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Posts Tagged ‘Silvio Berlusconi

Venti di guerra tra i fratelli Berlusconi.

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di Tommaso Labate per Lettera43

Dalla guerra Milan-Mediaset al giallo Pato, passando per le voci sul commissariamento di Piersilvio a Cologno. Che cosa sta succedendo dentro la famiglia Berlusconi? C’è una sfida sotterranea in corso tra Marina e il fratello minore? Il pezzo lo trovate cliccando qui.

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13 gennaio 2012 at 12:36

Alfonso Papa faccia a faccia con Lele Mora: «E’ irriconoscibile. Ma dice che Silvio gli è vicino»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 gennaio 2012)

«Lele Mora è irriconoscibile. Ha la barba lunga, non riesce a stare in piedi da solo, ha perso 35 chili. Ma mi ha detto che Silvio Berlusconi gli è stato e gli è vicino». Comincia così l’intervista rilasciata al Riformista da Alfonso Papa, che ieri ha incontrato Mora nel carcere milanese di Opera.

Alfonso Papa, accompagnato dalla radicale Annalisa Chirico, e Lele Mora. Faccia a faccia nel carcere dove l’ex manager dei divi è detenuto da mesi. Che cosa vi siete detti, onorevole?
Credo che Mora non sia oggettivamente in condizioni di mandare messaggi all’esterno. È depresso, dimagrito, sottoposto a una terapia farmacologica pesantissima, che costringe la struttura sanitaria del carcere di Opera a un monitoraggio costante. Essendo sottoposto da mesi a un isolamento totale, è provato nello spirito, oltre che nel corpo.

Gli amici del manager hanno avviato una raccolta fondi per sostenerlo. E sul Corriere della Sera del 28 dicembre, Pierluigi Battista ha parlato della ferocia contro il «detenuto antipatico». Mora le ha detto di sentirsi abbandonato?
Al contrario, Mora mi ha parlato della vicinanza e dell’affetto nei suoi confronti della famiglia e degli amici più cari. Tra questi ha citato espressamente il presidente Silvio Berlusconi.

Lei teme che possa ritentare il suicidio? Ha paura per le sue condizioni di salute?
Sono molto preoccupato per le sue condizioni. Così come temo per la sorte dei tanti detenuti del carcere di San Vittore, che ho visitato oggi. Persone che vivono in sei in celle di 15 metri quadrati. C’è bisogno di una grande riflessione culturale sull’emergenza carceri. Soprattutto perché il 42 per cento dei detenuti italiani per la nostra Costituzione sono «presunti non colpevoli», che stanno in galera per la carcerazione preventiva.

Da quando è uscito dal carcere, lei invoca l’amnistia, chiede che Pannella sia nominato senatore a vita, si occupa di emergenza carceri. Si sente ancora un esponente del Pdl?
Assolutamente sì. Nella mia vicenda personale ho sempre avuto la forte solidarietà e la vicinanza di tutto il Pdl, a cominciare dal presidente Berlusconi.

Che cosa ha pensato quando la Lega Nord, che aveva votato a favore del suo arresto, ha deciso di salvare il suo collega Milanese?
Una democrazia non ha bisogno né di eroi né di capri espiatori. E ciascun parlamentare si assume la responsabilità politica dei voti che dà. Non mi sento di aggiungere altro.

Lei è sotto accusa per lo scandalo della P4. Per 18 degli indagati sulla P3, tra cui Verdini e Dell’Utri, la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio.
Non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa sul mio caso, figuriamoci se commento gli altri. Sono stato un magistrato, ho servito e servo questo Stato, ho rispetto per le procedure.

Palazzo Chigi ha chiarito che i fondi statali dell’8 per mille saranno ripartiti tra emergenza carceri e Protezione civile. Non pensa che Monti in poche settimane abbia fatto più di Berlusconi?
Anche il governo Berlusconi era impegnato in un piano carceri e in una riforma della giustizia. Le note difficoltà oggettive di quell’esecutivo hanno impedito che quei provvedimenti arrivassero all’approvazione.

Tra pochi giorni tornerà a sedere sui banchi di Montecitorio. Voterà la fiducia al governo Monti?
Voterò la fiducia al governo solo nell’ambito di quelle che saranno le indicazioni del mio partito.

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4 gennaio 2012 at 10:05

L’idea di Silvio il marsigliese. Un referendum su se stesso al congresso del Pdl.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 9 dicembre 2011)

Doveva essere il battesimo europeo della leadership di Angelino Alfano. E invece, ancora una volta, al congresso del Ppe di Marsiglia Silvio Berlusconi ha tenuto per sé il centro della scena. Perché?

Dalla sera del 12 novembre, quella delle dimissioni, non è passato neanche un mese. Nelle ore successive all’ascesa al Colle, mentre qualche decina di migliaia di manifestanti esultava di gioia, il Cavaliere ci avrà anche pensato, come aveva spiegato a qualche fedelissimo, a mollare tutto («Roma e la politica») per tornare a dedicarsi alle aziende. Ma è durato poco. Poi l’ex presidente del Consiglio è tornato sulla scena sfoderando quel bouquet di promesse che arricchivano il suo frasario già da mesi. «Alle prossime elezioni non mi ricandido», «tocca ad Alfano». Ma, in ogni caso, «non lascio». Anzi, «raddoppio il mio impegno».

Sembra passata un’era geologica. E non solo perché il governo Monti, com’era prevedibile, sta occupando tutta la scena. Ma anche perché, stando a quanto si mormora nella war room mai smobilitata di Palazzo Grazioli, Berlusconi ha ricominciato a commissionare sondaggi per misurarsi coi competitor più disparati: da Mario Monti a Corrado Passera. Passando, è una voce che circola con insistenza da giorni, anche per Angelino Alfano.

È altamente probabile che, al «delfino», questi movimenti sotterranei del «padre nobile» non piacciano affatto. Com’è probabile che il segretario del Pdl volesse calcare in solitaria il palcoscenico marsigliese del congresso del Ppe. D’altronde così era scritto nell’ideale piano d’azione messo giù dall’ex guardasigilli nei primi giorni d’ottobre. Quando, col governo del Cavaliere ancora in piedi, prese un volo diretto a Bruxelles per incontrare i vertici del Partito popolare europeo e sondare il terreno in vista delle assise marsigliesi.

E invece, in Francia, s’è materializzato anche Berlusconi. Con uno show degno delle apparizioni di fronte alla stampa di quando, in giro per il mondo, rappresentava l’Italia e non soltanto il Pdl. «Se non si arriverà a dare alla Bce un ruolo di ulteriore garanzia sui debiti sovrani, allora non si risolverà nulla», ha scandito prima di incontrare i capi di stato e governo che stanno nei Popolari. «Per possibile votare una manovra come questa, che comporta un forte aumento della pressione fiscale, serve la fiducia», ha aggiunto. Un evergreen berlusconiano, insomma. Non ci piace, ma dobbiamo farlo. Lo stesso metodo che l’ex presidente del Consiglio tira fuori quando gli domandano che cosa pensa dell’attivismo di alcuni deputati del suo partito (da Denis Verdini a Gabriella Giammanco) sulla proposta di rimettere l’Ici per tutti gli immobili di proprietà della Chiesa. «So che tutte le risorse che la Chiesa risparmia le dà in opere di aiuto a chi ha bisogno. Per questo ho lasciato ai membri del mio partito piena libertà».

Che cosa ha in mente Berlusconi visto che, come il diretto interessato sa benissimo, non si andrà alle urne prima del 2013? Tra i suoi inizia a circolare con una certa insistenza la voce secondo cui «il Presidente ha intenzione di convocare un altro referendum su se stesso». E che questa volta, lo strumento potrebbe essere quel congresso del Pdl che inizierà a breve. Ovviamente nessuno arriva a pensare a un Berlusconi che sfida Alfano, anche perché si andrebbe ben al di là anche dei confini della fantapolitica. «Piuttosto», dice un berlusconiano della cerchia ristretta, «bisognerà trovare modi e forme per trovare, all’interno della consultazione, un momento in cui verrà ratificata, oltre alla segreteria di Alfano, la leadership del Presidente».

Lui, intanto, è tornato in partita. E la mossa di ribadire che «i cittadini italiani sono benestanti», come ha fatto ieri a Marsiglia, è la via più agevole per allontanare dal suo vecchio governo le ombre della crisi. «Adesso c’è Monti. Chiedete a lui», risponde ogni volta che qualcuno gli domanda che cosa avrebbe fatto in questo dicembre 2011, se fosse rimasto a Palazzo Chigi. E la manovra lacrime e sangue di dicembre, come teorizza in privato anche Giulio Tremonti, è soltanto la punta di un iceberg. «Perché questi segnali d’allarme che arrivano dall’Europa sono l’anticipazione di quello che l’esecutivo farà all’inizio del 2012. E cioè una manovra aggiuntiva». Altro fieno in cascina per un Berlusconi versione “campagna elettorale”. Di nuovo in campo.

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9 dicembre 2011 at 10:25

«Tavolone» in Parlamento, modifiche e fiducia sul maximendamento. Il Pd trova l’accordo con Pdl e Terzo Polo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 dicembre 2011)

La svolta arriva dopo un colloquio riservato tra Dario Franceschini e Fabrizio Cicchitto. Quando il capogruppo pd dice: «Dobbiamo accettare il coordinamento con Pdl e Udc».

Montecitorio, interno giorno. Dentro il Pd si moltiplicano i mugugni per il testo definitivo della manovra presentata domenica sera da Mario Monti e da alcuni dei suoi ministri. Il deputato torinese Stefano Esposito, esponente della sinistra interna e fedelissimo del segretario, annuncia sulla sua pagina Facebook che «a caldo, così com’è la manovra non la voto». Il franceschiniano Antonello Giacomelli, uomo-macchina della corrente di Area democratica, è un po’ più cauto. Ma ugualmente perplesso: «Era difficile chiedere a Monti di fare in pochi giorni qualcosa di più approfondito. Però è netta la sensazione di una timidezza su alcune misure che si trasforma in forte determinazione su altre». Traduzione: il governo è stato timido con chi “ha di più” e determinato sulle pensioni.

Idea che Bersani sottoscrive in pieno. Nel tragitto che lo separa da un corridoio laterale all’aula di Montecitorio, quando mancano pochi minuti all’intervento del presidente del Consiglio, il leader del Pd fa a tempo a dire tre cose. Senza girarci troppo intorno. «Questo decreto si poteva fare molto meglio». E uno. «Sono necessarie delle modifiche». E due. «In linea di principio, noi siamo contrari al ricorso alla fiducia. Però vediamo che succede…». E tre.

Ma per comprendere il senso della svolta che potrebbe maturare a stretto giro, bisogna andare oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano. E, di conseguenza, alla riunione di Montecitorio tra i vertici del partito e i componenti degli uffici di presidenza dei gruppi di Camera e Senato. Franceschini, che ha parlato col capogruppo dei Pdl, Cicchitto, apre alla proposta di Casini di dar vita a un coordinamento parlamentare a tre (Pd-Pdl-Terzo Polo). La sua proposta, sponsorizzata anche dalla pattuglia di Walter Veltroni e da quella di Enrico Letta, è semplice: «Questo decreto va prima modificato e poi messo in sicurezza. Non possiamo arrivare in Aula senza una regia politica, col rischio che gli emendamenti di Lega e Italia dei valori comportino qualche stravolgimento. Dobbiamo trovare un accordo con Pdl e Terzo Polo, fare un maxi-emendamento e poi approvarlo con la fiducia».

Ovviamente si tratta di un percorso a ostacoli. Primo, perché Bersani, che teme di rimanere scoperto a sinistra a causa delle mosse della Cgil, vuol far di tutto per evitare «la foto di gruppo» con Berlusconi e Casini. Secondo, perché anche Berlusconi avrebbe difficoltà ad accettare un «coordinamento politico». La soluzione, individuata nel corso dei colloqui con Casini, su cui gli ambasciatori di Pd (Franceschini) e Pdl (Cicchitto) si sono trovati d’accordo, è dar vita a un «tavolone tecnico». Una specie di raccordo parlamentare tra le tre forze principali che sostengono il governo Monti.

Sembra un paradosso. Ma l’aspetto più semplice di tutta la partita riguarda le modifiche al decreto varato domenica dal consiglio dei ministri. Visto che i tempi sono strettissimi, ciascuna delle parti ha proposto all’altra le sue modifiche. Stando a quanto risulta al Riformista, una bozza d’intesa c’è già. Il Pd vuole un intervento sulla previdenza e chiederà il blocco dell’indicizzazione a partire dalle pensioni superiori ai 1400 euro (e non solo fino a quelle di 960 euro, come previsto dal decreto Salva-Italia). Il Pdl, invece, chiede che venga stravolta la parte relativa al ripristino dell’Ici. Alfano l’aveva già detto durante il colloquio di sabato con Monti: «Per l’Ici sulla prima casa, duecento euro di detrazione sono pochissimi. Dobbiamo e possiamo fare di più». Rimane l’Udc, che pretende «più misure a favore delle famiglie». Come finanziare questi interventi? Il primo accordo che potrebbe venir fuori dal «tavolone a tre» sarà chiamato a rispondere proprio a questa domanda. E la soluzione più condivisa, al momento, è quella che va nella direzione di un ulteriore aumento della tassazione sui capitali scudati. Magari elevando al 5 per cento l’una tantum sui soldi rientrati con lo scudo fiscale (adesso è all’1,5 per cento). Ci sono altre strade, ovviamente. Come quella suggerita dal deputato-economista del Pd Francesco Boccia «di tassare i prelievi in contanti oltre i mille euro». D’altronde, «chi non ha nulla da nascondere può evitare di pagare cash, giusto?».

La partita, ovviamente, è solo al fischio d’inizio. «Se la Cgil sale sulle barricate, per noi diventerà difficile “reggere”», dice uno dei componenti della segreteria del partito. Che, ovviamente, non condivide l’entusiasmo della minoranza interna. Né la gioia di chi, come l’esponente di Modem Paolo Gentiloni, stenderebbe un tappeto rosso sotto la camminata di Mario Monti. «Il premier è un fuoriclasse della politica. Domenica ha fatto una telefonata a Berlusconi, una a Bersani et voilà. Il decreto è arrivato, migliore di come ce lo aspettavamo».

Ore 16,25, Silvio toglie la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik per bruciare l’operazione Monti. Mariarosaria Rossi: «Io come Eva Braun? Semmai sono Eva Kant».

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La mossa alla Diabolik, con cui mina alle fondamenta l’operazione governissimo, Silvio Berlusconi la pensa alle 16.25. Mentre scuote la testa. Tre ore dopo, alle 19.49, quando la mossa alla Diabolik viene messa nero su bianco da un comunicato del Quirinale, tutti i fan del governo tecnico – comprese le sponde occulte dentro il Pdl (Letta? Alfano?) – reagiscono come sorpresi una doccia gelata.

La mossa alla Diabolik non è un passo indietro. Né uno in avanti. Né quel «passo di lato» che gli chiede anche Bossi. Nulla di tutto ciò. È il modo con cui il premier, che «si dimetterà dopo l’approvazione della legge di stabilità», di fatto prova a rimanere in sella a Palazzo Chigi (stando a fonti del Tesoro possono servire da un minimo di due settimane a un mese e anche più) il tempo necessario per bruciare tutti i ponti che avrebbero potuto portare a un governo di larghe intese.

Basta mettere in fila le dichiarazioni a caldo di tutti i tessitori dell’opzione Monti. Massimo D’Alema l’aveva spiegato ai fedelissimi già nel tardo pomeriggio: «Mi sa che questo ci porta dritti dritti dove vuole lui. E cioè alle elezioni». Il lettiano Francesco Boccia, che parla a nome del Pd, aspetta la nota del Colle che contiene la “promessa” del Cavaliere e la commenta stizzito: «Ora Berlusconi deve formalizzare subito le sue dimissioni. Ogni giorno che passa con questo governo costa al paese un mucchio di soldi». Roberto Rao, il deputato-spin doctor dell’Udc, che negli ultimi giorni ha sorpreso anche i giornalisti con le primizie via Twitter, alza le mani: «Se devo essere sincero no, non me l’aspettavo». E Pier Ferdinando Casini, a seguire: «Si approvi in fretta la legge di stabilità. Dico no a una campagna elettorale estenuante». Sono reazioni giustamente nervose. Troppo nervose per chi, all’apparenza, ha appena ottenuto l’obiettivo principale. E cioè la testa del Cavaliere.

A questo punto tocca tornare alle 16.25. A un uomo con la testa china sui tabulati di Montecitorio, che gli hanno restituito una maggioranza che s’è trasformata in minoranza. All’ultimo voto di fiducia poteva contare su 316 uomini. Adesso quegli uomini si sono ridotti a 308. 309 se si considera che Gennaro Malgieri, che in molti danno sul punto di abbandonare il Pdl per ritornare da Fini, dichiara in Aula che comunque avrebbe votato a favore del Rendiconto se non fosse stato «per dei medicinali» che doveva prendere. Mancano all’appello i frondisti (Antonione, Fava, Destro), Papa che sta agli arresti domiciliari, le new entries dell’opposizione Stagno D’Alcontres e Pittelli, più l’astenuto Stradella e il convalescente Nucara. «Traditori», mastica amaro il Cavaliere. La scena che lo vede chino sui foglietti con i tabulati supera quasi i limiti dell’incredulità. Fino alla svolta. Che si materializza sotto forma di un foglietto, esposto a uso e consumo dei fotografi dell’Ansa, in cui il premier parla per la prima volta di «dimissioni».

In Transatlantico l’opposizione esulta. «Adesso state attenti a quello che succederà al Quirinale», scandisce Pier Luigi Bersani. «Deve dimettersi», sussurra Enrico Letta. «Lasci il governo», è la variante di Dario Franceschini. Il bello è che nessuno dei tre crede a quello che dice. Perché tutti e tre sono convinti che Berlusconi resisterà. Che la sua resistenza porterà a una rovinosa caduta del governo a Montecitorio. E che la rovinosa caduta dell’esecutivo, a sua volta, agevolerà lo scenario del governissimo. I messaggini che viaggiano sui blackberry in dotazione ai leader dell’opposizione danno conto di uno scenario in cui «Gianni Letta e Alfano sono con noi», pronti a lavorare a un «governo Monti». L’unico che non ci crede è Ugo Sposetti, tesoriere ds: «Vedrete che alla fine la soluzione più probabile è un governo di centrodestra. Guidato da Gianni Letta, magari con Alfano e Maroni vice».

Ore 19. Quando Berlusconi è già al Quirinale, Beppe Fioroni, in un corridoio laterale della Camera, disegna così la fine dell’impero del Cavaliere. «Stasera il premier proverà a resistere. Ma Napolitano, così come accadde per Prodi, lo spingerà a venire nella camera in cui non ha più la maggioranza a verificare se c’è ancora la fiducia. E visto che non ce l’avrà, la fiducia, ciao ciao. Fine della storia. Lo spread continuerà a salire fino a che, dentro il centrodestra, uomini di buona volontà e di estrazione democristiana non decideranno che è arrivata l’ora di salvare il Paese favorendo un governo Monti. Fate finta che Berlusconi sia Papandreou, che gridava “spezzeremo le reni alla Francia” e che due giorni dopo s’è trovato defenestrato».

Neanche un’ora dopo tutto è cambiato. Silvio molla la maschera di Papandreou e mette quella di Diabolik. Annuncia dimissioni che saranno formalizzate non prima, come spiega uno dei suoi, «di aver avuto la certezza che si andrà alle elezioni anticipate». Una mazzata al governissimo. «Quando se ne andrà, sarà troppo tardi per tradirlo». Eppure Mariarosaria Rossi, la deputata a lui più vicina, l’aveva detto fin dalla mattinata di ieri. Con sorriso beffardo sule labbra: «Mi dicono che sono come Eva Braun nel bunker di Hitler. Non è vero. Semmai sono Eva Kant».

Silvio entra nel bunker. Sospetti sulle mosse di Schifani.

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di Tommaso Labate (estratto dal Riformista del 5 novembre 2011)

(…) La risposta del Cavaliere è sempre la stessa: «Non me ne vado. Che mi sfiducino in Parlamento». Perché ormai la sua unica preoccupazione sembra quella di bruciare tutti i ponti che porterebbero a un governo diverso dal suo. E marciare spedito verso le elezioni anticipate. A sentire gli sherpa di Palazzo Grazioli, nelle ultime ore il premier sembra più preoccupato da un governo istituzionale che non dell’approdo a un esecutivo tecnico. Più ansioso che il senso di marcia delle trattative sottobanco prenda la direzione di Renato Schifani che non quella di Mario Monti.

Certo, all’apparenza Berlusconi continua a fidarsi del presidente del Senato, che tra l’altro ieri ha bollato alla voce «gossip giornalistico» le voci che lo danno in corsa per la premieship. Però, la fuoriuscita dalla maggioranza di Carlo Vizzini ha reso i berluscones molto sospettosi. Soprattutto quelli, e non sono pochi, che considerano «l’ex esponente del Psdi come un uomo vicinissimo alla seconda carica dello Stato».

Il conto alla rovescia finale è già partito. «Non so quanti giorni o settimane ha davanti il governo. Di certo una maggioranza che si regge su pochi voti non può andare avanti molto», ha spiegato di buon mattino Guido Crosetto davanti alle telecamere di Omnibus, su La 7. Parla con cognizione di causa, il sottosegretario alla Difesa. Non foss’altro perché attorno a lui, meno di un mese fa, s’erano raccolti molti dei frondisti che adesso chiedono il passo indietro al Cavaliere. La profezia che Paolo Guzzanti affida invece ai microfoni della Zanzara di Giuseppe Cruciani, su Radio24, è ancora più tetra. «Darò la fiducia al governo», dice il deputato-giornalista, oggi in forza al gruppo dei Responsabili di Popolo e territorio. Ma, aggiunge, «credo che sia arrivato alla frutta. Penso che Berlusconi cadrà la prossima settimana».

«Arriveranno in tanti a chiedermi di farmi da parte», spiega in privato il Cavaliere prima del suo ritorno in Italia. E alcuni, aggiunge un consigliere della prima cerchia, «saranno addirittura insospettabili». Come Renato Schifani, ad esempio.

Nell’ora del bunker, la regola d’ingaggio dei berluscones ortodossi è «non fidarsi di nessuno». Perché nella notte tra lunedì e martedì, prima del voto sul rendiconto, «si faranno avanti a chiederci di farci da parte». Ma il presidente del Consiglio, è il sottotesto, resisterà. Guardando all’orizzonte del voto anticipato. O quantomeno provandoci. Fino all’ultimo.

L’articolo integrale lo trovate cliccando qui

Written by tommasolabate

5 novembre 2011 at 11:02

Da viale Mazzini a Segrate. Il «grande risiko» può cominciare con l’addio di Minzolini alla direzione del Tg1.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 ottobre 2011)

Ancora qualche settimana e, stando al tam-tam di viale Mazzini, Augusto Minzolini abbandonerà la direzione del Tg1.

Quella che per giorni è stata una semplice “voce”, adesso è qualcosa di più. Al punto che tanto nei corridoi del settimo piano della Rai quanto nella commissione di Vigilanza, l’addio di Minzolini alla poltrona di direttore del Tg1 viene addirittura associato all’aggettivo «imminente».

Sia chiaro, l’ex editorialista della Stampa non ha alcuna intenzione di lasciare la guida dell’ammiraglia dell’informazione pubblica. Di certo non dopo le polemiche dell’opposizione sul sorpasso subito ieri l’altro da parte dell’edizione serale del Tg5. E che non sia questione di ascolti, soprattutto all’interno di un giornale che adesso subisce anche la concorrenza del Tg de La7 di Enrico Mentana, lo testimonia anche la pila di foglietti che il certosino Minzolini conserva gelosamente nel primo cassetto della sua scrivania. Una specie di dossier pronto per qualsiasi uso, che il direttore del Tg1 oppone a chiunque lo attacchi sui dati Auditel. Pezzi di carta con grafici e numeri, sulla base dei quali «Minzo» sostiene che «l’anno scorso il mio Tg1 è stato sorpassato dal Tg5 soltanto una volta». E soltanto «perché la direzione della Rete, in occasione della festa delle Forze Armate, aveva deciso di sostituire il pre-serale con un concerto di Biagio Antonacci». A poco serve, come sanno bene i suoi amici e colleghi, fargli notare che nel 2011 quei “sorpassi” della concorrenza sono diventati da uno a quattro, l’ultimo dei quali martedì. “Minzo” prende la pila di foglietti e corre alle pagine relative al 2002, quando il Tg1 di Mimun era finito dietro il Tg5 «per ben centoventi volte».

Ma tabelle, schemini e cifre di ascolti hanno poco a che vedere con un cambio della guardia che Minzolini continua a considerare destituito di ogni fondamento. Nel momento in cui è chiaro che Silvio Berlusconi provocherà anzitempo lo showdown che trascinerà tutti alle urne in primavera, il direttore che più di ogni altro ha contrassegnato il lato catodico dell’ultimo berlusconismo è destinato a cedere il passo anzitempo. Perché la Rai, come sussurra uno dei componenti del cda, «dipende dalla politica» e quindi sa «sintonizzarsi col vento nuovo anche prima che inizi a soffiare». Un modo come un altro per dire che «Berlusconi cadrà, ma Minzolini andrà giù prima di lui».

Infatti il pressing sul direttore del Tg1 s’è fatto ormai asfissiante. E l’uscita di scena potrebbe anche anticipare la decisione del gip che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio per peculato nei suoi confronti, messa nero su bianco dai pm di Roma che indagano sulle spese fatte da Minzolini con la carta di credito aziendale. «Soldi poi restituiti, spese di rappresentanza», s’è sempre difeso il diretto interessato. Se ci sarà il rinvio a giudizio, ha chiarito il dg di viale Mazzini Lorenza Lei, «mi riservo di valutare tutto quello che è necessario, anche perché non ci sono casi analoghi ma solo similari». Ma se il direttore del Tg1 fosse costretto ad andare via prima, almeno “quel” rebus sarebbe risolto.

Se il divorzio tra Minzolini e il tiggì della prima rete si materializzasse a stretto giro, il grande risiko editoriale con cui si chiuderà il 2011 avrà ufficialmente inizio. Come? Negli ultimi giorni, “Minzo” viene dato in corsa per la guida di Panorama, che Giorgio Mulè – finito nel mirino dei leghisti per il ben noto articolo sulla moglie di Bossi – sta per liberare. All’attuale direttore del settimanale del gruppo di Segrate è già stato garantito uno “scivolo” verso Cologno Monzese. A Mediaset, insomma. Al posto di Emilio Fede, che però non vuole lasciare il Tg4. O, ipotesi più concreta, nella tolda di comando dell’all news del Biscione, che a breve potrebbe prendere (finalmente) il largo.

Ma attenzione. Come nel più classico dei giri di Monopoli, basta un lancio di dadi per tornare immediatamente al via. Perché? Semplice. Minzolini ha tutte le carte in regola per rimanere al Tg1 anche senza i galloni di direttore. Infatti, spiegano fonti interne al giornale, ha un contratto a tempo indeterminato come caporedattore. E nessuno – di conseguenza – può allontanarlo facilmente. Potrebbe fare il corrispondente dagli Stati Uniti, un’esperienza in cui s’è già cimentato alla Stampa. E continuare, insomma, a “resistere”. Lasciando la scrivania a un direttore di transizione (Antonio Preziosi dal Gr oppure un traghettatore old style, come fu nel 2002 Albino Longhi). E aspettando che dalle urne primaverili, e quindi dai posteri, arrivi l’ardua sentenza.

Written by tommasolabate

27 ottobre 2011 at 10:36

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