Il cavillo che fece dire a Giulio: «Silvio, io non mi chiamo Alfano, chiaro?»
Altro che “semplice” minaccia di dimissioni. Venerdì scorso, quando s’è ritrovato il comma salva Fininvest «nella mia manovra», Giulio Tremonti è andato ben oltre: «Silvio, devi capire che io non mi chiamo Alfano, è chiaro?».
risalire all’ispiratore, anche se a via XX settembre sospettano ora di Niccolò Ghedini ora di Angelino Alfano, che smentiscono. Facile però, nell’ottica tremontiana, intercettare «il mandante»: Silvio Berlusconi.
La sfida si accende. Tremonti contro Berlusconi. Berlusconi contro Tremonti. Ed è una via di mezzo tra la Cavalleria rusticana e una Sfida all’ok corral. Il Cavaliere insiste, cita i «gravi danni che la magistratura potrebbe provocare alle mie aziende». Ma il ministro dell’Economia, nel corso di ripetuti colloqui, resiste. «Non posso mettere la faccia su questa norma. Se però insisti», scandisce nel week-end, «te ne assumi per intero la responsabilità. Altrimenti, levo il disturbo e mi sostituisci con chi ti pare, Bini Smaghi compreso».Nell’attesa del “partito degli onesti”, il Pdl diventa “Animal house”.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 luglio 2011)
In uno dei suoi racconti, Lev Tolstoj annotò che «un giorno uscimmo a caccia dell’orso e il mio compagno colpì di striscio un esemplare, che si diede alla fuga». L’orso scappa sanguinando. E la neve sotto di lui si fa rossa, come una toga della Procura di Milano. «Cominciammo a ragionare insieme se convenisse inseguirlo subito o aspettare. Quando lo chiedemmo ai contadini, un vecchio rispose: “Non va bene inseguirlo subito, lasciategli un po’ di respiro”. (…) Un altro, un giovane, dissentì: “No, no, l’orso possiamo ammazzarlo oggi stesso”».
Ora non è dato sapere se Michela Vittoria Brambilla abbia mai letto i Racconti per contadini attribuiti all’autore di Guerra e pace (I racconti di Tolstoj, a cura di Prem Cand, Mimesis, 2010). Ma una cosa è certa. Se quel volume è capitato sotto i suoi occhi ministeriali, a pagina 61, quella in cui si narra della lite generazionale tra contadini sulle sorti dell’orso, proprio là Michela ha trovato la luce.
Sacra, santa e pure sacrosanta, l’antica battaglia in difesa degli amici animali – orfana anche in Parlamento di un partito animalista tout court – sembra diventata il core business del Pdl targato Alfano. Certo, un po’ è colpa degli alleati della Lega, che proprio la settimana scorsa si sono messi brutalmente a pasteggiare a orso. Un po’ dipende dal nobile obiettivo del “partito degli onesti” enunciato dal neo-segretario, che però necessita di un percorso che potrebbe essere lungo e accidentato. Ma sta di fatto che, alla corte di Re Silvio, ormai ingannano il tempo che li separa da spiagge e ombrelloni ergendosi a scudo umano in difesa dei migliori amici dell’uomo.
Nella sua crociata contro il Carroccio orsivoro, la Brambilla ha scelto come compagno di squadra nientemeno che il titolare della Farnesina Franco Frattini. «A nome di tutti gli esponenti del Pdl che, come noi, provano profonda indignazione nell’apprendere che in una festa leghista del Trentino verrà servita carne di orso», hanno scritto i due in una nota, «chiediamo al segretario del partito, nostro alleato, di intervenire per fermare questa scandalosa iniziativa». E se poi capita che il cavallo “Messi” della contrada Chiocciola muoia nelle prove del Palio di Siena, ovviamente il tono della protesta sale. Dicendosi «profondamente rattristata per l’ennesimo tragico incidente costato la vita a un cavallo», la rossa MVB rivendica («Da tempo avevo lanciato l’allarme circa le condizioni di pericolosità per gli animali coinvolti in questa anacronistica manifestazione»), minaccia («Il Palio di Siena, visto quello che accade ripetutamente, non può più considerarsi intoccabile») e, nonostante i vari “vuolsi così colà” che gli vengono opposti dall’amministrazione senese, continua indomita a dimandare.
Sarebbe sbagliato, però, considerare il nuovo corso animalista dei berluscones come la classica iniziativa di un
partito che, all’occorrenza, sa muoversi “a colpi di maggioranza”. No. La Brambilla ha già nel taschino fior di accordi bipartisan. Da titolare del dicastero del Turismo ruba un piccolo dossier alla collega Carfagna, che si occupa di Pari opportunità, e s’esalta. «È l’ora delle pari dignità, tutelare mucche e maiali come i cani e i gatti di casa», scandisce durante il terzo incontro dell’iniziativa La coscienza degli animali. Accanto a lei ci sono l’astrofisica rossa Margherita Hack, l’oncologo democratico Umberto Veronesi, la scrittrice Susana Tamaro, arrivata là ché evidentemente là l’ha portata il cuore. Davanti, invece, si ritrova le telecamere dei telegiornali dell’Impero di Silvio, che fecero lo scoop sull’unico esemplare di gatto lungo un metro ma evitano di occuparsi dell’inchiesta di Napoli in cui si parla anche delle nomine del cane a sei zampe (dell’Eni).
In attesa del «partito degli onesti», il Pdl pare Animal house. E il suo leader, dall’omonimo capolavoro di John Landis, potrebbe financo arrivare a copiare il grido di battaglia del compianto Belushi. “Toga! Toga! Toga!”. Aggiungendoci, magari, una parolina di cinque lettere. «Rossa».
Il “Papa” sconfessato.
In una bella intervista rilasciata a Fabrizio Roncone del Corriere della sera, il deputato del Pdl Alfonso Papa, per cui i magistrati che indagano sulla P4 hanno chiesto l’arresto, rompe il silenzio per dire che non si dimetterà.
Io continuo a credere che l’epilogo della storia sia già stato scritto.
«Che cos’è questa pagina bianca?» L’allarme della Lega sugli omissis di Tremonti
di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 giugno 2011)
La partita sulla manovra è ancora tutta da giocare. Ieri sera, quando l’ultima bozza di Tremonti è arrivata all’ufficio legislativo del Carroccio alla Camera, gli sherpa leghisti – di fronte all’articolo sulle pensioni – si sono fermati: «Che cos’è questa pagina bianca?».
La stessa scena si è ripetuta quando i consiglieri dei ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa si sono imbattuti nel comma 7 dell’articolo 21 dell’ultima versione cartacea della manovra. Nelle pagine della bozza, insomma, dove c’è scritto chiaro e tondo – sotto il titolo «Fondo sperimentale di riequilibrio» – che la “loro” Sicilia, insieme alla Sardegna, sarà chiamata a pagare un contributo pesante per i prossimi anni. Il taglio di compensazione dell’Irpef per i comuni delle due isole sarà ridotto di un miliardo per il 2013 e di due miliardi per il 2014. Il taglio alle provincie siciliane e sarde, stando al testo, sarà di 400 milioni per il 2013 e 800 per il 2014.
L’obiezione, in fondo sacrosanta, è che le lacrime e il sangue da versare sull’altare della «manovrona» da qualche parte dovranno stare. La stessa obiezione, però, si ferma di fronte ai tanti omissis di cui è corredato un testo che, a meno di colpi di scena, questa mattina sarà licenziato dal Consiglio dei ministri.
E qui si torna all’atmosfera di panico che si respira nelle stanze di Montecitorio occupate dalla Lega nord. Quelle in cui gli sherpa del Carroccio, che nella lettura dell’ultima bozza di Tremonti erano arrivati a pagina 31, hanno trattenuto il fiato di fronte a una pagina bianca, che correda il capitolo sugli «Interventi in materia previdenziale». «Nel testo che abbiamo noi, non ci sono cifre», s’è sentito dire ieri pomeriggio il capogruppo Reguzzoni. «C’è soltanto scritto che le norme decisive sulle pensioni sono “in attesa di definizione”». Circostanza che ha scatenato una guerra di nervi all’interno di una maggioranza che, adesso, è tornata a tremare. Un autorevole esponente del Carroccio, vicino al ministro Calderoli, la mette così: «La manovra che Giulietto ci ha illustrato ieri non arriva mica a coprire i 47 miliardi previsti. Significa che da via XX settembre stanno ancora giocando a nascondere le carte». Il ragionamento della fonte, lo stesso che tutto il (litigioso) gotha della Lega sottoscriverebbe in trenta secondi, prosegue così: «Se il grosso della manovra arriverà dalle pensioni o coi condoni, noi ci chiamiamo fuori e tanti saluti». Una “lettura” che fa pendant con la profezia messa a verbale martedì pomeriggio da Umberto Bossi, subito dopo il supervertice di Palazzo Grazioli: «Il governo non è al sicuro finché la manovra non sarà approvata».
Non è un caso se Giorgio Napolitano, parlando ieri coi giornalisti al rientro dalla cerimonia all’Università di Oxford, ha scelto di fare
una premessa: «Vedremo che cosa arriverà dal governo». Di certo c’è che, e il capo dello Stato l’ha detto senza giri di parole, «chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani». E ancora, sempre dalla viva voce del presidente della Repubblica: «Il 7 giugno c’è stato un documento molto puntuale della Commissione Europea, che riconosceva che lo sforzo fatto rende credibile la vigilanza dei conti fino al 2012». Ma in quello stesso documento, ha sottolineato l’inquilino del Quirinale, c’è scritto che per Bruxelles «occorrono misure addizionali per il 2013-2014».
Ma da dove arriveranno i 47 miliardi rimane un mistero. Il deputato-economista Francesco Boccia, che il Pd ha messo dietro il delicatissimo dossier, scuote la testa: «Il testo della manovra che circola da giorni è solo un depistaggio». E «depistaggio», in fondo, è la stessa parola che rimbalzava ieri tra i banchi di una maggioranza che – a dispetto della tregua di martedì – ancora non si fida di Tremonti.
Ai collaboratori più stretti, il titolare dell’Economia ha confidato che «ho la certezza che l’Unione europea approverà la mia manovra». Ma del testo definitivo, ancora non c’è traccia. Nell’ultima notte che accompagnerà la manovra da via XX settembre a Palazzo Chigi, la maggioranza trattiene il fiato. La Lega, che non pare accontentarsi dell’alleggerimento dei tagli per i comuni virtuosi e della sanatoria sulle quote latte, è in trincea sulle pensioni. Il blocco siciliani del governo (da Alfano a La Russa, da Prestigiacomo a Romano) minaccia la ressa sui tagli ai comuni delle Isole.
Veti incrociati e veleni che fanno da contorno alla clamorosa caduta che la maggioranza ha subito ieri in Aula sulla legge comunitaria. «Sono segnali preoccupanti», ha detto il Cavaliere ai suoi. Lo stesso Berlusconi che non dà per chiusa nessuna partita. Nemmeno quella sulla possibile successione a Tremonti.
Tre paroline sotto lo schiaffo della ‘ndrangheta.
Prendiamoci cinque minuti di tempo per discutere del sottilissimo filo rosso che lega tre paroline. Istituzioni, territorio, gente.
Chi ha un punto d’osservazione (chiamiamolo così) “nazionale” sulla politica sa che queste tre paroline vengono messe insieme per invocare (invocazione sacrosanta) una riforma elettorale che archivi il Porcellum. Oppure che sono utilizzate per difendere una manovra economica, un provvedimento del governo, una battaglia delle opposizioni o l’ultima frontiera dell’ultimo movimento che arriva dalla società più o meno civile.
Pensateci. Che sia Berlusconi a difendere i suoi mille lodi Alfano, o gli studenti universitari ad attaccare i mille (si fa per dire) provvedimenti (si rifa per ridire) della Gelmini, o i leader dell’opposizione a incalzare la maggioranza, ecco che nel vocabolario pubblico di tutti rispuntano quelle paroline. Istituzioni, territorio, gente.
A Monasterace, piccolo comune della costa Ionica della Calabria, là dove la provincia di Reggio sta per lasciare il passo a quella di Catanzaro, c’è un sindaco che si chiama Maria Carmela Lanzetta.
Il sindaco Lanzetta ha una farmacia, evidentemente ha di che campare (e pure bene). Eppure, sull’onda di quello che potremmo tranquillamente definire “dovere civico”, alle ultime elezioni ha deciso di ricandidarsi per un altro mandato.
Nella notte tra sabato e domenica scorsi, cito dall’Ansa, <persone non identificate hanno incendiato la sua farmacia>. E ancora: <L’incendio ha provocato ingenti danni all’esercizio che sorge al piano terra dello stabile che affaccia sulla strada statale 106 dove il sindaco vive con la sua famiglia ed è stato spento dopo due ore di lavoro dei vigili del fuoco>.
L’agenzia Italia aggiunge un altro dettaglio. <È stato uno dei due figli della professionista a dare l’allarme; giusto in tempo per abbandonare l’abitazione posta al piano superiore della farmacia e per portare in salvo l’anziana madre 85enne della dottoressa Lanzetta che, avendo entrambi i femori fratturati, ha rischiato di morire per asfissia causata dall’intenso fumo sviluppato dall’incendio>. I resoconti di tutti i mezzi di comunicazione, che citano gli inquirenti, legano l’incendio all’attività istituzionale del sindaco.
Poteva essere una strage. Visto che per fortuna non lo è stata, ci sono due strade. La prima è archiviare il tutto alla voce “solita intimidazione della ‘ndrangheta”. La seconda è interrogarci sul filo rosso che lega quelle tre paroline di cui sopra, “istituzioni” “territorio” e “gente”. E su chi vorrebbe bruciarlo, quel filo.
(www.tommasolabate.com)
La grande imboscata contro Tremonti. Il Cav. ha già sondato Bini Smaghi.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 giugno 2011)
Questa è la storia di una grande imboscata. Il capitolo finale di un duello che difficilmente si concluderà col segno X. Silvio Berlusconi contro Giulio Tremonti. La novità delle ultime ore, che rimbalza dall’inner circle del Cavaliere, evoca già l’ipotesi di un cambio della guardia a via XX settembre: «Berlusconi ha già sondato il possibile successore di Giulietto: Lorenzo Bini Smaghi».
Sembra un episodio uscito dalla vecchia serie tv Ai confini della realtà. Soprattutto considerando che i paletti imposti dall’Europa con il nuovo Patto di stabilità, per il nostro Paese, non cambiarebbero al cambiare del ministro che dovrà apporre la sua firma sulla manovra. Ma, stavolta, non si tratta di un telefilm. Bensì del «tranello» che un Berlusconi affetto da “Tremontite acuta” sta per tendere al “nemico Giulietto”.
Il capitolo finale del duello tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia viene girato in più location e spalmato in più date. Venerdì, il set è Bruxelles. Sabato si “gira” a Torre in Pietra, al matrimonio di Mara Carfagna. Domenica, invece, il protagonista è apparentemente un comprimario, Guido Crosetto. Il sottosegretario che, a cominciare da una telefonata con l’Ansa, attacca le bozze tremontiane della manovra economica archiviandole alla voce «roba che andrebbe analizzata da uno psichiatra». Ieri, invece, la scena principale è a via Bellerio, Milano. Dove Umberto Bossi, a conclusione della segreteria politica del Carroccio, rifila il suo siluro a “Giulietto”: «La Lega», è la sintesi del ragionamento del Senatur, «non può appoggiare una manovra che preveda tagli ai comuni senza compensazioni».
La chiave del “giallo”, la stessa che spinge privatamente il Cavaliere a osare laddove non aveva
mai osato («Stavolta, se Giulio minaccia le dimissioni, finisce che le accetto») è nella scena di Bruxelles. Stando all’autorevole versione che circola ai piani alti di Palazzo Chigi, venerdì Berlusconi avrebbe offerto a Bini Smaghi un posto nel governo. Il senso dell’invito che il premier avrebbe rivolto al membro del board della Bce suona più o meno così: «Lei entrerebbe nella mia squadra per dare maggiore autorevolezza all’esecutivo in un momento cruciale per l’Italia?». La proposta di «Silvio», che in quel momento pare voler “ridimensionare” il frontman Tremonti, pare orientata alla copertura della casella, ancora vacante, del ministero delle Politiche comunitarie. Un ruolo di seconda fascia, soprattutto per un pezzo da novanta del calibro di Bini Smaghi. Che, infatti, rifiuta. Ma visto che la proverbiale ostinazione del Cavaliere non si ferma di fronte a nessun ostacolo, ecco che i berlusconiani che accolgono il Capo al ritorno da Bruxelles non danno per chiusa alcuna porta. Anzi. «Stavolta non subiremo i ricatti di Tremonti. Anche perché possiamo sostituirlo», dice uno della cerchia ristretta del premier evocando Bini Smaghi. Parole che fanno pendant con la sibillina dichiarazione che il premier aveve rilasciato venerdì in conferenza stampa: «Non posso dire nulla su quello che sarà il nuovo impegno professionale di Lorenzo Bini Smaghi perché ne stiamo trattando».
A tenere protetta “l’imboscata” contribuisce non poco la partita sulla successione di Mario Draghi. Ma è un equivoco, visto che Bini Smaghi sembra ormai fuori dalla short list per Palazzo Koch. Sia come sia sabato, durante il matrimonio della Carfagna, il premier fa capire a qualche commensale di avere un possibile «sostituto» di Tremonti. E lascia anche intendere che secondo lui, “Giulietto”, ha ormai perso «l’appoggio incondizionato di Bossi».
Il puzzle prende forma domenica, con le accuse che Crosetto rivolge pubblicamente a Tremonti. Le bozze della manovra? «Andrebbero analizzate da uno psichiatra». E il ministro? «Vuol solo far saltare banco e governo». Al ministero dell’Economia, alla fine del week-end, fiutano che qualcosa non torna. Della serie, se un sottosegretario dà praticamente del “matto” al ministro più potente del governo, e senza che il premier prenda le distanze, un motivo ci sarà.
Quel motivo lo si trova a via Bellerio. Dove, ieri pomeriggio, Bossi ha chiuso la riunione della segreteria del Carroccio anticipando l’aut aut che oggi opporrà Tremonti: «La Lega non accetta una manovra che abbia tagli agli enti locali senza compensazioni».
L’opposizione fiuta quello che sta per succedere. «Tremonti? Non lo vedo allegrissimo», dice Bersani. «L’unica cosa certa è che c’è un’imboscata al ministro dell’Economia. Dal prossimo Cdm uscirà il nuovo ministro?», mette nero su bianco l’economista-deputato del Pd Francesco Boccia.
Sono tutte analisi che hanno un fondamento. A cui mancano però quei “dettagli” (virgolette d’obbligo) che i berlusconiani della cerchia ristretta attribuiscono al «Capo». Quella chiacchierata di venerdì con Bini Smaghi. E l’ombra del membro del board del Bce sul ministero dell’Economia, insomma.
Dal prato di Pontida al modello Beirut. Maroni prepara il congresso contro il “cerchio magico”
di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 giugno 2011)
La guerra nella Lega tra i maroniani e il «cerchio magico» sembra arrivata all’alba dello scontro finale. Quando gli leggono la dichiarazione che Bossi rilascia nel pomeriggio («Maroni non è contento della conferma di Reguzzoni? Peggio per lui»), il titolare del Viminale si sfoga coi suoi: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi, che stanno trascinando Umberto e la Lega in un burrone. Ora basta».
I margini per ricomporre la frattura, ormai, sono ridotti all’osso. In meno di una settimana, infatti, il Carroccio passa dal prato verde di Pontida a un “modello Beirut” fatto di imboscate e agguati. Domenica la scena e gli striscioni per il tandem Bossi e Maroni, che molti scambiano per un passaggio di testimone. Lunedì il tentato blitz di Rosi Mauro, che chiede a Bossi di commissariare il maroniano Giorgetti alla guida del partito lombardo, a cui il titolare del Viminale risponde minacciando le dimissioni dal partito. Quindi quaratott’ore di puro imbarazzo nell’Aula di Montecitorio in cui il governo – che arriva a dare parere favorevole a un ordine del giorno del Pd – trasforma in carta straccia la boutade sul trasferimento dei ministeri al Nord. Per finire alla riconferma di Marco Reguzzoni alla presidenza del gruppo di Montecitorio, grazie all’ordine con cui un Capo passa sopra a ben 46 firme di altrettanti deputati, dando ragione ad altri 13. Un dramma che si trasforma in farsa, o viceversa, quando nell’assemblea di gruppo del Carroccio i deputati Giovanni Fava e Giacomo Chiappori arrivano praticamente alle mani, costringendo il resto della ciurma a sedare una rissa che stava per trasformare una stanzetta di Montecitorio in un saloon del Far West.
Mercoledì sera, quando fa il punto della giornata coi suoi più stretti collaboratori, Maroni si dice «non soddisfatto» della riconferma di
Reguzzoni. «Comunque», ripete, «non sarò certo io a tagliare la faccia a Bossi». Nella sua cerchia, qualcuno scommette: «Bobo, vedrai che domani (ieri, ndr) questi del cerchio magico faranno di tutto per convincere Bossi ad attaccarti».
Scommessa vinta. Ieri pomeriggio, quando i cronisti di alcune agenzie e del Tg3 lo intercettano all’uscita dalla Camera, il Senatur non si sottrae. Maroni non è contento della riconferma del capogruppo? «Peggio per lui», spiega il leader. E ancora: «È la base che tiene sotto controllo la situazione nella Lega, non Maroni». E le liti all’interno del gruppo parlamentare? «Dove ci sono io non ci sono liti».
Quando i lanci d’agenzia con le dichiarazioni dell’Umberto finiscono sotto i suoi occhi, il titolare del Viminale sbotta: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi qua», dice evocando la truppa del “cerchio magico”. Tra i suoi colonnelli sparsi sul territorio, c’è chi è sicuro di poter ricostruire la dinamica delle ultime ore: «Reguzzoni, Bricolo e Rosi Mauro», dicono, «hanno parlato con Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr) e col figlio Renzo». E i familiari, stando alla ricostruzione, avrebbero fatto pressing sull’Umberto perché scagliasse l’ultima pietra sull’ala maroniana.
Il ministro dell’Interno, chiuso nel suo ufficio al Viminale, confessa alla sua cerchia ristretta «che la misura è colma». Parla con Roberto Calderoli e con Giancarlo Giorgetti, con cui concorda sulla necessità di incontrare a stretto giro il Senatur «per convincerlo a ragionare». Altrimenti, è il sottotesto, si va alla conta. Dove per conta, spiega a microfoni spenti un autorevole colonnello maroniano sul territorio, «s’intende un congresso. Noi contro loro. Maroni contro il Trota. E vediamo chi vince».
Nella Lega il congresso federale è un appuntamento che manca da nove anni. L’ultimo è stato ad Assago, nel marzo del 2002. Prima di quella data, tra assise ordinarie e straordinarie, ne erano stati celebrati ben otto in soli dieci anni. L’autorevole fonte maroniana insiste: «Prima andavamo al ritmo di quasi un congresso federale all’anno. Dopodiché ce n’è stato uno in undici anni. Tra l’altro, da quando è venuta fuori la corrente di Reguzzoni, dobbiamo avere anche paura di esprimere liberalmente le nostre idee. Adesso basta, è arrivato anche per noi il momento di riprendere confidenza con la democrazia. Altrimenti…».
Oltre i puntini di sospensione del fedelissimo del ministro dell’Interno, c’è la paura di quel «baratro» che Maroni e Calderoli condividono al punto di aver (quasi) chiuso le ostilità tra loro. Senza dimenticare l’incubo, che il sindaco di Verona Flavio Tosi ha messo nero su bianco in un’intervista rilasciata al Giornale la settimana scorsa, che il possibile tracollo di Berlusconi e del berlusconismo trascini il Carroccio in un burrone dal quale sarà impossibile rialzarsi. Maroni, i maroniani e la base da una parte. Renzo Bossi, Manuela Marrone e il cerchio magico del tridente Reguzzoni-Bricolo-Mauro dall’altra. A meno di colpi di scena, la conta finale partirà a breve. Magari sarà un testa a testa tra «Bobo» e «Trota». Magari il punto di discrimine sarà correre da soli alle prossime elezioni (linea Maroni) o rimanere ancorati al Pdl (cerchio magico). L’unica certezza riguarda la guerra. Arrivata all’alba dell’atto finale.
Bossi? È il nuovo David Lynch.
1) Rompe con Silvio, fa pace con Silvio, apre a Maroni, chiude a Maroni, lancia Tremonti, ferma Tremonti, pollice su, pollice giù. La verità è che l’edizione 2011 di Pontida è come Mulholland Drive di David Lynch. Tutti sono convinti di aver capito il finale del film. Che però non c’è. Forse.
2) C’è chi giura che a Pontida ci fosse anche lo striscione “MARONI ALLENATORE DELL’INTER”.
3) Ultimatum del Senatur a Massimo Moratti: “Trasferire Appiano Gentile a Monza”.
(www.tommasolabate.com)
“Basta falchi”. Berlusconi propose la direzione del “Giornale” a Dino Boffo.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 giugno 2011)
La vicenda risale a tre mesi fa. Quando, per espressa volontà del fratello Silvio, Paolo Berlusconi propone la guida dal Giornale di famiglia nientemeno che a Dino Boffo. Proprio lui, l’ex direttore di Avvenire.
Il piano è allo stesso tempo semplice, ambizioso e incredibile. Semplice come il ragionamento politico del Cavaliere, che punta a togliere il quotidiano di via Negri dal controllo della coppia di falchi Sallusti&Santanché e ricucire le fratture con Oltretevere. Ambizioso perché l’obiettivo è tentare di rifare del Giornale l’organo della borghesia conservatrice che era stato ai tempi di Indro Montanelli. Incredibile perché l’uomo che viene individuato per la direzione è proprio Dino Boffo, l’ex direttore di Avvenire che nel 2009 si vide la carriera troncata proprio a causa della macchina del fango orchestrata da Vittorio Feltri dalle colonne del quotidiano della famiglia Berlusconi.
Cominciamo dalla fine. Interpellato dal Riformista Dino Boffo, che oggi dirige la televisione della Cei
Tv2000, si limita a una dichiarazione di meno di dieci parole: «Non c’è mai stato alcun contatto ufficiale». Tutto qua. Niente di più. Ma la scelta di corredare la frase con l’aggettivo «ufficiale» lascia intravedere, e neanche tanto sullo sfondo, la storia di una trattativa che non è mai decollata. Anche perché, come si mormora tra i pochissimi berlusconiani che erano a conoscenza del dossier, «la missione esplorativa di Paolo Berlusconi si risolse in un nulla di fatto». Boffo, insomma, rifiutò anche di prendere in considerazione l’ipotesi.
Alla luce dell’offerta che il Cavaliere fece recapitare all’ex direttore di Avvenire, la storia della svolta politico-editoriale che il premier ha impresso a un asset del suo «impero» va riscritta daccapo. Soprattutto perché il finale di un racconto che va avanti a colpi di flashback pare degno del film Sliding doors. E suona più o meno così: su quella seggiola che oggi si dividono Feltri e Sallusti, il Cavaliere avrebbe voluto Dino Boffo. E se Dino Boffo avesse accettato l’offerta di guidare il Giornale, adesso probabilmente Vittorio Feltri starebbe ancora a Libero.
Messa così sembra il più classico gioco delle sedie, reso più incredibile dal fatto che l’omonima “vittima” del medoto Boffo sarebbe stata “risarcita” con il posto che oggi è tornato ad essere del “carnefice”. Ma le virgolette, in questo caso, sono più che obbligate. Per due motivi. Primo, il corso degli eventi e i passi indietro di Feltri sull’affaire che portò il direttore di Avvenire alle dimissioni sono stati consegnati alla storia, che ha distribuito ragioni (a Boffo) e torti (a Feltri). Secondo, durante un pranzo che risale al febbraio del 2010, «Vittorio» e «Dino» ebbero modo di «chiudere il caso». Pochi giorni prima di quell’incontro, Feltri – intervistato dal Foglio – aveva indicato in «una personalità della Chiesa di cui ci si deve fidare istituzionalmente» la manina che gli aveva «fatto avere la fotocopia del casello giudiziale dove veniva riportata la condanna di Boffo e una nota informativa che aggiungeva particolari sulla notizia».
Tutto questo, adesso, è passato remoto. La notizia è che il premier, che all’epoca del Noemi-gate aveva ricevuto l’invito del quotidiano della Cei ad avere «uno stile di vita più sobrio», voleva che il portavoce di quel monito – Dino Boffo – assumesse la guida del Giornale. Di un quotidiano che, stando ai desiderata della catena di comando berlusconiana, avrebbe dovuto essere sottratto alla direzione di Sallusti e all’«influenza» di Daniela Santanché.
L’indisponibilità di Boffo ha cambiato il piano ma non la sua natura. Perché è vero, al Giornale s’è persino ricomposta la premiata ditta Feltri-Sallusti. Ma, almeno per il momento, è tutto tranne che un quotidiano di «falchi». Anche Daniela Santanché, al centro delle intercettazioni con Flavio Briatore pubblicate giorni fa da Repubblica, s’è quasi eclissata. Basti pensare che le frasi più hard pronunciate dalla pasionaria del berlusconismo barricadero negli ultimi giorni sono state su fisco («Dobbiamo fare qualcosa») e referendum sul nucleare («Gli italiani sono abbastanza in linea con gli obiettivi del governo»). Tutto qua. Il premier-editore, che è atteso a cinque gironi infernali che vanno da Pontida alla sentenza di luglio sul Lodo Mondadori, l’ascia di guerra ce l’ha ancora. Ma ha deciso di riporla sotto il cuscino. Per ora.
Se cade Letta sono rimasti in due, due ministri e due briganti, sulla strada da Pontida a Palazzo Chigi.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 giugno 2011)
«Il governo cade? Non ho la sfera di cristallo». Quando offre in pasto ai cronisti l’ennesima vagonata di punti interrogativi sulla sopravvivenza dell’esecutivo, probabilmente Roberto Maroni sa già dell’arresto di Luigi Bisignani, di cui le agenzie hanno appena dato notizia. Sono le 12.30 di una giornata che alimenta le voci sulla corsa dell’outsider al dopo-Silvio.
Il perché lo racconta molte ore più tardi un ministro del governo, che dietro la garanzia d’anonimato affida al Riformista l’atmosfera da allarme rosso che si respira alla corte di Re Silvio: «Vedete, in condizioni normali Berlusconi è in grado di sopravvivere a dieci raduni di Pontida consecutivi. Ma se il caso Bisignani finisse per mettere in seria difficoltà Gianni Letta, allora il Cavaliere rischierebbe di finire in un pericolosissimo vicolo cieco».
Le tante incognite che s’addensano sull’eminenza grigia del berlusconismo – alimentate dalle prime rivelazioni che Bisignani avrebbe reso ai pm («Informavo Gianni Letta dei colloqui con Alfonso Papa») – portano a due certezze. L’inchiesta sulla P4 può togliere dal risiko del post-Silvio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Riducendo a due, nel caso di un crollo del governo, i candidati per Palazzo Chigi: Giulio Tremonti, il nemico numero uno di Letta. E Roberto Maroni, l’outsider.
Ma questa storia sarebbe incompleta senza un “dettaglio” (virgolette d’obbligo) tutt’altro che trascurabile. La
dichiarazione il cui il titolare del Viminale, a margine di un convegno organizzato dai poliziotti della Uil, sembra voler chiudere la sfida a colpi di sciabola contro il superministro dell’Economia. «Sono convinto che la riforma fiscale si debba fare. È una scelta coraggiosa, e in questo momento ci vuole coraggio», ribadisce Maroni. «E sono soddisfatto», aggiunge, «che Tremonti abbia aderito a questa richiesta».
Morale della favola? Dopo giorni di botte e risposte, di veline e veleni, di mosse e contromosse, nel giorno in cui l’inchiesta di Napoli rischia di travolgere il berlusconismo ortodosso «Giuletto» e «Bobo» si stringono (per un attimo) idealmente la mano. E il segno che Maroni continua a “bombardare” politicamente la maggioranza si manifesta quando, nel giro di pochi minuti, prima annuncia di aver chiesto a Berlusconi e Tremonti «un miliardo di euro per il 2011 sulla sicurezza». E subito dopo riapre il dossier libico: «Basta soldi per i bombardamenti». Perché «fino a quando continueranno le bombe, continueranno le partenze e noi dovremmo assistere i profughi».
L’arresto di Bisignani. La domenica di Pontida. La fiducia sul decreto sviluppo. La “verifica” in Parlamento. Senza dimenticare la sentenza, attesa per inizio luglio, sul Lodo Mondadori, che portebbe comportare un tracollo finanziario per «l’Impero» di Cologno Monzese. I cinque gironi infernali a cui è costretto il Cavaliere possono portare all’ascesa delle stesse due persone: Maroni e Tremonti. Con pensantissime ricadute in casa Lega. Perché, come spiegano nel Carroccio, «se c’è un punto in cui il titolare del Viminale e il principale sponsor leghista di Tremonti (Roberto Calderoli, ndr) convergono, quella è l’inimicizia nei confronti del cerchio magico di bossiani, che infatti premono tutti perché rimanga in piedi l’alleanza con Berlusconi». Di conseguenza, se il premier entra in crisi, si trascina tutto il cerchio magico. E anche in questo caso rimarrebbero in piedi loro due. «Giulietto» e «Bobo», «Bobo» e «Giulietto».
Per andare dove? Per fare cosa? Chissà. Una cosa è certa. Nell’ipotetica corsa a Palazzo Chigi, l’ultimo
successore di Quintino Sella è favorito per la supermanovra economica con cui l’Italia deve “coprirsi” per i prossimi tre anni. Maroni, invece, ha un altro vantaggio. Sembra il premier «su misura» per quell’unico «governo di scopo» che l’opposizione potrebbe sostenere con l’obiettivo di cambiare la legge elettorale e andare a elezioni anticipate (con una riforma che agevolerebbe la corsa solitaria della Lega, ovviamente). Non a caso, nei conciliaboli da Transatlantico tra big di Pd e Terzo Polo, il nome più quotato è quello del titolare del Viminale. Punti interrogativi, incognite, dubbi. Che si cominceranno a decrittare a Pontida.




