Juke-box Montecitorio. La compagnia di Casini, D’Alema fa i conti a DiBenedetto, la paura napoletana del Pd.
1) Montecitorio, mercoledì 13 aprile 2011, cinque giorni fa. Sono le 18.20 e mancano quindi due ore scarse all’approvazione della prescrizione breve. C’è però il tempo di un’ultima pausa prima del rush finale. Molti parlamentari si dirigono alla buvette, altri vanno verso il cortile per una boccata di sigaretta, altri ancora puntano i bagni. Tra questi ultimi ci sono Pier Ferdinando Casini e Paolo Romani. Stando al racconto di tre testimoni (bipartisan), quando il leader dell’Udc incrocia il ministro dello Sviluppo economico, ecco che gli lancia un monito familiare ai maschietti d’ogni età e ceto sociale: “Romani, chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia”.
2) Tra i romanisti che bazzicano il Palazzo serpeggia una certa diffidenza rispetto alle reali potenzialità economico-finanziarie del neopresidente dei giallorossi, lo statunitense Tom DiBenedetto. A tutti quelli che gli hanno chiesto un parere, tanto per fare un esempio, l’iper-romanista Massimo D’Alema ha risposto senza troppi giri di parole: “Secondo me, quello non ha una lira”. Sperasi nei dollari.
3) A proposito di preoccupazioni. Ai piani alti del Pd (ma anche a quelli bassi), cresce la tensione rispetto alle elezioni di Napoli. Il candidato dell’Idv de Magistris, infatti, ha sondaggi molto più confortanti di quelli del democrat Morcone. Insomma, se il candidato del centrodestra Lettieri non vince al primo turno, le possibilità che a sfidarlo al ballottaggio sia l’ex pm di Why not? crescono di giorno in giorno.
Si decide tutto a Milano.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 aprile 2011)
Angelino Alfano aveva appena definito «senza giustificazioni» il paragone giudici-Br. Le agenzie non hanno quasi tempo di darne notizia che Silvio Berlusconi sale sul palco per lanciare un attacco contro «i magistrati eversivi». Roma, ore 17.15, ieri. È l’inizio della campagna elettorale di un premier preoccupato. Soprattutto per il voto di Milano.
Le parole che il presidente del Consiglio scandisce dal palco del Palazzo dei congressi di Roma, dove ieri è andato in scena il meeting Al servizio degli italiani organizzato da Michela Vittoria Brambilla, fanno cadere il gelo anche sulle stanze (semi-deserte) del Quirinale, della Consulta, del Palazzo dei Marescialli e financo in quelle del ministero della Giustizia del “suo” Alfano.
Dopo che il guardasigilli aveva appena finito di stigmatizzare in una nota i manifesti apparsi a Milano contro le toghe, il Cavaliere torna all’attacco dei magistrati. «Bisogna accertare se c’è un’associazione a delinquere. Molti giudici seguono la sinistra e hanno un progetto eversivo», grida il premier prima di citare il 1993, in cui «vennero fatti fuori i socialisti, la Dc e i repubblicani». L’equazione che ha in testa è fin troppo scontata: «Hanno fatto fuori un leader come Craxi, oggi stanno cercando di far fuori Berlusconi». Sono tesi che quantomeno provocheranno, oltre al solito giro di reazioni dell’Anm, anche la replica istituzionale del Csm.
Non è tutto. Dal palco del palazzo dei Congressi, il premier ammette l’aspetto ad personam della norma sulla prescrizione breve («Devo essere tutelato»), definisce quello su Mediatrade «un processo risibile in un’atmosfera surreale», dà dello «sfigato» all’avvocato inglese Mills e conferma il forcing sulla restrizione delle intercettazioni: «In uno Stato che si definisce democratico, i cittadini non possono sentirsi spiati».
È il segnale che, nell’ottica del presidente del Consiglio, l’ora X della campagna elettorale per le amministrative è ormai scoccata. «E ditemi se non vale la pena di andare a votare», spiega tornando a evocare deliberatamente persino lo scioglimento anticipato della legislatura.
Nella tornata che si concluderà il 29 maggio con i ballottaggi, la posta in gioco è molto più alta delle
amministrazioni comunali di Milano e Bologna, Napoli e Torino. Berlusconi, ad esempio, sa che perdere Milano provocherebbe degli effetti collaterali incalcolabili per la tenuta della coalizione, a cominciare dagli scossoni del Carroccio. E così, da quando Letizia Moratti ha cominciato a manifestare i dubbi sulla vittoria al primo turno e i finiani hanno lasciato trapelare l’eventuale sostegno a Giuliano Pisapia al ballottaggio, il premier ha capito che l’unica strada da prendere era quella già battuta (con successo) in passato: polarizzare lo scontro.
Da qui la decisione di alzare ulteriormente i toni, all’indomani dell’appello bipartisan lanciato da Beppe Pisanu e Walter Veltroni dalle colonne del Corriere della sera. Per adesso, i berluscones della cerchia ristretta non temono alcun contraccolpo. Ma sanno benissimo che, dopo una sconfitta alle amministrative, la piattaforma messa nero su bianco dal presidente dell’Antimafia e dal segretario del Pd potrebbe essere l’unica in grado di coagulare consensi anche fuori dal Palazzo. Dalla Cei alla Confindustria, dagli immancabili «poteri forti» che il premier cita in continuazione a Luca Cordero di Montezemolo. Certo, anche con l’obiettivo di arginare l’inizio di una nuova discussione sul governo tecnico, il Cavaliere preferisce evocare lo spettro di elezioni anticipate («Ditemi voi se non è meglio andare a votare»). Ma che cosa succederebbe se, come argomentano nelle loro conversazioni riservate anche Fini e Casini, «Bossi e Tremonti voltassero gli voltassero le spalle?».
Ipotesi, dubbi, congetture. A cui si aggiungono quelli che Berlusconi nutre sulla sua stessa creatura, il Pdl. «Anche noi, come tutti i partiti, siamo caduti in una forse evitabile patologia», ha ammesso ieri il premier annunciando il ricambio generazionale. «Spalanchiamo le porte al nuovo». Dove per «nuovo» potrebbe intendersi la mossa di affidare ad Angelino Alfano (che si è tatticamente chiamato fuori dalla successione per la leadership del centrodestra) anche le “chiavi” del partito. Un partito di cui, a stretto giro, non farà più parte Beppe Pisanu. L’ex ministro dell’Interno, che potrebbe persino spingersi a votare contro la prescrizione breve al Senato, adesso è davvero sull’uscio. «Che cosa ci faccio nel Pdl? Cerco di cambiarlo, finché ci rimarrò», ha detto ieri il presidente della commissione Antimafia rispondendo alla domanda di uno studente di Oristano.
Peter Falk, tenente Colombo. «C’è un’ultima cosa…»
di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2009)
Il tenente Colombo è all’ennesimo faccia a faccia con l’assassino del signor Stuffle, proprietario di una palestra. Ma stavolta è l’ultimo faccia a faccia. L’ultimo dialogo. L’ora della verità. L’assassino, uno dei soci del centro ginnico, resiste: «Fantasia! Immaginazione! Cenere e fumo di sigaro! Lei non ha la prova. Non c’è niente da fare. Non ce l’ha, la prova». E Colombo: «Non mi è stato facile ottenerla ma ho anche quella. Ho anche la prova. Eccola qui, la sua dichiarazione giurata a proposito della conversazione telefonica che lei ha dichiarato di aver fatto col signor Stuffle…».
(Peter Falk e Robert Conrad nella scena finale di Dalle sei alle nove, Il Tenente Colombo, serie IV, episodio I, 1974).
A volere giudicare la faccenda con le categorie di «giusto» e «sbagliato», è tutto profondamente sbagliato. Addirittura atroce. In fondo, è come dare al libro Cuore lo stesso finale di Notte prima degli esami, lasciando che sia Nicolas Vaporidis a interpretare il ruolo di Enrico Bottini. O come guardare il Tg1 economia e scoprire che Zio Paperone è finito ineluttabilmente sul lastrico per bancarotta fraudolenta.
Peter Falk, il Tenente Colombo, non ce la fa più da solo. Non ad intendere, né a volere e manco a vivere. Cinque giorni fa, un giudice della Corte superiore di Los Angeles ha deciso di metterlo sotto tutela della figlia. Oggi ha 81 anni e il morbo d’Alzheimer che lo sta divorando insieme alla demenza senile. Tempo fa, dopo anni di oblio, l’attore è riapparso agli occhi del mondo immortalato mentre, spaesato, vagava senza meta per le vie della città degli Angeli. Prima di ammalarsi, Falk aveva lasciato scritto che fosse la sua ultima moglie, Shera Danese, a occuparsi di lui. Il tribunale californiano, invece, ha accolto l’ingiunzione della figlia adottiva dell’attore, Catherine, contro la consorte del padre: «Mi impedisce di vederlo». Falk incapace di intendere e di volere. La “signora Colombo” sconfitta, addirittura in tribunale. Falk sotto tutela. È la vendetta contro il personaggio che si è consumata sul corpo del suo interprete. Come capitò a “Superman” Reeves.
I bulimici consumatori dei sessantanove episodi del Tenente Colombo – undici serie e otto film speciali, puntata pilota inclusa, primo ciak nel 1968, l’ultimo nel 2003 – se lo sentono dire spesso, soprattutto quando si trovano a parlare di Falk col cinefilo/a di turno, che magari ha pure “fresca” l’ultima ripassata del Morandini. Se lo sentono ripetere spesso che «ah, per me Falk è soprattutto Il cielo sopra Berlino», il film di Wim Wenders in cui l’attore newyorkese interpreta sé stesso, poi scopre di essere stato un angelo che poi finisce per dimettersi dal ruolo di «angelo», rinunciando all’immortalità per rimanere – molto semplicemente (si fa per dire) – a questo mondo. Eppure Falk aveva e avrebbe fatto altro: il boss in Angeli con la pistola, la comparsa in alcune delle pillole per la tivvù del vecchio Hitchcock, per non parlare della commedia giallo-nera Invito a cena con delitto, piattaforma cinematografica del gioco da tavola Cluedo. Ma Falk – che pure è stato uno dei pochissimi attori americani a girare un film in Unione sovietica, «non perché fossi comunista, semplicemente perché ero curioso» – è Colombo. Soprattutto Colombo. Solo Colombo.
Di mamma russa e papà mezzo ungherese mezzo polacco, negli anni Sessanta fa avanti e indietro tra Hollywood e New York, la sua città, dove frequenta Ben Gazzara (che avrebbe interpretato Raffaele Cutolo nel Camorrista di Tornatore) e Sal Mineo. I panni di Colombo gli si materializzano addosso nel 1968, anche perché – così vuole la leggenda – il predestinato Big Crosby aveva rifiutato la parte. La prima serie “ufficiale” inizia che Falk ha già in tasca il contratto per girare Mariti di Cassavetes. Per l’episodio dell’esordio – Un giallo da manuale – dietro la macchina da presa s’accomoda Steven Spielberg. L’impermeabile sarà sempre lo stesso per quasi quarant’anni, come la camicia, i pantaloni, le scarpe e l’automobile, una Peugeot 403 del 59 targata 044 APD. Quindi arriva il sigaro. «Non ricordo – ha raccontato Falk – di chi fu l’idea di portare il tabacco nella serie. Probabilmente fu una mia idea. Io adoro fumare e i sigari, per un detective, fanno più macho rispetto alle sigarette». E poi – ma il protagonista era in disaccordo con la produzione – pure un cane. Macho, Colombo, non lo è nemmeno nell’unghia del mignolo destro. Ha una moglie, che cita in continuazione, a cui chiede consigli, che però non appare mai. Anzi, per essere più precisi, nell’episodio Che fine ha fatto la signora Colombo? (serie IX, episodio IV), il Tenente inscena addirittura la morte dell’adorata consorte, simula il funerale, con tanto di cappellano finto: il tutto per incastrare l’omicida.
La serie è firmata dal mitologico duo Richard Levinson&William Link, gli Age&Scarpelli delle serie tv americane tinte di giallo. Con una macroscopica differenza, che contraddistingue Colombo: l’assassino, infatti, arriva all’inizio. Ancor prima del protagonista, di cui tra l’altro non si sente mai pronunciare il nome di battesimo (nell’episodio intitolato La pistola di madreperla, serie I, c’è un’inquadradura sul documento di
identità del tenente da cui si evince che si chiamava «Frank»). Lo sfizio – e che sfizio – sta nell’assistere al modo in cui Falk-Colombo combina i tasselli di un puzzle di cui tutti i telespettatori conoscono sia il protagonista (l’assassino) sia l’immagine riprodotta (l’assassinio) anche se la stessa non appare nitida come lo è quando il Tenente la rielabora, alla fine, prima che i titoli di coda dell’episodio facciano calare il sipario sulle manette (che, tra l’altro, non appaiono mai).
È il «modo», che sorprende. Sempre. Scrive Giancarlo Grossini nel Dizionario del cinema giallo, che «il tipico del tenente Colombo sta non solo nell’abilità di sciogliere i più ingarbugliati enigmi (…) quanto nella sua particolare maniera di presentarsi». E ancora: «Colombo pare rivolgersi allo spettatore più che agli attori che gli stanno sempre intorno. Osserva e attende pazientemente – come lento è il suo modo di muoversi e di gesticolare – che gli elementi del giallo si uniscano a dare tutti insieme, finalmente, l’esatta soluzione».
Colombo uguale Falk. Il detective che cala dalle nuvole, quello che l’omicida considera il topo con cui giocare, ma che è genio. Un genio arruffato. «Non ho mai perso troppo tempo al make-up», disse l’attore. «Se devi interpretare Colombo basta guardarsi allo specchio un secondo, da un lato e dall’altro. Io sono sempre pronto in un minuto. Il trucco del cane, mezz’ora, durava molto di più». Colombo, dunque. Che saluta l’omicida ma poi ritorna sui suoi passi, sorprendendo l’antagonista quando ha già abbassato la guardia. Sempre con lo stesso grido di battaglia: «Oh, c’è un ultima cosa…». Sempre con l’indice della mano destra alzato.
Il Tenente Colombo è sotto tutela. La “signora Colombo” è stata sconfitta dalla figlia adottiva dell’attore. Shera Danese Fal
k – come disse l’attore in un’intervista di dieci anni fa – «è una donna vivace e piena di vita, che ama vestirsi bene e andare a ballare. Al contrario di me, che odio le feste». Delinquente scaltro, l’Alzheimer. Colpì anche Ronald Reagan, che prima di spegnersi passava il tempo spazzando le foglie dal bordo piscina del suo ranch e minacciando di tanto in tanto di premere il finto «pulsante rosso». Chissà, magari anche Falk, che oggi non riconosce più nessuno, potrà avere momenti in cui gira per casa col dito alzato esclamando, come faceva il Tenente, «lo dirò a mia moglie». Un pensiero consolatorio per i suoi fan affranti. Soprattutto per quelli più giovani, che lo hanno visto non su Rai due, ma su Retequattro, domenica pomeriggio tardi. Gli stessi che hanno preso in antipatia Emilio Fede proprio perché interrompeva a metà l’episodio, infilandosi nell’etere con quaranta minuti del suo tiggì.
Da Fitto a Lupi, da Stefy a Mara: il Partito di Angelino è già nato. E ha tanti nemici interni.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 aprile 2011)
Una telefonata di Bossi. Ma soprattutto l’irritazione di Denis Verdini e degli ex An diLa Russae Gasparri. Tra l’investitura di Alfano e la marcia indietro di ieri, Silvio Berlusconi ha subito un pressing asfissiante. Perché, come ha confessato privatamente il ministro Raffaele Fitto, che di «Angelino» è uno degli amici più cari, «è partito il fuoco amico contro di noi».
Probabilmente, nel momento in cui parla alla stampa estera dell’intenzione di non ricandidarsi a premier per lasciare spazio al suo Guardasigilli, il Cavaliere non immagina l’eco che avranno le sue parole. E mercoledì sera, quando le agenzie battono la notizia, si scatena un putiferio che va molto al di là delle «cene di corrente» che iniziano un’ora dopo che la Cameraha approvato la prescrizione breve.
Nella mastodontica macchina della comunicazione berlusconiana scelgono di “sgonfiare” il soufflé dell’investitura del «delfino» con due operazioni semplici semplici. La prima la mette in campo Paolo Bonaiuti, smorzando l’effetto delle parole del premier. La seconda è quella di far filtrare il malessere degli ex aennini, l’attivismo di Matteoli e la telefonata (che c’è stata) in cui «l’Umberto» ha invitato «Silvio» a correggere il tiro sulla sua successione. Tutto vero e soprattutto verosimile, visto che il «patto» tra il Senatur e il Cavaliere si scioglierà nel momento in cui il secondo non sarà più il leader.
Ma lo stop principale al tam-tam su Alfano leader arriva dal nocciolo duro del Pdl. A cominciare dal coordinatore Denis Verdini, che ieri ha
chiesto e ottenuto da Berlusconi una retromarcia in grande stile. «Non ho mai detto che Angelino sarà il mio successore», scandisce infatti il premier durante il vertice di ieri a Palazzo Grazioli. Non solo. A queste parole, che saranno riferite ai cronisti dal capogruppo dei Responsabili Luciano Sardelli, il Cavaliere aggiunge una battuta: «Non avete visto di quante cose mi accusano i magistrati e la sinistra? Non voglio mica farmi accusare anche perché scelgo il mio successore…».
La battuta, in effetti, fa ridere lo stato maggiore del Pdl. Non Alfano, però. Perché, dice chi lo conosce bene, «Angelino non voleva mica l’endorsement. Ma il modo in cui Berlusconi ha corretto il tiro l’ha fatto rimanere molto male». In fondo, è lo stesso concetto ribadito privatamente dal ministro Fitto, uno degli uomini più vicini al guardasigilli: «Questa smentita non ci ha certo reso felici. Comunque, si vede che siamo già vittime del “fuoco amico”…».
Tra i tanti motivi per cui lo stato maggiore pidiellino teme l’ascesa di Alfano, ce n’è uno su tutti. Il Guardasigilli ha già creato un partito nel partito. Infatti, dentro il Pdl, c’è già un PdA. Il «partito di Angelino». Quella a cui il titolare della giustizia sta lavorando ormai da un anno è una vera e propria «rete». Con tanto di cabina di regia, di cui fanno parte i big che stanno lavorando per costruirne la leadership: da Fitto alla Gelmini, dalla Prestigiacomo a Frattini.
Nel «partito di Alfano», un ruolo decisivo lo ricopre Maurizio Lupi, il vicepresidente della Camera che – sfruttando la scia di «Angelino» – ambisce al ruolo di capogruppo a Montecitorio. Certo, pensare di scalzare Fabrizio Cicchitto dopo l’approvazione della prescrizione breve sembra una mission impossible. Ma Lupi, un obiettivo, l’ha già raggiunto: è riuscito ad avvicinare Roberto Formigoni e l’ala ciellina del Pdl al Guadasigilli.
Oltre alla «cabina di regia» e al ruolo di Lupi, Alfano può già contare sul sostegno di tanti deputati del partito che, oltre ad avere radicamento sul territorio, si oppongono alla gestione di Verdini. Per fare qualche esempio, tra questi ci sono Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, molto forte in Piemonte. E poi, in ordine sparso, gente come il suo omonimo Gioacchino Alfano e Nunzia De Girolamo, che in Campania sono tra gli oppositori del ras Nicola Cosentino. Senza dimenticare che, tra i volti noti che potrebbero sposare l’alfanismo militante, spunta anche il nome di Mara Carfagna.
Fitto, Gelmini, Prestigiacomo, Frattini, Carfagna, Lupi. E poi Crosetto, Gioacchino Alfano, De Girolamo, Carfagna. La squadra degli Alfano boys dentro il Pdl sta cominciando a prendere forma. Ma «Angelino», a differenza dei suoi oppositori interni, ha molti amici anche fuori dal partito. La sua partecipazione ai meeting della fondazione bipartisan VeDrò gli ha consentito di stringere ottimi rapporti di amicizia con personalità come Enrico Letta (che di VeDrò è stato l’ispiratore) e Giulia Bongiorno. E non è tutto: nel settore in cui il Pdl è debolissimo – e cioè quello dei rapporti con la magistratura – Alfano è molto più “solido” di quanto non si pensi. Perché è vero, c’è la sua firma sia sul contestatissimo «lodo» respinto dalla Consulta che sulla riforma costituzionale della giustizia osteggiata dai magistrati. Ma, anche grazie Stefano Dambruoso, il suo uomo cerniera con le toghe, «Angelino» lavorerà per ridurre il più possibile le distanze (politiche) tra sé e le toghe.
I colleghi lo temono. E lui, Giulio, confessa alla Bindi: “Rosy, non sai quanto ti invidio”
di Tommaso Labate (dal Riformista del 13 aprile 2011)
È la bionda Stefania Prestigiacomo, sua nemica giurata, ad aprire le danze: «Che cos’è, domani quello viene in consiglio dei ministri a varare qualche manovrina economica senza avvertire nessuno, come al solito?».
Sembra una di quelle rarissime classi disciplinate, in cui gli studenti stanno composti anche quando il maestro è assente. Mancano per l’appunto il maestro, Silvio Berlusconi, e un assente giustificato, Franco Frattini, impegnato in Lussemburgo con gli altri ministri degli Esteri. Il resto della squadra di governo è tutta al proprio posto, nell’Aula di Montecitorio, a “marcare” l’approvazione del processo breve caro al maestro. L’armonia dura fino a che la Presigiacomo non solleva i suoi dubbi sull’esame del documento di economia e finanza nonché sul Piano nazionale delle riforme, che oggi saranno al vaglio di un Consiglio dei ministri che si riunirà alla Camera. «Quello ci farà uno dei suoi soliti scherzi?», è il ritornello che la bionda titolare dell’Ambiente affida alle orecchie poco discrete di alcuni suoi colleghi.
Quello, che non ha certo bisogno di presentazioni, è Giulio Tremonti. L’uomo su cui si addensano sistematicamente i sospetti di mezzo governo, soprattutto dopo il ticket Berlusconi-Letta ha perso la sponda di Cesare Geronzi nel salotto buono della finanza nostrana. L’uomo del «rigore» e dei cordoni della borsa rigorosamente sigillati, insomma.
Quando «Stefy» e altri ministri ne parlano male, lui, l’ultimo successore di Quintino Sella a via XX
settembre, è impegnato nella prima delle tante chiacchierate «eterodosse» (la definizione, tra il perfido e l’ironico, è di un suo collega di governo) in cui s’è intrattenuto ieri. Che «Giulio» non sia contento di stare in Aula a «perdere tempo» si vede lontano un miglio. E così, quando incrocia Rosy Bindi, le sussurra in un orecchio: «Rosy, non sai quanto ti invidio». «E perché?», replica la pasionaria del Pd. «Perché rimpiango la legislatura passata, quando facevo il vicepresidente della Camera. Credimi», insiste Tremonti, «stavo molto meglio di oggi». «Perché avevi meno rogne, caro Giulio», è la controreplica della Bindi.
Che trami alle spalle del Cavaliere oppure no, resta il fatto che ogni mossa di Tremonti viene sempre vista con sospetto. E così, quando s’avvicina al “frondista” Claudio Scajola, suo acerrimo (ex?) nemico per una chiacchierata, Dagospia gli dedica l’apertura dell’home page. Titolo: «Gli ultimi giorni di Pompei». Sommario: «Di cosa confabulano per 22 minuti, oggi a Montecitorio, Tremonti o Scajola? Le conseguenze per il Cainano si potranno vedere in futuro, o anche domani».
Una cosa è certa. La full immersion di ieri alla Camera dimostra quello che Radiotransatlantico sostiene da tempo: tra i banchi dell’opposizione, Giulio Tremonti rimane una star. Di più, è l’unico esponente della maggioranza a essere apprezzato da Bersani, Fini, Casini e financo da Di Pietro, con cui “dialoga” attraverso il professor Vincenzo Fortunato, il suo capo di gabinetto che ha ricoperto lo stesso incarico per «Tonino».
Quale sarà il punto di caduta della «settimana incandescente» evocata da Gianni Letta non è dato saperlo. Ma se il castello di carte berlusconiano crollasse, l’unico nome per la guida di un governo di transizione sarebbe quello di Tremonti.
Alle 18.14, quando l’aria dell’emiciclo di Montecitorio gli dev’essere sembrata irrespirabile, «Giulio», versione ipersorridente, dribbla tutti i colleghi della maggioranza che gli capitano a tiro e raggiunge Enrico Letta nel cortile interno. I due chiacchierano per una decina di minuti. Fino a che, al tandem Tremonti-Letta jr., non si aggiunge Walter Veltroni, che quando vede il ministro dell’Economia abbandona il quasi ex finiano Andrea Ronchi alla compagnia di Marco Minniti.
«Giulio», «Walter» ed «Enrico» fanno giusto in tempo a tornare in Aula per godersi un piccolo momento storico. Alle 18.39, quando il pd Roberto Giachetti attacca Gianfranco Fini per non aver concesso la parola alle opposizioni dopo l’intervento di Angelino Alfano, dai banchi di Pdl e Lega arrivano applausi all’indirizzo del presidente della Camera. Sono i primi dopo oltre un anno. Poi ci sono i brusii di Palazzo. Su Ronchi e Urso, che starebbero pensando di anticipare l’addio a Fli. Sui Responsabili, che stanno per diventare un partito vero e proprio. Sulla prescrizione breve, la cui approvazione passa attraverso altri attimi di palpitazione. A Roma, nel bel mezzo del corridoio dei passi perduti, il centrodestra trattiene ancora il fiato. Se la passano meglio i pidiellini di Milano, dove una mozione di Nicole Minetti contro i parrucchieri abusivi ha passato tranquillamente il vaglio del Consiglio regionale.
Rissa di governo a Vinitaly. La rossa Brambilla fa infuriare Romano e poi brinda a Coca-Cola
di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 aprile 2011)
Doveva essere la “vera” cerimonia di battesimo di Saverio Romano da ministro dell’Agricoltura. A Verona, nella cornice di Vinitaly, la tradizionale esposizione fieristica del vino che la città scaligera ospita da oltre quarant’anni. Un giretto con l’abito blu tra gli stand, strette di mano coi viticoltori noti e meno noti, più un bel protocollo d’intesa da sottoscrivere col ministero del Turismo. Il comunicato stampa, come in ogni grande occasione che si rispetta, era stato servito alle agenzie sabato mattina, poco prima dell’evento. «Il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano e quello del turismo Michela Vittoria Brambilla firmeranno al Vinitaly di Verona un protocollo di intesa per la promozione del turismo enogastronomico», e via dicendo.
A rovinare il battesimo di Romano, trasformando la festa in una mezza crisi di governo, ci ha pensato la sua collega di esecutivo, la Brambilla. L’appuntamento per la firma del protocollo davanti ai cronisti è per le 11,45 di sabato. Il titolare dell’Agricoltura si presenta in anticipo e rifiuta di rilasciare dichiarazioni. «Aspettiamo Michela», è il senso del suo gentile rifiuto opposto ai cronisti. E invece non solo «Michela» si presenta in netto ritardo. Ma, in barba al cerimoniale, si mette a rilasciare interviste a tutte le tv che gli capitano a tiro. Romano, stando alla ricostruzione del dorso veneto del Corsera, si arrabbia di brutto. E dietro le quinte scoppia persino una rissa tra gli uffici stampa dei due dicasteri.
E visto che al peggio non c’è mai fine, come si presenta poi la Brambilla all’appuntamento con la conferenza stampa del protocollo d’intesa sui vini? Semplice, sorseggiando una Coca-Cola. Ch’è un po’ come farsi vedere con una bistecca ai ferri al convegno nazionale dei vegetariani. Peccato che sia finito così, l’evento del “responsabile” Romano con l’azzurra Brambilla. Bastava che bevessero «responsabilmente». Hanno finito per litigare.
Giovanni Galeone, il 4-3-3 e la sinistra perduta.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 23 gennaio 2011)
È tornato Zeman, è tornato Dan Peterson. Lui no, non tornerà. È l’ultimo dei 54 minuti di chiacchierata col Riformista, l’unico momento in cui la voce del Profeta tradisce una punta d’amarezza. «No, non mi siederò mai più su una panchina. Un po’ per la condizione fisica, che comunque è un problema che si risolverebbe chiamando un “secondo” giovane e in forma. Ma soprattutto perché non riesco ad avere più un rapporto con i calciatori. Me ne sono reso conto quattro anni fa, ad Udine. Non li sopporto più, i calciatori. Ormai hanno un potere contrattuale spaventoso, che porta molti di loro a non avere rispetto per la divisione dei ruoli. Scegli di non far giocare uno e quello mica te lo dice in faccia. No, si lamenta col suo procuratore, che poi chiama il direttore sportivo, che il giorno dopo chiama te».
Peccato, non è più calcio per Giovanni Galeone. Il Profeta che tra dieci giorni compirà settant’anni. Dal «suo» 4-3-3 a «quella notte a Vienna con Silvio Berlusconi», dalle partitelle a pallone col «genio» Pasolini all’intuizione su Ibrahimovic, dal «maestro» Liedholm alla «puttanata» sui libri di Prévert portati in panchina. E il Pescara dei miracoli. E il calciatore più forte mai allenato, Blaž Sliškovic, «uno che nel calcio di oggi, con un procuratore dietro le spalle, si giocherebbe il pallone d’oro».
Galeone sfoglia un album dei ricordi lungo sette decenni. E ora che manca poco all’appuntamento con le settanta candeline, scaccia ancora una volta la parola «rimpianto» dal suo vocabolario: «La verità è che non sono mai stato invidioso. Giusto un po’ d’invidia nei confronti degli intelligenti e dei colti. Per il resto, me ne sono fregato dei soldi, della fama e dei successi altrui. Quando ho potuto, ho brindato con lo champagne. Altrimenti mi son sempre andati bene anche il prosecco o la spuma Cirutti».
Impossibile cavarsela dicendo che «in fondo è solo un allenatore di calcio». D’altronde, il suo bouquet di aforismi lo rende più simile al Barney dell’omonima Versione di Richler che a un Guidolin qualsiasi. Ha mandato pubblicamente «affanculo» Berlusconi negli anni 2000, disse che non avrebbe fatto marcare a uomo nemmeno Maradona («Perché mi creerebbe un buco a centrocampo») nel 1989, impose ai suoi atleti solo «allegria e libertà d’azione, come se giocassero sul pavimento di casa» nel 1986 e soprattutto ha sempre ricordato che la zona e il 4-3-3 li fatti prima lui, «e poi Zeman».
La sua storia di giovane emigrato napoletano si fa favola nel 1986. Quando gli scarpini da calciatore sono al chiodo da un pezzo. «La mia fortuna», racconta al Riformista, «era stata allenare le giovanili dell’Udinese. Altra epoca. Trovavi ragazzini che venivano agli allenamenti e ti dicevano: “Mister, ma sa che ieri ho visto il Bruges, giocavano con 5 difensori, 2 centrocampisti e 3 punte?”. Sperimentavamo, provavamo». A furia di provare e riprovare viene fuori il 4-3-3, con cui il Profeta fa girare la Spal dall’83 all’86. «Gustinetti, Bresciani e Trombetta avanti. Dietro di loro tre mezz’ali vere». Nel 1986 è l’ora di Pescara. «Giocavamo a zona solo noi e il Parma di Arrigo Sacchi. Solo che la mia era una squadra costruita per non retrocedere. Arrivammo primi». Il battesimo in serie A, l’anno dopo, è a San Siro contro l’Inter. «Vincemmo per 2 a 0. Ricordo ancora che la sera finii a discutere con Sivori alla Domenica sportiva. Il grande Omar sosteneva che chi giocava a zona era destinato a retrocedere. Io risposi che di 40 squadre che retrocedevano ogni anno, almeno 39 giocavano a uomo. Ti credo, a zona giocavamo solo noi…». Oggi tutto il calcio è la rivoluzione di Galeone. «L’unico da cui un po’ ho copiato è stato il grande maestro Nils Liedholm. No, Zeman no. Lui è arrivato dopo di me».
IL PAPA’ DELLA RIVOLUZIONE. Il Pescara di Galeone è leggenda ancora oggi. «Non c’erano grandi soldi, per cui fummo costretti a sacrificare i due “gioielli” che erano stati protagonisti in serie B. Rebonato e Bosco», racconta il Profeta. In società fa il suo ingresso l’imprenditore Pietro Scibilia, che con la sua «Gis» sponsorizzava le pedalate di Francesco Moser. «Cominciammo a girare nei migliori hotel. Le divise, elegantissime, le produceva una nota azienda abruzzese, da cui si serviva anche l’Avvocato Agnelli. Romeo Anconetani, presidente del Pisa, diventava matto quando le vedeva. Una volta mi disse: “Ma dove cazzo le prendete queste sciccherie qua?”». La squadra diventa uno squadrone. Undici uomini, di cui due star: il pluri-blasonato brasiliano Junior e soprattutto il bosniaco Sliškovic. «Leo Junior era già stato in Italia, al Torino. Ma con Gigi Radice s’era trovato malissimo. Lo convinse il suo grande amico Zico», ricorda il mister, «a venire a Pescara. “Vai da Galeone ché è tutta un’altra musica”. gli disse. Lo vedo ancora, Junior. Ragazzo generosissimo. È venuto dal Brasile per giocare una partita di vecchie glorie per i terremotati dell’Aquila».
I PIEDI DI SLISKOVIC. Quando gli si chiede chi è stato il giocatore più forte mai
allenato, Galeone risponde senza esitazioni. «Sliškovic. Mai vista una mezz’ala con quel tocco di palla. A Marsiglia l’avevano scaricato per lanciare Abedì Pelè. Quando venne da noi, dopo un’amichevole estiva, Liedholm mi disse: “Giovanni, ma dove l’hai preso questo qua?” Giocasse nel calcio di oggi, con un Moggi qualsiasi alle spalle sarebbe da pallone d’oro». A Pescara segna 8 gol in 23 partite. Poi l’oblio. «“Baka” non raccolse quel che meritava. Anche per colpa della guerra. Lui era un bosniaco, la nazionale jugoslava venne cancellata e per lui cominciò il declino. Peccato, davvero un peccato. Soprattutto perché era ed è un ragazzo serio, una persona splendida. Se lo sento ancora? Certo, chiama sempre per farmi gli auguri durante le feste».
LA PUTTANATA DI PREVERT. Accanto al Galeone «maestro del calcio champagne», emerge il Galeone intellettuale. Il mister «di sinistra», l’acuto divoratore dei libri di Camus e Sartre. Il «Profeta», insomma, che porta Prévert in panchina. «Ma quella era una puttanata», sorride oggi a tanti anni di distanza. «In panchina portavo le Marlboro, mica Prévert. Successe tutto perché dissi a un giornalista che leggevo gli autori francesi. E quello tirò fuori questa storiella». E poi, «il mio calcio era soprattutto allegria. Al contrario di Prévert, che era uno scrittore triste». Gli ideali di sinistra no, quelli erano e sono autentici. Galeone nasce da una famiglia benestante e liberale. «Papà era un ingegnere, non mi è mai mancato nulla. Però da casa sono andato via subito, senza mai chiedere nulla. Nel Dopoguerra ho visto la fame, quella vera, negli occhi della gente. E una sinistra che, nonostante momenti drammatici come i fatti d’Ungheria, è sempre stata unita. Adesso non è più così. Oggi la sinistra, di fatto, è quasi inutile. Infatti Berlusconi è ancora là da quindici anni». Speranze? «I comunisti di una volta erano un’altra cosa. Avesse avuto un Berlinguer da sconfiggere, Berlusconi non avrebbe vinto manco u
n’elezione. Oggi però i comunisti non ci sono più. O meglio, esistono solo nelle fantasie del presidente del Consiglio». Quel che vede, a Galeone, non piace. Neanche in politica. «A sinistra litigano, fanno un’opposizione “contro”. Però non hanno una proposta politica seria da fare al Paese. Prendiamo Vendola, che pure sembra uno serio e intelligente… Ma che cosa ha da proporre? Spero che le cose cambino». In fondo, sono riflessioni di chi ha visto da vicino anche Pier Paolo Pasolini. «Fine anni ’60. A Grado lui stava girando Medea con la Callas. Noi – io, Capello, Reja, Sormani – passavamo le estati là, anche per fare le sabbiature. Giocavamo a pallone, e Pier Paolo era fortissimo. Ma la cosa che mi rimase più impressa successe nello spogliatoio. Quando Raf Vallone, che pure era una star internazionale, ascoltava le parole di questo grande intellettuale a bocca aperta».
TRA BERLUSCONI E MORATTI. All’alba dei settant’anni, Galeone vive tra Udine e Pescara. Per lui, che ha innaffiato di calcio champagne le piazze di provincia (Pescara e Perugia su tutte) e ha lanciato per primo l’allarme doping («Fui il primo a parlare di Epo»), non c’è mai stata una “grande”. «Moratti mi chiamò due volte. La prima, nel 1995, disse però che mi stimava troppo per affidarmi una squadra che lui stesso non riteneva all’altezza». Con Berlusconi fu diverso. «A Vienna, nel 1990, la sera della finale vinta dai rossoneri contro il Benfica, mi ritrovo a passeggiare con Sacchi verso il loro albergo. In hotel, erano le 3 di notte, troviamo Berlusconi che parlava con altri giocatori, tra cui Massaro. Quando il Cavaliere mi vede chiede ad Arrigo: “Non ti dispiace se parlo un po’ col mister Galeone, no?”. Discutemmo di pallone fino alle 5 di mattina. Alla fine Berlusconi mi disse: “Galeone, mi telefoni. Ho dei grandi progetti per lei”. Non l’ho mai fatto».
Un decennio più tardi, quando si trattò di difendere il ct Zoff dal j’accuse berlusconiano dopo la finale dell’Europeo persa contro la Francia di Zidane, il Profeta disse pubblicamente: «Avesse detto quelle cose a me, l’avrei mandato affanculo». Oggi al Milan c’è un suo allievo, Allegri. «Volete sapere com’era Max da calciatore? Primo, intelligente. Secondo, credo che non abbia mai messo piede in una discoteca. Terzo, non l’ho mai visto con una donna che non fosse bellissima, intelligentissima e ricchissima. Adesso lo sento almeno una volta a settimana. Mi dice che al Milan è molto contento, che là si lavora benissimo». Però è un peccato che, nell’anno del signore 2011, questo non sia più un calcio per Galeone. «Questo pallone s’è ripreso lentamente dopo essere stato mortificato per 10 anni dal 4-4-2 dei falsi imitatori di Sacchi. Per un decennio il calcio è stato prendersi a calci a centrocampo, nulla di più. Il più forte oggi? Ibrahimovic, sui cui avevo puntato nel 2001. Una sera telefono al mio secondo a Pescara, Marco Giampaolo. E gli dico: “Accendi la tv e vedi che cosa sa fare il centravanti dell’Ajax, quello alto. Poi fammi sapere”. Oggi però il pallone è scaduto. In serie A arriva gente che vent’anni fa non l’avrebbe vista manco col binocolo. Allora in difesa c’era gente come Maldini e Baresi. Negli ultimi tempi, invece, Chiellini e Materazzi sono stati considerati tra i difensori più forti d’Italia. Non so se mi spiego…». Irriverente e spumeggiante come il Barney dell’omonima Versione di Richler. Un «Profeta» anche in patria. Galeone Giovanni da Napoli, tra dieci giorni settantenne. Rimarrà ancora l’idolo dei cultori del calcio gourmet. Ma non allenerà più. Potendo, berrà ancora champagne. Altrimenti s’accontenterà di prosecco o della spuma Cirutti. Senza rimpianti e senza invidia. Mai. Auguri.
«Manca il culatello di tua sorella». Alla Camera arriva l’opposizione slow food.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 aprile 2011)
Della «cipolla rossa di Breme», si sgola l’onorevole Zucchi Angelo del Pd, «se ne producono 600 quintali». E l’Aula di Montecitorio trattiene il fiato.
Gennaro Malgieri del Pdl urla: «Ma l’abbiamo già sentito!». Amedeo Laboccetta, sempre del Pdl, s’inalbera: «Ma che fa? Si mette a leggere di nuovo?». Il democratico Zucchi, pavese di Siziano, anni 56, non si cura di loro. Ma guarda e legge: «Il lardo di Colonnata rappresenta uno dei nostri prodotti dop più ambiti, (…) che tutto il mondo ci invidia». Quanto alla cipolla rossa di Breme, aggiunge, «la coltivano sei agricoltori. E ha una tradizione che si ritrova fin dal 906 dopo Cristo».
Nell’anno duemilaundici, per la precisione il 6 aprile, ieri insomma, Montecitorio si trasforma in un pensatoio che manderebbe in visibilio financo il più coriaceo seguace di Carlin Petrini. L’Aula dello slow food, insomma. Merito (o colpa) del raccordo Pd-Idv-Udc, che per rallentare l’approvazione del processo breve caro al Cavaliere produce un’inedita forma di ostruzionismo. Domenica sera Roberto Giachetti, segretario d’Aula dei Democratici, si rilegge l’articolo 32 comma 3 del Regolamento della Camera. È uno strumento normativo che ciascun deputato può usare per «precisare meglio» il proprio pensiero del giorno prima. E così, come da copione, tutti i protagonisti del dibattito del martedì tornano sulla scena. Con argomenti di alta cucina.
«Onorevole Giachetti, non può infliggerci oggi una lezione su Moby Dick di Herman Melville», ammonisce Rocco Buttiglione presiedendo l’Aula in assenza di Fini. Infatti Marina Sereni, del Pd, chiude con la letteratura e passa alla cucina. «Anch’io voglio avvalermi dell’art. 32 comma 3 per chiarire il mio pensiero di ieri (martedì, ndr)», dice la deputata fassiniana. Che, con la scusa di intervenire sul decreto sui piccoli comuni, attacca a parlare dei prodotti tipici dell’Umbria: «Penso al vino sagrantino di Montefalco, al tartufo nero di Norcia, allo zafferano di Cascia, ai prosciutti tipici di Preci. È ancora presto, non potete avere fame, colleghi!», insiste Sereni prima di intrattenere gli onorevoli colleghi sulla «straordinarietà dell’esperienza di Brunello Cucinelli e del cachemire prodotto in un borgo splendido come Solomeo».
Dai gruppi di Pdl e Lega s’alzano cori di insulti. Zucchi (Pd) cita la comunità ebraica di Mortara
(Pavia), che 600 anni addietro chiese e ottenne «di inventare un salame che non venisse dal maiale: così nasce il salame d’oca». «Onorevole Zucchi», lo incalza il pdl Maurizio Lupi dalla presidenza, «la ringrazio per la spiegazione dotta ed erudita sul salame d’oca».
Ma la sinfonia culinaria raggiunge vette inesplorate quando prende la parola il deputato marchigiano Massimo Vannucci (Pd), che si lamenta dell’assenza di un dettaglio dal resoconto stenografico del giorno prima: «Quando Ciccanti (Udc) parlava del prosciutto di Carpegna, dai banchi della lega è arrivato un grido: “Mettici anche il culatello!” Ciccanti ha risposto: “Di tua sorella, probabilmente”. Questo nel verbale non c’è». E Lupi, dalla presidenza: «Perché si vede che la sorella non aveva comprato il culatello». E Vannucci, di rimando: «Eh no! Altrimenti non si capisce. Lo faccio per l’onorevole Ciccanti! Io non so se la sorella del collega producesse culatello e quindi se l’onorevole Ciccanti si riferisse a questo». Pdl e Lega aumentano il volume delle loro proteste e citano gli appelli della scorsa settimana del capo dello Stato. Un altro deputato del Pd, Salvatore Margiotta, prende la parola e precisa: «Ho citato anch’io alcuni prodotti tipici della Basilicata. L’Aglianico del Vulture, i pecorini di Moliterno e di Filiano, i fagioli di Sarconi, le acque minerali del Vulture, l’olio Barile, i peperoni di Senise…Ma non voglio dire che i prodotti della Lucania sono migliori di altri che esistono nel nostro paese. Potrei fare un elenco infinito», conclude Margiotta: «Il tartufo d’Alba, il lardo di Colonnata, il Barolo e Brunello di Montalcino, tutti i prodotti dell’Umbria citati poc’anzi dalla collega Marina Sereni, nonché tutti quelli cui ha fatto riferimento il collega Zucchi, tra cui anche il salame di Mortara…». Morale della favola? Alle 21, quando il Riformista va in stampa, dell’approvazione del processo breve non c’è neanche l’ombra. C’è però Fabrizio Cicchitto, triste solitario y final. Che, temendo un altro blitz dei Franceschini boys, precetta tutti i “suoi” in vista di una probabile seduta notturna…
E nell’Aula rimbombò: “Mettici il culatello”.
Questi dialoghi non sono un “prodotto della mente”, come cantavano Elio e le Storie Tese nella loro ben nota canzone. Trattasi più nobilmente di estratti dal resoconto stenografico della seduta di questa mattina della Camera dei Deputati. Seduta in cui l’opposizione s’è prodotta in una “gastronomica” opera di ostruzionismo per ricacciare in alto mare il processo breve.
“Onorevole Giachetti, (…) mi consenta di osservare che se lei ieri ha parlato di uno degli argomenti all’ordine del giorno, non può infliggerci oggi una lezione su Moby Dick di Herman Melville. E questo è quello su cui io devo vigilare”. Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera.
“Intendo invece intervenire davvero ai sensi del comma 3 dell’articolo 32 del Regolamento. Anzi, le dico subito che questa notte non sono riuscito a riposare perché mi macerava dentro…”. Renato Cambursano, deputato dell’Italia dei valori.
“Penso alla straordinarietà dell’esperienza di Brunello Cucinelli e del cachemire in un borgo splendido come Solomeo”. Marina Sereni, deputato del Pd.
“Signor Presidente, intervengo anch’io ai sensi dell’articolo 32, comma 3, del Regolamento. Ieri sono intervenuto a sostegno di un emendamento, a prima firma dell’onorevole Borghesi, che privilegiava la vendita diretta nell’ambito della promozione dei prodotti agroalimentari tradizionali (…) Voglio solo citare alcuni esempi, come, in modo particolare, il lardo di Colonnata che rappresenta uno dei nostri prodotti a denominazione di origine protetta (DOP) più ambiti. (…) oppure la cipolla rossa di Breme”. Angelo Zucchi, deputato del Pd.
“Onorevole Zucchi, la ringrazio anche per la spiegazione dotta ed erudita a proposito del salame d’oca che comparirà, certamente, nel processo verbale della seduta odierna”. Maurizio Lupi, deputato Pdl e vicepresidente di turno dell’Aula.
“Nel momento in cui l’onorevole Ciccanti svolgeva la dichiarazione di voto ed elencava i prodotti tipici (…) ed era arrivato al prosciutto di Carpegna, dai banchi della Lega Nord è arrivato un grido e gli si è detto: «mettici anche il culatello!» Ciccanti ha risposto: «di tua sorella, probabilmente». Ora, nel verbale, mentre c’è l’elenco e compare il prosciutto di Carpegna, non c’è la parola «culatello», signor Presidente”. Massimo Vannucci, deputato del Pd.
“Perché si vede che la sorella non aveva ancora comprato il culatello”. Maurizio Lupi, deputato Pdl e vicepresidente di turno dell’Aula.

