tommaso labate

Ora il Cav. ha davvero paura dei barconi. “Meglio che si parli dei processi”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 marzo 2011)
In privato, Silvio Berlusconi l’aveva già detto chiaramente: «Quando sarà possibile, voglio andare in tribunale». Ieri, dopo l’udienza Mediatrade, l’ha ripetuto in pubblico: «Alle prossime udienze sarò in aula». Dietro la svolta di un premier deciso a vestire i panni dell’«imputato a tempo determinato» c’è la paura, confortata già da alcuni sondaggi, dell’«effetto Lampedusa».
La rivolta degli abitanti dell’isola siciliana. La certezza di sbarchi che aumenteranno di giorno in giorno. E l’incubo che l’emergenza si allarghi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, provocando – nella migliore delle ipotesi – un corto circuito tra un governo che ha promesso di scendere in aiuto dell’Isola e i governatori (soprattutto quelli di centrodestra) che proveranno a resistere. In vista di una tornata di elezioni amministrative con una posta in palio altissima, tutto questo preoccupa il Cavaliere molto più del caso Ruby. Non a caso, nella sua cerchia ristretta, fior di spin-doctor l’hanno spinto a buttarsi a capofitto sui processi, con l’obiettivo «di allontanare l’occhio dell’opinione pubblica» da un’emergenza migratoria che l’Italia non sembra in grado di affrontare. Detto altrimenti, «se i giornali si concentrano sulle aule dei tribunali, almeno i nostri elettori ce li teniamo. Se invece l’agenda dei media sarà sintonizzata sempre più sugli sbarchi dei clandestini, rischiamo grosso». Dove per «rischiare grosso» s’intende il rischio subire la stessa sorte toccata negli ultimi giorni a Nicholas Sarkozy e ad Angela Merkel, puniti dall’elettorato alle cantonali francesi l’uno, e in due lander della Germania (Renania e Baden Wuerttemberg) l’altra.
Due sere fa, parlando al telefono col governatore siciliano Raffaele Lombardo, il premier ha mostrato il suo volto più rassicurante. «Tranquillo Raffaele», è stato il momento decisivo di una chiacchierata decisamente tesa, «ci penserò io in prima persona a svuotare Lampedusa». Il presidente della Regione Sicilia, però, è convinto del contrario. E ad alcuni colleghi “terzopolisti” con cui ha avuto modo di confidarsi tra domenica e ieri, il leader dell’Mpa l’ha spiegato con una battuta: «Vedrete che Berlusconi, da questa partita, cercherà di stare il più lontano possibile. Perché sa che su questo rischia veramente un crollo di popolarità».
Morale della favola? Il consiglio dei ministri straordinario, che dovrebbe mettere a punto il piano per l’evacuazione di Lampedusa, è convocato per domani. Ma gli effetti collaterali della decisione di trasferire in migranti «in Tendopoli dislocate su tutto il territorio nazionale», come anticipato dal prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, rischiano di provocare una deflagrazione all’interno una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi. Dove Pdl e Lega rischiano di finire in contrapposizione più di quanto non lo siano già.
Roberto Maroni, che in un’intervista al Corriere della sera di ieri ha minacciato il ricorso a «rimpatri forzosi», è indispettito. «Lo dico da un mese che ci sarebbe stata un’emergenza e nessuno mi ha dato retta», sono le lamentele (per adesso private) del titolare del Viminale, che poco meno di un mese fa affrontò la “questione tunisina” in un faccia a faccia riservato con Massimo D’Alema. Quanto alle critiche mosse dal governatore siciliano all’esecutivo, il ministro dell’Interno, intervistato da Radio Padania, ha detto senza troppi giri di parole che «Lombardo è andato a Lampedusa solo per fare una sceneggiata». Quest’ultimo, però, non sembra essere il pensiero di Ignazio La Russa. «Non possiamo immaginare il blocco forzato degli immigrati», è stato il raBerluzioni fuori dal tribunale di Milanogionamento svolto ieri a Torino dal titolare della Difesa. Che su un punto, però, è chiarissimo: «Tocca al ministro degli Interni approntare un piano».
Ma per avere la certezza di quanto il «fattore Lampedusa» tormenti i sonni pre-elettorali del centrodestra basta citare due testi. Il primo è la nota congiunta con cui i quattro vertici del gruppi parlamentari pidiellini (Gasparri, Quagliariello, Cicchitto e Corsaro) hanno chiesto «un incontro urgente al governo» sull’emergenza immigrazione. Il secondo è la dichiarazione di Riccardo De Corato, il vicesindaco di una Milano che andrà al voto tra un mese: «Tendopoli in Valpadana? In tema di accoglienza, noi abbiamo già dato».
Sbarchi continui, tendopoli, regioni in rivolta, sondaggi in caduta libera. «Meglio tentare di spostare l’attenzione sui processi», ragionano nell’entourage di un premier che ieri ha parlato tanto dei pm di Milano, ma s’è tenuto ben alla larga dal commentare l’emergenza di Lampedusa. Ma è una mission impossible. Soprattutto se, al consiglio dei ministri di mercoledì, la Lega tenterà di “monetizzare” consensi elettorali anche a costo di rimarcare i propri distinguo rispetto al resto del governo. Senza dimenticare la certezza, che il diretto interessato ha affidato domenica a Lucia Annunziata su Rai Tre, che Giulio Tremonti non allargherà i cordoni della borsa nemmeno per far fronte all’ennesima emergenza.

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Written by tommasolabate

29 marzo 2011 a 11:04

Pubblicato su Articoli

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