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Quel “matrimonio” con Silvio celebrato il giorno dei morti. Il Cav. ora cerca un programma per Fede.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 marzo 2012)

Quando ieri sera saluta per l’ultima volta i telespettatori del Tg4, e sì che «dopo tanti anni c’è emozione nel fare un intervento che è un saluto e non un addio», le lacrime che ha dentro sono quasi di gioia. Quasi. Anche se in pochi lo sanno. Nemmeno ventiquattr’ore prima, infatti, nel corso di una riunione drammatica che va in scena nella stanza dei bottoni del Biscione, Emilio Fede ha appena sbattuto la porta. Altro che commozione. «L’hanno fatto mentre Silvio era allo stadio. Questo è un colpo di mano di Fedele Confalonieri», dice in un’intervista (poi smentita) a Repubblica mentre il Cavaliere è a San Siro per Milan-Barcellona.

Ce l’ha con “Fidel”, è ovvio. E anche con il numero uno dell’informazione Mediaset, Mauro Crippa. Ma Berlusconi, mercoledì sera, lo sa oppure no che hanno appena “segato” Emilio? E, soprattutto, perché il Giornale di famiglia, nel dare la notizia del licenziamento, si limita a un corsivetto in prima pagina – titolo: «Fede lascia il Tg4 e Mediaset» – e nulla più?

La risposta è in quello che il Cavaliere confessa ai fedelissimi ieri mattina. «Non posso permettermi di scaricare Fede. Bisogna trovare una soluzione». E la soluzione prende forma: un bel programma tutto per «Emilio». Ma non su Rete4. No. Sulla rete ammiraglia, Canale 5. Giusto per ingannare l’attesa che lo separa dal 2013, quando l’ex direttore del Tg4 sarà catapultato in Parlamento al posto della moglie Diana de Feo.

Magari in corner. Forse con le ossa rotte, visto la procura di Roma pensa a una rogatoria per far luce sui soldi che nega di aver portato a Lugano. Sta di fatto che si salva, forse, Fede. E tutto “grazie” alla sua innata, irruducibile, indomita, accademica arte di attaccare il ciuccio proprio lì, dove vuole il padrone. Che «Emilio» non sviluppa nel suo incontro col Cavaliere. Ma prima. Molto prima.

Perché tocca mettere tutto da parte. L’amore sconfinato per Berlusconi, il gioco d’azzardo, l’odore dei soldi, le donne, le feste, i festini, la fantomatica valigetta di Lugano, il Tg1, Studio Aperto, «Sciupone l’Africano», gli strafalcioni in diretta, le sfuriate, la tristezza di quelle bandierine piazzate su una bacheca durante lo spoglio delle elezioni regionali del ’95. La vera personalità di Fede sta in un dettaglio nascosto, ma tutt’altro che trascurabile, della sua esistenza: il suo rapporto col calcio.

Perché non è tanto l’aver abiurato alla fede bianconera per amor del presidente del Milan. Quanto la motivazione offerta a tutti quelli, e non sono stati pochi, che gli chiedevano come mai in gioventù fosse stato della Juventus. «Ero giovane», raccontò «Emilio». «E mi sono innamorato della Juve anche per necessità. Perché all’epoca, a Torino, io collaboravo con Hurrà Juventus». La necessità, insomma. E quel ciuccio straordinariamente piazzato là, dove vuole il padrone. Che si chiami Hurrà Juventus o Fininvest, non fa differenza.

Sarebbe stato atroce, troppo atroce, se a fregarlo per sempre – come ha detto a caldo a Repubblica – fosse stata quella lite coi vertici di Mediaset arrivata proprio nel momento in cui il Capo stava a San Siro. Quasi ridicolo se a tradire inconsapevolmente lui, che viene da Barcellona Pozzo di Gotto, fosse stato il Barcellona di Pep Guardiola.

E dire che la sua avventura nel Biscione, almeno per come lui l’ha raccontata, era partita sotto i mortuari auspici del 2 novembre di ventitre anni fa. Il giorno dei defunti, insomma. No, «non mi sembrava il caso di far baldoria», raccontò una volta in un’intervista a Libero. Le grandi celebrazioni per il suo approdo a Fininvest vengono rimandate di un giorno. Al 3 novembre, anno 1989. «Prima al Jolly di Milano 2. Poi al ristorante Angolo». Ad alzare i calici, insieme a lui ci sono Berlusconi, Gianni Letta, Confalonieri e Galliani. A cena si aggiunge Gianni Baget Bozzo. «Inizia così la grande avventura, un’avventura di libertà».

Al diavolo la realtà. Abbasso la verità. La storia di Fede, raccontata da Fede, pare una favola. Compreso l’incontro con Berlusconi. «La primissima volta che mi contatta sono ancora in Rai. Mi invita per un caffè al residence di Ripetta di Roma. E mi offre la conduzione di un programma domenicale e di un settimanale stile Tv7». È il 1982. Ma l’Emilio rifiuta. Poi se lo ritrova davanti al Castello Sforzesco, il Cavaliere, alla festa per la Coppa Campioni appena vinta dal Milan. Sono passati sette anni dal primo caffè.

Per come l’ha sempre ricostruita Fede, lui dice di essere in cerca di un editore. Galliani risponde «e noi cerchiamo un direttore». E qualche mese dopo Berlusconi alza il telefono: «Emilio, hai voglia di darci una mano per l’informazione?». Fin qui l’Emilio che racconta se stesso.

Ma quando sono gli altri a raccontare lui, ecco che vien fuori il suo best of. A Gad Lerner, che nel dicembre scorso gli dedica parole amare («Verrà ricordato ato più come selezionatore delle ragazze di Berlusconi»), Fede risponde con citazioni auliche. «Non sarai tu a decidere come sarò ricordato. Tu, quando arriverai a 80 anni, soltanto come un imbecille. (…) Se ho avuto delle storie d’amore me le sono meritate. Tu sei troppo brutto per averne avute. Soltanto se ridi scappano pure i mostri. Coglione».

Su almeno uno dei commi di cui sopra, quello che comincia con «se ho avuto delle storie d’amore…», avrebbe avuto da ridire financo la compianta Audrey Hepburn. Perché Fede, evidentemente non accontentandosi di aver sbandierato un flirt con Enza Sampò e dei non meglio precisati «incontri segreti» con Maria Pia Fanfani, fece credere di aver avuto una storia anche con lei. Salvo poi precisare di essersene solo innamorato (c’è una piccola differenza, no?) quando l’attrice era venuta in Italia, a Taormina, per il David a Vacanze romane.

In fin dei conti ha fatto così anche nelle ultime quarantott’ore. «È stato un colpo di mano di Confalonieri». Anzi no, «mai detto che è stato un colpo di mano di Confalonieri». Tra le due frasi, l’intervento del padrone. E quel ciuccio che sarà parcheggiato sempre là. E pazienza se di fronte ci saranno le telecamere di un programma su Canale 5 e non più il Tg4. Quando Emilio esce, a riverder le stelle ci riesce sempre.

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Written by tommasolabate

30 marzo 2012 at 08:40

Da viale Mazzini a Segrate. Il «grande risiko» può cominciare con l’addio di Minzolini alla direzione del Tg1.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 ottobre 2011)

Ancora qualche settimana e, stando al tam-tam di viale Mazzini, Augusto Minzolini abbandonerà la direzione del Tg1.

Quella che per giorni è stata una semplice “voce”, adesso è qualcosa di più. Al punto che tanto nei corridoi del settimo piano della Rai quanto nella commissione di Vigilanza, l’addio di Minzolini alla poltrona di direttore del Tg1 viene addirittura associato all’aggettivo «imminente».

Sia chiaro, l’ex editorialista della Stampa non ha alcuna intenzione di lasciare la guida dell’ammiraglia dell’informazione pubblica. Di certo non dopo le polemiche dell’opposizione sul sorpasso subito ieri l’altro da parte dell’edizione serale del Tg5. E che non sia questione di ascolti, soprattutto all’interno di un giornale che adesso subisce anche la concorrenza del Tg de La7 di Enrico Mentana, lo testimonia anche la pila di foglietti che il certosino Minzolini conserva gelosamente nel primo cassetto della sua scrivania. Una specie di dossier pronto per qualsiasi uso, che il direttore del Tg1 oppone a chiunque lo attacchi sui dati Auditel. Pezzi di carta con grafici e numeri, sulla base dei quali «Minzo» sostiene che «l’anno scorso il mio Tg1 è stato sorpassato dal Tg5 soltanto una volta». E soltanto «perché la direzione della Rete, in occasione della festa delle Forze Armate, aveva deciso di sostituire il pre-serale con un concerto di Biagio Antonacci». A poco serve, come sanno bene i suoi amici e colleghi, fargli notare che nel 2011 quei “sorpassi” della concorrenza sono diventati da uno a quattro, l’ultimo dei quali martedì. “Minzo” prende la pila di foglietti e corre alle pagine relative al 2002, quando il Tg1 di Mimun era finito dietro il Tg5 «per ben centoventi volte».

Ma tabelle, schemini e cifre di ascolti hanno poco a che vedere con un cambio della guardia che Minzolini continua a considerare destituito di ogni fondamento. Nel momento in cui è chiaro che Silvio Berlusconi provocherà anzitempo lo showdown che trascinerà tutti alle urne in primavera, il direttore che più di ogni altro ha contrassegnato il lato catodico dell’ultimo berlusconismo è destinato a cedere il passo anzitempo. Perché la Rai, come sussurra uno dei componenti del cda, «dipende dalla politica» e quindi sa «sintonizzarsi col vento nuovo anche prima che inizi a soffiare». Un modo come un altro per dire che «Berlusconi cadrà, ma Minzolini andrà giù prima di lui».

Infatti il pressing sul direttore del Tg1 s’è fatto ormai asfissiante. E l’uscita di scena potrebbe anche anticipare la decisione del gip che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio per peculato nei suoi confronti, messa nero su bianco dai pm di Roma che indagano sulle spese fatte da Minzolini con la carta di credito aziendale. «Soldi poi restituiti, spese di rappresentanza», s’è sempre difeso il diretto interessato. Se ci sarà il rinvio a giudizio, ha chiarito il dg di viale Mazzini Lorenza Lei, «mi riservo di valutare tutto quello che è necessario, anche perché non ci sono casi analoghi ma solo similari». Ma se il direttore del Tg1 fosse costretto ad andare via prima, almeno “quel” rebus sarebbe risolto.

Se il divorzio tra Minzolini e il tiggì della prima rete si materializzasse a stretto giro, il grande risiko editoriale con cui si chiuderà il 2011 avrà ufficialmente inizio. Come? Negli ultimi giorni, “Minzo” viene dato in corsa per la guida di Panorama, che Giorgio Mulè – finito nel mirino dei leghisti per il ben noto articolo sulla moglie di Bossi – sta per liberare. All’attuale direttore del settimanale del gruppo di Segrate è già stato garantito uno “scivolo” verso Cologno Monzese. A Mediaset, insomma. Al posto di Emilio Fede, che però non vuole lasciare il Tg4. O, ipotesi più concreta, nella tolda di comando dell’all news del Biscione, che a breve potrebbe prendere (finalmente) il largo.

Ma attenzione. Come nel più classico dei giri di Monopoli, basta un lancio di dadi per tornare immediatamente al via. Perché? Semplice. Minzolini ha tutte le carte in regola per rimanere al Tg1 anche senza i galloni di direttore. Infatti, spiegano fonti interne al giornale, ha un contratto a tempo indeterminato come caporedattore. E nessuno – di conseguenza – può allontanarlo facilmente. Potrebbe fare il corrispondente dagli Stati Uniti, un’esperienza in cui s’è già cimentato alla Stampa. E continuare, insomma, a “resistere”. Lasciando la scrivania a un direttore di transizione (Antonio Preziosi dal Gr oppure un traghettatore old style, come fu nel 2002 Albino Longhi). E aspettando che dalle urne primaverili, e quindi dai posteri, arrivi l’ardua sentenza.

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27 ottobre 2011 at 10:36

Flavio Briatore. Il vizietto di Flavio, da Moreno a Nelsinho.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 26 settembre 2009)

Il Lupo perde il pelo. E durante la lunghissima fase di caduta e ricrescita, del «pelo», al Lupo può anche capitare di salire e scendere, costruire e distruggere, vincere e perdere senza mai pareggiare, dire senza ammettere, conquistare la venere nera e sposare una bonazza bianca, rimanendo perennemente sulla cresta dell’onda. Ma il Vizio rimane. Ascesso duro a sgonfiarsi, è stato proprio quello, il solito Vizio, a condannare Flavio Briatore, crollato sotto il peso di una sentenza che lo ha cacciato dalla Formula 1 come un ubriaco messo alla porta da un buttafuori del suo Billionaire. Perché lui, piemontese di Verzuolo, cuneese rinnegante e rinnegato, geometra diventato Geometra con la «g» grande, è la prova vivente della bontà dell’antico adagio siciliano. Quello secondo cui cu nasci tundu non pò mòriri quatratu. E viceversa. Come dimostra il caso che, ben diciassette anni prima dell’incidente pianificato a tavolino di Nelsinho Piquet, vide il Geometra scontrarsi con un altro pilota brasiliano. Si chiamava Roberto Moreno.

MORENO, CHI ERA COSTUI? Era uno di quelli che entrava e usciva dal «circo», Moreno. Classe ’59, veniva da Rio de Janeiro e aveva trascorso tutti gli anni Ottanta alternando come una lampadina a intermittenza comparsate in Formula 1 (Lotus, un contratto da terza guida con la Ferrari, poi Coloni ed EuroBrun) e lunghi purgatori nelle serie dell’oblio (Formula Ford, Formula 3000, Formula 2). Moreno trova la sliding door aperta il 12 ottobre del 1990. È il giorno in cui il pilota della Benetton Alessandro Nannini perde la mano destra in un incidente d’elicottero. Per sostituirlo, Flavio Briatore decide d’affidarsi ai consigli della sua prima guida, che – scherzi retroattivi del destino – era Piquet padre. Il Geometra ingaggia Moreno e il ticket verdeoro imbrocca la prima, al gran premio del Giappone: Nelson primo, Roberto secondo. Per quest’ultimo è il passepartout per il rinnovo del contratto.

L’INCONTRO SEGRETO DI NIZZA. Ma l’anno successivo, è il 1991, Moreno è diventato un problema. Un enorme problema, per Briatore. «Flavio» ha l’occasione di ingaggiare un giovanotto che si chiama Michael Schumacher, una promessa del «circo». Per garantirgli un triennale ed evitare che finisca sul mercato, però, il geometra asceso al cielo della Formula 1 grazie a Luciano Benetton ha bisogno di liberare una monoposto. Quella di Moreno.

È qui ritorna il Vizio, maledetto ascesso incurabile, inestirpabile appendice, demonio. Briatore, esperto delle «tre carte», esclama il suo archimedeo “eureka”. E dà appuntamento alla sua seconda guida all’aeroporto di Nizza, dove al riparo da occhi indiscreti gli predispone la classica proposta che non si può rifiutare: «Roberto, sono pronto a darti 300mila dollari. Se fai finta di esserti rotto una gamba e rinunci a correre le ultime due gare del campionato, io ho la macchina per Schumacher e tu l’assegno». Ma al contrario di quanto avrebbe fatto Piquet junior diciassette anni dopo, andandosi deliberatamente a schiantare nel Gp di Singapore per favorire Alonso, Moreno non ci sta. «Devo prima parlarne con mia moglie». Il Geometra non la prende bene, manda la sua seconda guida a quel paese e produce un finto certificato medico per farlo fuori. Gamba rotta aveva da essere e gamba rotta sarà, pensa Briatore. Ma di fronte al clamoroso «falso», il pilota brasiliano va in escandescenze. E ristabilisce la verità sul suo arto incriminato convocando una conferenza stampa e mettendosi a fare le flessioni davanti ai giornalisti di mezzo mondo.

IL TRUCCHETTO DI FLAVIO. Nel braccio di ferro iniziato in gran segreto all’aeroporto di Nizza e culminato in una maxirissa a colpi di carte bollate, Briatore dribblò la difesa di Moreno dopo due tackle, una veronica e un paio di rabone giudiziarie. Aveva in tasca la carta truccata, il Lupo Flavio. «Roberto Moreno mi fece causa – avrebbe raccontato il Geometra anni dopo – e lì mi difesi con un colpo di genio. Ricordavo di essermi sbagliato col suo contratto, scritto a mano, e di aver parlato solo di “telaio”. Così dissi al giudice: “Qui ci sono tre telai. È vero, uno l’ho promesso a Moreno. Se vuole lo prenda pure, può mettersi anche il casco e guardare la gara dall’abitacolo. Ma il motore no. Di quello il contratto non parla, per cui non glielo do».

I giudici chiamati a decidere, copia del contratto alla mano, diedero ragione a Briatore. I garage della Benetton furono dissequestrati e, con Moreno costretto a ingranare la retromarcia, Schumacher aveva finalmente una macchina. Ma «il giro dei brasiliani» se l’era legata al dito. «Senna cominciò a odiarmi perché avevo fatto fuori un suo connazionale mentre il mio pilota Nelson Piquet minacciò addirittura uno sciopero». Altra grana, risolta grazie al “solito” Vizio, quello di giocare con le «tre carte». Il fine settimana successivo, il Geometra elaborò soggetto e sceneggiatura di una messinscena che raffreddò i bollenti spiriti del vecchio Nelson. Stando ai ricordi che Briatore avrebbe poi affidato a un’intervista con “Repubblica”, andò più o meno così: «Diedi una tuta ad Alex Zanardi e gli dissi: “Cammina davanti al box, fatti vedere”. Piquet mi chiese: “Chi è quello lì?”. E io gli risposi: “Quello che gareggia al tuo posto”. Il suo sciopero cessò immediatamente». Briatore vinse ancora. Anche se, ahilui, non poteva immaginare che il suo desiderio di vendetta, Nelson senior, l’avrebbe trasmesso per via ereditaria al figlio Nelsinho. Ma questo è soltanto il filo rosso che legherà il modernariato del team manager alle prime armi alla storia contemporanea del «gigante» escluso dal circo. La preistoria briatorea si sviluppa in ben altre location. A partire dalla fine degli anni Settanta.

MISTERO DUTTO. Nel 1979, Briatore Flavio da Verzuolo, diplomato geometra a Mondovì, ha già realizzato il primo dei suoi sogni: abbandonare le natìe (e odiate) alture del saluzzese. Della tarda adolescenza ha conservato solo il soprannome, «Tribula», che in dialetto piemontese sta per uno che briga, muove, smuove, pronto a usare tutti i mezzi pur di raggiungere il fine prefissato. E visto che il fine del giovane geometra è «la bella vita» – intesa come la sommatoria di donne, case e macchine di lusso e soprattutto una montagna di soldi – ecco che il buon Flavio ha già messo in bacheca una breve esperienza da istruttore di sci, una discreta quantità di polizze assicurative vendute a Saluzzo, un giretto di prova nell’imprenditoria cuneese e un ristorante, battezzato «Tribula», poi chiuso per debiti. A un certo punto della sua parabola che pare già discendente, Briatore diventa il più stretto collaboratore di un finanziere piemontese, Attilio Dutto, che aveva rilevato un’azienda, la Paramatti Vernici, nientemeno che da Michele Sindona. Il 21 marzo 1979, però, la vita del geometra cambia. Proprio nel momento in cui quella di Dutto, invece, finisce. Quel giorno, infatti, il successore di Sindona alla Parmattio Vernici sale in macchina e salta in aria. L’attentato, di cui non saranno mai accertati né mandanti né esecutori, rappresenta per l’indomito Flavio un punto di svolta.

IL VIZIO, LE TRE CARTE, L’AMICO EMILIO Sale, Briatore. Accumula, Briatore. Briga, Briatore. Tribola, il «Tribula», che ha alimentato da solo l’impero finanziario ch’era del povero Dutto. E così, all’inizio degli anni Ottanta, lui – piemontese rinnegante e rinnegato – si muove sull’asse Bergamo-Milano. Con una doppia veste: in provincia fa il consulente finanziario del conte Achille Caproni; in città, invece, ha la fama di «discografico in ascesa», è sempre in compagnia di Pupo e Loredana Bertè e, soprattutto, s’è fatto un amico in Rai: Emilio Fede. Tra il 1983 e il 1984, però, la procura bergamasca, imbattutasi in un presunto giro di droga, scopre una truffa di proposizioni gigantesche. E una banda. «La banda degli acchiappapolli». Loro si chiamavano Cesare Azzaro, Nino Aimi, Franco Mariani (poi pentito). E avevano due punte di diamante: il conte Caproni e lui, Flavio Briatore. Funzionava così: attiravano la ricca preda prospettandogli un buon affare con imprenditori fidati, la preda si trovava a sorseggiare un Martini con volti noti come la Berté ed Emilio Fede, sempre la preda ammirava il lusso della residenza milanese del Geometra di Verzuolo (rubinetti in oro compresi), insomma la preda si fidava. E, quando dal gruppetto si levava la voce «ma ce la facciamo una partitina a chemin de fer», ecco che la preda s’accomodava, tranquilla, ignara di marciare verso un burrone a la Thelma&Louise.

Giandomenico Serra, già presidente di Confagricoltura, ci rimise un miliardo di lire tondo tondo. Renato Buoncristiani, ex vicepresidente di Confindustria, 495 milioni. Renzo Villa di “Antenna 3”, invece, lasciò sul tavolo 215 milioni mentre Enzo Ghinazzi in arte Pupo se la cavò con un saldo (negativo, of course) di una sessantina. Quando arrivò la sentenza, Briatore, condannato a 3 anni, se l’era già squagliata dall’altra parte del creato. L’amico Emilio Fede, che in quel momento era in corsa per il Parlamento europeo con le insegne del Psdi, fu invece risucchiato nella melma mediatico-giudiziaria del giro degli acchiappapolli. Si difese, il futuro direttore del Tg4. Un giorno, dopo essere stato interrogato dagli inquirenti, scandì: «Sono un fiero giocatore d’azzardo. Ho giocato anche con Andreotti». Poi, sempre l’Emilio, aggiunse: «Ho riproposto la vecchia immagine del giornalista: whisky, donne e gioco. Vinco sempre. Anzi no, ho perso una sola volta: col mio amico Flavio Briatore». Battere Fede a un tavolo verde. Il Geometra, dunque, aveva vinto anche laddove Belzebù ci aveva lasciato le penne. Domanda: ma come avrà fatto a farsi fregare, nell’anno del Signore 2009, da uno che si fa chiamare Nelsinho?

Written by tommasolabate

10 marzo 2011 at 12:00

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