tommaso labate

Tremonti, l’inchiesta di Roma e la deriva «pericolosa».

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di Tommaso Labate (estratto dal Riformista del 31 luglio 2011)

Ancora poche ore, insomma, e si saprà se la guerra di poteri che si sta giocando sulle sorti della maggioranza produrrà i propri effetti collaterali sull’esecutivo durante o dopo l’estate. L’ultimo successore di Quintino Sella aveva dichiarato di essersi trasferito nell’appartamento del suo ex collaboratore Marco Milanese non solo «per una banale leggerezza». Ma anche perché nei locali delle Fiamme Gialle, «in caserma, non mi sentivo più tranquillo». Una scelta recente? Tutt’altro, a sentire le fonti qualificate della Guardia di Finanza citate ieri da un articolo di Repubblica. Che, se venisse confermato, dimostrerebbe che Tremonti non pernottava più nella foresteria della Gdf ormai dal 2004. Da sette anni.
Domanda: visto che di fronte alle accuse del superministro un’inchiesta della magistratura sembra quasi un atto dovuto, che tipo di ricadute agostane potrebbero esserci nella maggioranza e nel governo? Un autorevole esponente dell’opposizione, che mantiene canali di dialogo sotterranei con l’esecutivo, scommette su un’ipotesi che lui stesso definisce «pericolosa». Se venisse aperta l’inchiesta, «naturalmente Tremonti sarebbe chiamato a ripresentarsi davanti ai magistrati. E a confermare le accuse che ha già messo a verbale a mezzo stampa». Parallelamente a quel punto, aggiunge la fonte, «la stessa macchina del fango che s’è già messa in moto sulle inchieste che riguardano il Pd potrebbe concentrarsi per colpire il ministro dell’Economia e spingerlo verso le dimissioni».

L’articolo integrale lo trovate qui.

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31 luglio 2011 at 10:24

Il sonno del premier, la notte della Repubblica.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 luglio 2011)

I presenti hanno ancora la scena davanti agli occhi. Silvio Berlusconi con le palpebre abbassate e la testa chinata in avanti. Gianni Letta che prova a scuoterlo: «Silvio! Silvio! Silvio!». Istanti che sembrano durare ore. Nel bel mezzo del consiglio dei ministri, quarantott’ore fa.
Palazzo Chigi, interno giorno. Giovedì 28 luglio. Ieri l’altro, insomma. Sembra una “normale” riunione del consiglio dei ministri. “Normale” quanto lo può essere quella di un esecutivo che pare aver imboccato un interminabile viale del tramonto, visto che all’ordine del giorno c’è anche la lettera con cui il presidente della Repubblica ha messo nero su bianco la sua «preoccupazione» per il decentramento dei ministeri a Monza imposto dalla Lega Nord al resto della coalizione.
Come da copione, tocca a Gianni Letta formalizzare di fronte ai membri del governo – e al suo capo in testa, ovviamente – la consegna del testo che arriva dal Quirinale. I contenuti del messaggio di Giorgio Napolitano, naturalmente, sono già noti a tutti. Anche per questo, forse, mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio parla, molti dei presenti rivolgono lo sguardo verso il Cavaliere.
Succede tutto in pochi istanti. Guidato dagli occhi della maggioranza dei membri del governo, Letta sospende la lettura del messaggio del Colle e si gira anche lui verso Berlusconi. Il presidente del Consiglio ha gli occhi chiusi. E il volto chinato in avanti. «Silvio!», accenna il sottosegretario. Ma il Cavaliere non reagisce. «Silvio!», insiste l’eminenza grigia del berlusconismo, che stavolta prova a scuotere il braccio del presidente del Consiglio. Anche il secondo tentativo va a vuoto. Berlusconi è immobile.
Si tratta di pochi secondi, ovviamente. Che a più d’un ministro, però, sono parsi interminabili. Al terzo tentativo di svegliare il premier, al terzo «Silvio!» proferito da Letta con un tono di voce sempre più preoccupato, il Cavaliere reagisce. Si sveglia di colpo. E prima ancora di aprire gli occhi e di sollevare il mento scandisce, come se fosse stato appena svegliato da un brutto sogno: «Avete visto gli ultimi sondaggi?».
Messa così sembra quasi l’incipit di una barzelletta, di una di quelle storielle inventate in cui Berlusconi trova spesso il modo di ironizzare su se stesso. Il premier assopito. Letta che scandisce, per ben tre volte, «Silvio!». E il Cavaliere che finalmente si risveglia dal torpore, chiedendo ai presenti se avessero visto le ultime rivelazioni demoscopiche.
Peccato che non sia l’inizio di una barzelletta. E che non ci sia, per l’appunto, nulla da ridere. Primo, perché la scena si materializza non nella platea del Salone Margherita o sul divano di Palazzo Grazioli, bensì durante una riunione del Consiglio dei ministri. Secondo, perché l’episodio – che ovviamente non può essere ricondotto a «un malore» – la dice lunga sullo stress a cui il presidente del Consiglio è sottoposto. E sulle possibili ricadute sulla tolda di comando di un Paese che continua a sfiorare il baratro.
Uno dei ministri presenti alla riunione di ieri l’altro, che parla dietro la garanzia di anonimato, prova a derubricare l’episodio. Ma avverte: «Il Presidente, giovedì, era molto affaticato. Infatti, per tutta la giornata, ha lavorato stringendo i denti. Tutti quelli che l’hanno visto, compreso chi ci ha scambiato giusto due chiacchiere, si sono resi conto che era molto provato». La motivazione opposta dal premier e dalla sua cerchia ristretta, aggiunge la fonte, «rimanda alla preparazione in vista dell’intervento chirurgico alla mano», a cui il Cavaliere s’è sottoposto ieri. «Non c’è nulla da stupirsi», aggiunge il componente dell’esecutivo concludendo la sua conversazione col Riformista: «D’altronde si sa, l’uomo è di quelli che, pur di evitare periodi di convalescenza, moltiplica i carichi di lavoro. Uno, insomma, che proprio quando dovrebbe riposarsi sceglie di lavorare il doppio».
Ieri, a ventiquattr’ore dal Consiglio dei ministri, Berlusconi è stato operato al polso destro per una sindrome del tunnel carpale. L’intervento vero e proprio, ha spiegato il chirurgo Alberto Lazzerini, è durato una decina di minuti. Ed è andato «benissimo». Ma i medici dell’istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) hanno preferito tenere il premier sotto osservazione per sei ore. In modo da accertare che stesse bene e che non provasse dolore.
Nell’agenda di Berlusconi, adesso, ci sono tre giorni di riposo ad Arcore. Il rientro a Roma è previsto solo per martedì. Il resto è tutto nella coltre di silenzio che continua ad avvolgere il presidente del Consiglio in un momento decisivo per le sorti di maggioranza e governo. Un silenzio alimentato soprattutto da un Cavaliere che non parla più. Ai piani alti del Pd sospettano che dietro la sparizione del premier ci sia una strategia mirata. Il cui obiettivo finale è far sì che ad essere sovraesposti siano soprattutto le forze politiche e i personaggi nel mirino delle inchieste di Monza e Napoli. Il Partito democratico, insomma. E Giulio Tremonti.

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30 luglio 2011 at 11:19

Da Vendola alle urla notturne di casa Pd. Tedesco fa paura anche da ex.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 luglio 2011)

Le urla arrivano da una stanza del Pd alla Camera. È il 19 luglio. Una voce fa: «Votando subito su Tedesco evitiamo i sospetti…». E un’altra risponde: «Ma ci prendi per il culo?».
Perché per comprendere il vortice di tensione in cui il Pd è sprofondato da una settimana a questa parte, per capire la grande sfida interna che s’è riaperta sulla questione morale, è da quella notte di otto giorni fa che si deve ripartire. È il 19 luglio. Mancano poche ore al voto della Camera su Alfonso Papa. I membri degli uffici di presidenza dei gruppi pd sono riuniti a Montecitorio. La tensione è alle stelle. Nicola Latorre, che qualche ora prima nella capigruppo di Palazzo Madama (Anna Finocchiaro era alla direzione del partito) aveva impresso una brusca accelerazione al voto sull’arresto di Alberto Tedesco, prova a giustificare la scelta: «Così allontaniamo i sospetti di chi ci accusa di scambiare Papa con Tedesco». Il deputato-economista Francesco Boccia perde le staffe: «Ma che fai, ci prendi per il culo?». Dario Franceschini, che comunque propende per la linea di Boccia, prova a sedare gli animi: «Ormai quel che è fatto è fatto». Il voto sincronizzato – che porterà in galera il pidiellino Papa e salverà Tedesco – conferma i più oscuri presagi della vigilia.
Ora, nel giorno in cui Bersani scrive al Corriere per difendere il Pd, nessuno dei litiganti ha voglia di parlare. «Quello che penso di Tedesco l’ho detto nel 2009. Meglio non aggiungere altro», sono le uniche parole a cui si limita Boccia. Un po’ la stessa teoria del veltroniano Giorgio Tonini, che sottolinea: «Il partito ha sempre gestito malissimo questa storia. A cominciare da quando abbiamo permesso che un signore con cotanto conflitto d’interessi facesse l’assessore alla Sanità».
«Il partito», «sempre», «malissimo». Nelle parole di Tonini c’è una grande verità. Perché la storia dell’ex assessore, per cui i magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese hanno chiesto l’arresto, attraversa tutte le epoche del Pd. Con Veltroni segretario, nel 2008, arriva la candidatura al Senato (primo dei non eletti). Nel 2009, quando il leader è Franceschini, si materializza la corsa (vincente) di Paolo De Castro alle Europee, che consente a Tedesco di entrare a Palazzo Madama proprio al posto dell’ex ministro dell’Agricoltura. Nel 2011, con Bersani saldamente alla guida del partito, avviene «l’incidente» che – nonostante i voti democrat a favore dell’arresto – consente a Tedesco di evitare la galera.
A onor del vero, nessuno dei tre segretari ha buoni rapporti con Tedesco. Veltroni e Franceschini lo conoscono appena. Bersani, come lo stesso senatore pugliese ha ammesso nell’ultima intervista rilasciata alla Stampa, non gli ha mai voluto parlare. E anche il ruolo di Massimo D’Alema nel suo cursus honorum, a dispetto delle tante voci sul presidente del Copasir, è praticamente nullo.
In questa storia, in cui ai democrat tocca il conto più salato, mancano all’appello altri protagonisti. Nichi Vendola, ad esempio, è l’uomo che nel 2005 gli affidò il dossier della Sanità regionale, nonostante Tedesco avesse moglie e figli con partecipazioni azionare in imprese che vendevano prodotti farmaceutici. Una stima ricambiata, visto che Tedesco è stato sorpreso a brindare, nella notte in cui il governatore rivinse le primarie nel 2010, al successo di «Nichi».
E poi manca all’appello anche Michele Emiliano, il sindaco di Bari a cui Tedesco – nel 2008 – ritira il suo sostegno in vista della comunali dell’anno successivo. Provocando una frattura che si ricomporrà soltanto quando Emiliano, che all’epoca è il segretario regionale del partito, si spende perché l’ex socialista venga inserito nelle liste del Pd al Senato.
Morale della favola? Ieri Tedesco, a cui il Pd continua a chiedere le dimissioni da senatore, ha annunciato invece l’uscita dal Pd: «Ho spedito una lettera di quattro righe a Bersani». Il segretario gli ha risposto con una dichiarazione alle agenzie: «Per il partito bastano. Ma per il Paese io gli ho chiesto un passo indietro». Una linea, quella del leader, che trova d’accordo anche D’Alema. «Condivido quello che ha detto Bersani dalla prima all’ultima parola, compresi i punti e le virgole», spiega il presidente del Copasir. Il tutto mentre Rosy Bindi, che con Tedesco ha ingaggiato un duello a distanza, si limita ad alzare le mani. Come a dire, “che ci serva da lezione per le prossime volte”.
Il problema è che non è finita. L’incrocio con l’inchiesta su Filippo Penati, accusato dai magistrati di Monza di aver intascato tangenti per le ricostruzioni nell’area ex Falck, rischia di sopraesporre il Pd agli attacchi del centrodestra. Soprattutto se, come temono ai piani alti del Nazareno, «Tedesco comincerà a fare il giro di tv e giornali; rischiamo peggio del caso Villari (l’ex presidente della Vigilanza Rai eletto coi voti del Pdl, ndr), visto che qui le aggravanti penali si sprecano». L’obiettivo minimo di Bersani è scampare alla bufera. E considerando che sulla questione la miglior difesa è l’attacco, ecco che il leader del Pd risponderà colpo su colpo. Anche, come annuncia Enrico Letta durante la trasmissione In onda, alle accuse di Travaglio sui rapporti con Franco Pronzato.

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27 luglio 2011 at 10:09

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

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22 luglio 2011 at 12:36

«Qua scoppia un casino». Nel Papa day c’è anche Tedesco. E la paura dei forconi contagia il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 luglio 2011)

Alfonso Papa

È il rischio del «tutti nello stesso calderone». La paura bipartisan del «domani (oggi, ndr) ci aspetteranno fuori dal Palazzo coi forconi», che ha il volto terreo di Dario Franceschini.
Perché oggi pomeriggio, nel centro della Capitale, potrebbe tornare a materializzarsi «l’incubo del 1993». Quello del «cappio» idealmente agitato in faccia a tutta la politica. Alle 16, l’Aula di Montecitorio si esprimerà a scrutinio segreto (chiesto da Scilipoti e dal gruppo dei Responsabili) sulla richiesta d’arresto per il deputato del Pdl Alfonso Papa. Alla stessa ora, dopo una richiesta avanzata da Nicola Latorre a nome dei vertici del gruppo del Pd, l’assemblea di Palazzo Madama deciderà sull’arresto del senatore democratico Alberto Tedesco. Tra i due casi c’è un abisso. Soprattutto perché Tedesco, a differenza di Papa, si alzerà in piedi e prenderà la parola per chiedere agli «onorevoli colleghi» di votare a favore della richiesta dei magistrati che indagano sulla Sanitopoli pugliese. E anche perché il Partito democratico, come ha spiegato oltre i confini dello sfinimento il segretario Pier Luigi Bersani, «è nettemente contrario al voto segreto e voterà sì a entrambi gli arresti».
Ma che cosa succederebbe se, complice una forzatura dei senatori della maggioranza («Gli unici che possono imporre il voto segreto a Palazzo Madama sono quelli del Pdl», spiega Nicola Latorre), Camera e Senato respingessero l’una l’arresto di un deputato del Pdl, l’altra quello di un senatore del Pd? Che cosa accadrebbe se la mossa del Pd di sincronizzare i due voti («L’abbiamo fatto proprio perché giravano voci strane di “scambio”», insiste il senatore dalemiano) si rivelasse un autogol? Il rischio è quello del «tutti colpevoli», a prescindere. Tutti nello stesso frullatore: Papa, Tedesco, Pdl, Pd.
E qui si ritorna al volto preoccupato di Dario Franceschini. Che, a metà pomeriggio di ieri, abbandona l’Aula e raggiunge alcuni dei suoi nel cortile di Montecitorio. «Maledetto voto segreto. Ora ditemi che cosa devo fare. Secondo voi è meglio convocare un’assemblea di gruppo, così si vede che almeno siamo tutti presenti?», dice rivolto ad alcuni colleghi e amici che hanno trovato riparo sotto un gazebo. «La concomitanza con il voto su Tedesco al Senato rischia di trasformarsi in un casino», è l’opinione del deputato Francesco Tempestini. «Una scelta inopportuna», la chiama un altro esponente del Pd, Dario Ginefra. «Una caz…ta», dirà più tardi Enrico Letta a Bersani.
Franceschini e tutta la sua truppa sanno che il voto segreto può trasformare il pomeriggio di oggi in un dramma. È lui stesso che cerca i cronisti per ribadirlo in tutte le salse. «Avete carta e penna?», chiede a due colleghe delle agenzie di stampa. «Il Pd voterà compatto per l’arresto di Alfonso Papa. E soprattutto non chiederà il voto segreto, perché in un momento come questo deve essere tutto trasparente e perché serve un’assunzione chiara di responsabilità», aggiunge. Il sospetto, quanto mai legittimo, è che il Carroccio sfrutti la segretezza della decisione per “salvare” Papa. Salvo, un minuto dopo, “bombardare” il Palazzo. Franceschini lo dice chiaramente: «Questi guerrieri padani si nascondono dietro il voto segreto. Un minuto dopo, però, diranno che è tutta colpa nostra…».
La paura dei «forconi» cresce. E contagia tutti, nessuno escluso. Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds che

Andrea Orlando

ha (meritata) fama di iper-garantista, lo dice senza troppi giri di parole: «Voto a favore dell’arresto, sia chiaro. Ma domani (oggi, ndr) potrebbe essere una giornata drammatica per tutto il Parlamento». A qualche metro da lui, sprofondato con lo sguardo assente su un divanetto del Transatlantico, il giovane responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando scuote la testa: «È un casino, un casino…». Identico lo sguardo della trentenne parlamentare campana Pina Picierno, nota per le sue battaglie contro la camorra: «Ma vi rendete conto che io, che sfido ogni giorno a viso aperto il clan dei casalesi, tra qualche ora potrei ritrovarmi in mezzo alla strada con la gente che mi punta l’indice contro? No, non ci sto…». Il lettiano Francesco Boccia allarga lo spettro: «Stamattina m’ha chiamato il giovane dirigente di una Asl pugliese e m’ha riferito i commenti della povere gente costretta da questa manovra a pagare il ticket. M’ha detto che, ai loro occhi, ormai siamo “quei bastardi”. Proprio così: “Quei politici bastardi…”».

Francesco Boccia

Ancora poche ore. Poi, sui tabelloni luminosi di Camera e Senato, sarà scritta una sentenza che va ben oltre i destini personali di Alfonso Papa e Alberto Tedesco. Tolti gli astenuti, non si saprà chi ha votato a favore e chi contro. Ma di fronte al rischio che la situazione travolga tutti – colpevoli e non – l’opposizione potrebbe meditare su scelte ad effetto. Abbandonare l’Aula, minacciare le dimissioni di massa, tirarsi fuori dal «cappio» che la stessa Lega potrebbe tornare ad agitare. Bersani lo ripete: «Andiamo a votare». Più che tattica politica, ormai pare una supplica. «Dobbiamo salvare il Paese».

Written by tommasolabate

20 luglio 2011 at 09:47

Tremonti in codice prima del diluvio: «Leggete Simenon».

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 luglio 2011)

Sa di essere l’uomo su cui si addensano veline e veleni. «Non parlo», dice ai cronisti che lo sorprendono alla buvette. Poi però parla, Tremonti. E cita Simenon.
Quando se lo ritrovano davanti in una pausa dei lavori della manovra, mentre sorseggia un cappuccino al bar di Montecitorio insieme a Giorgia Meloni, i giornalisti le provano tutte. Solo alla domanda finale – «preoccupato per i mercati?» – Giulietto cede. E sfodera una citazione che apre uno squarcio tra l’ironico e l’inquietante sulla possibile tempesta che sta per abbattersi sul Palazzo. «Leggete Tre camere a Manhattan e Il presidente, di Georges Simenon». Soprattutto il secondo, tiene a precisare il superministro dell’Economia, «è bellissimo».
Il Presidente (di cui esiste anche la riduzione cinematografica, del 1961, con Jean Gabin) è il romanzo in cui Simenon tratteggia la vicenda di un politico che, arrivato alla fine dei suoi giorni, è convinto di essere sorvegliato. Soprattutto da quando ha annunciato pubblicamente un libro di memorie “non ufficiali”. I suoi sospetti portavano nella direzione del suo vecchio segretario particolare, che aveva fatto carriera al punto di essere a un passo dal diventare primo ministro.
Difficile non vedere legami con l’attualità. Anche Tremonti, che di fronte ai magistrati di Napoli ha citato il «metodo Boffo», ha recentemente litigato con Berlusconi accusandolo di «avermi fatto pedinare». Anche Tremonti, oggi, ha il problema del vecchio segretario particolare, quel Marco Milanese su cui pende una richiesta d’arresto da parte della procura partenopea. È il segno che anche Tremonti potrebbe uscire allo scoperto, dribblando veline&veleni, con le sue memorie “non ufficiali”?
Congetture, nulla di più. Di certo c’è che, nel giorno in cui la Camera approva in via definitiva la manovra economica, il Palazzo rimane col fiato sospeso in vista del possibile tsunami che potrebbe travolgere governo e maggioranza. Lunedì c’è la riapertura dei mercati finanziari. Mercoledì, invece, il voto di Montecitorio sull’arresto di Alfonso Papa, il deputato del Pdl indagato nell’inchiesta sulla P4.
Di fronte alla guerra nucleare che potrebbe travolgere il centrodestra, l’opposizione cambia strategia. «Abbiamo rinunciato all’ostruzionismo per salvare la Patria. Ma con questa manovra iniqua non c’entriamo nulla», spiega Pier Luigi Bersani camminando per i corridoi di Montecitorio. Il segretario del Pd – che secondo il quotidiano isrealiano Haaretz è «il personaggio che potrebbe restituire il potere alla Sinistra» – chiarisce che il suo partito ha già dato e nulla più darà. Nuovi accordi bipartisan? Coesione nazionale? Stop. «La nostra responsabilità si ferma qui», scandisce nella dichiarazione di voto finale sulla manovra. Scelta condivisa praticamente da tutto il partito. «Adesso basta. Che nessuno venga più a chiederci qualcosa», sottolinea Rosy Bindi. Dario Franceschini scuote la testa: «C’è una gigantesca opera di mistificazione in corso. Vedrete, Berlusconi farà di tutto per sostenere che le lacrime e il sangue li abbiamo voluti noi. Per questo, da oggi, noi ci chiamiamo fuori da tutto».
Beppe Fioroni passeggia nervosamente per il Transatlantico: «A Berlusconi dobbiamo farlo cadere, punto e basta. Lo sapete che questa manovra è insufficiente, no?», chiede retoricamente l’ex ministro. «Lo sapete», insiste, «che a settembre verranno a romperci di nuovo le scatole con altri provvedimenti?».

Georges Simenon

Perché settembre non è soltanto il mese in cui il Parlamento potrebbe essere chiamato a mettere l’ennesima pezza sui conti pubblici. Ma è anche il mese, sussurra Fioroni, «in cui potrebbe partire la campagna infamante con cui la stessa maggioranza pensa a far fuori Tremonti». D’altronde, agli occhi dell’opposizione, il Pdl è in preda a una pericolosa sindrome «da veti incrociati». «Roba che avrebbe fatto faticare anche Freud», sottolinea Enrico Letta.
Si comincia da mercoledì, quando la Camera dovrà pronunciarsi sull’arresto di Alfonso Papa. Un voto (segreto) in cui il Carroccio sarà determinante. Come fu, ricordano tra i leghisti, quello del 1993 in cui Montecitorio salvò Bettino Craxi dall’autorizzazione a procedere richiesta dalla Procura di Milano. Leggenda narra che, all’epoca, i leghisti usarono il segreto dell’urna per salvare il leader socialista e prendere a cannonate il Palazzo dopo. Sarà così anche stavolta? Oppure Papa sarà arrestato? Il finiano Carmelo Briguglio ha dichiarato: «Se Berlusconi non lascia, rischia le monetine». È il fischio d’inizio della partita finale.

Written by tommasolabate

18 luglio 2011 at 13:09

Una partita da tripla. 1 X o 2?

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di Tommaso Labate (estratto dal Riformista di oggi)

Berlusconi, Draghi, Tremonti

Perché, da quando stasera la manovra sarà in cassaforte, alla fine rimarrà da sciogliere “soltanto” (virgolette d’obbligo) il dilemma sui due eterni duellanti. «Silvio» e «Giulietto». Nell’inner cirle del primo sono convinti che il secondo «uscirà molto indebolito dall’inchiesta di Napoli» sul suo ex braccio destro Marco Milanese. Tra gli amici più stretti del secondo, invece, si sostiene che «un governo senza Tremonti non è un governo in grado di dare le dovute garanzie all’Europa e ai mercati finanziari». Un componente dell’esecutivo, dietro la garanzia dell’anonimato, spiega che «soltanto la giornata di lunedì può chiarire come andrà a finire l’ultimo duello» tra il presidente del Consiglio e il superministro dell’Economia. Molto dipenderà «dalla reazione dei mercati all’approvazione definitiva della manovra». Traduzione: se il vento delle speculazioni cesserà del tutto, allora non è escluso che «Silvio» e «Giulietto» depongano le armi e scavallino l’estate. Altrimenti, le opzioni saranno due. «O prenderà corpo l’idea di un governo tecnico, oppure la gigantesca macchina della comunicazione berlusconiana userà le carte dell’inchiesta di Napoli per provare di disarcionare il superministro». È una di quelle partite che, di fronte alla schedina del Totocalcio, si definirebbe «da tripla». Non succede niente, cade il governo Berlusconi (in pole position Mario Monti) oppure il solo ministro dell’Economia (il candidato alla successione, in questo caso, sarebbe Lorenzo Bini Smaghi).

Il resto, il prima e il dopo, qui.

Written by tommasolabate

15 luglio 2011 at 15:04

Pubblicato su Articoli

«La nuova Ripa di Meana non esiste. E in autunno uscirà “I miei primi settant’anni”»

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di Tommaso Labate (da Vanity Fair di questa settimana, estratto dall’intervista a Marina Ripa di Meana)

«La Brambilla mia erede? Ma mi faccia il piacere. La nuova Ripa di Meana non esiste».

La Brambilla si impegna, non trova?

«Certo, sta portando avanti con coscienza molte campagne animaliste. Però è sempre una signora che fa politica. Di conseguenza, ha sempre un altro fine. No, una come me non c’è più». (…)

E tra poco compirà 70 anni. Scriverà un altro libro come il bestseller I miei primi quarant’anni, 30 anni fa?

«Ho già firmato il contratto con Mondadori. In inverno uscirà I miei primi settant’anni».

Written by tommasolabate

14 luglio 2011 at 15:31

Pubblicato su Interviste

«Salva Fininvest in cambio di Grilli a Bankitalia». Il patto saltato tra Silvio e Giulietto. Che adesso rischia il posto.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 luglio 2011)

Berlusconi, Draghi, Tremonti

Che cosa c’entra l’accantonamento della norma “salva Fininvest” con la successione a Draghi in Bankitalia e col destino di Tremonti? «Io e Giulio avevamo un patto», rivela Berlusconi ai suoi.
In questi giorni di silenzio forzato, a cui è “costretto” per non turbare quei mercati finanziari che evidentemente non hanno fiducia in lui, il Cavaliere ha deciso di togliere l’ultima coltre di mistero da quel “trucchetto normativo” che ha messo a rischio la tenuta del governo prima che l’ondata di speculazioni sull’Italia lo riportasse a un passo dal baratro.
Nelle sue confessioni, affidate ad autorevoli interlocutori del governo e della maggioranza, il presidente del Consiglio parla espressamente di «patto». Ovviamente, si tratta della sua (ennesima) versione dei fatti. Ma dice proprio così: «Io e Giulio avevamo un patto. Era stato lui a garantirmi l’approvazione di quel comma che i giornali e la sinistra hanno spacciato per “salva Fininvest”».
Dopo la condanna del tribunale civile e la “resa” certificata dalla dichiarazione di ieri l’altro di Niccolò Ghedini («Fininvest pagherà e non c’è nessuna ipotesi di legge allo studio»), l’affaire del comma ad aziendam sembra consegnato alla storia. Ma c’è un elemento di novità. E riguarda quello che – a sentire il premier – c’era dall’altra parte della bilancia. «Prima che la manovra approdasse in consiglio dei ministri», è la sintesi degli sfoghi berlusconiani, «Tremonti mi chiese di prendere una decisione definitiva sull’orientamento del governo nella scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia. Naturalmente, nella sua testa c’era e c’è soltanto un nome: quello di Vittorio Grilli…».
L’approvazione di una norma che proteggesse Fininvest dal risarcimento alla Cir di

Vittorio Grilli

Carlo De Benedetti, da un lato. Il via libera di Palazzo Chigi all’ascesa del direttore generale del Tesoro verso la guida di Bankitalia, dall’altro. Un provvedimento caro a Berlusconi, da un lato. La decisione che stava in cima ai desiderata di Tremonti, dall’altro. Il «patto Silvio-Giuletto», insomma. Di cui il presidente del Consiglio, dettaglio di non poco conto, ormai parla al passato. Significa, come ripetono nella sua cerchia ristretta, «che se Grilli ha bisogno (come ha bisogno) del disco verde del premier per ambire al dopo Draghi, allora è meglio che ci metta una pietra sopra».

Fabrizio Saccomanni

Vendetta? Ritorsione? Affronto? A prescindere dal nome che si darà all’orientamento del presidente del Consiglio sulla nomina del prossimo governatore di Bankitalia, l’unica certezza è che la strada del “candidato di Tremonti” verso la scrivania più prestigiosa di Palazzo Koch pare definitivamente sbarrata. Di conseguenza, se Grilli finisse davvero fuori gioco, alla ripresa autunnale la successione a Draghi sarebbe nel segno della continuità. Con Fabrizio Saccomanni, uomo di fiducia del futuro presidente della Bce, in pole position per il ruolo di governatore. E Ignazio Visco proiettato dalla vicedirezione alla direzione generale.
Ma il veto di Berlusconi a Grilli rappresenta soltanto un aspetto – seppur non secondario – di quello che potrebbe essere l’ultimo chilometro del tormentato viaggio comune di «Silvio» e «Giulietto». Tutto è legato a una domanda, lo stessa che circola intistentemente negli ambienti più vicini al Cavaliere: la settimana prossima, quando la manovra sarà approvata, Tremonti sarà ancora al suo posto, alla guida al ministero dell’Economia?
E qui bisogna fare un passo indietro. La storia delle possibili dimissioni dell’ultimo

Lorenzo Bini Smaghi

successore di Quintino Sella prende corpo il 5 luglio. Quando, in alcune chiacchierate a margine della presentazione del libro di Fabio Corsico e Paolo Messa sulle fondazioni bancarie (presenti, tra gli altri, Giuliano Amato, Romano Prodi e Gianni Letta), Tremonti lascia intendere che sta per lasciare il governo Berlusconi. Della serie, «una volta approvata la manovra, io mi dimetto. E poi…». Verosimilmente, oltre i puntini di sospensione del ministro dell’Economia, c’era lo scenario di un esecutivo che non avrebbe retto all’uscita di scena del suo componente più autorevole, anche agli occhi dell’Europa e dei mercati internazionali.
Negli ultimi giorni, a causa dei boatos sull’inchiesta che ha travolto Marco Milanese, la situazione sembra essersi capovolta. Ieri, Tremonti ha implicitamente negato l’ipotesi delle dimissioni. E il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore ha esplicitamente smentito che il ministro dell’Economia sia iscritto nel registro degli indagati. «Non basta il cambio di un ministro, serve il cambio di tutto il governo», ha scandito Pier Luigi Bersani. Eppure, a Palazzo, c’è un’atmosfera che accredita l’ipotesi di un’uscita di scena di Tremonti. Si tratta di dettagli piccoli o meno piccoli, per adesso. Piccoli come la scelta di una quindicina di deputati del Pdl (compreso il vicecapogruppo Simone Baldelli) di sottoscrivere un’interpellanza del Pd (primo firmatario Francesco Boccia) che chiede al governo di impegnarsi a favore del «divieto assoluto di vendita di titoli allo scoperto». O meno piccoli come i contatti continui tra il premier e il principale candidato al ministero di via XX settembre nel caso in cui Tremonti abbandonasse: Lorenzo Bini Smaghi.

Written by tommasolabate

14 luglio 2011 at 06:00

“Cretino!”, “bugiardo!”. La farsa finale del Silvio IV, con Scilipoti cerimoniere.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 luglio 2011)

Per Fruttero&Lucentini «il cretino è imperturbabile», «la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai di dubitare di sé». Basta togliere le firme di Fruttero&Lucentini, metterci quella di Tremonti et voilà: Renato Brunetta.

Niente dietro le quinte, nessun retroscena. E non c’entrano nemmeno gli aggeggi malefici con cui Nanni Loy confezionava Specchio segreto o Candid Camera. No. Succede durante una conferenza stampa del governo. Ed era tutto davanti a tutti, pronto perché una telecamera – in questo caso di Repubblica tv – lo cogliesse per certificare la «dichiarazione di fine lavori» del  Berlusconi IV.

Martedì Brunetta, ministro sì ma senza portafoglio, s’incarica di illustrare la manovra economica per la parte riguardante il pubblico impiego. Qualche sedia più in là Giulio Tremonti, superministro con un portafoglio gonfio di dossier che manco il caveau di Fort Knox, ne celebra le gesta oratorie. Partendo da una sobria analisi del verbo brunettiano – «Questo è il tipico intervento suicida» – e ostentando una capacità di sintesi superiore financo a quella di Fruttero&Lucentini. Quattro parole: «È proprio un cretino». Sottoposte, alla fine, anche al vaglio di qualche presente. Come Maurizio Sacconi («Maurizio, ma hai sentito quello che sta dicendo?», chiede Giulietto), che acconsente («Non lo seguo nemmeno»).

Ieri mattina, quando Repubblica ha appena mandato in rete il video-remake tremontiano del Cretino in sintesi di Fruttero&Lucentini, sembra di vivere in un’altra era. La Procura di Napoli ha appena chiesto l’arresto di Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia. Quest’ultimo, però, viene assolto da Brunetta, che sceglie invece di prendersela con il primo caso mondiale di «violazione della privacy» (sic!) avvenuto nel bel mezzo di una conferenza stampa. Il tutto mentre un altro membro del governo, Guido Crosetto, spiega che un cretino in giro c’è. Ma si chiama Tremonti («Io condivido totalmente le parole espresse dal ministro dell’Economia. Mi differenzio solo ed esclusivamente sul fatto che le avrei rivolte nei suoi confronti»), mica Brunetta.

C’è un aurea regola non scritta secondo cui laddove volano i «cretino!» c’è anche qualche «bugiardo!». E così, quando si presenta nella Sala del Mappamondo della Camera per fare da autorevole spalla alla presentazione del libro di Mimmo Scilipoti (Il re dei peones, Falzea editore), ci pensa Silvio Berlusconi in persona a far entrare sulla scena il secondo protagonista collettivo del giovedì nero del suo governo. Il «bugiardo», appunto. L’inviata di La7 gli chiede lumi sulla vera storia della norma salva Fininvest, la stessa per cui Giulio Tremonti aveva invitato a rivolgersi altrove («Chiedete a Letta»). E il Cavaliere, col candore di un’educanda navigata, replica: «Non l’ho scritta io», «è stata discussa durante il consiglio dei ministri», anzi proprio «Tremonti non ha ritenuto di portarla al voto». Lo sbugiardatore pubblico della (a suo dire) cretinaggine di Brunetta, a sentire il premier, avrebbe mentito sulla paternità del comma che salvava la sua azienda (azienda del premier, ovviamente). E i leghisti, che avevano espresso il loro disappunto pubblico sul comma poi ritirato, lo stesso che il premier dice di voler ripresentare perché «sacrosanto»? Il Cavaliere ne ha anche per loro. «Calderoli mi ha chiesto», spiega il premier, «“perché non me l’hai detto (che c’era la norma, ndr), che l’avrei scritta meglio io e l’avrei pure sostenuta?”».

A controsbugiardare lo sbugiardatore intervengono, in tandem, i leghisti. La salva Fininvest? «Non sapeva niente nessuno», giura Umberto Bossi. E Calderoli, furibondo col premier: «Ribadisco ancora una volta di non aver mai né letto né visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa». Morale della favola? Non avendo più alcuno da sbugiardare, dopo aver letto del caos scatenato dalle sue stesse parole, il premier capisce che è l’ora di sbugiardare se stesso. Con una nota: «Quanto mi viene attribuito da alcune agenzie di stampa in merito all’operato del ministro Tremonti non corrisponde al mio pensiero né alla verità dei fatti».

Tremonti, Brunetta, Crosetto, Sacconi, Milanese, Berlusconi, ancora Tremonti, Bossi, Calderoli, ancora Berlusconi. Violenti come Le Iene di Tarantino, comici come quelle di Mediaset. Il cuore pulsante della maggioranza vede il sipario che cala al ritmo di due parole: «cretino» e «bugiardo». Con buona pace del povero Scilipoti, che s’era illuso di calamitare su di sé l’attenzione delle masse come all’epoca del 14 dicembre. Per la presentazione del suo libro, nell’ordine: ha disseminato la Sala del Mappamondo della Camera con decine di copie del suo quotidiano la Responsabilità, che nell’ultimo numero ospita un’intervista a tale Jay Maggistro, una a Pippo Franco e un commento dal titolo «Le otturazioni in amalgama sono un pericolo reale»; ha detto di aver fatto 22mila visite nelle favelas in Brasile; ha confessato che esiste una sala lettura di una città carioca che «porta il mio nome». Ma, ahilui, non ha dato del «cretino» a nessuno.

Written by tommasolabate

8 luglio 2011 at 08:30