tommaso labate

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Quel pomeriggio di un giorno da cani. A Montecitorio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 aprile 2011)

«Che cos’è il genio?», si chiedeva il “Perozzi” (Philippe Noiret) in Amici miei prima di magnificare l’ennesimo scherzo elaborato dal “Necchi” (Duillio Del Prete). «È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!». Il “Necchi” che ieri ha mandato ko la maggioranza è il segretario d’Aula del Pd, Roberto Giachetti.
Aula di Montecitorio, interno giorno, ore 10,25. Quando chiede la parola a inizio seduta, nessuno immagina che Giachetti stia per mettere insieme «fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione», i quattro elementi di un menù parlamentare che trasformerà il 31 marzo del 2011 nell’ennesimo «giorno da cani» della maggioranza. Nel suo intervento il deputato del Pd chiede che dentro il «processo verbale» di cui è appena stata data lettura rientrino alcune performance in cui si era prodotto Ignazio La Russa il giorno prima. «Nel pieno del suo intervento il collega La Russa, rivolto ai colleghi del Pd, affermava che siamo dei conigli», dice. «Chiedo almeno che rimanga agli atti della Camera e soprattutto dentro il processo verbale (…) una frase del genere, che per quanto mi riguarda qualifica il Ministro», insiste.
Sembra una goccia nell’oceano degli atti parlamentari. E invece l’intervento di Giachetti è la biglia che, magicamente, manda in tilt il flipper pidiellino, leghista e responsabile. Meno di venti minuti dopo, infatti, la maggioranza è in un angolo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la Camera boccia il processo verbale del giorno prima. In teoria non significa nulla. In pratica, però, l’opposizione guadagna le ore (preziose) per ricacciare in alto mare il processo breve. Gli attimi prima della chiusura della votazione sono un inferno. Fini si sgola: «Prego i colleghi di prendere posto e di votare. Il Ministro Brunetta ha votato? Il Ministro Fitto ha votato? Ministro Alfano, prego. Dichiaro chiusa la votazione». L’ultimo secondo è fatale al guardasigilli, che sbaglia a inserire la tesserina per votare nell’apposita fessura e poi, con un gesto di stizza, la lancia contro Di Pietro. Ed è fatale anche alla Prestigiacomo, che si volta furibonda verso la terza carica dello Stato (i due, un tempo, si volevano bene assai). «No, no», grida Stefy a Gianfry, chiedendogli implicitamente di tenera aperta la votazione. «Gli ha gridato “stronzo”, Prestigiacomo ha gridato “stronzo” a Fini», giurano dai banchi dell’opposizione (attendesi il resocondo definitivo, oggi). Game. Set. Match. Il presidente della Camera decreta: «Onorevoli, la votazione è stata dichiarata aperta oltre ogni limite. La Camera respinge, a parità di voti».
Dai banchi del Pdl, il tarantino Pietro Franzoso grida nei confronti di Fini frasi che le vecchie educande avrebbero definito «irripetibili». Il presidente della Camera viene colpito da una copia del Corriere della Sera, mentre una palletta di carta lo manca di poco. «Non sono stato io, erano da dietro», sbraita Franzoso. I boatos (giustizialisti) incolpano le berlus-blondies Castiello Giuseppina da Afragola e Mannucci Barbara da Roma. La prima per il lancio del giornale, la seconda per la palletta di carta.
Ma anche nel più tragicomico degli spettacoli può spuntare una scena tra il misero e il becero. Succede quando, dopo un intervento di Italo Bocchino, Osvaldo Napoli perde la testa e si dirige verso l’assistente della deputata Ileana Argentin. «Tu non puoi applaudire, capito?», dice il berlusconiano piemontese. «Che succede? Che c’è, onorevole Argentin? Non capisco, ha chiesto di parlare, onorevole Argentin?», dice Fini dallo scranno più alto. «Mi hanno rotto anche il microfono! Si è appena avvicinato un collega per dire al mio operatore che non deve permettersi di applaudire» (Argentin). «E ha ragione», sbraita il leghista Polledri. «Ma come si permette!» (Fini a Polledri). «Allora ricordo all’Aula che io non muovo le mani…» (Argentin). «Invito il collega che ha proferito la parola a scusarsi. Onorevole Polledri, si scusi o chiarisca» (ancora Fini). Alcuni deputati del Pd bloccano il collega Michele Meta, amico di una vita di «Ileana», che prova a raggiungere i banchi della maggioranza. Dai banchi del Carroccio parte un «handicappata del cazzo» riferito alla Argentin. Che conclude: «Non desidero le scuse di nessuno. Credo che lei mi conosca abbastanza per sapere che non strumentalizzo mai queste cose. Ma se desidero applaudire un mio avversario, lo faccio come credo e quando credo. Se non lo posso fare con le mie mani, lo faccio con le mani di chiunque». Applausi. Sia Polledri che Napoli, quest’ultimo anche in Transatlantico, si scusano.
La giornata nera del governo si fa nerissima nel pomeriggio, quando il processo breve scompare dai radar. «Questi del gruppo del Pdl so’ proprio incompetenti. Si sono fatti fregare ancora», è l’analisi del “responsabile” Francesco Pionati. Tutto per “colpa” del processo verbale e dell’intuizione di Giachetti. Tutta colpa delle pagine 72 e 73 del resoconto stenografico di mercoledì 30 marzo, il La Russa day. Che – testualmente – dà dei «conigli» ai deputati dell’opposizione e si becca in cambio un doppio «fascista, coglione!». Qualche riga più sotto c’era quella parolina che il ministro della Difesa aveva rivolto al suo ex amico Fini. Per gli atti di Montecitorio è un «va…» (all’indirizzo della presidenza). Ma fior di testimoni, come hanno riportato tutti i giornali di ieri, giurano che quel «va…» era corredato da due effe, una a, una enne, una ci, una u, una elle e una o.

Ora il Cav. ha davvero paura dei barconi. “Meglio che si parli dei processi”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 marzo 2011)
In privato, Silvio Berlusconi l’aveva già detto chiaramente: «Quando sarà possibile, voglio andare in tribunale». Ieri, dopo l’udienza Mediatrade, l’ha ripetuto in pubblico: «Alle prossime udienze sarò in aula». Dietro la svolta di un premier deciso a vestire i panni dell’«imputato a tempo determinato» c’è la paura, confortata già da alcuni sondaggi, dell’«effetto Lampedusa».
La rivolta degli abitanti dell’isola siciliana. La certezza di sbarchi che aumenteranno di giorno in giorno. E l’incubo che l’emergenza si allarghi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, provocando – nella migliore delle ipotesi – un corto circuito tra un governo che ha promesso di scendere in aiuto dell’Isola e i governatori (soprattutto quelli di centrodestra) che proveranno a resistere. In vista di una tornata di elezioni amministrative con una posta in palio altissima, tutto questo preoccupa il Cavaliere molto più del caso Ruby. Non a caso, nella sua cerchia ristretta, fior di spin-doctor l’hanno spinto a buttarsi a capofitto sui processi, con l’obiettivo «di allontanare l’occhio dell’opinione pubblica» da un’emergenza migratoria che l’Italia non sembra in grado di affrontare. Detto altrimenti, «se i giornali si concentrano sulle aule dei tribunali, almeno i nostri elettori ce li teniamo. Se invece l’agenda dei media sarà sintonizzata sempre più sugli sbarchi dei clandestini, rischiamo grosso». Dove per «rischiare grosso» s’intende il rischio subire la stessa sorte toccata negli ultimi giorni a Nicholas Sarkozy e ad Angela Merkel, puniti dall’elettorato alle cantonali francesi l’uno, e in due lander della Germania (Renania e Baden Wuerttemberg) l’altra.
Due sere fa, parlando al telefono col governatore siciliano Raffaele Lombardo, il premier ha mostrato il suo volto più rassicurante. «Tranquillo Raffaele», è stato il momento decisivo di una chiacchierata decisamente tesa, «ci penserò io in prima persona a svuotare Lampedusa». Il presidente della Regione Sicilia, però, è convinto del contrario. E ad alcuni colleghi “terzopolisti” con cui ha avuto modo di confidarsi tra domenica e ieri, il leader dell’Mpa l’ha spiegato con una battuta: «Vedrete che Berlusconi, da questa partita, cercherà di stare il più lontano possibile. Perché sa che su questo rischia veramente un crollo di popolarità».
Morale della favola? Il consiglio dei ministri straordinario, che dovrebbe mettere a punto il piano per l’evacuazione di Lampedusa, è convocato per domani. Ma gli effetti collaterali della decisione di trasferire in migranti «in Tendopoli dislocate su tutto il territorio nazionale», come anticipato dal prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, rischiano di provocare una deflagrazione all’interno una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi. Dove Pdl e Lega rischiano di finire in contrapposizione più di quanto non lo siano già.
Roberto Maroni, che in un’intervista al Corriere della sera di ieri ha minacciato il ricorso a «rimpatri forzosi», è indispettito. «Lo dico da un mese che ci sarebbe stata un’emergenza e nessuno mi ha dato retta», sono le lamentele (per adesso private) del titolare del Viminale, che poco meno di un mese fa affrontò la “questione tunisina” in un faccia a faccia riservato con Massimo D’Alema. Quanto alle critiche mosse dal governatore siciliano all’esecutivo, il ministro dell’Interno, intervistato da Radio Padania, ha detto senza troppi giri di parole che «Lombardo è andato a Lampedusa solo per fare una sceneggiata». Quest’ultimo, però, non sembra essere il pensiero di Ignazio La Russa. «Non possiamo immaginare il blocco forzato degli immigrati», è stato il raBerluzioni fuori dal tribunale di Milanogionamento svolto ieri a Torino dal titolare della Difesa. Che su un punto, però, è chiarissimo: «Tocca al ministro degli Interni approntare un piano».
Ma per avere la certezza di quanto il «fattore Lampedusa» tormenti i sonni pre-elettorali del centrodestra basta citare due testi. Il primo è la nota congiunta con cui i quattro vertici del gruppi parlamentari pidiellini (Gasparri, Quagliariello, Cicchitto e Corsaro) hanno chiesto «un incontro urgente al governo» sull’emergenza immigrazione. Il secondo è la dichiarazione di Riccardo De Corato, il vicesindaco di una Milano che andrà al voto tra un mese: «Tendopoli in Valpadana? In tema di accoglienza, noi abbiamo già dato».
Sbarchi continui, tendopoli, regioni in rivolta, sondaggi in caduta libera. «Meglio tentare di spostare l’attenzione sui processi», ragionano nell’entourage di un premier che ieri ha parlato tanto dei pm di Milano, ma s’è tenuto ben alla larga dal commentare l’emergenza di Lampedusa. Ma è una mission impossible. Soprattutto se, al consiglio dei ministri di mercoledì, la Lega tenterà di “monetizzare” consensi elettorali anche a costo di rimarcare i propri distinguo rispetto al resto del governo. Senza dimenticare la certezza, che il diretto interessato ha affidato domenica a Lucia Annunziata su Rai Tre, che Giulio Tremonti non allargherà i cordoni della borsa nemmeno per far fronte all’ennesima emergenza.

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29 marzo 2011 at 11:04

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Perché ora Berlusconi ha paura.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 marzo 2011)

Quando gli chiedono se gli aerei francesi che hanno iniziato la guerra alla Libia sono decollati da basi italiane, una smorfia di tensione gli attraversa il volto. «Si tratta di notizie riservate che non sono autorizzato a comunicare». Qualche ora prima aveva chiarito, al termine del vertice dell’Eliseo, che «per il momento l’Italia mette a disposizioni le basi. Ci potrà essere richiesto intervenire, ma abbiamo ancora la speranza che ci possa essere un ripensamento da parte del regime libico». Per Berlusconi, insomma, è scattata l’ora della grande paura.

Nei colloqui riservati coi ministri del suo governo, il Cavaliere ha cercato di esorcizzare i suoi timori. «Non possiamo fare altrimenti, vero?», ha chiesto l’altra sera di fronte a Ignazio La Russa e Gianni Letta. «Non ci sono altre soluzioni, giusto?», è stata la variazione sul tema opposta alle argomentazioni di Franco Frattini, il titolare della Farnesina che in questa partita ha giocato più molto più da “colomba” rispetto al “falco” ex aennino che guida il ministero della Difesa (a Berlusconi, tra l’altro, le mosse mediatiche di La Russa non sono piaciute affatto).

Ovviamente la scelta di schierarsi «senza se e senza ma» coi volenterosi dell’asse Washington-Parigi-Londra, per il presidente del Consiglio, era praticamente obbligata. Al punto che il Cavaliere, rispondendo alle imbarazzanti domande sui distinguo di Bossi, non ha ceduto di un millimetro. «La posizione della Lega», ha detto ieri, «risiede nella prudenza anche personale dell’onorevole Bossi», convinto «che una posizione come quella della Germania potesse essere seguita anche da parte nostra». Tuttavia, ha aggiunto il premier, quella linea per noi «non è possibile, visto che le basi di cui noi disponiamo sono determinanti».

Ma dietro un presidente del Consiglio che ha imboccato una strada obbligata – c’è una «squadra» che da due giorni sta lavorando per calcolare «costi» e «benefici» dell’intervento diretto del governo sul fronte libico.

I «benefici», anche nell’ottica di un leader politico che si gioca il tutto per tutto alla amministrative di maggio, ci sono. Rapida o meno che sia, ragionano gli spin doctor della cerchia ristretta del Cavaliere, la campagna di Libia toglierà spazio sui giornali al Rubygate e ai processi che attendono l’imputato eccellente. Non solo, la copertura “bipartisan” alla scelta di intervenire contro Gheddafi – garantita al governo dall’intervento diretto del Capo dello Stato – potrebbe anche rasserenare gli animi di un Parlamento chiamato a muovere i primi passi sull’«epocale riforma della giustizia» voluta da Silvio.

Ma la lista dei «costi» rischia di essere più lunga e pericolosa delle voci in attivo. Soprattutto in vista della campagna elettorale. In cima alle preoccupazioni del Cavaliere c’è il rischio che, tolto Gheddafi di mezzo, decine di migliaia di profughi invaderanno le coste italiane. Con pesantissime ricadute sulla popolarità del governo presso l’opinione pubblica. Maroni, con cui i contatti sono costanti, gliel’ha detto chiaro e tondo: «Siamo in emergenza adesso, figurati dopo una guerra…». E Maurizio Gasparri, commentando l’appello di Napolitano al concorso di tutte le regioni italiane («Un appello alla più ampia solidarietà sul piano dell’accoglienza da parte di tutte le regioni italiane», messo nero su bianco in una nota del Colle), ha tradito tutta la preoccupazione di un Pdl che teme di essere messo sotto accusa per gli sbarchi che verranno. «Comprendo l’appello di Napolitano», ha spiegato il capogruppo al Senato, «ma l’Italia non può accogliere tutti. Su questo dobbiamo essere chiari. Non tutti sono profughi, molti sono e restano dei clandestini».

La paura di Berlusconi di dover pagar dazio da solo rispetto alla possibile emergenza migratoria s’è trasformata in autentico terrore poco prima delle 21 di ieri. Quando Umberto Bossi ha sganciato i primi missili sul governo di cui fa parte: «No ad accordi coi francesi, la prenderemo in quel posto. Con i bombardamenti verranno qui milioni di immigrati. Scappano tutti e vengono qui». E ancora, sempre dalla viva voce del Senatur, sempre a proposito dell’intervento in Libia: «Penso che la posizione più equilibrata sia quella della Germania. Era meglio essere più cauti. C’è il rischio che con i bombardamenti perdiamo il petrolio e il gas». L’intervento del leader leghista ha raggiunto la sua vetta massima quando l’Umberto è arrivato a smentire l’intero esecutivo: «Berlusconi non l’ho ancora sentito, non so come l’hanno accolto a Parigi. Il consiglio dei ministri aveva rallentato l’appoggio con posizione cauta di non partecipazione diretta». Quindi, riferito a La Russa, «c’è qualche ministro che parla a vanvera».

Nella centrale operativa del principale partito di maggioranza, lontani dai microfoni si sprecano analisi del genere: «Se ci trovassimo di fronte a un’emergenza, poi il conto lo pagherebbe tutto Berlusconi. Perché Bossi si è già dileguato. E l’opposizione, che adesso ci sostiene, tirerà fuori dal cassetto il “baciamano” del Presidente a Gheddafi…». E proprio sulla figura del leader libico che la cerchia ristretta del presidente elabora l’ultimo calcolo: «Senza Gheddafi e con Putin che deplora gli attacchi alla Libia, Berlusconi perde in un sol colpo due dei tasselli principali della sua personalissima geopolitica». E anche questo, nell’ottica del Cavaliere, è un punto di debolezza. Che alimenta la «grande paura» delle ultime ore.

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20 marzo 2011 at 12:00

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I funerali di Stato dell’Aquila. Nome e cognome, fila e numero.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’11 aprile 2009)

L‘Aquila. Nella Spoon river di Coppito non c’è spazio per epigrafi. In fin dei conti, l’Assassino che mette più di duecento bare nello stesso posto e allo stesso istante uccide non solo la vita, ma anche la morte, il rito della morte, la liturgia del lutto. «Parenti o amici?», chiede all’ingresso della caserma la giovane allieva della scuola finanzieri dell’Aquila, incaricata insieme a decine di colleghi di indicare la retta via a migliaia di disperati. Sono le 9 di mattina. Lo Stato, ai «funerali di Stato» che iniziano alle 11, deve ancora arrivare.
«Parenti o amici?». Alla gentile allieva della scuola finanzieri, appostata all’ingresso del cortile della caserma di Coppito, toccherà ripeterla centinaia di volte, quella domanda. «I parenti a destra, gli amici a sinistra», spiega con fatica e dolore a ogni singolo disperato che arriva. «Parenti», dice un uomo sulla cinquantina, che a stento trattiene le lacrime. «Cerchiamo Gioia… Gioia Piervincenzo». Ma un nome non basta. Per dire l’ultimo «ciao» a ciascuno dei 205 martiri d’Abruzzo (per gli altri 84, le famiglie hanno scelto un funerale in forma privata, lontano dai luoghi del dramma) servono una lettera e un numero. La fila e la colonna in cui è sistemata la bara.
E così Gioia Piervincenzo diventa «B18». Scimia Maria Santa, nata il 12.1.1935, sta a «D50». Italia Giuseppe, 2.8.1963, è «D26». Mentre per Silverstone Vittoria, 20.11.1917, bisogna raggiungere «E02». «Parenti o amici?». «Amici», fa un quarantenne robusto, con la felpa della birra Guinnes, pizzetto e capelli bianchi. E così il suo commiato, invece che ai parenti dell’«amico», deve affidarlo alla giovane finanziera e solo per poter entrare al funerale di Stato. «Amici, sì. A dire il vero d’inverno non ci vedevamo, ma le estati le passavamo sempre insieme. Per questo io e mia moglie volevamo… ma se non si può…». La sua compagna, che sta a pochi centimetri, scoppia in lacrime. La finanziera l’abbraccia, guarda la lista e indica da lontano una fila, una colonna. Una lettera e un numero.
Lo Stato inizia ad arrivare verso le 10. Giorgio Napolitano giunge in silenzio e chiede silenzio. Quello che aveva da dire, il capo dello Stato, lo aveva urlato con la forza delle idee il giorno prima ai sindaci del comprensorio colpito dal sisma: «Se quassù cala l’attenzione, io torno tra tre mesi». Arriva Carlo Azeglio Ciampi e anche l’ex presidente, in segno di rispetto per il Dolore, tace. E così il presidente del Senato Renato Schifani, che si lascia andare solo per dire che «non ci sono parole per parlare». E così Gianfranco Fini.
Quando don Georg ha finito di leggere il messaggio di Benedetto XVI e la cerimonia ha inizio, le massime cariche della Repubblica Italiana sono tutte in tre metri quadrati. Al loro fianco ci sono Gianni Letta, abruzzese, che piange. E poi il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, il governatore regionale Gianni Chiodi (con giubbino della Protezione civile). Quindi la presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, che è di Onna, il borgo che non c’è più, e fa la spola tra la tribuna delle autorità e le bare dei quattro “Pezzopane” che hanno perso la vita nella tragedia. Franco Marini nasconde il dolore dietro lo sguardo da abruzzese fiero. Più indietro, mescolati insieme a militari italiani e ambasciatori stranieri, spuntano Paolo Bonaiuti, Dario Franceschini e Piero Fassino, gli abruzzesi piddì Lanfranco Tenaglia e Giovanni Lolli, Paolo Ferrero, e ancora – in ordine sparso – Gianni Alemanno, Antonio Tajani, Rosy Bindi, Gennaro Migliore e Paolo Cento. Nessuna traccia, invece, dell’ex presidente della Regione Ottaviano Del Turco. A conti fatti, quando il cardinal Tarcisio Bertone inizia a pronunciare l’omelia, nel reparto autorità manca soltanto Silvio Berlusconi.
Il premier aveva atteso l’arrivo di Napolitano. Una stretta di mano alla prima carica dello Stato e Berlusconi scompare per poi materializzarsi, nel giro di un minuto, tra i parenti dei martiri d’Abruzzo. «Non vi lascio soli. Non lasceremo nessuno da solo. Ve lo giuro davanti alle bare», ripete il capo del Governo. Padri e madri senza più figli, sorelle senza più fratelli e fratelli senza più sorelle: il Cavaliere raccoglie decine di bigliettini e lettere. Una donna gli scrive di sentirsi colpevole della morte della figlia, studentessa universitaria: «Presidente, l’ho costretta a iscriversi a L’Aquila anche contro il suo volere. Se non l’avessi fatto sarebbe viva». Più tardi, a esequie finite, il premier prometterà new town costruite come Milano 2, aiuti ai privati che costruiranno case, ricostruzioni in tempi brevi e un processo per direttissima ai quattro sciacalli arrestati ieri mattina. Silenzio. Solo Stefania Pezzopane continuerà a chiedergli «più sobrietà e risorse vere», a ricordargli in un’intervista a Radio 24 che «la prima notte aveva annunciato 2.000 tende e invece ne erano arrivate 120».
A metà cerimonia Berlusconi tornerà tra le autorità, scegliendo inizialmente una posizione defilata. Più d’uno lo vede asciugarsi gli occhi. E quando l’imam Mohammad Nur Dachan finisce di leggere la preghiera rivolta a «uomini e donne dell’unica grande famiglia che vive insieme l’esperienza della vita e quella della morte», il premier – tornato nel frattempo in prima fila – applaude con forza e gli urla «bravo». È a quel punto che una signora rumena sulla sessantina gli va incontro per la terza volta. «Mi devi aiutare», dice la donna al premier. «Non ho più niente», implora. «Mi devi aiutare», ripete. Lui, il Cavaliere, aspetta che signora si allontani e dice ai rappresentanti delle istituzioni abruzzesi: «Per favore, prendete il numero di telefono di questa povera donna. E ditele che penserò a tutto io». Di bare ne ha due, la signora rumena. Una sull’altra, al posto «A01». «Ma non li voglio i nomi di mia figlia e di mio nipote sui vostri giornali». B.D., la figlia, era nata nel 1973. Il piccolo I.G., invece, aveva quattro mesi.
Tra le bare ce n’è anche qualcuna senza nome. E sottoterra, dicono dalla Protezione civile, «chissà quanti cadaveri spunteranno, gente a cui non daremo mai un’identità». Lavoratori clandestini diventati Martiri ignoti. Un fioraio arriva a cerimonia finita. «Cerco la bara di…». Non ha lettera né numero e i fiori finisce per sistemarli su una delle bare che ne ha di meno. Sul feretro di Alessio De Simone, il padre mette una foto incorniciata del figlio che ha perso sotto le macerie. «Voglio questa, di foto». E mostra Alessio, classe ’84, con una corona di foglie in testa, come John Belushi nei toga party di Animal house.
Alle 14, Berlusconi ha guadagnato il centro di coordinamento della Civile mentre i rappresentanti delle istituzioni hanno ormai abbandonato la caserma di Coppito. Attorno a ciascuna delle singole bare inizia il funerale senza Stato. È nel primo pomeriggio, infatti, che la morte recupera i suoi riti e il lutto la sua liturgia. «Voleva andare a New York, aveva già prenotato per le vacanze di Pasqua». «Nonostante l’età non voleva smettere di lavorare. E non sentiva ragioni». «Me la ricordo da quand’era bambina». «Viveva per il rugby». «E adesso, senza di loro, come facciamo?». «Dalla nascita del nipotino era come rinato». «Lo conoscevo da quarant’anni». «Manco due anni e già camminava come “uno grande”». L’ombra dell’Assassino, per un attimo, viene scacciata. Le lettere e i numeri non servono più.

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19 marzo 2011 at 12:02

Da Giulietto a Niccolò: i nemici invisibili di Alfano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di 16 marzo 2011)

Il primo della lista è Giulio Tremonti. A seguire c’è Niccolò Ghedini. Senza dimenticare le «mine vaganti», Umberto Bossi e Roberto Calderoli. È a loro che Angelino Alfano pensa quando, nei colloqui con gli amici, evoca «i nemici invisibili» della sua riforma della giustizia.

Nella decisione del ministro dell’Economia di non lasciare la benché minima traccia nel mastodontico dibattito sulla riforma della giustizia non c’è alcuna stranezza. D’altronde si sa, l’ultimo successore di Quintino Sella non ama parlare di questioni che non siano di sua stretta pertinenza. Ma se stavolta i parlamentari più fedeli ad «Angelino» vedono in «Giulietto» un possibile pericolo, un motivo c’è.

I due non si sono mai amati. E la sfida all’Ok corral sui fondi per l’informatizzazione dei tribunali andata in scena qualche mese va (e vinta ai punti dal titolare della Giustizia) ha raffreddato i rapporti che già tendevano al gelo. Al punto che Alfano, uno più berlusconiano dello stesso Berlusconi, continua a ripetere al Cavaliere che «l’unica tua colpa, presidente, è stata quella di non aver saputo tenere a bada Tremonti». Quel Tremonti di cui il titolare del ministero di via Arenula dice quello che tanti si limitano soltanto a pensare. «Ogni volta che uno dei suoi provvedimenti arriva sul tavolo dei ministri, si presenta soltanto con la copertina», ha raccontato qualche settimana fa «Angelino» a un collega dell’opposizione, evocando la tendenza tremontiana a tenere coperte tutte le sue carte migliori. «Ed è una cosa», ha aggiunto il guardasigilli sorridendo, «che voi del centrosinistra non gli avreste mai permesso».

Ma l’antipatia reciproca può trasformarsi nell’ennesima guerra? È insomma possibile che «Giulietto», come temono ai vertici del Pdl, «usi i suoi poteri magici per ostacolare la riforma della giustizia»? Per adesso si tratta soltanto di voci velenose. Ma se all’insofferenza tremontiana sulla «riforma epocale» si aggiungono le tante perplessità del Carroccio, ecco che l’affaire si complica non poco.

Sulla giustizia i leghisti legati a triplo filo col ministro dell’Economia, a cominciare da Roberto Calderoli, sembrano muti come pesci. Il ministro della Semplificazione, circondato dieci giorni fa dai cronisti alla festa per i venticinque anni del Carroccio, s’era limitato a dodici parole: «Il problema della giustizia italiana è garantire i processi in tempi certi». Nella stessa serata Umberto Bossi, rispondendo a una domanda sul sostegno delle camicie verdi alla riforma epocale, se l’era cavata con una sola: «Sì». Anche Roberto Maroni, che pure con Alfano può vantare buoni rapporti personali, preferisce stare alla larga dalle polemiche. È strano che il ministro dell’Interno si chiami fuori dal dibattito sulla giustizia italiana, no? Com’è strano che uno dei colleghi di partito a lui più vicini, il sindaco di Verona Flavio Tosi, abbia tenuto a precisare: «La riforma della giustizia è necessaria. Ma è pur vero che, fatta in questo momento, può essere male interpretata. Infatti i cittadini – è la teoria che Tosi ha esposto cinque giorni fa a Salerno, durante un convegno – potrebbero pensare che Berlusconi lo fa perché ha dei problemi. Ma la Lega, comunque, darà il suo voto Tremonti e Alfano».

Con l’avvicinarsi della campagna elettorale delle amministrative, e della conseguente competition interna, i distinguo leghisti sulla riforma di Alfano potrebbero moltiplicarsi. Ma la partita è appena all’inizio. Il segretario del Pri Francesco Nucara, veterano del Parlamento e amico del Cavaliere, mette in fila tutti gli indizi: «Secondo me, questa riforma non andrà da nessuna parte. E non solo per l’ostilità di Tremonti e di altri pezzi della maggioranza». Perché nella posta in palio, oltre alle modifiche della Costituzione, c’è anche il dopo-Berlusconi. Nucara è sicuro che alla fine avrà la meglio Tremonti. «Quando l’ho chiamato per il congresso del Pri, non solo è venuto di corsa. Ma, intervistato da Stefano Folli, ha addirittura detto che “il Mezzogiorno deve essere salvato anche con l’aiuto del governo”. Altro che personaggio di primo piano legato alla Lega. Giulio sta studiando da leader nazionale del prossimo centrodestra». Per quella stessa seggiola che, se la riforma andasse avanti e superasse quel referendum che il Cavaliere considera «l’ultima parola del popolo italiano su di me», finirebbe di diritto ad Angelino.

Il fatto che il guardasigilli sia coinvolto in prima persona nella grande partita per la successione a Berlusconi è forse l’ostacolo più duro. Ancor più della sfida fratricida che lo oppone a Niccolò Ghedini. Un altro personaggio tutt’altro che felice dei primi passi della «riforma epocale» voluta dal suo illustre assistito.

Written by tommasolabate

16 marzo 2011 at 12:14

Per trattare col Pd, Angelino prepara un bavaglio per la legge-bavaglio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 marzo 2011)

L’annuncio del primo atto della trattativa con l’opposizione, l’eliminazione della «norma transitoria sul processo breve», l’ha affidato domenica ai microfoni di Lucia Annunziata. Il secondo atto, invece, Angelino Alfano l’ha riservato a pochissimi interlocutori. Perché riguarda la «legge bavaglio».

Sulla mission impossible di mandare avanti l’«epocale» (il copyright è di Silvio Berlusconi) riforma della giustizia, Angelino Alfano sa di giocarsi il tutto per tutto. E sa, perché lui stesso l’ha confidato anche ad alcuni interlocutori dell’opposizione, di avere «moltissimi nemici invisibili» anche all’interno del blocco Pdl-Lega.

Per avere la prova dell’ostracismo sotterraneo che il ministro della Giustizia ha cominciato a subire all’interno del suo stesso schieramento basta guardare a quello che è successo (o meglio che non è successo) ieri pomeriggio a Montecitorio. Quando, alla scadenza della presentazione per gli emendamenti sul processo breve, nessun pidiellino della commissione Giustizia s’è preso la briga di dar seguito alla promessa fatta da Alfano di fronte alle telecamere di In mezz’ora presentando un emendamento soppressivo della norma transitoria sull’ammazza-processi. Niente di niente. Sicuramente si tratta di una bolla di sapone, visto che il relatore del provvedimento Maurizio Paniz s’è preso la briga di dire alle agenzie di stampa che «presenterò io domani (oggi, ndr) la norma soppressiva». Ma tanto è bastato perché, dalle opposizioni, partisse la corsa ai sospetti. «Indipendentemente da quello che farà il relatore», ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Giustizia Donatella Ferrante, «emerge il dato politico che il gruppo del Pdl non segue il ministro Alfano». «Questo ritardo denuncia o grande confusione o ancora tattica», ha messo a verbale il braccio destro di Casini Roberto Rao mentre il dipietrista Federico Palomba ha archiviato il tutto alla voce «ennesima buffonata del Pdl».

Vista l’aria che tira è comprensibile che Alfano tenga per sé (e per pochissimi eletti) le prossime carte che giocherà sul tavolo della trattativa con l’opposizione. Tra queste ce n’è una che gli sta molto a cuore, non foss’altro perché l’ha già anticipata al capo dello Stato: la cancellazione dai radar del Parlamento del testo sulle intercettazioni uscito dal Senato. Proprio così, della «legge bavaglio» che di recente Berlusconi ha promesso di voler riportare a galla.

La mossa è azzardata, ovviamente. Ma il guardasigilli sa che, se non gioca qualche jolly a inizio partita, il cammino della riforma si farà sempre più in salita. Al quartier generale nazionale del Pd hanno capito la sua strategia. E dopo che Pier Luigi Bersani ha chiuso il varco di fronte a tutte le tentazioni «di Aventino» che pure ci sono tra i suoi, il principale partito dell’opposizione ha deciso di «vedere il punto».

Non è un caso se ieri mattina s’è materializzata una proposta di riforma della giustizia firmata dal Pd. Sotto una headline con i richiami alla Carta del ’48 («Il programma fondamentale del Partito democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana»), il partito di Bersani ha confezionato una proposta articolata in tre capitoli. Il primo sulle emergenze (la giustizia civile, l’organizzazione e le carceri), il secondo sui tempi del processo penale e sulle «garanzie» per l’imputato, il terzo sull’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario «con particolare riferimento a Csm e sezione disciplinare». Una novità? Tutt’altro, visto che si trattava del «pacchetto giustizia» del Pd elaborato a maggio dell’anno scorso, che un’idea di Bersani e del responsabile Giustizia Andrea Orlando ha trasformato in un giochino. «E infatti nessuno s’è accorto che si trattava di proposte che abbiamo presentato già nel 2010», sghignazzava il segretario ieri sera.

Ma tutto questo è il segno che qualcosa si sta muovendo. A prescindere dai tiri di fioretto tra Alfano e l’opposizione. L’ultima sfida è andata in scena ieri, in un convegno sull’Antimafia convocato in una delle sedi della Camera dei deputati. «Se il governo dice che quella della giustizia è una riforma epocale, per coerenza dovrebbe togliere tutte le leggi che non si possono proprio definire epocali», ha detto dal palco Andrea Orlando. E ancora, sempre diretto al guardasigilli (che era in sala), sempre dalla viva voce del responsabile Giustizia del Pd: «Serve una riforma della giustizia e non della magistratura. E attraverso una legislazione ordinaria non costituzionale». «Al Pd dico: occhio che il “benaltrismo” non diventi la fase terminale di un grande ammalato che è il riformismo. Perché col “benaltrismo” muore il riformismo», ha replicato a stretto giro il ministro della Giustizia. Uno che, oltre all’eliminazione dell’ammazza-processi, ha già in mente “ben altro”. A cominciare dall’accantonamento della legge bavaglio, appunto. Che presto potrebbe diventare definitivo.

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15 marzo 2011 at 14:10

Eluana Englaro/Quella Bmw parcheggiata sotto casa.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 febbraio 2009)

La mattina del 18 gennaio 1992, sabato, Eluana Englaro è sola in casa, a Lecco. I genitori, Saturna e Beppino, si trovano in provincia di Bolzano. A Sesto, Val Pusteria. Sono in settimana bianca. L’Alto Adige, i coniugi Englaro, l’hanno raggiunto con una piccola utilitaria. La loro macchina grande, una Bmw, è rimasta parcheggiata sotto la loro abitazione. A Lecco.

La verità su Ustica. La mattina del 18 gennaio 1992, nel momento in cui Eluana apre gli occhi, il Giornale radio del primo canale Rai trasmette uno speciale sul Dc9 dell’Itavia abbattuto sui cieli di Ustica dodici anni prima. Il servizio contiene rivelazioni scottanti sul procedimento giudiziario nei confronti dei generali dell’Aeronautica. Due in particolare, Corrado Melillo e Zeno Tascio. L’inchiesta del Gr1 toglie il velo anche sulle accuse dei pm nei confronti di Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, che all’epoca dei fatti erano al vertice dell’Aeronautica militare. Il «golpe dei generali»  è smascherato dalla radio. E gli uomini dell’Ucigos si preparano al blitz nella redazione diretta da Livio Zanetti. Che quel giorno, però, è fuori città.

Il governo contro il Colle. Nel momento in cui Eluana si prepara per uscire di casa, a Roma il ministro della Difesa Virginio Rognoni smentisce l’ipotesi, avanzata il giorno prima dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di fornire assistenza militare alla Slovenia. «L’eventuale intervento diretto nelle vicende jugoslave – spiega il ministro – non rientra nelle opzioni a disposizione di ogni singolo paese». Anche la Farnesina prende le distanze dal capo dello Stato. Fonti vicine al ministro Gianni De Michelis chiariscono che «non c’è alcuna possibilità che l’Italia possa mettersi da sola a fornire armi».

L’impeachment. Achille Occhetto è a Cagliari, all’assemblea di fondazione dell’Unione della sinistra sarda. In vista delle elezioni del 5 aprile, il segretario del Pds lancia la sfida ai socialisti e chiama a raccolta «le forze del cambiamento» contro la Dc. Il suo partito, intanto, va avanti nella richiesta di mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica per le note «esternazioni» di qualche tempo prima. Nello stesso istante Gianfranco Fini prepara il discorso per la manifestazione del suo partito al Teatro Lirico di Roma. Il Movimento sociale italiano è schierato invece con Francesco Cossiga. Lo vuole alle guida di una «nuova Repubblica», di un «Fronte degli Italiani». Lo propone per un bis al Colle più alto. «Il magistero politico di Cossiga – annota Fini nel suo intervento – è stato utile all’Italia e lo sarà ancora di più nel futuro». È il portavoce del segretario missino, Francesco Storace, ad anticipare una parte del discorso alle agenzie. E a preannunciare che, all’indirizzo di Fini, è stata recapitata una lettera in cui il capo dello Stato ringrazia «il Movimento sociale» per il sostegno alla sua causa.

L’assemblea di Napolitano. Nel frattempo, a Roma, l’area dei riformisti del Pds, guidata da Giorgio Napolitano, riunisce l’assemblea nazionale per discutere degli scenari post-voto. Si presentano un po’ tutti. Dal socialista Martelli al repubblicano La Malfa, passando per il diccì Piccoli e i sindacalisti Lama, Carniti, Trentin e Del Turco. Occhetto invia il fedelissimo Massimo De Angelis, al quale tocca prender nota dell’ipotesi delineata da Napolitano («Un governo sganciato dalle designazioni partitiche») e della prospettiva indicata dall’area migliorista: «Una sinistra unitaria, socialista e riformista, che non rinunci alle sue esperienze». Quale esito avranno le elezioni del 5 aprile? L’espresso in edicola il 18 gennaio 1992 offre ai suoi lettori un sondaggio della Doxa. Più della metà degli intervistati prevede una flessione della Dc rispetto al 34,3% dell’87, il crollo del Pds al 17% e esprime la certezza che la Lega Lombarda di Umberto Bossi supererà la soglia dell’8%. Stabili, secondo la rilevazione demoscopica, sia il Psi di Craxi che il Pri di La Malfa.

La folla per Moana. Mentre a Lecco Eluana si prepara per la giornata, a Milano una folla oceanica interrompe la raccolta di firme per la presentazione delle liste del Partito pensionati. Al banchetto di corso Vittorio Emanuele II, infatti, è stata annunciata la presenza della capolista Moana Pozzi.  Centinaia di passanti si accalcano per vedere da vicino la pornostar che, temendo per la sua incolumità, si ripara in un teatro nei paraggi. I promotori decidono di sospendere la raccolta delle sottoscrizioni rinviandola al pomeriggio. Nel frattempo, la città di Brescia si interroga sulla nascita di una giunta comunale «a tempo», che porti quantomeno alla discussione del bilancio 1993 prevista in autunno. Nella maggioranza dovrebbero entrare Dc, Psi, Pri, Pds, la Rete e i Verdi. All’opposizione, invece, rimarrebbero la Lega, Rifondazione comunista, Msi, casalinghe e pensionati. Il Pli e l’indipendente Maria Fida Moro, eletta nelle liste di Rc, sono titubanti. Anche Torino vive ore d’ansia. A venti giorni dalle dimissioni di Valerio Zanone ci sono quattro partiti che rivendicano la poltrona del primo cittadino. Dc, Pri e Pli corrrono con un proprio candidato. Il Psi, con il responsabile enti locali Giusi La Ganga, dice di considerare ancora valido «l’accordo firmato nel 1990 per un sindaco laico».

Farouk prigioniero. Eluana è a pranzo quando, dalla Sardegna, il capo della Criminalpol Luigi Rossi dichiara che la prigionia del piccolo Farouk Kassam, sequestrato dall’Anonima sarda, sarà «lunga». «A occhio e croce – conferma il capo della Polizia Vincenzo Parisi – non si possono prevedere sviluppi e tempi rapidi». Gli inquirenti smentiscono che il riscatto possa essere pagato all’estero, magari con la mediazione dell’Aga Khan. La primula rossa Matteo Boe finisce in cima all’elenco dei ricercati.

Sofri, Salvatores, la Bellucci. A sera, Indro Montanelli e Adriano Sofri, insieme a Mario Cervi e Giuliano Ferrara, intervengono alla registrazione di Babele, il programma di Corrado Augias sulla terza rete. «Io non credo che non ci siano prove. Comunque auguro a Sofri la revisione del processo per l’omicidio Calabresi. In ogni caso, una sentenza sfavorevole condannerebbe un uomo che non c’è più», dice Indro. «È vero, sono molto cambiato. Mi dispiace perché sono più affezionato al Sofri di allora che al Sofri di oggi», risponde Adriano. Intanto a Palm Springs, California, il Festival cinamatografico internazionale premia Mediterraneo di Gabriele Salvatores come «miglior film europeo». L’ex modella Monica Bellucci, chiamata da Francis Coppola per il suo Dracula, viene incoronata regina della kermesse. Martin Scorsese si trova a Roma, per ritirare il riconoscimento «Maestri del cinema», mentre a Torino Günter Grass si aggiudica il premio internazionale del «Grinzane Cavour» regolando in volata Jorge Amado, Elias Canetti, Eugéne Ionesco e Milan Kundera.

Milan-Foggia. A Milano Fabio Capello prepara i rossoneri per la sfida dell’indomani contro il Foggia a tre punte di Zdenek Zeman. Ad Ascoli il calcio è passato in secondo piano, complice una squadra ultima in classifica e una bomba carta esplosa qualche giorno prima sotto l’abitazione del tecnico Giancarlo De Sisti detto Picchio. «Con tutti gli schiaffoni che abbiamo preso, anche una mummia si sarebbe risvegliata», sorride l’allenatore della Sampdoria Vujadin Boskov, reduce da una crisi lasciata alle spalle con tre vittorie di fila. Non si placano, invece, le polemiche sulla morte di Miran Schrott, il giocatore della serie B di hockey deceduto dopo essere stato colpito dal bastone di un avversario. Forse, dicono a Courmayeur, un defibrillatore avrebbe potuto salvarlo. Ma il defribillatore più vicino, purtroppo, stava ad Aosta. Agli Australian open di tennis avanzano gli uomini Curier, Stich, Krickstein, Krajicek, Rosset e le donne Capriati, Maleeva, Monami, Sabatini, Fernandez e Garrison.

La Bmw sotto casa. A sera, da Londra, arriva la notizia che una bambina di cinque anni ha ottenuto da un Tribunale il risarcimento record di due milioni e mezzo di sterline, che in lire fanno cinque miliardi. A causa di un errore dei medici, la piccola Alexandra Mulligan ha subìto dalla nascita danni cerebrali che la costringono su una sedia a rotelle. La bimba “reagisce” solo quando ascolta Nessun dorma cantata da Luciano Pavarotti. Fuori è buio. Eluana Englaro, da Lecco, spegne la tv e si prepara per la serata. È sabato sera. A dire il vero è stanca. Non le va di uscire. Ma gli amici insistono. Al Kalcherin di Garlate c’è una festa. La Bmw di papà Beppino è parcheggiata sotto casa.

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15 marzo 2011 at 12:00

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Silvio e le belle del Biscione. Quell’harem chiamato Canale 5

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 1 giugno 2009)

– «I nostri programmi sono terminati. Domani sera, a partire dalle 20 e 30, vi proporremo un’agghiacciante maratona della paura: Tre passi nel delirio. Sono tre film dell’orrore e questi i titoli: Creepshow, L’ascensore e Ballata macabra. I primi due sono in prima assoluta per la televisione. Mi raccomando, non perdeteli. Non mi resta che ringraziarvi per averci seguito e darvi appuntamento a domani. Buonanotte».
(Gabriella Golia, un giorno qualsiasi del 1986, augura la buonanotte ai telespettatori di Italia 1).

– «Da grande voglio fare la showgirl. Ho studiato danza, ho iniziato a sei anni. Mi interessa anche la politica… Preferisco candidarmi alla Camera, al Parlamento. Ci penserà Papi Silvio».
(Noemi Letizia, primavera del 2009, si presenta agli italiani).

Gabriella Golia

Nella preistoria di Re Silvio, la velina di Neanderthal – che «velina» in senso stretto non era, come non lo è Noemi – annunciava, conduceva, presentava, «buongiorno» e «buonanotte», mostrava e non mostrava, immancabilmente voleva recitare, in ogni caso ballava, sempre e comunque, «come la Carrà».

La velina di Neanderthal si chiamava Gabriella detta Gabriellina, o Giannina, ovvero Antonella, Kay, Katia, Cinzia, Fiorella, Eleonora, Patrizia, Emanuela. Oppure «la Cavagna», dal cognome dell’Angela di ieri che un po’ rimanda a quello della Mara di oggi.
Della velina neanderthalis, nata e cresciuta alla corte di Re Silvio, non rimangono che ricordi ogni giorno più sbiaditi. Niente seggi, né a Strasburgo né a Montecitorio.

A qualcuna è toccato in sorte il limbo delle televendite, altre sono scomparse nel nulla, una sola – Giannina Facio maritata Scott (nel senso del regista Ridley) – bazzica Hollywood come fosse il bar sotto casa. Tutte, o quasi, sono mamme di famiglia. Mami.

Nessuna, però, sta più a Corte. Come se il Cavaliere, sotto sotto, fosse un Chronos che le “figlie” (quelle con le virgolette) finisce per mangiarsele. Tra il passato remoto e il presente c’è un solo punto in comune. Né segretarie, né collaboratori: quando s’illumina d’immenso Re Silvio non sceglie intermediari. È sempre lui in persona ad alzare il telefono. Oggi con Noemi. Ieri con Gabriella.

«PRONTO? SONO BERLUSCONI»
Un giorno del 1975, Gabriella Golia, milanese, classe ’59, sale sul treno per raggiungere la provincia di Piacenza e torna a casa con la fascia di Miss teenager. Dentro di sé coltiva il sogno di fare la ballerina alla Scala ma capisce che, tanto per cominciare, è meglio fare qualche pubblicità. «Finché mi nota il regista di Antenna nord e mi chiama per un provino», ha raccontato a Libero in un’intervista di due anni fa.

La telefonata più importante arriverà poco tempo dopo, quando Gabriellina fa già l’annunciatrice di professione. Il dottor Silvio Berlusconi, proprietario di Tele Milano, le chiede un appuntamento e le propone un contratto: «Stai un anno ferma e poi…». Lei oppone il gran rifiuto: «E poi – fa come per giustificarsi – avete già Eleonora Brigliadori».

Il futuro premier incassa, porta a casa, ma studia la controffensiva. Quindi, dopo aver aperto Canale 5, ingloba Antenna nord. E quando l’annunciatrice se lo ritrova, in una cena con molti invitati, Berlusconi chiede il silenzio e spiega: «Visto che la Golia non aveva accettato di venire a lavorare da me, allora ho comprato tutta la rete in cui lavorava». È l’inizio di un sodalizio durato quasi vent’anni.

Un quasi ventennio in cui l’occhio azzurro di Gabriellina regnerà sull’inizio e la fine delle trasmissioni, oltre che sui set delle sit-com Emilio e Vicini di casa, e sui palcoscenici di Vota la voce, Azzurro e Tutto di tutto. Nel ’97, quando è incinta di Tommaso, la Golia viene allontanata. Le propongono un contratto a termine, tanto – le dicono a Cologno Monzese – «le annunciatrici le aboliremo». Sugli occhi più famosi della tv commerciale, quelli di Gabriellina fattasi «mami», cala il velo della tristezza.

LE TETTE DI DESTRA
Angela Cavagna, genovese, nata nel ’66, entra nella scuderia del Cavaliere nella seconda metà degli anni Ottanta. Come antipasto, la piazzano in Transistor al fianco dei Trettrè, il trio comico che aveva conosciuto la gloria in Drive in. Quindi, Antonio Ricci la veste da infermiera e porta la sua quinta abbondante (o era una sesta?) davanti alle telecamere di Striscia la notizia.

In pochissimo tempo, la soubrette genovese diventa l’alfa e l’omega delle «truppe mammellate» (il copyright è di Dagospia) di Fininvest. La notorietà di Angela cresce al tal punto che l’improvvisa discesa provocherà non pochi dolori. Quando nel 1996 arriva a prendersi anche il ruolo di «Genuflessa» nel film Chiavi in mano, la stella ormai è caduta.

Si professa «tetta di destra», ma non basta. Quindi, un po’ per vocazione un po’ per dispetto, si presenta alla redazione della Padania, paga 20 euro e si iscrive alla Lega nord. «Per molto tempo la televisione mi ha emarginata per le mie idee politiche», confesserà l’ex “infermiera” più avanti. Fino all’anno scorso teneva un blog, per aggiornare i (pochi) fan delle (poche) ospitate televisive e dei (pochissimi) inviti a Corte. La convocano per il ventesimo compleanno di Striscia. E lei approfitta dell’occasione lanciando dal palcoscenico «i volantini del mio ristorante». Ma questa è già storia moderna.

IL NO DELLA BRIGLIADORI
Ma è solo tornando alla preistoria che si rintracciano le divine che hanno colpito davvero, al cuore, il Cavaliere. Leggenda vuole che tra le preferite ci fosse Eleonora Brigliadori, ex telefonista di Portobello, chiamata a Corte nel 1980 coi galloni di «volto ufficiale di Canale 5». Stando a una voce che a trent’anni di distanza rimbalza ancora tra le mura dell’Impero, pare l’Eleonora abbia resistito a più d’un corteggiamento prima di fare le valigie e tornare in Rai, tra le braccia di Pippo Baudo e in compagnia di Heather Parisi (Fantastico 5).

Non c’è solo la Brigliadori. Anche Cinzia Lenzi, miss Italia 1980, abbandonerà Fininvest nel ’90, dopo un qualche anno da miss Retequattro: «Ho preferito – dirà – dedicarmi solo alla mia famiglia». Mami anche lei, come la Golia. Al suo posto, brillerà la stella di Emanuela Folliero.

FABRIZIA «10 E LODE»
Di fronte al fascino di Berlusconi si sciolse, dapprima solo in un lungo bacio davanti al Duomo, Fabrizia Carminati, altra velina di Neanderthal. La bionda pioniera di Canale 5, spalla di Bongiorno, farà outing sul rapporto col Cavaliere soltanto nel 2007, intervistata da Libero. La storia di Fabrizia e Silvio inizia a Milano 2, durante la registrazione di un quiz di Mike, inizio anni Ottanta. Ammica lui, ammicca lei, ma è lui – separato da Carla dall’Oglio e momentaneamente single – a fare il primo passo.

La invita a cena ad Arcore, ma non succede niente. La porta in giro per Milano, e scatta il primo bacio davanti al Duomo. Quindi la passione. «Dieci e lode», ha confessato Carminati due anni fa, ma niente happy end. Lei è innamorata di Mimmo, il suo fidanzato e non lo vuole lasciare; sempre lei accompagnerà Berlusconi al Teatro Manzoni, suggerendogli di presentarsi con un mazzo di fiori nel camerino dell’attrice del Magnifico cornuto, una certa Veronica Lario.

Nel 2004, dopo essere sparita dagli schermi Fininvest, l’ex velina di Mike si è candidata alle Europee e ha varcato, a distanza di un ventennio, il cancello di Arcore. Rivedendola, Berlusconi le ha sussurrato in un orecchio: «Sei sempre una bella figa». Una scena, questa, praticamente identica al finale del vanziniano Sapore di Mare, quando Jerry Calà rivede Marina Suma dopo una vita. Ma senza Celeste nostalgia di Cocciante in sottofondo.

IL BUCO NERO DI COLOGNO
Gabriella, Angela, Eleonora, Fabrizia e le altre. Veline di Neanderthal, nate alla corte di Re Silvio e finite, quasi tutte, a fare soprattutto le mogli e le mamme. Dimenticate ma non dimenticabili. Inghiottite, chissà perché, dal misterioso buco nero di Cologno Monzese. Lo stesso che, per altri motivi, s’è divorato pure la passionaccia di Enrico Mentana e l’allegria di Mike Buongiorno. Ma questa è attualità. Non preistoria.

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14 marzo 2011 at 11:27

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Corrado Orrico. Il Maestro di Volpara e la sua gabbia.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 luglio 2010)

«La struttura della Gabbia riproduce quella di un campo di calcio, di dimensioni ridotte e variabili, ma in cui la presenza di barriere (originariamente una gabbia, appunto) impedisce l’uscita del pallone dal campo di gioco. Queste barriere, oltre a poter variare per dimensioni e materiali, possono interessare solo i bordi del campo oppure creare anche una sorta di soffitto che copra lo stesso». (Dalla voce «Gabbia (calcio)» di Wikipedia).

«In the 1990s, Juventus (with Gigi Maifredi) and Inter (with Corrado Orrico) both tried to revoluzionize their teams with supposedly spectacular systems of play. Both experiments ended in a disaster». (John Foot, A history of Italian football, 2006, pagina 221).

È bastata una frase smozzicata. Un inciso. Una di quelle cose che, se riportate per iscritto, finiscono all’interno di un periodo lungo, inesorabilmente confinate tra due virgole. L’ha detta Rafa Benitez, il nuovo allenatore dell’Inter, quella Frase che, per quello che evoca, ha acquisito dignità da effe maiuscola. Smozzicandola, ovviamente. E facendola piombare nel caldo torrido di una normale conferenza stampa di metà luglio: «Recupereremo la gabbia e la palestra».

Ora chiunque non mastichi (o non smozzichi) di cose di pallone non può sapere, nel momento in cui s’imbatte davanti alla tivvù nel faccione tondo del mister spagnolo, che quest’ultimo ha appena menzionato la parola «gabbia» nell’unica accezione in cui la stessa non dà l’idea di «prigione», di «costrizione», di «servitù». Ma, al contrario, di «fantasia», di «bellezza». Di «libertà», insomma. Perché la gabbia di cui ha parlato Benitez in quell’inciso – «Recupereremo la gabbia e la palestra» – è legata agli schemi di un profeta del calcio di vent’anni fa. Un profeta fallito. Corrado Orrico.

UN PROFETA DI PERIFERIA. Quando arriva all’Inter, nell’estate del 1991, Corrado Orrico è un acclamato santone di periferia. Difese solide e calcio spettacolo. Messa così pare la via di mezzo tra un ossimoro e la perfezione. Il problema è che le sue idee, il cinquantenne Orrico, le ha sviluppate nelle serie minori. Quasi sempre in squadre che finiscono per “-ese”, come succede alle Cenerentole: Sarzanese, Carrarese, Massese, Udinese, Lucchese. Quando Gianni Brera lo battezza «Maestro di Volpara», dal nome del borgo carrarese da cui proviene, il profeta è già a Milano con la lista di richieste da sottoporre all’attenzione del presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, che cercava la risposta interista al sacchismo (nel senso di Arrigo) prodotto da Berlusconi. La richiesta, in realtà, è una sola. E non si tratta del ritocco allo stipendio bassissimo («Da operaio specializzato»), di calciatori da acquistare o di un collaboratore da far assumere a tutti i costi. Tutt’altro. «Per portare qui il mio calcio – dice Orrico – ho bisogno di una sola cosa. Dobbiamo costruire una gabbia». E gabbia fu.

IL MAESTRO DI VOLPARA. È il Primo comandamento del Maestro di Volpara: «La gabbia serve a tante cose: ad affinare la tecnica, a sviluppare i riflessi, a velocizzare il gioco, a migliorare la condizione fisica perché si gioca senza un attimo di sosta e, a livello organico, è un impegno mica da ridere». Al centro tecnico dell’Inter di Appiano Gentile, siamo nel luglio 1991, Orrico perde una settimana insieme a un ingegnere per progettare una gabbia ultramoderna. Il costo finale per la realizzazione dell’opera si aggira attorno ai trecento milioni di lire. «Occorreva», avrebbe raccontato anni dopo il Maestro, un materiale insonorizzato per attutire i rumori e un altro per aumentare la velocità del pallone». Il tutto funzionale all’elaborazione di un calcio pratico come la prosa e musicale come la poesia. Ossimoro e perfezione. Libertà. Ma la squadra mugugna. Perché in gabbia si sta chiusi, perché il pallone schizza come la pallina di un flipper, perché non c’è un attimo di pausa. Walter Zenga, il portiere, fa il capofila degli scontenti. Di quelli che, quando arriva l’ora della gabbia, vengono presi dai conati di vomito. Jürgen Klinsmann, il centravanti campione del mondo con la Germania, resiste anche perché, nelle pause dalla gabbia, almeno lui trova ristoro per l’anima conversando col Maestro di libri d’arte.

LA VISIONE, A LIVORNO. Com’era nata, la gabbia? Orrico ha sempre ammesso di non aver inventato nulla. «Il merito è di quei ragazzini che giocavano sulle spiagge livornesi. Semmai sono stato il primo a scoprire la gabbia e a utilizzarla in modo scientifico negli allenamenti». La Visione risale a un’estate della metà degli anni Sessanta. La Livorno operaia, quella dei portuali e dei figli dei portuali, degli operai e dei figli degli operai, si riversa in brache di tela verso il mare sotto casa. Ci sono le urla di gioia e i ghiaccioli colanti a causa del solleone, le mamme con la borsa di paglia e i papà coi baffoni come quelli di Giuseppe Stalin, i bambini e il pallone. Il Maestro di Volpara, che ancora maestro non era, se li trova davanti, i gabbioni. «Campetti di calcio quasi in riva al mare, in cemento, avvolti da una rete tirata su per evitare che il pallone finisse ogni due minuti in acqua». Eccola, la Visione. In uno di quei campi, ma questo Orrico non lo può sapere, il livornese Armando Picchi, anche prima di diventare il capitano della Grande Inter, trascorreva le sue estati. Leo Picchi, suo fratello, avrebbe poi tramandato la storia di quelle giornate torride ai Bagni Fiume: «Ogni giorno si finiva nella gabbia. Partite interminabili, a piedi nudi. I primi calci erano terribili, perché ti venivano le vesciche. Poi il piede faceva il callo. Potevi chiamarti Mazzola o Suarez, ma dentro la gabbia ognuno perdeva le sue stellette. Se c’era da picchiare, si picchiava. Se c’era da stringere qualcuno sulla rete, lo si stringeva. E pazienza se il dito ci rimaneva dentro».

LA SCOMMESSA. Orrico elabora la Visione avuta nelle spiagge livornesi. E il suo gioco a zona, fatto di una libertà che s’alza in volo da una gabbia, inizia a fare il giro dei campi della Toscana. Carrarese e poi Massese, Camaiore e poi di nuovo Carrara, dove porta la squadra di casa dai dilettanti alla C1. Il miracolo si arresta all’Udinese, dove fallisce nella sua prima esperienza nella massima serie (esonerato dopo ventidue giornate). Ma il Maestro risorge dalle ceneri e torna in auge. Ancora alla Carrarese, poi a Prato, quindi a Lucca, dove lo champagne che sgocciola dal suo calcio consente alla Lucchese di sfiorare la promozione in serie A. È la primavera del 1991. L’Inter di Pellegrini ha già deciso di affidare al Profeta della gabbia le chiavi del dopo Trapattoni e soprattutto il guanto di una grande sfida: superare con un asso di briscola tutte le carte del Milan di Sacchi.

«GABBIA DI MATTI ». Dopo un’estate nella gabbia, la squadra di Orrico si presenta il primo settembre al taglio del nastro del campionato 1991-92. A San Siro è di scena il Foggia di don Pasquale Casillo e Zdenek Zeman, che quel giorno esordisce in serie A. Tutti si aspettano che l’Inter del crepuscolo di Matthaus annienti le neo-promossa. Invece no. Gli uomini del boemo vanno in vantaggio con Ciccio Baiano e i nerazzurri pareggeranno con la riserva Massimo Ciocci. Ma l’uno-a-uno finale del tabellino, da solo, non racconta lo spettacolo di una partita che un tempo si sarebbe detta «ricca di capovolgimenti di fronte». Tiri e parate, tanti fraseggi zero dribbling, tutto collettivo e niente singolo. Il «WM a zona» creato in una gabbia dal Maestro di Volpara contro il calcisticamente eterodosso 4-3-3 del Maestro di Praga. In quarantamila si godono uno spettacolo che pare uscito da una canzone di Sergio Caputo. Una partita swing and soda, con sprazzi di jazz, atmosfere da night club e tanto alcol. Anche se sono le quattro di pomeriggio. Per Orrico, però, l’inizio coincide col declino. La squadra, abituata a giocare a uomo, non digerisce la nouvelle vague zonista. Vince a Roma con la Roma e in casa col Verona. Ma poi comincia a barcamenarsi tra sconfitte e pareggi fino a che, dopo il crollo con l’Atalanta a Bergamo, il Maestro di Volpara saluta tutti e se ne va. A fine partita Amedeo Goria gli porge il microfono della Rai: «In fondo sono i calciatori che vanno in campo. Non pensa che le colpe siano di tutti?». E lui, con quella dignità che può trasformare anche il più piccolo degli uomini in un eroe: «Ringrazio tutti, i giocatori e il presidente. Purtroppo ho fallito. Se me ne vado vuol dire che la colpa è solo mia». È il 19 gennaio 1992. L’Inter di Orrico è pronta per il dimenticatoio. Con l’etichetta fissata da un titolo del “Guerin sportivo”: «Gabbia di matti».

IL MAUSOLEO. I resti della gabbia fatta costruire da Orrico sono sopravvissuti ad Appiano Gentile per anni. Un mausoleo fatiscente alla memoria di una grande illusione. Quando nel 2002 arrivò ad allenare l’Inter, Roberto Mancini chiese che quella cattedrale venisse trasformata in un campetto coperto. E pensare che, pochi mesi prima, la Nike aveva recuperato l’idea orrichiana per la fortunata campagna pubblicitaria in cui i grandi calciatori dell’epoca (Totti, Figo, Ronaldo, also starring Cantona) si sfidavano all’interno di una gabbia, appunto. Oggi, a tanti anni di distanza, Rafa Benitez recupera l’Idea. Infilando un sogno dentro una frase smozzicata. E il Maestro di Volpara, che ora ha quasi settant’anni?

LE CARTE IN REGOLA. È un uomo triste, oggi, Orrico. Come tutti i padri che sopravvivono ai figli. Il suo, di figlio, s’è suicidato l’anno scorso. E neanche la casa di Volpara c’è più. «L’ho messa in vendita», disse in un’intervista al “Tirreno”. «Io non ho debiti, ma vivo con la pensione da operaio e non basta per gestire quella proprietà». E poi, aggiunse, «sto bene perché vivere con il salario di un operaio specializzato mi fa essere più in sintonia con il partito che ho sempre votato». Il ricordo dell’Inter è lontano anni luce. Nessun rimpianto tranne uno, nel cuore del Maestro: «Con il denaro si possono acquistare molti libri. Per il resto ho poche esigenze. Quello che mangio, ad esempio, me lo coltivo da solo». E a uno viene quasi da immaginarselo, Corrado Orrico, negli anni Sessanta. Mentre guarda quei ragazzi giocare a pallone chiusi nei gabbioni. E visto che la scena è ambientata a Livorno, sembra di sentire la voce di Piero Ciampi che canta in sottofondo: «Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ Ha un carattere melanconico/ beve come un irlandese./ Se incontra un disperato/ non chiede spiegazioni… ».

Written by tommasolabate

11 marzo 2011 at 12:00

Massimo Marino/1. Il mito trash di Roma, dal Tufello a Marrazzo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 marzo 2005)

Se vi trovate a Roma e dintorni (ma anche oltre) e nel bel mezzo dello zapping notturno dal vostro televisore appare un personaggio che, tra una palpata di culo a una spogliarellista e una chiacchiera col dj di turno, lancia appelli contro «l’oscurazione d’a ricerca su e cellule staminali», non ci sono dubbi. Vi siete imbattuti nel terzo polo televisivo che sfida a colpi di «odiens» i salotti filosofici di La Porta e le repliche di Mediaset: state guardando su Viviroma television lo show di Massimo Marino, che realizza meravigliosi reportage dai locali notturni della capitale. Per molti Massimo è «puro trash»; per altri è «ben oltre il trash». Per i ragazzi di tutta una città, per quelli che si dividono in romanisti e laziali, Massimo Marino è semplicemente un’istituzione.
L’istituzione è pronta a tuffarsi nell’arena delle elezioni regionali con il Movimento consumatori uniti, alleato col centrosinistra. Storace ha dalla sua Bud Spencer e l’ex principe Giannini? Marrazzo risponde con Massimo Marino. «A frate’ – esordisce – io so’ n’pupazzo, me piace fa’ er Mappet sciò d’a televisione. Altri partiti m’avevano chiesto de candidamme co lloro. L’urtimi so stati quelli dell’uddiccì. Me dicevano “A Ma’, chi te lo fa fare a candidatte co’ quelli? Devi pure raccoje ‘e firme”». Ma Massimo, di estrazione «proletario – borgatara, so nato ar Tufello», di tradire il proprio credo non ne voleva sapere. «C’ho il massimo rispetto per chi ha ideologie diverse dalle mie. Ma me piace la mia faccia e quando me guardo allo specchio, nun ce voglio sputa’ sopra».
Massimo c’ha «tre fisse» e una paura. Tra le prime ci sono la libertà di informazione e il riscatto dei giovani di borgata. «Da anni faccio controinformazione e combatto per l’informazione che rispetti ‘e regole. Perché, ad esempio, Rete4 trasmette ancora sull’etere? A voi ‘ste cose le posso dire…». E aggiunge: «M’avevano detto che er Riformista era un giornale de centrodestra, ma m’avevano ‘nformato male». Ma il tema su cui Massimo non sente ragioni è la libertà di ricerca scientifica. Ha da poco sconfitto il cancro e il forum del suo sito è inondato da messaggi di ragazzi che combattono contro il male. «Frate’, ci so’ i bigotti, i bigottismi, che difendono l’embrione che lo dice la parola stessa che è vita preembrionale. Invece de sta nei frigoriferi, possono salvare e dare la vita vera e consentire la ricerca libera. La ricerca, t’o dico per esperienza, te sarva la vita».

L’unica paura di Massimo, «so’ i totalitarismi. Nun ce posso fa nulla. Il rischio del pensiero unico me fa trema’. Infatti, ‘o sai che faccio? Se Marazzo vince col 90%, me ne vado co’ Storace». Arriva l’ora dei saluti. La campagna elettorale incombe. Il passato di Massimo, prima della «svorta televisiva», è quello di «nullafacente, barista, fruttarolo, macellaro, carrozziere, muratore, vucumpra’». Nel futuro c’è magari un posto in consiglio regionale.  «A, frappe’ (a fra poco), bella frate’» ci saluta. Nello stesso modo in cui, di notte, lancia la pubblicità.

Written by tommasolabate

10 marzo 2011 at 18:00