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La lista dei «dead vitalizio walking». Dalla Mussolini a Cosentino, passando per la Melandri. Ecco chi ha paura della tagliola sulle onorevoli pensioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 13 dicembre 2011)

Qualcuno li ha già ribattezzati i «dead vitalizio walking». Sono i deputati che stanno nella lista, in possesso dei presidenti delle Camere (e del Riformista), di coloro che dal 2013 rimarranno (e a lungo) senza vitalizio. Da Mussolini a Cosentino, passando per la Melandri.

Scriveva Victor Hugo ne I miserabili che fortuna è «una cosa schifosa». E che la «sua falsa rassomiglianza col merito inganna gli uomini». Una magra, magrissima, consolazione per molti dei sessantasei deputati sfortunati che, come recita il foglietto che circola alla presidenza della Camera, «sono interessati dal posticipo della decorrenza dell’assegno vitalizio». Quelli che, quando tra pochi giorni scatterà la tagliola voluta dal governo e dal tandem Fini-Schifani, dovranno aspettare di compiere sessant’anni prima di godersi l’assegno della pensione. Si tratta di parlamentari di lungo corso, eletti per la prima volta già prima della vecchia riforma dell’onorevole previdenza. Gli stessi che, dal primo gennaio 2013, avranno una sola speranza: essere ricandidati e rieletti. Altrimenti, zac. Per la pensione dovranno aspettare anni e rimediare un’altra fonte di reddito. Quasi come i cittadini normali.

Alessandra Mussolini, ad esempio, potrà festeggiare l’assegno del vitalizio praticamente in concomitanza col capodanno 2023. E col suo sessantesimo compleanno, previsto per il 30 dicembre del 2022. Fino ad allora, nisba. Visto che oggi chiede «l’abolizione del vitalizio e dell’indennità», l’onorevole del Pdl sarà senz’altro contenta. Anche perché di ricandidatura, visto che i suoi giri in Parlamento sono arrivati a cinque, pare che non se ne parli. Più agevole, ma neanche troppo, l’attesa di Nicola Cosentino, il deputato pidiellino di Casal di Principe. Per cui l’assegnone scatterà nel momento esatto in cui spegnerà le sessanta candeline, il 2 gennaio 2019.

Nella lista dei «dead vitalizio walking» c’è anche Giovanna Melandri, anche lei alla quinta legislatura. Che, come l’onorevole Mussolini, potrebbe dover aspettare la pensione fino al 2022. Al netto di ricandidature, aspetteranno l’assegno anche Ferdinando Adornato (per lui scatterà nel 2014) e Valentina Aprea (2016). Molto più lunga sarebbe l’attesa di Italo Bocchino (sessant’anni nel 2027), di Franco Frattini (2017), di Alberto Giorgetti (2027) e del suo omonimo leghista Giancarlo (2026), e dell’altro finiano Roberto Menia (2021). E ancora, tra gli altri, rischiano la siciliana Stefania Prestigiacomo (2026), il bergamasco Giacomo Stucchi (2029) e il varesino Luca Volontè (2026). Senza dimenticare il leghista Daniele Molgora (2022).

Nella lista dei sessantasei (11 del Pd, 30 del Pdl, 8 del Terzo Polo, 9 della Lega, 7 del Misto, 1 dell’Idv) trovano spazio anche due deputati che, avendo interrotto la loro presenza in Parlamento per una o più legislature, sono già titolari del vitalizio: si tratta di Walter Veltroni e del dipietrista Fabio Evangelisti. Inoltre, anche se ovviamente non sono a rischio ricandidatura, tra coloro che rimarrebbero senza pensione per anni ci sono due dei più agguerriti (e sinceri) sostenitori della “tagliola”: il presidente della Camera Gianfranco Fini e uno dei suoi predecessori, Pier Ferdinando Casini.

Sembra di stare davanti a un paradosso. Di fronte a uno dei pochi casi della storia dell’universo che smentirebbe la teoria alla Catalano sul «meglio essere giovani che vecchi». Qui no. Più vicino sei ai sessant’anni, prima arriva il vitalizio. Come sanno benissimo Beppe Giulietti e Gennaro Malgeri, che alle brutte aspetterebbero pochi mesi (2013). O Livia Turco, a cui invece toccherebbe un’attesa di due anni (2015).

LA LISTA COMPLETA LA TROVATE CLICCANDO QUI

Written by tommasolabate

13 dicembre 2011 at 09:12

Alessandra Mussolini: «Nessun vitalizio ai politici? E’ un’istigazione al suicidio»

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Cliccando qui trovate un estratto dell’intervista che ho fatto ad Alessandra Mussolini per il settimanale A.

Riflettete, gente. Senza istigare, però.

Written by tommasolabate

10 dicembre 2011 at 22:44

L’idea di Silvio il marsigliese. Un referendum su se stesso al congresso del Pdl.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 9 dicembre 2011)

Doveva essere il battesimo europeo della leadership di Angelino Alfano. E invece, ancora una volta, al congresso del Ppe di Marsiglia Silvio Berlusconi ha tenuto per sé il centro della scena. Perché?

Dalla sera del 12 novembre, quella delle dimissioni, non è passato neanche un mese. Nelle ore successive all’ascesa al Colle, mentre qualche decina di migliaia di manifestanti esultava di gioia, il Cavaliere ci avrà anche pensato, come aveva spiegato a qualche fedelissimo, a mollare tutto («Roma e la politica») per tornare a dedicarsi alle aziende. Ma è durato poco. Poi l’ex presidente del Consiglio è tornato sulla scena sfoderando quel bouquet di promesse che arricchivano il suo frasario già da mesi. «Alle prossime elezioni non mi ricandido», «tocca ad Alfano». Ma, in ogni caso, «non lascio». Anzi, «raddoppio il mio impegno».

Sembra passata un’era geologica. E non solo perché il governo Monti, com’era prevedibile, sta occupando tutta la scena. Ma anche perché, stando a quanto si mormora nella war room mai smobilitata di Palazzo Grazioli, Berlusconi ha ricominciato a commissionare sondaggi per misurarsi coi competitor più disparati: da Mario Monti a Corrado Passera. Passando, è una voce che circola con insistenza da giorni, anche per Angelino Alfano.

È altamente probabile che, al «delfino», questi movimenti sotterranei del «padre nobile» non piacciano affatto. Com’è probabile che il segretario del Pdl volesse calcare in solitaria il palcoscenico marsigliese del congresso del Ppe. D’altronde così era scritto nell’ideale piano d’azione messo giù dall’ex guardasigilli nei primi giorni d’ottobre. Quando, col governo del Cavaliere ancora in piedi, prese un volo diretto a Bruxelles per incontrare i vertici del Partito popolare europeo e sondare il terreno in vista delle assise marsigliesi.

E invece, in Francia, s’è materializzato anche Berlusconi. Con uno show degno delle apparizioni di fronte alla stampa di quando, in giro per il mondo, rappresentava l’Italia e non soltanto il Pdl. «Se non si arriverà a dare alla Bce un ruolo di ulteriore garanzia sui debiti sovrani, allora non si risolverà nulla», ha scandito prima di incontrare i capi di stato e governo che stanno nei Popolari. «Per possibile votare una manovra come questa, che comporta un forte aumento della pressione fiscale, serve la fiducia», ha aggiunto. Un evergreen berlusconiano, insomma. Non ci piace, ma dobbiamo farlo. Lo stesso metodo che l’ex presidente del Consiglio tira fuori quando gli domandano che cosa pensa dell’attivismo di alcuni deputati del suo partito (da Denis Verdini a Gabriella Giammanco) sulla proposta di rimettere l’Ici per tutti gli immobili di proprietà della Chiesa. «So che tutte le risorse che la Chiesa risparmia le dà in opere di aiuto a chi ha bisogno. Per questo ho lasciato ai membri del mio partito piena libertà».

Che cosa ha in mente Berlusconi visto che, come il diretto interessato sa benissimo, non si andrà alle urne prima del 2013? Tra i suoi inizia a circolare con una certa insistenza la voce secondo cui «il Presidente ha intenzione di convocare un altro referendum su se stesso». E che questa volta, lo strumento potrebbe essere quel congresso del Pdl che inizierà a breve. Ovviamente nessuno arriva a pensare a un Berlusconi che sfida Alfano, anche perché si andrebbe ben al di là anche dei confini della fantapolitica. «Piuttosto», dice un berlusconiano della cerchia ristretta, «bisognerà trovare modi e forme per trovare, all’interno della consultazione, un momento in cui verrà ratificata, oltre alla segreteria di Alfano, la leadership del Presidente».

Lui, intanto, è tornato in partita. E la mossa di ribadire che «i cittadini italiani sono benestanti», come ha fatto ieri a Marsiglia, è la via più agevole per allontanare dal suo vecchio governo le ombre della crisi. «Adesso c’è Monti. Chiedete a lui», risponde ogni volta che qualcuno gli domanda che cosa avrebbe fatto in questo dicembre 2011, se fosse rimasto a Palazzo Chigi. E la manovra lacrime e sangue di dicembre, come teorizza in privato anche Giulio Tremonti, è soltanto la punta di un iceberg. «Perché questi segnali d’allarme che arrivano dall’Europa sono l’anticipazione di quello che l’esecutivo farà all’inizio del 2012. E cioè una manovra aggiuntiva». Altro fieno in cascina per un Berlusconi versione “campagna elettorale”. Di nuovo in campo.

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9 dicembre 2011 at 10:25

Camusso, il clochard e “la crisi che c’è pe’ tutti”.

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Il dibattito sul sostegno al governo Monti? La manovra che molti Democratici continuano a giudicare “ingiusta” e “iniqua”? Le lacrime della Fornero? Certo, al quartier generale del Pd si discute anche di questo. Ma una delle storielle che più sta appassionando i dipendenti della sede nazionale del partito guidato da Bersani, fino ad oggi, è rimasta coperta dal più rigoroso riserbo. Nonostante i testimoni oculari abbiano provveduto, seppur sottovoce, a farle fare i giro dei corridoi del Nazareno.

Alla fine della settimana scorsa, ventiquattr’ore prima dell’appuntamento di Palazzo Chigi tra la delegazione del Pd e Mario Monti, Susanna Camusso si materializza, accompagnata dalla scorta, di fronte alla sede nazionale del Partito democratico. In via Sant’Andrea delle Fratte, insomma, davanti al civico 16.

Il segretario nazionale della Cgil ha un appuntamento col numero uno del partito. Ma – forse perché è in anticipo, forse perché ha voglia di un caffè – decide prima di imboccare l’ingresso del bar “Antico caffè”, sancta santorum delle pause sigaretta dei dipendenti del Pd.

E qui il primo dei due colpi di scena. Un clochard, che riconosce nella signora il leader del primo sindacato italiano, le si avvicina per chiedere qualche spicciolo. Camusso e il senzatetto, stando ai testimoni oculari, si guardano negli occhi. Ma lei decide comunque di guadagnare l’ingresso del bar senza metter mano al portafogli.

Il secondo colpo di scena arriva con l’uscita della Camusso dal bar. Il clochard – barba, occhiali spessi, cappello da pescatore – fa per riavvicinarsi alla leader della Cgil. Ma viene anticipato da uno degli uomini della sua scorta. Che, sorridendo, gli spiega: “Ao’, devi capi’ che la crisi c’è pe’ tutti”. Anche, è il sottotesto, per chi guida il sindacato d’Italia.

I titoli di coda arrivano col barbone che si allontana senza aver beccato manco mezzo centesimo e la Camusso che varca il portone del Nazareno per l’incontro con Bersani.

Post scriptum.

1)      Il fatto che non abbia aiutato un clochard non vuol dire affatto che Camusso non sia un sincero difensore degli interessi dei lavoratori.

2)      Aiutare un barbone non è sinonimo di bontà e correttezza. Come dimostra anche la celeberrima foto che immortalò l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio mentre faceva la carità a un senzatetto che chiedeva spiccioli davanti a Palazzo Koch.

(www.tommasolabate.com)

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7 dicembre 2011 at 15:11

Pubblicato su Rumori

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«Tavolone» in Parlamento, modifiche e fiducia sul maximendamento. Il Pd trova l’accordo con Pdl e Terzo Polo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 dicembre 2011)

La svolta arriva dopo un colloquio riservato tra Dario Franceschini e Fabrizio Cicchitto. Quando il capogruppo pd dice: «Dobbiamo accettare il coordinamento con Pdl e Udc».

Montecitorio, interno giorno. Dentro il Pd si moltiplicano i mugugni per il testo definitivo della manovra presentata domenica sera da Mario Monti e da alcuni dei suoi ministri. Il deputato torinese Stefano Esposito, esponente della sinistra interna e fedelissimo del segretario, annuncia sulla sua pagina Facebook che «a caldo, così com’è la manovra non la voto». Il franceschiniano Antonello Giacomelli, uomo-macchina della corrente di Area democratica, è un po’ più cauto. Ma ugualmente perplesso: «Era difficile chiedere a Monti di fare in pochi giorni qualcosa di più approfondito. Però è netta la sensazione di una timidezza su alcune misure che si trasforma in forte determinazione su altre». Traduzione: il governo è stato timido con chi “ha di più” e determinato sulle pensioni.

Idea che Bersani sottoscrive in pieno. Nel tragitto che lo separa da un corridoio laterale all’aula di Montecitorio, quando mancano pochi minuti all’intervento del presidente del Consiglio, il leader del Pd fa a tempo a dire tre cose. Senza girarci troppo intorno. «Questo decreto si poteva fare molto meglio». E uno. «Sono necessarie delle modifiche». E due. «In linea di principio, noi siamo contrari al ricorso alla fiducia. Però vediamo che succede…». E tre.

Ma per comprendere il senso della svolta che potrebbe maturare a stretto giro, bisogna andare oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano. E, di conseguenza, alla riunione di Montecitorio tra i vertici del partito e i componenti degli uffici di presidenza dei gruppi di Camera e Senato. Franceschini, che ha parlato col capogruppo dei Pdl, Cicchitto, apre alla proposta di Casini di dar vita a un coordinamento parlamentare a tre (Pd-Pdl-Terzo Polo). La sua proposta, sponsorizzata anche dalla pattuglia di Walter Veltroni e da quella di Enrico Letta, è semplice: «Questo decreto va prima modificato e poi messo in sicurezza. Non possiamo arrivare in Aula senza una regia politica, col rischio che gli emendamenti di Lega e Italia dei valori comportino qualche stravolgimento. Dobbiamo trovare un accordo con Pdl e Terzo Polo, fare un maxi-emendamento e poi approvarlo con la fiducia».

Ovviamente si tratta di un percorso a ostacoli. Primo, perché Bersani, che teme di rimanere scoperto a sinistra a causa delle mosse della Cgil, vuol far di tutto per evitare «la foto di gruppo» con Berlusconi e Casini. Secondo, perché anche Berlusconi avrebbe difficoltà ad accettare un «coordinamento politico». La soluzione, individuata nel corso dei colloqui con Casini, su cui gli ambasciatori di Pd (Franceschini) e Pdl (Cicchitto) si sono trovati d’accordo, è dar vita a un «tavolone tecnico». Una specie di raccordo parlamentare tra le tre forze principali che sostengono il governo Monti.

Sembra un paradosso. Ma l’aspetto più semplice di tutta la partita riguarda le modifiche al decreto varato domenica dal consiglio dei ministri. Visto che i tempi sono strettissimi, ciascuna delle parti ha proposto all’altra le sue modifiche. Stando a quanto risulta al Riformista, una bozza d’intesa c’è già. Il Pd vuole un intervento sulla previdenza e chiederà il blocco dell’indicizzazione a partire dalle pensioni superiori ai 1400 euro (e non solo fino a quelle di 960 euro, come previsto dal decreto Salva-Italia). Il Pdl, invece, chiede che venga stravolta la parte relativa al ripristino dell’Ici. Alfano l’aveva già detto durante il colloquio di sabato con Monti: «Per l’Ici sulla prima casa, duecento euro di detrazione sono pochissimi. Dobbiamo e possiamo fare di più». Rimane l’Udc, che pretende «più misure a favore delle famiglie». Come finanziare questi interventi? Il primo accordo che potrebbe venir fuori dal «tavolone a tre» sarà chiamato a rispondere proprio a questa domanda. E la soluzione più condivisa, al momento, è quella che va nella direzione di un ulteriore aumento della tassazione sui capitali scudati. Magari elevando al 5 per cento l’una tantum sui soldi rientrati con lo scudo fiscale (adesso è all’1,5 per cento). Ci sono altre strade, ovviamente. Come quella suggerita dal deputato-economista del Pd Francesco Boccia «di tassare i prelievi in contanti oltre i mille euro». D’altronde, «chi non ha nulla da nascondere può evitare di pagare cash, giusto?».

La partita, ovviamente, è solo al fischio d’inizio. «Se la Cgil sale sulle barricate, per noi diventerà difficile “reggere”», dice uno dei componenti della segreteria del partito. Che, ovviamente, non condivide l’entusiasmo della minoranza interna. Né la gioia di chi, come l’esponente di Modem Paolo Gentiloni, stenderebbe un tappeto rosso sotto la camminata di Mario Monti. «Il premier è un fuoriclasse della politica. Domenica ha fatto una telefonata a Berlusconi, una a Bersani et voilà. Il decreto è arrivato, migliore di come ce lo aspettavamo».

Il Pd teme schizzi di fango dall’inchiesta Enav. Berlinguer riunisce la commissione di garanzia: «Attenti a quello che può arrivare dal caso Finmeccanica»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 novembre 2011)

Luigi Berlinguer

Difficile dire se si tratta semplicemente di eccesso di zelo. Oppure se, al contrario, «quelle strane voci», come le chiamano alcuni dirigenti del partito, hanno un qualche fondamento. Sta di fatto che da qualche giorno, dentro il perimetro del Pd, più d’uno ha iniziato a temere «possibili schizzi di fango» dal caso Enav-Finmeccanica.

Voci incontrollate? Ricostruzioni campate in aria? Tutt’altro. Infatti, la discussione sull’eventualità che qualche dirigente del Pd sia chiamato (a ragione o a torto) in causa sul dossier è stata oggetto di una riunione ufficiale della commissione nazionale di garanzia del partito.

È successo lunedì pomeriggio, due giorni fa. Quando, nel bel mezzo di un incontro apparentemente di routine, il presidente dell’organismo Luigi Berlinguer ha gelato i presenti col ragionamento che segue: «Visto che tira un’aria da campagna elettorale, stiamo attenti a quello che potrebbe succedere da qui a breve. E soprattutto, evitiamo di farci scavalcare dagli eventi com’è capitato mesi fa con il caso Penati».

Pier Francesco Guarguaglini

Di fronte allo stupore degli altri membri della commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione ha chiarito di riferirsi all’inchiesta che riguarda Enav e Finmeccanica. Quella condotta dalla procura di Roma, i cui verbali hanno riempito nelle ultime settimane le pagine dei quotidiani, arrivando a colpire (mediaticamente, per adesso) soprattutto Pdl e Udc.

Difficile fare congetture sull’uscita di Berlinguer, che nella sua carriera è stato anche componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Ma due altre stranezze, sulla riunione della commissione di garanzia che ha avuto luogo al Pd quarantott’ore fa, vanno registrate. La prima è tutta nella confidenza che fa al Riformista uno dei componenti del gruppo: «A differenza di quanto accade prima delle nostre riunioni, a quella di lunedì ci avevano pregato di venire tutti. Un po’ strano, soprattutto se si pensa che all’ordine del giorno c’erano il Pd di Tivoli e i mal di pancia contro Debora Serracchiani in Friuli». La seconda è che, effettivamente, alla riunione presieduta da Berlinguer si presentano tutti. «Anche chi», aggiunge la fonte, «di solito marca visita».

Pensava alle «strane voci» sul caso Enav-Finmeccanica chi, dentro il partito, si è premurato di avere la commissione di garanzia riunita al gran completo? E soprattutto, si domanda un alto dirigente del Pd, «davvero rischiamo che la macchina del fango abbia gli strumenti per chiamare in causa qualcuno di noi sull’inchiesta di Roma?». Domande che, per adesso, non hanno alcuna risposta.

Nel frattempo, all’interno del Pd, la tensione rimane alta. A Pier Luigi Bersani, ad esempio, non sono piaciute affatto alcune «fughe in avanti» nel dibattito che s’è aperto all’indomani della nascita del governo Monti. Da alcune dichiarazioni di Stefano Fassina alla richiesta di dimissioni dello stesso responsabile economico del partito, messa nero su bianco la settimana scorsa dall’area dei liberal di cui fa parte anche Pietro Ichino. Per questo il segretario ha chiesto una specie di moratoria. E l’ha fatto nella relazione alla riunione della segreteria del partito, andata in scena ieri al Nazareno. «Siamo in un momento molto delicato», è stata la premessa del leader. «Di conseguenza, pregherei ciascuno di voi, compresi gli alti dirigenti, di lasciare che sia solo io nelle prossime settimane a fissare pubblicamente la linea del partito». Un modo come un altro per dire, a suocere e nuore, che «il timone lo tengo io». Almeno fino a che non sarà passata la buriana.

L’aria di tempesta, infatti, si respira ancora. Il responsabile cultura Matteo Orfini, bersaniano doc, l’ha ribadito ieri, arrivando anche a ventilare l’ipotesi di un congresso anticipato: «Sono state settimane in cui la conflittualità interna, anche su temi decisivi, è stata molto alta. Se dobbiamo andare avanti così – è stata la subordinata di Orfini – meglio fare chiarezza una volta per tutte. Se serve, anche convocando un congresso». Ipotesi che, al momento, viene scartata dalle minoranze. «Le scelte quotidiane nel sostegno alle misure del governo Monti», ha scritto Beppe Fioroni in una nota, «segneranno la differenza tra chi si impegna per l’interesse del Paese e chi invece si interessa ai fatti suoi».

Gioielleria Montecitorio. Senza le riforme Monti, la Camera non ha nulla da fare. E legifera sulle pietre preziose.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 25 novembre 2011)

Quando l’onorevole leghista Manuela Dal Lago arriva all’enunciazione «dell’articolo 9», l’Aula di Montecitorio sembra trattenere il fiato. Perché «l’articolo 9», spiega, «prevede che il ministero dello Sviluppo economico curi la realizzazione di campagne di comunicazione pubbliche, con cadenza almeno annuale, dirette a promuovere nei consumatori la conoscenza delle problematiche…». Oggi la Dal Lago è all’opposizione, come tutti i leghisti. Eppure il berlusconiano Antonio Mazzocchi, che invece sostiene il governo Monti, le dà ragione. D’altronde, sottolinea l’onorevole del Pdl, «c’è uno stato di incertezza e confusione, che interessa negativamente sia gli operatori che i consumatori». Un ideale rullo di tamburi accompagna l’ingresso sulla scena di Gabriele Cimadoro, che non è soltanto un “semplice” deputato dell’Italia dei Valori, ma anche il cognato di Tonino Di Pietro. Cimadoro fa del blocco pidiellin-leghista un boccone solo? Li spiezza in due come Ivan Drago minacciava di fare con Rocky IV? Macché, è d’accordo pure lui. Infatti riprende il ragionamento della Dal Lago e di Mazzocchi. E chiude il cerchio: «Questo lavoro svolto in modo bipartisan cerca di portare qualcosa di serio, di operativo e di utile al Paese».

Domanda: di che cosa sta discutendo la Camera dei Deputati alle 19 e 10 di mercoledì 23 novembre 2011, due ore dopo l’ennesima chiusura in rosso di Piazza Affari? Della crisi dei Btp, delle richieste della Bce, dei rischi dei Bund? O, magari, dei provvedimenti urgenti annunciati da Monti? Oppure del cambio della guardia in Finmeccanica? Acqua, acqua. A compattare il Palazzo in una discussione animatamente bipartisan è «la gemmologia». Mentre l’Italia crolla, infatti, a Montecitorio si discute, definizione del Devoto-Oli, «dello studio sistematico delle pietre preziose».

Dal Lago (Lega Nord)

Dovendo giustificare un lauto stipendio e non essendosi ancora materializzati i provvedimenti annunciati dal governo Monti, gli onorevoli deputati decidono di riempire il tempo con una norma che poteva essere tranquillamente approvata in sede legislativa dalla commissione Attività produttive. Il dibattito che va in scena a Montecitorio ieri l’altro, infatti, è come la «matematica pura» citata da un personaggio del film Bianca di Nanni Moretti. «Sublime, ma inutile».

La discussione che accalora il Palazzo è quella sul «testo unificato delle proposte di legge Mazzocchi e Carlucci; Mattesini ed altri», sulla «regolamentazione del mercato dei materiali gemmologici». Pietre preziose, insomma. Un tema cruciale, soprattutto in tempi di crisi, eh? La leghista Dal Lago, in qualità di relatore, spiega che nel provvedimento «rientrano i materiali utilizzati nella produzione di gioielli, monili e oggettistica in genere». Roba da “paese reale”, insomma. «Suddivisi in minerali di origine naturale, minerali sintetici, prodotti artificiali, perle naturali e via di seguito». It’s gemmolocy, stupid. «Per la denominazione di questi materiali è vietato l’uso dei termini “semiprezioso” e “fino”».

E le pene previste per i negozianti che rifilano una gemma fasulla? «Il collega qui presente», sottolinea la Dal Lago indicando Cimadoro, «se non sbaglio le voleva maggiorate». «Volevo la crocefissione!», interviene il cognato di Di Pietro. E Dal Lago, conciliante: «Non è neanche sbagliato».

Cimadoro (Idv)

Donella Mattesini, deputata aretina del Pd, si iscrive a parlare: «Signor Presidente, in un momento di crisi come questo parlare di gemme può sembrare in qualche modo improprio». Silenzio. «Può sembrare di volersi riferire semplicemente a una nicchia…». Speranza. «…E, quindi, a un privilegio per pochi». Ma è un fuoco di paglia. Anche il ricongiungimento con la realtà di Mattesini dura poco. «Intendo ora descrivere un po’ la filiera produttiva delle gemme, che è complessa. Si parte dalla miniera per passare al trasporto nei luoghi di lavorazione…».

E non è tutto. Visto che un esercizio inutile può essere piacevole, ecco che la Dal Lago riprende la parola per chiedere che il proseguimento della discussione sulle «gemme» venga anticipata rispetto «al testo unificato di modifica dell’articolo 81 della Costituzione», che riguarda l’introduzione del pareggio di bilancio. Per fortuna interviene il deputato pd Roberto Giachetti, che sventa il blitz. E si va tutti a casa. Con una gemma nel cuore, dopo una giornata di fatica. E lo spread, intanto, sale.

Written by tommasolabate

25 novembre 2011 at 08:59

Agorà, 22 novembre 2011.

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Dalle riforme alla trattativa sui viceministri, passando per lo scandalo Enav. Ad Agorà di Andrea Vianello, also starring Mara Carfagna, Marco Follini, Massimo Garavaglia, Fabio Mussi e Luigi Amicone.

Agorà, 22 novembre 2011

Written by tommasolabate

23 novembre 2011 at 12:46

Pubblicato su TV

Totoministri killer. Storia di nomine mancate, dall’epoca di Andreotti a quella di Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 novembre 2011)

 

Frattini, Buttiglione, Lupi e altri ancora. Sono le ultime vittime della più infernale macchina partorita dal tandem politica-giornalismo: il totoministri.

Uno ci spera, ci lavora, finisce sui giornali. Spiffera, trama, dichiara. Fa spifferare, tramare e dichiarare. Poi spunta sempre il Mario Monti di turno, che sbuca dal portoncino del Quirinale e legge «la lista» che si abbatte su di loro come la giustizia dell’Ezechiele 25,17, il finto passo della Bibbia che Tarantino inventa per Pulp Fiction. «Con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno».

Loro sono le vittime della «notte dei lunghi trombati». Quelli che dovevano starci, al governo. E che poi sono “saltati”. Franco Frattini se la sentiva in tasca, la riconferma. E non tanto perché il titolare della Farnesina aveva dimostrato, all’epoca di Lamberto Dini, di riuscire a stare anche in un governo tecnico. Anche Mariastella Gelmini ci aveva provato, alla fine della settimana scorsa. Le voci (amiche) di Palazzo si rincorrevano dolci, soavi, vellutate. «Alfano ha convinto Berlusconi a sostenere Monti». Ergo, «quelli a lui più vicini saranno di nuovo ministri». E poi niente, puff, svaniti. Come la nomination di Maurizio Lupi a un dicastero di prima fascia, l’Istruzione. E «il pressing della Chiesa», e «l’accelerazione di Cl», «è così», «vedrete». Le voci rimbalzano nei resoconti d’agenzia, a volte sui giornali. Fino a quando si scopre che colà si sono voluti ministri Riccardi e Ornaghi – cattolici, cattolicissimi – e un’altra infornata di abiti blu e tailleur eleganti torna in naftalina.

Perché altro che Gianni Letta e Giuliano Amato, su cui s’è davvero trattato fino alla fine. Le vittime dell’ultimo totoministri sono state altre. Umberto Veronesi, che agli amici aveva confidato le speranze di andare al ministero della Salute, uscito di scena dopo un paio di articoli di Avvenire. Pietro Ichino, che per un certo numero di ore ha puntato al Welfare. Rocco Buttiglione, che i suoi davano per «certo, certissimo» ai Beni Culturali. E pure Emma Bonino, che adesso tratta il suo amico Monti con un po’ di carota («È la persona più appropriata») e un po’ di bastone («La luna di miele finirà presto»).

E dire che, nel crepuscolo della Seconda Repubblica, la «trombatura» è molto meno dolorosa rispetto all’epoca in cui da Piazza del Gesù partiva una macchina con una lista che veniva poi stravolta strada facendo. Successe anche dopo la fine della Dc. Come sa benissimo Salvatore Ladu, ex senatore sardo vicino a Franco Marini. Che il 22 dicembre 1999 si presentò all’ingresso del Quirinale convinto che da lì a pochi minuti avrebbe giurato come ministro delle Politiche comunitarie del governo D’Alema bis. E che invece se ne tornò verso casa disperato, in lacrime, perché la compagna di partito Patrizia Toia gli aveva fregato il ministero sul filo di lana. Gli amici che lo sorressero in quel momento difficilissimo, tutti della corrente mariniana, ricordano ancora le minacce di suicidio che il malcapitato proferì durante il più duro tragitto in macchina della sua esistenza. Minacce a cui, per fortuna, Ladu non diede seguito. Anche perché, meritoriamente, poi venne recuperato come sottosegretario.

Altro che uomini che entrano in conclave papi e ne escono cardinali. In politica capita che un minuto prima sei ministro e un minuto dopo niente. Come l’ex diccì-ppi calabrese Donato Tommaso Veraldi, ex parlamentare europeo. All’epoca dei governi di centrosinistra, Veraldi era stato più volte sul punto di diventare ministro delle Infrastrutture. Soltanto in una di queste, però, fece il passo più lungo della gamba. Fu quando, sempre ai tempi del governo D’Alema, prima di recarsi al Colle per il giuramento raccolse gli amici attorno a un paio di bottiglie di champagne. «Auguri al ministro!», «Cin Cin!», «Viva la Calabria!». Qualche ora dopo gli stessi amici, visibilmente alticci, si piantarono attorno a lui, tutti armati della stessa, identica, frase di circostanza: «Sarà per la prossima volta, Dona’».

Mauro Favilla

Ma tutto questo è acqua fresca se si pensa al supplizio inflitto a un altro dc di rango, Mauro Favilla. L’ex sindaco di Lucca, nel giorno del giuramento di uno degli ultimi governi Andreotti, arrivò a sedersi nel salone delle feste del Quirinale insieme al resto dei ministri. I fotografi gli dedicarono più d’un clic, come si conviene con un politico che sta per diventare titolare delle Finanze. E invece, prima dell’inizio della cerimonia, qualcuno lo chiama. Prima è un sussurro. «Favilla». Poi qualcosa di più. «Favilla! Favilla!». Finchè Favilla non si alza e imbocca un corridoio laterale col funzionario del Colle che ha appena destato la sua attenzione. Lo stesso che stava per comunicargli la più ferale delle notizie. Proprio nell’istante in cui, voltantosi, Favilla ebbe giusto il tempo di capire che la poltrona aveva già trovato un altro occupante. E il ministero delle Finanze, di conseguenza, un altro inquilino.

Written by tommasolabate

17 novembre 2011 at 11:25

Quella partita a scacchi tra Bersani e Monti. «No a Letta. Amato? Non lo indica certo il Pd»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 novembre 2011)

«Professore, il Pd sosterrà il suo governo ma non indica alcun ministro. Se vuole mettere dentro Amato bene, ma non lo indichiamo noi. Quando a Letta…». Il rebus del governo è tutto nelle parole che Bersani dice a Monti.

Gianni Letta sì, Gianni Letta no. Giuliano Amato dentro, Giuliano Amato fuori. Governo tecnico, semi-tecnico o con qualche innesto politico di peso. Il gigantesco rebus che ha portato Mario Monti a rinviare a stamattina il taglio del nastro dell’esecutivo è tutto nella consultazione del presidente del Consiglio incaricato col Partito democratico.

Va avanti da giorni, il gioco di rimbalzi tra il quartier generale del Pd al Nazareno e il Professore. Da quando quest’ultimo, prima delle dimissioni di Berlusconi, aveva lasciato intendere la sua volontà di avere «qualche politico nella squadra». Uno per polo. Uno del Pdl, che viene immediatamente individuato in Gianni Letta. Uno del Pd, che sembra essere – stando alle preferenze dell’ex commissario europeo – Enrico Letta. E uno del Terzo Polo, da individuare in una personalità di altissimo profilo. Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini, insomma.

È Bersani a frenare. Già da sabato scorso. Il segretario, che riesce a portare sulla sua linea il gotha del Pd, chiude alla possibilità di indicare un democratico doc per il governo. E soprattutto prova a sbarrare la strada a Gianni Letta. Sia chiaro, l’argomentazione bersaniana non è campata in aria. «Presidente», dice a Monti prima che la Camera licenzi la legge di stabilità, «saremo i primi sostenitori di questo governo. Ma per noi è difficile dare il via libera al dottor Letta, che rappresenta uno dei personaggi chiave di quel Pdl che abbiamo combattuto e continueremo a combattere».

La partita, come dimostrano i totoministri che straripano di tecnici, sembra chiusa. Invece le voci sono solo specchietti per le allodole. Perché il problema che emerge nelle triangolazioni incrociate Palazzo Giustiani-Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo è molto semplice: «In ministeri come gli Interni e gli Esteri non ci possono andare uomini con un pedigree esclusivamente accademico. E questo vale anche per chi, a Palazzo Chigi, prenderà la delega sui servizi segreti».

E si arriva a ieri. All’incontro tra Mario Monti e la delegazione del Pd. Quella in cui Bersani ribadisce al premier incaricato la sua difficoltà a dare il via libera a Gianni Letta. La stessa in cui il leader dei Democratici torna ad affrontare la questione Amato. «Se per lei va bene, per noi Amato va benissimo. L’unica cosa è che non lo indichiamo noi», è il senso del ragionamento bersaniano. Lo stesso con cui «Pier Luigi» ribadisce che il governo deve aver un profilo «puramente tecnico».

Nelle ore successive, come in una partita di calcio che s’infiamma nel finale dopo esser apparentemente filata via liscia verso un pareggio, saltano gli schemi. Bersani sale al Quirinale. E i dipietristi, gli stessi che sono stati convinti proprio dal segretario del Pd a sostenere il governo Monti, lo affiancano nella sua battaglia. Basta citare per tutti Leoluca Orlando: «Se nel governo tecnico ci fosse un Letta, sia che si chiami Gianni oppure che si chiami Enrico, noi diremmo no». La musica è diversa nel Terzo Polo. Sia Casini che Fini danno il via libera all’ingresso nel governo di Letta e Amato. Di più, “Pier” e “Gianfranco” iniziano a riflettere sul nome del terzopolista di peso da far inserire nella lista del Monti I. «È uno di loro due», spiega un autorevole esponente dell’Udc. «Uno tra Casini e Fini».

Morale della favola? Alle 19, i nomi di Letta, Amato e del Mister X terzopolista (favorito Casini) sono in campo. Alle 20 scompaiono dalla lista. Per poi ricomparire alle 21 e riscomparire alle 21.30, quando il Riformista va in stampa. L’ex presidente del Senato Franco Marini, che di nascite di governi ne ha viste un bel po’, azzarda: «Qualche politico di peso ci vuole. Secondo me, questo governo nascerà nella notte».

Mario Monti, intanto, s’era già presentato alla conferenza stampa fissata a Palazzo Giustiani. «Le parti sociali hanno dato la propria disponibilità a contributi concreti che possano causare sacrifici parziali per il bene comune», è stata la sintesi degli incontri con le parti sociali. E poi, rivolto ai cronisti: «Grazie per l’attenzione e la pazienza con cui avete seguito questa gestazione». Nulla di più. S’è voltato e s’è incamminato verso la notte decisiva. Quella in cui l’ultimo rebus sull’esecutivo sarà risolto. Quello in cui gli interrogativi su Letta, Amato, Casini e la natura tecnica o semi-tecnica del Monti I troveranno risposta certa.

Written by tommasolabate

16 novembre 2011 at 10:28