli la spalla (facendo anche le funzioni di Bossi, che non c’è). Tremonti applaude. La Russa applaude. Tutta la maggioranza applaude. A conti fatti, l’applausomentro segnerà valori alti, ma non come quelli registrati quando Angelino Alfano entra a piedi uniti nel “racconto” del centrodestra che verrà. «Da quando sono i mercati a stabilire che i governi vadano a casa?». E ancora, sempre dalla viva voce del neo-segretario pidiellino: «E il popolo? E i cittadini? Noi siamo contrari a fantomatici governi tecnici».
La maggioranza inizia un incessante battimani a incoronazione di «Angelino». L’unico che s’astiene è il premier. Maroni è quello che si dimena di più.
Poi tocca a Bersani. Il segretario del Pd, rivolto al premier, scandisce: «O lei ha sbagliato discorso oppure ha sbagliato Parlamento». E ancora, stavolta in direzione dell’ex guardasigilli: «Il discorso di Alfano mi ha impaurito». Quindi il terzo messaggio in bottiglia, destinatario Tremonti, preso pari pari dal 5 maggio di Manzoni: «Vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio…». È un modo per dire al titolare dell’Economia che la stessa stampa che l’aveva incoronato, adesso, lo scarica. Berlusconi non capisce: «Ma che ha detto?». La Russa delucida. Tremonti, però, non ride. Non c’è niente da ridere. Pier Ferdinando Casini evoca una commissione bipartisan «che elabori proposte per la crescita in 60 giorni». Di Pietro, che chiama il premier «Silvio», gli dice che «dobbiamo disfarci politicamente di lei». La Camera si svuota al tramonto. Si aspetta l’apertura delle Borse. Delle decine e decine di trolley ammucchiati di fronte al guardaroba, alle 20, non rimane manco l’ombra.

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4 agosto 2011 at 10:39

L’ultimo tramonto del tremontismo? Giulio e l’atmosfera da 2004.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 agosto 2011)

Caldo faceva nel luglio 2004, caldo fa nell’agosto 2011. Che si dimetta come allora o provi a resistere, paradossalmente, è quasi irrilevante. La storia si capisce dai dettagli. E nemmeno Giulio Tremonti sfugge a questa regola.

In fondo si tratta di un piccolo dettaglio. Di una frase a mezza bocca che il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, senza nessuna intenzione di maramaldeggiare sul “suo” superiore diretto, affida ieri ad alcuni colleghi del Pdl. «Siete curiosi di sapere quello che il presidente dirà domani (oggi, ndr) alla Camera? Posso dirvi che ci stiamo lavorando un po’ tutti. Io, Alfano… Soltanto Tremonti è all’oscuro».
Di più Casero non dice. Se non le cose che più o meno sanno già tutti. E cioè che il Cavaliere potrebbe anticipare a settembre quell’ondata di lacrime e di sangue che la manovra aveva fissato per il biennio 2013-2014. E che «Angelino ha chiesto a Berlusconi di sbloccare con la delibera Cipe 7.5 miliardi di fondi Fas per il Sud». Gli stessi che Tremonti, nonostante il tentativo di «Giulietto» di entrare nella partita incontrando Raffaele Fitto a via XX settembre, aveva preteso che stessero congelati.
Dettagli, piccole confidenze. Che nascondono, però, una grande verità. Nel momento in cui il Paese avverte il rischio di essere trascinato in un tracollo finanziario, il ministro dell’Economia è più fuori che dentro la partita. «Lasciamolo tranquillo. Temo che abbia ben altro a cui pensare», s’è lasciato scappare privatamente Berlusconi nell’ultimo fine settimana, non senza una punta di perfidia. Lo stessa con cui, nonostante l’opposizione tremontiana, ha maturato la decisione di presentarsi in Parlamento e «metterci la faccia». Senza l’antica paura, aveva spiegato il Cavaliere ad alcuni interlocutori, «dei soliti aut aut di Tremonti. Perché di minacce di dimissioni, stavolta, non mi pare aria».
Siamo al quarto tramonto del quarto giro di tremontismo (ministro delle Finanze nel 1994 e dell’Economia dal 2001 al 2004, dal 2005 al 2006 e dal 2008 a oggi)? Quello che gli ha recapitato il blocco Pdl-Lega ieri, nell’Aula di Montecitorio, è qualcosa di più di un “pizzino”. La Camera, che ha respinto la richiesta dei giudici che indagano sul G8 di utilizzare le intercettazioni di Denis Verdini, ha invece autorizzato sia l’apertura delle cassette di sicurezza che l’uso dei tabulati telefonici dell’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese. Il tutto mentre il direttore Dipartimento informazioni e sicurezza Gianni De Gennaro, rispetto alla sensazione si «sentirsi spiato» dalla Gdf che il superministro aveva affidato a un colloquio con Repubblica, rispondeva lapidario: «I servizi segreti non hanno informazioni e non ne sanno nulla».
La scelta della maggioranza di scaricare Milanese, per giunta nello stesso giorno in cui si salva Verdini, è l’ennesimo siluro nei confronti di Tremonti. Quelli che hanno accesso alle confidenze berlusconiane, i pochi insomma che sono in grado di delineare la strategia mediatica (e diabolica) che ha in mente il Cavaliere, la mettono giù così. Senza troppi giri di parole: «Che il ministro dell’Economia rimanga o se ne vada, per noi non è più un problema. Con Papa ormai in galera e Milanese sotto accusa, noi agiremo senza remore: siamo pronti a una campagna mediatica contro l’opposizione e contro tutti». Che avrà per obiettivo il tentativo di dimostrare che, come ha spiegato Alfano nel giorno della sua nomina a segretario, «alla fine siamo noi il partito degli onesti». Tutti allertati: dalla stampa amica alle televisioni, pubbliche e private, su cui si estende il dominio del Cavaliere.
Tremonti rischia di finire in mezzo a tutto questo. Negli ultimi due anni, aveva tessuto una tela tutta sua: da pezzi di Confindustria a big di Oltretevere, passando – soprattutto – dal gotha del mondo bancario. Aveva un canale privilegiato, tanto per fare qualche nome, con il presidente delle fondazioni di origine bancaria Giuseppe Guzzetti e con un big della finanza rossa del calibro di Giuseppe Mussari. L’appello con cui le parti sociali hanno chiesto «discontinuità» all’esecutivo (firmato, in qualità di presidente dell’Abi, anche dallo stesso Mussari) è la spia che quel dialogo privilegiato s’è interrotto. Come dimostrano sia l’editoriale del Corriere della sera di ieri (firmato da Francesco Giavazzi) che quello del Sole 24 ore di sabato (firmato dal direttore Roberto Napoletano): entrambi, alle orecchie di «Giulietto», sono suonati come il de profundis. Al pari del gioco messo in piedi dai leghisti, presso cui Tremonti era tornato a chiedere garanzie. Niente da fare. La frase con cui Bobo Maroni annuncia che «domani (oggi, ndr) sarò seduto accando al premier» è più che un avviso di sfratto.
Non è dato sapere quanto l’ultimo successore di Quintino Sella proverà a resistere. Ieri ha riunito il comitato di stabilità, oggi volerà in Lussemburgo per incontrare Jean Claude Juncker. Che siano le sue ultime mosse da ministro è tutto da dimostrare. Di certo c’è che oggi, agosto 2011, fa caldo. Come faceva caldo nel luglio del 2004. Quando Tremonti, accusato da Fini di truccare i conti, prima rifiutò di cambiare ministero e spostarsi agli Esteri. Poi sbattè la porta. Dicendo all’allora nemico Gianfranco: «Io volevo cambiare la storia, tagliando le tasse. Voi siete rimasti quello che eravate, dei fascisti. Io da domani me ne torno a Milano, a lavorare». Poi sarebbe ritornato. Un anno dopo. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Written by tommasolabate

3 agosto 2011 at 09:19

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Tremonti, l’inchiesta di Roma e la deriva «pericolosa».

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di Tommaso Labate (estratto dal Riformista del 31 luglio 2011)

Ancora poche ore, insomma, e si saprà se la guerra di poteri che si sta giocando sulle sorti della maggioranza produrrà i propri effetti collaterali sull’esecutivo durante o dopo l’estate. L’ultimo successore di Quintino Sella aveva dichiarato di essersi trasferito nell’appartamento del suo ex collaboratore Marco Milanese non solo «per una banale leggerezza». Ma anche perché nei locali delle Fiamme Gialle, «in caserma, non mi sentivo più tranquillo». Una scelta recente? Tutt’altro, a sentire le fonti qualificate della Guardia di Finanza citate ieri da un articolo di Repubblica. Che, se venisse confermato, dimostrerebbe che Tremonti non pernottava più nella foresteria della Gdf ormai dal 2004. Da sette anni.
Domanda: visto che di fronte alle accuse del superministro un’inchiesta della magistratura sembra quasi un atto dovuto, che tipo di ricadute agostane potrebbero esserci nella maggioranza e nel governo? Un autorevole esponente dell’opposizione, che mantiene canali di dialogo sotterranei con l’esecutivo, scommette su un’ipotesi che lui stesso definisce «pericolosa». Se venisse aperta l’inchiesta, «naturalmente Tremonti sarebbe chiamato a ripresentarsi davanti ai magistrati. E a confermare le accuse che ha già messo a verbale a mezzo stampa». Parallelamente a quel punto, aggiunge la fonte, «la stessa macchina del fango che s’è già messa in moto sulle inchieste che riguardano il Pd potrebbe concentrarsi per colpire il ministro dell’Economia e spingerlo verso le dimissioni».

L’articolo integrale lo trovate qui.

Written by tommasolabate

31 luglio 2011 at 10:24

Il sonno del premier, la notte della Repubblica.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 luglio 2011)

I presenti hanno ancora la scena davanti agli occhi. Silvio Berlusconi con le palpebre abbassate e la testa chinata in avanti. Gianni Letta che prova a scuoterlo: «Silvio! Silvio! Silvio!». Istanti che sembrano durare ore. Nel bel mezzo del consiglio dei ministri, quarantott’ore fa.
Palazzo Chigi, interno giorno. Giovedì 28 luglio. Ieri l’altro, insomma. Sembra una “normale” riunione del consiglio dei ministri. “Normale” quanto lo può essere quella di un esecutivo che pare aver imboccato un interminabile viale del tramonto, visto che all’ordine del giorno c’è anche la lettera con cui il presidente della Repubblica ha messo nero su bianco la sua «preoccupazione» per il decentramento dei ministeri a Monza imposto dalla Lega Nord al resto della coalizione.
Come da copione, tocca a Gianni Letta formalizzare di fronte ai membri del governo – e al suo capo in testa, ovviamente – la consegna del testo che arriva dal Quirinale. I contenuti del messaggio di Giorgio Napolitano, naturalmente, sono già noti a tutti. Anche per questo, forse, mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio parla, molti dei presenti rivolgono lo sguardo verso il Cavaliere.
Succede tutto in pochi istanti. Guidato dagli occhi della maggioranza dei membri del governo, Letta sospende la lettura del messaggio del Colle e si gira anche lui verso Berlusconi. Il presidente del Consiglio ha gli occhi chiusi. E il volto chinato in avanti. «Silvio!», accenna il sottosegretario. Ma il Cavaliere non reagisce. «Silvio!», insiste l’eminenza grigia del berlusconismo, che stavolta prova a scuotere il braccio del presidente del Consiglio. Anche il secondo tentativo va a vuoto. Berlusconi è immobile.
Si tratta di pochi secondi, ovviamente. Che a più d’un ministro, però, sono parsi interminabili. Al terzo tentativo di svegliare il premier, al terzo «Silvio!» proferito da Letta con un tono di voce sempre più preoccupato, il Cavaliere reagisce. Si sveglia di colpo. E prima ancora di aprire gli occhi e di sollevare il mento scandisce, come se fosse stato appena svegliato da un brutto sogno: «Avete visto gli ultimi sondaggi?».
Messa così sembra quasi l’incipit di una barzelletta, di una di quelle storielle inventate in cui Berlusconi trova spesso il modo di ironizzare su se stesso. Il premier assopito. Letta che scandisce, per ben tre volte, «Silvio!». E il Cavaliere che finalmente si risveglia dal torpore, chiedendo ai presenti se avessero visto le ultime rivelazioni demoscopiche.
Peccato che non sia l’inizio di una barzelletta. E che non ci sia, per l’appunto, nulla da ridere. Primo, perché la scena si materializza non nella platea del Salone Margherita o sul divano di Palazzo Grazioli, bensì durante una riunione del Consiglio dei ministri. Secondo, perché l’episodio – che ovviamente non può essere ricondotto a «un malore» – la dice lunga sullo stress a cui il presidente del Consiglio è sottoposto. E sulle possibili ricadute sulla tolda di comando di un Paese che continua a sfiorare il baratro.
Uno dei ministri presenti alla riunione di ieri l’altro, che parla dietro la garanzia di anonimato, prova a derubricare l’episodio. Ma avverte: «Il Presidente, giovedì, era molto affaticato. Infatti, per tutta la giornata, ha lavorato stringendo i denti. Tutti quelli che l’hanno visto, compreso chi ci ha scambiato giusto due chiacchiere, si sono resi conto che era molto provato». La motivazione opposta dal premier e dalla sua cerchia ristretta, aggiunge la fonte, «rimanda alla preparazione in vista dell’intervento chirurgico alla mano», a cui il Cavaliere s’è sottoposto ieri. «Non c’è nulla da stupirsi», aggiunge il componente dell’esecutivo concludendo la sua conversazione col Riformista: «D’altronde si sa, l’uomo è di quelli che, pur di evitare periodi di convalescenza, moltiplica i carichi di lavoro. Uno, insomma, che proprio quando dovrebbe riposarsi sceglie di lavorare il doppio».
Ieri, a ventiquattr’ore dal Consiglio dei ministri, Berlusconi è stato operato al polso destro per una sindrome del tunnel carpale. L’intervento vero e proprio, ha spiegato il chirurgo Alberto Lazzerini, è durato una decina di minuti. Ed è andato «benissimo». Ma i medici dell’istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) hanno preferito tenere il premier sotto osservazione per sei ore. In modo da accertare che stesse bene e che non provasse dolore.
Nell’agenda di Berlusconi, adesso, ci sono tre giorni di riposo ad Arcore. Il rientro a Roma è previsto solo per martedì. Il resto è tutto nella coltre di silenzio che continua ad avvolgere il presidente del Consiglio in un momento decisivo per le sorti di maggioranza e governo. Un silenzio alimentato soprattutto da un Cavaliere che non parla più. Ai piani alti del Pd sospettano che dietro la sparizione del premier ci sia una strategia mirata. Il cui obiettivo finale è far sì che ad essere sovraesposti siano soprattutto le forze politiche e i personaggi nel mirino delle inchieste di Monza e Napoli. Il Partito democratico, insomma. E Giulio Tremonti.

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30 luglio 2011 at 11:19

Da Vendola alle urla notturne di casa Pd. Tedesco fa paura anche da ex.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 luglio 2011)

Le urla arrivano da una stanza del Pd alla Camera. È il 19 luglio. Una voce fa: «Votando subito su Tedesco evitiamo i sospetti…». E un’altra risponde: «Ma ci prendi per il culo?».
Perché per comprendere il vortice di tensione in cui il Pd è sprofondato da una settimana a questa parte, per capire la grande sfida interna che s’è riaperta sulla questione morale, è da quella notte di otto giorni fa che si deve ripartire. È il 19 luglio. Mancano poche ore al voto della Camera su Alfonso Papa. I membri degli uffici di presidenza dei gruppi pd sono riuniti a Montecitorio. La tensione è alle stelle. Nicola Latorre, che qualche ora prima nella capigruppo di Palazzo Madama (Anna Finocchiaro era alla direzione del partito) aveva impresso una brusca accelerazione al voto sull’arresto di Alberto Tedesco, prova a giustificare la scelta: «Così allontaniamo i sospetti di chi ci accusa di scambiare Papa con Tedesco». Il deputato-economista Francesco Boccia perde le staffe: «Ma che fai, ci prendi per il culo?». Dario Franceschini, che comunque propende per la linea di Boccia, prova a sedare gli animi: «Ormai quel che è fatto è fatto». Il voto sincronizzato – che porterà in galera il pidiellino Papa e salverà Tedesco – conferma i più oscuri presagi della vigilia.
Ora, nel giorno in cui Bersani scrive al Corriere per difendere il Pd, nessuno dei litiganti ha voglia di parlare. «Quello che penso di Tedesco l’ho detto nel 2009. Meglio non aggiungere altro», sono le uniche parole a cui si limita Boccia. Un po’ la stessa teoria del veltroniano Giorgio Tonini, che sottolinea: «Il partito ha sempre gestito malissimo questa storia. A cominciare da quando abbiamo permesso che un signore con cotanto conflitto d’interessi facesse l’assessore alla Sanità».
«Il partito», «sempre», «malissimo». Nelle parole di Tonini c’è una grande verità. Perché la storia dell’ex assessore, per cui i magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese hanno chiesto l’arresto, attraversa tutte le epoche del Pd. Con Veltroni segretario, nel 2008, arriva la candidatura al Senato (primo dei non eletti). Nel 2009, quando il leader è Franceschini, si materializza la corsa (vincente) di Paolo De Castro alle Europee, che consente a Tedesco di entrare a Palazzo Madama proprio al posto dell’ex ministro dell’Agricoltura. Nel 2011, con Bersani saldamente alla guida del partito, avviene «l’incidente» che – nonostante i voti democrat a favore dell’arresto – consente a Tedesco di evitare la galera.
A onor del vero, nessuno dei tre segretari ha buoni rapporti con Tedesco. Veltroni e Franceschini lo conoscono appena. Bersani, come lo stesso senatore pugliese ha ammesso nell’ultima intervista rilasciata alla Stampa, non gli ha mai voluto parlare. E anche il ruolo di Massimo D’Alema nel suo cursus honorum, a dispetto delle tante voci sul presidente del Copasir, è praticamente nullo.
In questa storia, in cui ai democrat tocca il conto più salato, mancano all’appello altri protagonisti. Nichi Vendola, ad esempio, è l’uomo che nel 2005 gli affidò il dossier della Sanità regionale, nonostante Tedesco avesse moglie e figli con partecipazioni azionare in imprese che vendevano prodotti farmaceutici. Una stima ricambiata, visto che Tedesco è stato sorpreso a brindare, nella notte in cui il governatore rivinse le primarie nel 2010, al successo di «Nichi».
E poi manca all’appello anche Michele Emiliano, il sindaco di Bari a cui Tedesco – nel 2008 – ritira il suo sostegno in vista della comunali dell’anno successivo. Provocando una frattura che si ricomporrà soltanto quando Emiliano, che all’epoca è il segretario regionale del partito, si spende perché l’ex socialista venga inserito nelle liste del Pd al Senato.
Morale della favola? Ieri Tedesco, a cui il Pd continua a chiedere le dimissioni da senatore, ha annunciato invece l’uscita dal Pd: «Ho spedito una lettera di quattro righe a Bersani». Il segretario gli ha risposto con una dichiarazione alle agenzie: «Per il partito bastano. Ma per il Paese io gli ho chiesto un passo indietro». Una linea, quella del leader, che trova d’accordo anche D’Alema. «Condivido quello che ha detto Bersani dalla prima all’ultima parola, compresi i punti e le virgole», spiega il presidente del Copasir. Il tutto mentre Rosy Bindi, che con Tedesco ha ingaggiato un duello a distanza, si limita ad alzare le mani. Come a dire, “che ci serva da lezione per le prossime volte”.
Il problema è che non è finita. L’incrocio con l’inchiesta su Filippo Penati, accusato dai magistrati di Monza di aver intascato tangenti per le ricostruzioni nell’area ex Falck, rischia di sopraesporre il Pd agli attacchi del centrodestra. Soprattutto se, come temono ai piani alti del Nazareno, «Tedesco comincerà a fare il giro di tv e giornali; rischiamo peggio del caso Villari (l’ex presidente della Vigilanza Rai eletto coi voti del Pdl, ndr), visto che qui le aggravanti penali si sprecano». L’obiettivo minimo di Bersani è scampare alla bufera. E considerando che sulla questione la miglior difesa è l’attacco, ecco che il leader del Pd risponderà colpo su colpo. Anche, come annuncia Enrico Letta durante la trasmissione In onda, alle accuse di Travaglio sui rapporti con Franco Pronzato.

Written by tommasolabate

27 luglio 2011 at 10:09

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

Written by tommasolabate

22 luglio 2011 at 12:36

«Qua scoppia un casino». Nel Papa day c’è anche Tedesco. E la paura dei forconi contagia il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 luglio 2011)

Alfonso Papa

È il rischio del «tutti nello stesso calderone». La paura bipartisan del «domani (oggi, ndr) ci aspetteranno fuori dal Palazzo coi forconi», che ha il volto terreo di Dario Franceschini.
Perché oggi pomeriggio, nel centro della Capitale, potrebbe tornare a materializzarsi «l’incubo del 1993». Quello del «cappio» idealmente agitato in faccia a tutta la politica. Alle 16, l’Aula di Montecitorio si esprimerà a scrutinio segreto (chiesto da Scilipoti e dal gruppo dei Responsabili) sulla richiesta d’arresto per il deputato del Pdl Alfonso Papa. Alla stessa ora, dopo una richiesta avanzata da Nicola Latorre a nome dei vertici del gruppo del Pd, l’assemblea di Palazzo Madama deciderà sull’arresto del senatore democratico Alberto Tedesco. Tra i due casi c’è un abisso. Soprattutto perché Tedesco, a differenza di Papa, si alzerà in piedi e prenderà la parola per chiedere agli «onorevoli colleghi» di votare a favore della richiesta dei magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese. E anche perché il Partito democratico, come ha spiegato oltre i confini dello sfinimento il segretario Pier Luigi Bersani, «è nettemente contrario al voto segreto e voterà sì a entrambi gli arresti».
Ma che cosa succederebbe se, complice una forzatura dei senatori della maggioranza («Gli unici che possono imporre il voto segreto a Palazzo Madama sono quelli del Pdl», spiega Nicola Latorre), Camera e Senato respingessero l’una l’arresto di un deputato del Pdl, l’altra quello di un senatore del Pd? Che cosa accadrebbe se la mossa del Pd di sincronizzare i due voti («L’abbiamo fatto proprio perché giravano voci strane di “scambio”», insiste il senatore dalemiano) si rivelasse un autogol? Il rischio è quello del «tutti colpevoli», a prescindere. Tutti nello stesso frullatore: Papa, Tedesco, Pdl, Pd.
E qui si ritorna al volto preoccupato di Dario Franceschini. Che, a metà pomeriggio di ieri, abbandona l’Aula e raggiunge alcuni dei suoi nel cortile di Montecitorio. «Maledetto voto segreto. Ora ditemi che cosa devo fare. Secondo voi è meglio convocare un’assemblea di gruppo, così si vede che almeno siamo tutti presenti?», dice rivolto ad alcuni colleghi e amici che hanno trovato riparo sotto un gazebo. «La concomitanza con il voto su Tedesco al Senato rischia di trasformarsi in un casino», è l’opinione del deputato Francesco Tempestini. «Una scelta inopportuna», la chiama un altro esponente del Pd, Dario Ginefra. «Una caz…ta», dirà più tardi Enrico Letta a Bersani.
Franceschini e tutta la sua truppa sanno che il voto segreto può trasformare il pomeriggio di oggi in un dramma. È lui stesso che cerca i cronisti per ribadirlo in tutte le salse. «Avete carta e penna?», chiede a due colleghe delle agenzie di stampa. «Il Pd voterà compatto per l’arresto di Alfonso Papa. E soprattutto non chiederà il voto segreto, perché in un momento come questo deve essere tutto trasparente e perché serve un’assunzione chiara di responsabilità», aggiunge. Il sospetto, quanto mai legittimo, è che il Carroccio sfrutti la segretezza della decisione per “salvare” Papa. Salvo, un minuto dopo, “bombardare” il Palazzo. Franceschini lo dice chiaramente: «Questi guerrieri padani si nascondono dietro il voto segreto. Un minuto dopo, però, diranno che è tutta colpa nostra…».
La paura dei «forconi» cresce. E contagia tutti, nessuno escluso. Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds che

Andrea Orlando

ha (meritata) fama di iper-garantista, lo dice senza troppi giri di parole: «Voto a favore dell’arresto, sia chiaro. Ma domani (oggi, ndr) potrebbe essere una giornata drammatica per tutto il Parlamento». A qualche metro da lui, sprofondato con lo sguardo assente su un divanetto del Transatlantico, il giovane responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando scuote la testa: «È un casino, un casino…». Identico lo sguardo della trentenne parlamentare campana Pina Picierno, nota per le sue battaglie contro la camorra: «Ma vi rendete conto che io, che sfido ogni giorno a viso aperto il clan dei casalesi, tra qualche ora potrei ritrovarmi in mezzo alla strada con la gente che mi punta l’indice contro? No, non ci sto…». Il lettiano Francesco Boccia allarga lo spettro: «Stamattina m’ha chiamato il giovane dirigente di una Asl pugliese e m’ha riferito i commenti della povere gente costretta da questa manovra a pagare il ticket. M’ha detto che, ai loro occhi, ormai siamo “quei bastardi”. Proprio così: “Quei politici bastardi…”».

Francesco Boccia

Ancora poche ore. Poi, sui tabelloni luminosi di Camera e Senato, sarà scritta una sentenza che va ben oltre i destini personali di Alfonso Papa e Alberto Tedesco. Tolti gli astenuti, non si saprà chi ha votato a favore e chi contro. Ma di fronte al rischio che la situazione travolga tutti – colpevoli e non – l’opposizione potrebbe meditare su scelte ad effetto. Abbandonare l’Aula, minacciare le dimissioni di massa, tirarsi fuori dal «cappio» che la stessa Lega potrebbe tornare ad agitare. Bersani lo ripete: «Andiamo a votare». Più che tattica politica, ormai pare una supplica. «Dobbiamo salvare il Paese».

Written by tommasolabate

20 luglio 2011 at 09:47